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	<title>451 online</title>
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	<description>451, via della letteratura, della scienza e dell&#039;arte</description>
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		<title>Comunicato stampa del 2 maggio 2012 </title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 10:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[È on-line al sito www.451online.it il numero di maggio di “451”, la rivista multimediale di cultura che pubblica articoli tratti da “The New York Review of Books” e contributi originali di autori italiani di chiara fama che spaziano in tutti i campi del sapere in modo chiaro ed accessibile. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<div style="text-align: left;">
<p align="center">
<div style="text-align: left; display: inline !important;">
<p style="display: inline !important;" align="center"><strong><strong><strong>‘451’ è on-line, in libreria e su App Store con il nuovo numero di maggio</strong></strong></strong></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> <strong></strong></strong></p>
<div style="display: inline !important;">
<p style="display: inline !important;"><strong><strong><strong>È on-line al sito </strong><strong><a href="http://www.451online.it">www.451online.it</a></strong> il numero di maggio di “451”, la rivista multimediale di cultura che pubblica articoli tratti da <strong>“The New York Review of Books”</strong> e contributi originali di autori italiani di chiara fama che spaziano in tutti i campi del sapere in modo chiaro ed accessibile. Per diversi articoli sono disponibili <strong>versioni video fruibili al sito </strong><strong><a href="http://www.451online.it">www.451online.it</a></strong> o direttamente dalle pagine della rivista con uno smart-phone che fotografa il codice QR stampato sulla rivista.</strong></strong></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>451 è anche un’<strong>applicazione</strong> per <strong>IPad</strong> e <strong>IPhone</strong> scaricabile gratuitamente dall’<strong>App Store</strong>.</strong></p>
<p><strong> </strong><strong><strong>La rivista a stampa è disponibile nelle librerie</strong> ed è stata già inviata agli abbonati.</strong></p>
<p><strong> <strong></strong></strong></p>
<div style="display: inline !important;">
<p style="display: inline !important;"><strong><strong>Qui di seguito il sommario del numero di maggio:</strong></strong></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>                                                                                                                                                                                                         </strong></p>
<p><strong><strong>Sue Halpern: Chi era veramente Steve Jobs?</strong></strong></p>
<p><strong>WALTER ISAACSON, Steve Jobs, Mondadori, Milano, 2011</strong></p>
<p><strong>PERSONAGGI. Steve Jobs è l’uomo che ha reinventato il nostro modo di intendere e di interagire con la tecnologia, ma non si è mai saputo molto sulla sua vita e sulla sua personalità. Sue Halpern, partendo dall’unica biografia autorizzata di Jobs, ci conduce attraverso luci e ombre della vita e della carriera del fondatore della Apple.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Sanford Schwartz: I guazzabugli di de Kooning</strong></strong></p>
<p><strong>de Kooning: A Retrospective mostra tenutasi a The Museum of Modern Art, New York City, dal 18 settembre 2011 al 9 gennaio 2012. Catalogo della mostra di John Elderfield, in collaborazione con Lauren Mahony, Jennifer Field, Delphine Huisinga, Jim Coddington,e Susan F. Lake, pubblicato da David Frankel, Museum of Modern Art</strong></p>
<p><strong>ARTE. Willem de Kooning, uno dei massimi esponenti della pittura astratta del XX° secolo, a cui il MoMA di New York ha recentemente dedicato una retrospettiva di alcune delle sue opere più significative, illustrata in questo articolo da Sanford Schwartz.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Robert Pogue Harrison: Il libro da cui scaturisce la nostra letteratura</strong></strong></p>
<p><strong>ROBERT ALTER, Pen of Iron: American Prose and the King James Bible,PrincetonUniversityPress</strong></p>
<p><strong>LETTERATURA. Il 2011 è stato l’anno del quattrocentesimo anniversario della pubblicazione della Bibbia di re Giacomo, libro che ha profondamente influenzato la lingua e la letteratura anglosassone nel corso dei secoli. Robert Pogue Harrison ci racconta la storia di questo testo fondamentale.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>I Salmi prodotti e musicati da Lucio</strong></strong></p>
<p><strong>Lo scorso marzo Lucio Dalla ci ha lasciato. In memoria del grande artista, 451 pubblica un ricordo scritto daRoberto Quagliano, che lavorò con Lucio alla realizzazione di una versione video di tutti  i Salmi della Bibbia, prodotti e musicati dallo stesso Dalla.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Diane Silvers Ravitch: Le scuole che possiamo invidiare</strong></strong></p>
<p><strong>PASI SAHLBERG, Finnish Lessons: What Can the World Learn from Educational Change inFinland?, con un’introduzione di Andy Hargreaves, Teachers College Press</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ISTRUZIONE.La Finlandiaè considerato il Paese con il miglior sistema scolastico del mondo. Ma quali sono le peculiarità del sistema scolastico finlandese? Quali sono le sue differenze con quello americano? E soprattutto, cosa possiamo imparare dalle scuole finlandesi?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Bill McKibben: Violentare la terra con il fracking</strong></strong></p>
<p><strong>SEAMUS MCGRAW, The End of Country, Random House</strong></p>
<p><strong>TOM WILBER Under the Surface: Fracking, Fortunes, and the Fate of the Marcellus Shale,  Cornell University Press (in pubblicazione maggio 2012)</strong></p>
<p><strong>Gasland, un film documentario di Josh Fox, Docurama, DVD</strong></p>
<p><strong>AMBIENTE. Il fracking è un’operazione di trivellamento che permette di aumentare l’estrazione e il recupero del metano, operazione largamente praticata negli ultimi anni dalle compagnie dell’energia in molti Stati degli USA. Ma è una pratica pericolosa, per l’ambiente e per la salute degli abitanti delle zone che ne sono interessate.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Mary Beard: I classici hanno un futuro?</strong></strong></p>
<p><strong>LETTERATURA. Qual è la funzione attuale dei testi classici? Possono ancora dare un contributo alla nostra cultura? Può avere ancora un senso lo studio del Latino e del Greco? La classicista Mary Beard, cerca di rispondere a queste e a molte altre domande.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Michela Nacci: Occidente terra del tramonto</strong></strong></p>
<p><strong>G.E. RUSCONI, Cosa resta dell’Occidente, Roma-Bari, Laterza,  2012</strong></p>
<p><strong>POLITICA E SOCIETÀ. Con l’avvento delle nuove potenze economiche come Cina e India e con la crisi economica che affligge Paesi che solo fino a pochi anni fa erano le massime potenze dell’economia mondiale, cosa s’intende oggi per Occidente? Un’analisi approfondita che parte dal saggio di Rusconi su come sia cambiato l’occidente dalla fine della Guerra Fredda fino ai giorni nostri.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Andrea Segrè: 451 parole, energia</strong></strong></p>
<p><strong>L’era dei combustibili fossili, delle energie non rinnovabili responsabili dei cambiamenti climatici ambientali, sta per terminare. Adesso è il tempo di investire e di utilizzare le fonti energetiche rinnovabili per la creazione di una società finalmente sostenibile.</strong></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><strong> </strong></p>
<p><strong><strong>Per informazioni e abbonamenti: </strong>tel. 051/703272-051/271710</strong></p>
<p><strong>fax 051/224807 email: <a href="mailto:451@econometrica.it">451@econometrica.it</a> <strong></strong></strong></p>
<p align="right"><strong><br />
</strong></p>
<p align="right"><strong> </strong></p>
<p align="right"><strong>Bologna, 2 maggio 2012</strong></p>
</div>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chi era veramente Steve Jobs?</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 19:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli in chiaro]]></category>
		<category><![CDATA[home]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 17]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[primopiano]]></category>

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		<description><![CDATA[PERSONAGGI. Steve Jobs è l’uomo che ha reinventato il nostro modo di intendere e di interagire con la tecnologia, ma non si è mai saputo molto sulla sua vita e sulla sua personalità. Sue Halpern, partendo dall’unica biografia autorizzata di Jobs, ci conduce attraverso luci e ombre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="ref"><br />
<strong>Walter Isaacson</strong>,<em> Steve Jobs</em>, Mondadori, Milano, 2011, pp.642, € 20,00<br />
</div></p>
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PERSONAGGI<em>. </em>Steve Jobs è l’uomo che ha reinventato il nostro modo di intendere e di interagire con la tecnologia, ma non si è mai saputo molto sulla sua vita e sulla sua personalità. Sue Halpern, partendo dall’unica biografia autorizzata di Jobs, ci conduce attraverso luci e ombre della vita e della carriera del fondatore della Apple.</div></div>
<p>A poche ore dalla morte di Steve Jobs – il numero uno della Apple – la gente ha cominciato a comparire davanti agli Apple Store portando fiori, candele e messaggi di lutto e di gratitudine, che hanno trasformato questi esercizi commerciali in sacrari. È stato un tributo che poco si addice all’uomo che nel1976 hacreatola Applenel garage dei genitori e che l’ha fatta crescere sino a farla diventare, non più tardi dello scorso agosto, l’azienda che vale di più al mondo, una società che dispone di più liquidità del ministero del Tesoro degli Stati Uniti. In quale posto migliore deporre una corona se non davanti a un luogo che è stato esso stesso costruito come un tempio dei prodotti Apple, le cui scale di vetro e i pavimenti in pietra serena toscana esprimevano perfettamente l’estetica di Jobs, il «massimo effetto attraverso il minimalismo». E perché non piangere pubblicamente l’uomo che ci ha dato gli oggetti più trendy: l’iPod, l’iPhone, l’iPad e i computer più user friendly e belli da vedere?</p>
<p>A quanto scriveva l’esperto di branding Martin Lindstrom sul ‘The New York Times’ appena una settimana prima della morte di Jobs, quando una persona sente lo squillo del suo iPhone si attiva la corteccia insulare del cervello, il luogo dove sono registrate le emozioni e i sentimenti di amore. Se ciò è vero, allora il sillogismo amo ogni cosa del mio iPhone, Steve Jobs ha creato questo iPhone, allora io amo Steve Jobs, per quanto fallace, ha una sua ragione d’essere emozionale e ci fa capire perché un numero così grande di persone si è commosso più che superficialmente alla sua scomparsa. <span class="mgm_private_access"></p>
<p>Quando è morto lo scorso ottobre, a cinquantasei anni, Jobs era un’icona, come lo erano il logo della Apple o l’iPod o gli stessi originali computer Macintosh. Conosciuto per il suo look in jeans e dolcevita nera, l’uomo di Cupertino era il marketing di se stesso e, per estensione, della sua azienda. Il messaggio era semplice: io non sono una persona formale e conformista, e noi non creiamo prodotti per questo tipo di gente. Negli Stati Uniti amano i loro eroi dell’industria, e infatti ancora pochi anni fa i libri sull’ex presidente della General Electric Jack Welch, sul guru della finanza Warren Buffett e su Lee Jacocca, già presidente della Chrysler, troneggiavano nelle classifiche. Ma in quel paese amano celebrare anche i loro cittadini iconoclasti, le persone che vanno contro il sistema e che lo trasformano a propria immagine. Come chiarisce la biografia tempestiva di Walter Isaascson, Jobs aspirò a essere entrambe le cose, e visse come se non vi fossero contraddizioni tra il pensiero aziendale e quello della controcultura, e tutto questo, insieme alle macchine seducenti e al software innovativo che egli ci ha tramandato, è alla radice della fascinazione che il pubblico prova nei suoi confronti.</p>
<p>La biografia di Isaacson – poco più dell’elenco completo dei passi in avanti e di quelli falsi di Jobs, da arrogante e mediocre ingegnere che l’Atari aveva relegato al turno di notte a causa della sua scarsa igiene, a una delle persone più celebrate al mondo, a cui è riconosciuto quasi universalmente la sua rivoluzione nel mondo dei personal computer, della distribuzione musicale e dei telefoni cellulari – si distingue dalle altre biografie di Jobs in virtù del rapporto che l’autore aveva instaurato con il protagonista. È un libro che lo stesso Jobs aveva richiesto, contattando Isaacson poco tempo dopo che gli era stato diagnosticato il tumore. Gli avrebbe chiesto di scrivere la biografia affinché – così disse il guru della Apple – dopo la sua morte, i figli avrebbero saputo meglio chi era stato. Jobs si era messo a completa disposizione dell’autore e gli aveva garantito il pieno accesso alla sua persona e alla sua famiglia, senza interferenze né un controllo redazionale esplicito.</p>
<p>Com’è stato ampiamente riportato nella frenesia dell’uscita del libro, Isaascson, che all’epoca era all’oscuro della diagnosi fatta a Jobs, era riluttante. Cinque anni dopo, quando Jobs ha lasciato per la seconda volta l’azienda, stavolta per motivi di salute, su insistenza del numero uno di Cupertino e della moglie, Isaacson si è imbarcato nel progetto. Dopo due anni, quaranta interviste con il protagonista e seicento pagine, il libro è andato in stampa: due settimane prima appena della sua scomparsa e un mese prima della data di pubblicazione programmata, anticipata rispetto al marzo 2012. Alla sua morte, i preordini del libro sono schizzati del 54.000 per cento.</p>
<p>Quando Isaacson ha chiesto a Jobs perché avesse scelto proprio lui per scrivere la sua biografia autorizzata, il guru della Apple gli risposto che lui era «bravo a far parlare le persone». Isaacson, già direttore della rivista ‘Time’ e presidente della CNN, aveva dichiarato di essere piacevolmente sorpreso, forse perché le sue due biografie precedenti – accolte con successo – riguardavano uomini che potevano parlare solo dalla tomba: Benjamin Franklin e Albert Einstein. Più probabilmente Jobs, che si considerava una persona speciale, aveva scelto Isaacson perché si considerava alla pari di Franklin e di Einstein. E, completata la stesura del libro, anche Isaacson sembrava pensarla allo stesso modo. «Allora, Jobs era intelligente?» si è domandato l’autore durante una presentazione del libro sul ‘The New York Times’, qualche giorno dopo l’uscita. «Non nel senso tradizionale. Piuttosto, Steve Jobs era un genio», è stata la sua risposta.</p>
<p>Mentre, in generale, il dibattito su «chi è un genio?» è spinoso e inestricabile, poiché il concetto di genio è destinato immancabilmente a una definizione approssimativa, nel caso di Steve Jobs esso è ancora più spinoso e più inestricabile. Dipende anche dal fatto che il mondo della tecnologia, nel quale la maggior parte di noi risiede per il semplice fatto di possedere un telefonino o di usare il computer, non è differente dal mondo dello sport o da quello della politica: ama una sana rivalità. Se, anni fa, la competizione vedeva schieratela Microsoftcontrola Apple, oggi l’antagonismo è frala Applee Android. Qui, i tifosi di una piattaforma irridono i supporter della piattaforma rivale (un classico epiteto è «fanboys», un sinonimo di nerd o sfigati) e denigrano la loro intelligenza. Azzardatevi a definire Steve Jobs genio, e sentirete levarsi (forte) la voce dei detrattori della Apple. Osate dubitare del suo genio, e sarete attaccati dai suoi numerosi fan. Se pure c’è qualcosa di accattivante in questo turbinio di passioni, esse suggeriscono anche i vincoli esistenti quando si scrive un libro su un personaggio contemporaneo e quando ci si pronuncia sul suo posto tra i grandi della storia. E benché abbia scritto quella che ha tutti gli aspetti di una cronaca scrupolosamente corretta della vita professionale di Jobs, Isaacson non è in condizioni più favorevoli di noi per sapere dove andrà a collocarsi la sua esistenza negli annali dell’innovazione.</p>
<p>L’altra ragione che complica la candidatura di Jobs a ruolo di genio riguarda la natura collaborativa delle invenzioni aziendali e la poca trasparenza circa le paternità tecnologiche. Jobs non ha inventato il personal computer, che è antecedente ad Apple I, e che comunque non aveva progettato lui; non ha inventato l’interfaccia grafica, per esempio le icone che clicchiamo quando usiamo il nostro computer, che è stata inventata dagli ingegneri della Xerox; e nemmeno ha concepito l’animazione al computer. Jobs infatti ha acquistato una partecipazione di un’azienda che, quasi come un fattore aggiunto, ospitava i massimi creativi del pianeta nel campo dell’animazione digitale. Jobs non ha inventato il telefono cellulare né lo smartphone, perché i primi esemplari in circolazione li aveva prodotti inizialmentela IBMe poila Nokia. Enemmeno ha inventato i tablet: Alan Kay aveva progettato Dynabook negli anni Sessanta. Come non ha inventato i lettori MP3 portable, in quanto nel 1997 il Listen Up Player aveva vinto il premio all’innovazione del Consumer Electronics Show, quattro anni prima che Jobs presentasse l’iPod.</p>
<p>Piuttosto, il merito di Jobs è stato capire come rendere ciascuno di questi prodotti un prodotto migliore, o più user-friendly, o più bello, o più utile o all’avanguardia<sup>1</sup>.  Qualche anno fa, in un profilo biografico su ‘Salon’, Scott Rosenberg aveva definito Jobs <em>auteur</em>, artista, digitale, una descrizione quanto mai azzeccata.</p>
<p>Lo stampo della carriera di Jobs è stato creato nel 1975, alcuni mesi prima che lui e i suoi amici allestissero il laboratorio nel garage dei suoi genitori a Los Altos, in California, nei pressi di Palo Alto. Il numero uno della Apple, che aveva lasciato il Reed College ed era ritornato a casa, passava molto tempo con il compagno delle superiori Steve Wozniak. Questo ragazzo, un ingegnere della Hewlett-Packard timido e goffo nei rapporti sociali, entrò a far parte di un gruppo di <em>phone phreakers</em><sup>2</sup> e di ingegneri anticonformisti e indipendenti, che si riuniva sotto la sigla Homebrew Computer Club. Fu a una delle riunioni che Wozniak vide un Altair, il primo personal computer costruibile a partire da un kit completo, e da qui nacque la sua idea che sarebbe stato possibile usare un microprocessore per creare un computer da tavolo completo. «Mi saltò semplicemente in testa la visione completa di un personal computer. Quella notte cominciai a disegnare sulla carta quello che in seguito sarebbe diventato l’Apple I»<sup>3</sup> ricorda Wozniak a Isaacson.</p>
<p>Wozniak poi l’ha costruito usando parti rimediate qua e là, saldandole sulla scheda madre nelle ore tarde del dopolavoro, e scrivendo il codice che avrebbe collegato tastiera, unità disco, processore e schermo. Qualche mese dopo avrebbe premuto l’interruttore, e la macchina avrebbe funzionato. «Era il 29 giugno 1975, una domenica», scrive Isaacson, «una data storica per il personal computer. “Era la prima volta in assoluto”, avrebbe detto in seguito Wozniak, “che qualcuno digitava un carattere su una tastiera e lo vedeva comparire sullo schermo del computer di fronte a lui”»<sup>4</sup>.</p>
<p>Il primo impulso di Wozniak fu regalare il progetto del computer. Il giovane ingegnere aveva aderito alla filosofia hacker dell’Homebrew e pertanto gli sembrava la cosa giusta da fare. Invece, il suo amico Steve Jobs afferrò al volo le potenzialità commerciali della creazione di Wozniak, e dopo averlo blandito in ogni modo, lo convinse a non far circolare i disegni dell’architettura del computer: voleva commercializzare insieme le schede e i circuiti stampati. Si misero perciò ad assemblare le schede a mano nel garage di Jobs. Ricorda Wozniak: «Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di vendere computer. Fu Steve a dirmi: “proviamo a fabbricarli e vendiamone alcuni”».<sup>5</sup> E sempre Jobs spinse l’amico a vendere i circuiti integrati rincarando notevolmente il prezzo – Wozniak voleva venderli a prezzo di costo – e fu ancora Jobs ad avere l’idea di costituire una società che avrebbe inglobato la proprietà del progetto di Wozniak, per capitalizzarlo in un prodotto di consumo. Dopo un mese avevano realizzato i primi profitti. Jobs aveva ventidue anni. Non aveva inventato il computer Apple: aveva inventatola Apple Computer. Così facendo, egli aveva inventato un modus operandi che avrebbe ripetuto in tutta la sua carriera, ossia il vedere con chiarezza prodigiosa le implicazioni commerciali e il valore dell’opera delle altre persone.</p>
<p>Dopo l’Apple I, le cui innovazioni erano tutte interne al <em>case</em>, la custodia, Wozniak si mise all’opera per l’Apple II, che prometteva di diventare una macchina più potente. Jobs capì tuttavia che la sua vera forza si sarebbe espressa solo se il personal computer fosse uscito dalla cerchia dei cultori della tecnologia, come i tizi dell’Homebrew. Per riuscirci – egli credeva – il computer avrebbe dovuto essere bello da vedere, non incutere timore ed essere facile da usare. Fu la sua grande intuizione, che avrebbe contraddistinto ogni futuro prodotto Apple immesso sul mercato, e che caratterizza tuttora il marchio della mela. Per l’Apple II Jobs concepì un <em>case</em> sagomato in plastica che avrebbe alloggiato l’intero computer, eccezion fatta per la tastiera. L’ispirazione gli era venuta dopo avere visto da Macy’s i tritatutto della Cuisinart. Colpito dal loro design, Steve ingaggiò un progettista dell’Homebrew Computer Club, ché creasse un prototipo, e un ingegnere dell’Atari che inventasse un nuovo tipo di alimentatore per evitare al computer un ventilatore interno, perché i ventilatori sono rumorosi e ineleganti.</p>
<p>Iniziò così l’ossessione di Jobs per la custodia e per il design. Isaascson riferisce che, quando venne l’ora di produrre l’involucro dell’Apple II, Jobs rifiutò tutte le duemila sfumature di beige della tavolozza dei colori Pantone. Nessuna faceva al caso suo, e se non l’avessero fermato, avrebbe richiesto la sfumatura numero duemilauno. Eppure, sulla base di qualsiasi parametro, l’Apple II fu un trionfo: in sedici anni e dopo numerose versioni, ne sono stati venduti quasi sei milioni di esemplari.</p>
<p>Nonostante l’enorme successo di Apple II, furono le prove fuori città a rivelarsi il grande show dell’azienda di Cupertino, incarnato dall’Apple Macintosh. Per inciso, quasi trent’anni dopo i due termini «Apple» e «Mac» sono intercambiabili nel parlato quotidiano. Jobs entrò nel progetto quando la macchina era già in cammino, dopo essere stata avviata da un gruppo della Apple che lavorava a un computer di nome Lisa. I suoi sviluppatori, provenienti dalla più conservatrice Hewlett-Packard, immaginavano di venderlo ad aziende e a grandi istituzioni. Viceversa, il Mac, il cui prezzo era fissato in mille dollari, fu concepito per attirare il grande pubblico: sarebbe statola Volkswagendei computer. Ma quando fu distribuito nel 1984 il suo prezzo era più che raddoppiato, in parte per coprire le grandi spese di investimento affrontate da Jobs per promuoverlo, che fecero di questa macchina il personal computer più costoso sul mercato.</p>
<p>Il Lisa e il Mac avevano in comune un tratto essenziale: erano stati costruiti intorno a una nuova interfaccia utente – sviluppata dagli ingegneri del Palo Alto Research Center della Xerox Corporation (PARC) – che manipolava ogni pixel sullo schermo usando un procedimento di loro invenzione, il bit-mapping. I comandi astrusi del sistema operativo DOS, basati sul testo scritto, che erano stati necessari per far funzionare il computer, erano roba superata. Ora erano possibili colori e font, e disegni. Usando la metafora del desktop, della scrivania, gli ingegneri del PARC piazzarono sullo schermo delle piccole rappresentazioni grafiche dei documenti e delle cartelle, e costruirono un dispositivo esterno di puntamento guidato a mano – che chiamarono mouse, per le sembianze da topo – per navigare sulla scrivania puntando e cliccando, per aprire e chiudere i documenti e per effettuare altre operazioni.</p>
<p>Quando vide queste dimostrazioni nei laboratori del PARC, Steve capì all’istante che l’interfaccia grafica bitmap del PARC era la chiave affinché l’utente la trovasse semplice, divertente e intuitiva; non tecnica, insomma. Sapeva che questa era la cosa da fare, e che avrebbe ridisegnato il mondo del personal computer. «Fu come se mi avessero tolto un velo dagli occhi», ricorda Jobs a Isaacson. «Capii quale sarebbe stato il futuro dell’informatica».<sup>6 </sup> Quello che Jobs non poteva vedere era il suo stesso futuro nell’azienda che aveva contribuito a fondare. Infatti, un anno dopo l’uscita del Macintosh, Jobs fu costretto a lasciare l’azienda di Cupertino. Prelevò le sue stock option, se ne andò con quasi cento milioni di dollari e si mise alla ricerca di qualcos’altro da fare. Col tempo, si sarebbe buttato in due imprese. La prima fu fondare una nuova azienda di computer di alto livello,la NeXT. La seconda fu comprare un piccolo studio di animazione in computer grafica che il cineasta George Lucas aveva fretta di vendere.</p>
<p>Nel frattempo,la Applenavigava in cattive acque. La filosofia ispiratrice di Jobs – che per massimizzare l’esperienza dell’utente era necessario avere il controllo dell’hardware e del software – aveva generato prodotti superiori, ma non era in sintonia con il mercato, che li voleva più economici e veloci, anche se più economici e veloci erano brutti e poco maneggevoli. Il numero uno di Microsoft Bill Gates lo aveva capito e vendette la licenza del sistema operativo MS-DOS della sua azienda a diverse società informatiche, fra cui l’IBM. E in breve, Microsoft e IBM avrebbero dominato il mondo del personal computer.</p>
<p>Jobs era ormai stato estromesso dalla Apple, e i nuovi dirigenti cercarono di salvare capra e cavoli continuando a vendere i sistemi hardware-software chiusi, di loro produzione, e di vendere al contempo la licenza del software ai produttori di cloni. Con un unico risultato: la riduzione delle vendite dell’hardware. Nel 1996, la quota di mercato della Apple nel mondo del PC era crollata dal 16 al 4 per cento, e il giornalismo economico-finanziario considerava l’azienda come bollita.</p>
<p>Se la company di Cupertino stava crollando, i due investimenti di Steve Jobs non se la stavano passando molto meglio. La sua azienda di computer,la NeXT, intendeva costruire workstation affidabili, sullo stile dei Mac, potenti a  sufficienza per essere usate nelle università e in altri centri di ricerca. «Sullo stile dei Mac», voleva dire elegante e intuitivo. E «potente a sufficienza» significava una capacità di calcolo che permettesse di eseguire funzioni di livello elevato. Un piccolo gruppo di ingegneri del software, alcuni dei quali provenivano dalla Apple (scatenando una causa legale), sviluppò un nuovo sistema operativo basato su UNIX, che era stato partorito dai laboratori Bell alla fine degli anni Sessanta: il primo sistema operativo che non dipendeva da una macchina specifica. Mentre gli ingegneri erano all’opera, Jobs rivolse la sua attenzione al design di NeXT, che immaginò come un cubo perfetto. A quanto racconta Isaacson, la quasi impossibilità di costruire un simile cubo fece andare i costi alle stelle. Infatti dovettero progettare apposta una smerigliatrice da 150.000 dollari per arrotondare i bordi ruvidi e degli stampi per costruire i lati, dal costo di 650.000 dollari ciascuno.</p>
<p>Sebbene l’intento di Jobs conla NeXTfosse quello di creare un computer per la ricerca affidabile, al suo lancio il cubo costava seimilacinquecento dollari, richiedeva una stampante di duemila dollari e un hard disk esterno da duemilacinquecento, perché il disco ottico su cui egli si era impuntato era troppo lento. A quel prezzo, nessuno lo voleva comprare. Invece delle diecimila unità che l’azienda aveva stimato di spedire ogni mese, non furono vendute più di quattrocento unità. Come conferma Isaacson, la società di Jobs era sull’orlo del collasso finanziario.</p>
<p>Il discorso valeva anche per lo studio di animazione in computer grafica, che richiedeva continue iniezioni di liquidità per restare sul mercato. Se avesse trovato un acquirente, Jobs se ne sarebbe disfatto. Invece, vi riversò cinquanta milioni di dollari, metà dei quali realizzati vendendo le sue azioni della Apple. In una sorta di ripensamento, gli animatori della Pixar produssero uno short promozionale per mostrare il suo esclusivo pacchetto hardware e software, che costava più di centoventimila dollari. La cosa rimarchevole è che il film ricevette una nomination agli Oscar. Fu il primo di una serie di altri corti, uno dei quali, <em>Tin Toy</em>, avrebbe poi davvero vinto l’Oscar nel 1989, e di un accordo con la Disney per produrre un film interamente animato al computer. Uscito alla fine del 1995, <em>Toy Story</em> fu il film che quell’anno sbancò i botteghini. Scommettendo sul successo del film, Jobs aveva fatto in modo che la società, nel frattempo battezzata Pixar, sbarcasse in borsa la settimana dopo l’entrata del film in sala. Alla fine della prima giornata di contrattazioni, la quota della Pixar posseduta da Jobs valeva 1,2 miliardi di dollari.</p>
<p>Poi, in un rivolgimento di eventi ancora più improbabile, anche l’investimento di Jobs nella NeXT cominciò a dare profitti. Non tanto in termini di denaro – benché si sarebbe tradotto in un numero significativo di stock options — ma in qualcosa di più prezioso, vale a dire la riabilitazione.La Apple, che pareva ormai prossima alla liquidazione, stabilì infatti un accordo con lui per acquistare il sistema operativo della NeXT, e lui lo accettò. Undici anni dopo la sua espulsione, Jobs rientrava nella società che aveva fondato.</p>
<p>La parte successiva della storia del nostro protagonista – che chiameremo atto terzo – è quella a noi più familiare, perché coincide con un punto critico decisivo nella vita anche di chi è privo dei mezzi o del desiderio di comprare i prodotti Apple: la crescita metastatica di Internet. Jobs fu preveggente nel capire quanto in profondità Internet avrebbe inciso nella nostra vita, e che non si sarebbe limitata ai computer di rete. Una volta lanciato l’iPod, e poi il negozio iTunes, e poi ancora l’iPhone, seguito dall’App Store, dalla Apple TV, e poi dall’iPad e dall’iBookstore, e oggi da iCloud, Jobs e il suo team alla Apple hanno creato un intero iUniverso in espansione, a cui era difficile sottrarsi. E, in tempi a noi più vicini, Siri, l’«assistente vocale» appena lanciato che elabora il linguaggio naturale, inserito nell’iPhone 4S, ha la potenzialità di contrarre l’universo rivale creato da Google, poiché invierà sempre meno richieste tramite il motore di ricerca di Google, il core business di quest’azienda.</p>
<p>L’assunto iniziale di Jobs, ossia chela Appledovesse gestire l’esperienza dell’utente controllando sia l’hardware sia il software – un assunto che negli anni Ottanta e Novanta aveva quasi distrutto l’azienda – continuava a essere la sua filosofia ispiratrice. Ma questa volta avrebbe proiettatola Appleda marchio di nicchia a fenomeno di mercato di massa. La ragione era anche dovuta al fatto che, una volta entrati nell’iUniverso, i consumatori avrebbero avuto dei costi per uscirne, oltre al fatto che Jobs si era assicurato che fosse un bel posto dove vivere. E pur essendo diventato da mercato di massa, il brand conservò le sue caratteristiche.</p>
<p>Il fattore immagine aveva contraddistintola Applesin dai suoi esordi. L’estetica Zen di Jobs – che aveva studiato per anni il buddismo – la sua passione per il design, la buona sorte nell’assumere Jony Ive, il più raffinato industrial designer oggi in circolazione, e gli altri elementi della sua filosofia ispiratrice – che la funzione non deve imporsi sulla forma ma che, piuttosto, la forma e la funzione sono integrate, simbiotiche – ha dato vita a prodotti dall’aspetto esclusivo che, quasi senza eccezione, funzionavano molto meglio di qualsiasi altro. E nel caso che tutto questo non fosse un incentivo sufficiente per separare i consumatori dai loro soldi, Jobs ha trasformato il lancio dei prodotti in una produzione teatrale, creando una suspense nei mesi e nelle settimane precedenti, con fughe di notizie e rumors sulle caratteristiche «rivoluzionarie» e «magiche», affittando poi grandi sale. Qui l’evento sarebbe stato orchestrato nei minimi dettagli: il giorno del lancio egli avrebbe parlato a lungo, quasi sempre su un palco disadorno, dove lui, vestito in jeans e girocollo nera, avrebbe pronunciato ripetutamente gli aggettivi «magico» e «rivoluzionario». Il lancio del primo Mac è avvenuto poco dopo un coinvolgente filmato pubblicitario diretto da Ridley Scott, che lasciava intendere come chiunque usasse un PC IBM fosse un parassita, e come, invece, gli utenti del Mac fossero persone in lotta contro il conformismo. Il video fu trasmesso durante il Super Bowl del 1984, e sarebbe diventato il modello per ogni lancio a venire dei prodotti Apple:</p>
<p>La pubblicità in televisione e la frenesia degli articoli in anteprima sulla stampa furono i primi due elementi di quello che sarebbe diventato il copione di Steve Jobs per fare della presentazione ai consumatori di un nuovo prodotto un momento epocale nella storia del mondo. Il terzo elemento era il disvelamento in pubblico del prodotto, con fanfara e coriandoli, fra una folla di fedeli adoratori e giornalisti a cui era stato concesso il privilegio di essere coinvolti nell’eccitazione generale.<sup>7</sup></p>
<p>Per inciso, va segnalato che oggi i prodotti Apple vengono lanciati in filmati nei blog del ‘The New York Times’ e di altri importanti quotidiani, come se fossero eventi sportivi o le ultime notizie. Jobs era così bravo in questo show che non dava la sensazione di essere sul palco per vendere un prodotto, ma che fosse lì per offrire. E quello che lui stava offrendo era la possibilità di condividere una magia. E chi non avrebbe voluto farne parte?</p>
<p>Come altri prima di lui, Isaacson parla di quello che i collaboratori di Steve Jobs hanno definito il suo «campo di distorsione della realtà», ossia la sua convinzione che le regole non valessero per lui, e che la verità fosse una sua creazione. «In sua presenza, la realtà diventa malleabile. Riesce a convincere chiunque praticamente di qualsiasi cosa», ha spiegato un collega della Apple a Isaacson. Questo significava in pratica che quando Jobs diceva ai suoi dipendenti che potevano fare cose che non erano mai state fatte prima – come ridurre le dimensioni delle schede dei circuiti o scrivere un pezzo di un codice o allungare la vita della batteria – loro si mostravano all’altezza, spesso pagando un grande prezzo personale. «Non importava che egli vi stesse servendo una pozione mortale: la bevevate», ha rincarato un altro dipendente.</p>
<p>E così, per molti aspetti, è successo alla maggior parte di noi, e non solamente comprando ciò che Steve Jobs stava vendendo, ovvero i prodotti e la sensazione di essere una persona migliore (più brillante, più trendy e più creativa) grazie ad essi. Con la sua ammaliante teatralità, il raffinato marketing e le confezioni seducenti, Jobs convinceva milioni di persone in ogni angolo del mondo che la provenienza dei dispositivi Apple era magica anch’essa: <em>machina ex deus</em>. Come altrimenti spiegare la loro popolarità, nonostante provenissero da luoghi che non fanno di noi persone migliori per il semplice fatto di possederli: le fabbriche in Cina, dove decine di giovani operai si sono suicidati, alcuni buttandosi dalla finestra; dove i lavoratori, oggi, devono sottoscrivere un impegno in cui affermano che non cercheranno di uccidersi, ma che, se lo faranno, i loro famigliari non potranno citare l’azienda per danni; dove tre persone sono morte e quindici sono rimaste ferite in seguito all’esplosione di polvere di alluminio; e dove centotrentasette esposte a sostanze tossiche hanno subìto danni al sistema nervoso; dovela Apple non ha offerto alcun risarcimento ai dipendenti feriti; dove gli operai, alcuni appena tredicenni, stando a un articolo del ‘New York Times’, lavorano settantadue ore per settimana, a volte più a lungo, con un salario minimo, poche pause e cibo scarso, per soddisfare la travolgente domanda generata dalla teatralità, dal marketing, dalle confezioni, dall’ingegneria nella sua perfezione, e dall’istinto del gregge; e dove – è superfluo aggiungere – la gente che crea tutto questo non può permettersi di comprarlo?</p>
<p>Sebbene possa essere comodo supporre chela Applenon sia differente da ogni altra azienda che fa affari in Cina – un esempio da manuale come pochi di fallacia logica – in realtà, l’azienda di Cupertino è peggio. Secondo uno studio riportato da Bloomberg News lo scorso gennaio, la l’azienda del Mac si classificava agli ultimi posti fra le ventinove aziende tecnologiche «in termini di sensibilità e di trasparenza ai problemi di salute e ambientali in Cina». Eppure entrando nella fabbrica della Foxconn, dove le persone lavorano sei giorni alla settimana, dal mattino presto alla sera tardi in un silenzio coatto, Steve Jobs potrebbe essere entrato nel suo più grande campo di distorsione della realtà. «Entri in questo posto ed è una fabbrica, ma, accidenti!, ci sono ristoranti e sale cinematografiche, e ospedali e piscine», ha spiegato rispondendo alle domande dei giornalisti sulle condizioni di lavoro, poco tempo dopo l’ondata di suicidi. «Per essere una fabbrica, non è affatto male».</p>
<p>Steve Jobs ha pianto molto. Questo è uno dei fatti salienti rivelatoci da Isaacson sul protagonista della sua biografia, un fatto saliente non già perché ci mostra la profondità emotiva di Jobs ma perché è un esempio della sua natura poco empatica. Steve Jobs piangeva quando non riusciva a fare le cose a modo suo. Era prepotente, dissimulatore, spilorcio, era un padre poco premuroso, un manipolatore, ma a volte sapeva essere una brava persona. Isaacson non ha paura di mostrarci questi suoi lati. Il problema è che il protagonista della biografia si mostra un uomo così ripugnante, crudele persino con il suo migliore amico Steve Wozniak, irridente praticamente verso chiunque, spietato verso persone che pensavano di essergli amiche, indifferente verso le figlie, al punto che spesso il libro è un pugno nello stomaco. Gli amici attuali e quelli di un tempo pensano che il suo cattivo comportamento dipendesse dal fatto di essere stato messo in adozione alla nascita. Una ex fidanzata, che avrebbe poi operato nel campo della salute mentale, pensava che Steve fosse affetto da disturbo narcisistico della personalità. John Sculley, che aveva orchestrato la sua espulsione dalla Apple, si domandava se Steve non soffrisse di un disturbo bipolare. Ma Jobs aveva liquidato i suoi eccessi con una sola parola: artista. Agli artisti, così egli sembrava credere, si perdona il cattivo carattere. Isaacson sembra pensarla allo stesso modo, dimostrando che è possibile scrivere un’agiografia pur mettendo a nudo i lati peggiori di una persona.</p>
<p>La definizione di una persona come artista, come la definizione di genio, è elastica, e ognuno di noi la può pretendere per sé stesso o attribuirla a qualcun altro. È indubbio che i prodotti concepiti con tanta intelligenza da Steve Jobs e costruiti dalla Apple erano belli ed eleganti, ma erano, a conti fatti, dei prodotti. E di solito gli artisti aspirano ad arricchire il mondo con una perdurante bellezza; le aziende di elettronica di consumo aspirano a vendere un sacco di gadget, fabbricando il desiderio per il modello di quest’anno nella speranza che la gente abbandoni il modello dell’anno prima.</p>
<p>Il giorno prima che Jobs morisse,la Appleha lanciato la quinta versione dell’iPhone, la 4S, e nei primi giorni ne sono stati venduti quattro milioni di esemplari. Quest’anno sarà la volta dell’iPhone 5, di un nuovo MacBook, e di nuovi iPod e iMac. Significa che da qualche parte nel terzo mondo della povera gente sta frugando fra cataste di scarti elettronici per recuperare frammenti di oro e di altri metalli, per ricavarne forse non più di due dollari. Mucchi alti e tossici riversano veleni e sostanze cancerogene, come piombo, cadmio e mercurio, che si sciolgono nella loro pelle, nel terreno, nell’aria e nell’acqua. Tale potrebbe essere l’eredità più duratura dell’arte di Steve Jobs.</p>
<p>(<em>Traduzione di Silvio Ferraresi</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em>  <strong><div class="note"></strong></p>
<p>1. Qui “all’avanguardia” traduce <em>cutting-edge</em>, letteralmente “dal bordo affilato”. A riguardo, circola su YouTube un video che mostra il patinato MacBook Air usato per affettare una mela. N.d.T</p>
<p>2. Hacker che si inventavano il modo per fare telefonate interurbane gratis. N.d.T</p>
<p>3. <em>Steve Jobs</em>, Mondadori, 20110, trad. it., p. 73.</p>
<p>4. <em>ibid</em>., trad. it<em>.</em>, p. 74.</p>
<p>5. <em>ibid.</em>, trad it., p. 75.</p>
<p>6. <em>ibid.</em>, trad. it., p. 111.</p>
<p>7. <em>ibid.</em>, trad. it., p. 184.<em></em></p>
<p><strong></div></strong></p>
<p><em> </em><strong><div class="bio"></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>SUE HALPERN </strong><em>è scholar in residence al Middlebury College e direttrice del progetto no-profit </em>Face of Democracy<em>.</em> <em>È autrice di libri di saggistica, quali</em> Four Wings and a Prayer <em>(Paw Prints, 2008),</em> Migrations to Solitude <em>(Random House, 1997), e di due romanzi.</em> <em>Scrive su alcune importanti testate, fra cui</em> <em>‘The New Yorker’, ‘The New York Times’, ‘Rolling Stone’, ‘Condé Nast Traveler’ e ‘The New York Review of Books’. Il suo più recente libro è </em>Can’t Remember What I Forgot: Your Memory, Your Mind, Your Future <em>(Three Rivers Press, 2009).</em></p>
<p><strong></div></strong></p>
<p><strong></span></strong></p>
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		<title>I guazzabugli di de Kooning</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 19:07:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ARTE. Willem de Kooning, uno dei massimi esponenti della pittura astratta del XX° secolo, a cui il MoMA di New York ha recentemente dedicato una retrospettiva di alcune delle sue opere più significative, illustrata in questo articolo da Sanford Schwartz.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><div class="ref"></strong></p>
<p><strong><em>de Kooning: A Retrospective</em></strong><em> </em>mostra tenutasi a The Museum of Modern Art, New York City, dal 18 settembre 2011 al 9 gennaio 2012. Catalogo della mostra di John Elderfield, in collaborazione con Lauren Mahony, Jennifer Field, Delphine Huisinga, Jim Coddington, e Susan F. Lake, pubblicato da David Frankel, Museum of Modern Art, 504 pp., $75.00; $55.00 (brossura)<strong></strong></p>
<p><strong></div></strong></p>
<p><strong> </strong><div class="jbox blue" style="-moz-border-radius: 3px;-webkit-border-radius: 3px;-khtml-border-radius: 3px;border-radius: 3px;-webkit-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);-moz-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);"><div  class="jbox-content">
ARTE. Willem de Kooning, uno dei massimi esponenti della pittura astratta del XX° secolo, a cui il MoMA di New York ha recentemente dedicato una retrospettiva di alcune delle sue opere più significative, illustrata in questo articolo da Sanford Schwartz.<em></em></p>
<p><strong></div></div></strong><em></em></p>
<p>Alla retrospettiva di Willem de Kooning allestita al Museum of Modern Art, il negozio di gadget vende una tazza che riporta questa citazione dell’artista: «Nell’arte ogni idea è buona come un’altra». La frase manifesta un pensiero tipico di de Kooning – come sappiamo sia dalle dichiarazioni pubbliche che dalle sue affermazioni registrate – per il fatto che è allo stesso tempo divertente, un po’ scioccante, chiaramente con i piedi per terra e ti fa vedere le cose in maniera un po’ differente. Il punto di de Kooning era che tu puoi prendere in considerazione un’idea e improvvisamente vedere un numero di artisti,  fino ad allora scollegati uno dall’altro, improvvisamente divenire connessi ad essa. Ma le sue parole suggeriscono anche che il fatto importante non è tanto il tema scelto dall’artista quanto il modo in cui esso viene sviluppato. Come molte delle affermazioni di de Kooning, questa frase è portatrice di una verità umana e artistica che tende a essere dimenticata quando i curatori, i critici e persino gli artisti, nelle loro dichiarazioni in pubblico, parlano di arte.</p>
<p>Sotto un altro aspetto, tuttavia, il pensiero di de Kooning tende a smussare le differenze, e la frase mi è tornata in mente mentre provavo a conciliare la perizia tecnica e l’intensità quasi estenuante di gran parte delle opere in mostra al Modern con il senso di stasi e d’inafferrabilità che esse lasciano dentro. Durante tutto il periodo della sua attività lavorativa, che si estese dalla fine degli anni Venti fin quasi alla fine degli anni Ottanta, de Kooning (morto nel 1997, all’età di novantadue anni) fu un artista sfuggente quasi in modo programmatico. Tentò continuamente di confondere la distinzione tra l’astratto e il figurativo, e i suoi ritratti possono dare adito a fraintendimenti. I suoi quadri più conosciuti, quelli che ritraggono donne sedute e che risalgono ai primi anni Cinquanta, sono guazzabugli di pennellate violente, anche se il tenore generale di quei quadri comporta un ridimensionamento in chiave satirica di quelle pennellate stesse. Egli riteneva, come notò relativamente a Mondrian, che provare a mantenere nel tempo uno stile ben definito fosse una «pessima idea». Scrisse che quando lesse la frase di Kierkegaard «essere puro significa volere una sola cosa», quelle parole lo «fecero rabbrividire». Ma per il resto era anche un grande ammiratore di Kierkegaard, come anche di Mondrian. <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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</div></span></em></p>
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		<title>Il libro da cui scaturisce la nostra letteratura</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 19:02:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 17]]></category>

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		<description><![CDATA[LETTERATURA. Il 2011 è stato l’anno del quattrocentesimo anniversario della pubblicazione della Bibbia di re Giacomo, libro che ha profondamente influenzato la lingua e la letteratura anglosassone nel corso dei secoli. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><div class="ref"></strong></p>
<p><strong>Robert Alter</strong>, <em>Pen of Iron: American Prose and the King James Bible Princeton University Press, 198 pp., $19.95</em><br />
<strong>Idem</strong>,<em>The Wisdom Books: Job, Proverbs, and Ecclesiastes </em><br />
(tradotto dall’ebraico con commento), Norton, 394 pp., $17.95<br />
<strong>Timothy Bea</strong><strong>l</strong>, <em>The Rise and Fall of the Bible: The Unexpected History of an Accidental Book</em>,<em> </em>Houghton Mifflin Harcourt, 244 pp., $25.00<br />
<strong>Harold Bloom</strong>, <em>The Shadow of a Great Rock: A Literary Appreciation of the King James Bible</em>,<em> </em>YaleUniversity Press, 311 pp., $28.00<br />
<strong>Gordon Campbell</strong>, <em>Bible: The Story of the King James Version, 1611–2011</em>, Oxford University Press, 354 pp., $24.95<br />
<strong>Bart D. Ehrman and Zlatko Pleše</strong>, <em>The Apocryphal Gospels: Texts and Translations</em>,<em> </em>OxfordUniversity Press, 611 pp., $35.00<br />
<strong>Liana Lupas</strong>, <em>On Eagles’ Wings: The King James Bible Turns 400</em>,<em> </em>MOBIA, 168 pp., $29.95<br />
<strong>Helen Moore and Julian Reid</strong>, <em>Manifold Greatness: The Making of the King James Bible</em>,<em> </em>Bodleian Library, 208 pp., $35.00<br />
<strong>David Teems</strong>, <em>Majestie: The King Behind the King James Bible</em>,<em> </em><br />
Thomas Nelson, 301 pp., $14.99<br />
</div></p>
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<p>LETTERATURA. Il 2011 è stato l’anno del quattrocentesimo anniversario della pubblicazione della Bibbia di re Giacomo, libro che ha profondamente influenzato la lingua e la letteratura anglosassone nel corso dei secoli. Robert Pogue Harrison ci racconta la storia di questo testo fondamentale.</div></div>
<p>Anche se ha lasciato nella sua scia numerosi libri eccellenti, il quarto centenario dalla pubblicazione della Bibbia di re Giacomo (KJB<sup>1</sup>), è giunto, ed è passato, senza nessuna delle letture pubbliche di alto profilo e della fanfara che nel 1911 aveva contraddistinto il suo trecentesimo anniversario. Una sostanziale maggioranza di americani può ancora “credere in Dio”, eppure il libro che era approdato in America nel diciassettesimo secolo aiutando a generare su quel continente quella che Lincoln chiamava una “nuova nazione” sta rapidamente diventando una <em>terra incognita</em>. Sia nella versione di re Giacomo sia in una delle traduzioni più recenti, la Bibbia non viene letta, né in silenzio né ad alta voce, e tantomeno memorizzata in modo lontanamente paragonabile a quanto lo era un secolo fa, al tempo in cui Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson avevano esaltato la KJB come il “libro nazionale americano”. È lecito ipotizzare che tra un secolo il quinto centenario della Bibbia di re Giacomo – un capolavoro di prosa inglese e il libro più importante nella storia della lingua inglese – non sarà oggetto di nessun festeggiamento. Cosa perde la cultura occidentale se viene a mancare l’alfabetizzazione biblica? Come minimo gran parte dell’accesso alla propria letteratura. E questo non è vero soltanto per la letteratura medievale e rinascimentale, ma anche per gran parte del canone moderno. Quanto di Nietzsche è comprensibile senza una conoscenza di base delle sacre scritture? Quasi non c’è capitolo in <em>Così parlò Zarathustra</em> che non contenga scoperte allusioni o echi alla Bibbia. Le profondità spirituali di autori come Emerson, Thoreau e Dickinson sono in gran parte precluse a chi non abbia un orecchio interno in grado di percepire il <em>basso continuo</em> del dialogo che quei cittadini del New England avevano conla Bibbia. Lo stesso si può dire di un buon numero di modernisti – Yeats, Joyce, Stevens, Eliot, e il cupo Samuel Beckett – che impiegavano costantemente, non fosse che per sovvertirli, motivi e paradigmi biblici. <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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</div></span></em></p>
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		<title>I Salmi prodotti e musicati da Lucio</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:58:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli in chiaro]]></category>
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		<description><![CDATA[«Non c’è sentimento dell’uomo» ha detto S. Agostino «che non sia rappresentato nei Salmi come in uno specchio». Immagini prese in ogni parte del mondo, dalle foreste africane ai grattacieli di New York; grandi pianure americane e le povere case vietnamite; le situazioni a noi più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="ref">
<p>«Non c’è sentimento dell’uomo» ha detto S. Agostino «che non sia rappresentato nei Salmi come in uno specchio».</p>
<p>Immagini prese in ogni parte del mondo, dalle foreste africane ai grattacieli di New York; grandi pianure americane e le povere case vietnamite; le situazioni a noi più lontane come quelle a noi più vicine, nelle strade delle nostre città, tra le mura delle nostre abitazioni. Racconti minimali in video che accompagnano la forza e la poesia delle parole dei Salmi.</p>
<p>Grandi paesaggi naturali, ma non documentario naturalistico; la natura è interpretata, non oggetto di ammirazione, ma soggetto parlante, espressione e voce di una Entità al di fuori e al di sopra. Non solo paesaggi e natura, ma anche mondo animale e l’uomo. Un uomo sorpreso nelle più differenti espressioni culturali, mentre compie un rito sacrificale sui monti dell’Anatolia, oppure quando si appresta al lavoro sovrastato dall’ombra di acciaio, cemento e vetro slanciati verso il cielo. Discretamente la voce fuori campo raccoglie l’espressione di una comune esigenza (il sentire religioso) di cui le immagini provenienti dai più disparati angoli del mondo sono cariche.</p>
<p>Il modo di scrivere, il ritmo della parola nella Bibbia e nei Salmi è molto vicino al linguaggio visuale. Non vi sono definizioni concettuali, le idee vengono proposte attraverso  le immagini e le suggestioni da esse create.</p>
<p>Non ci sono problemi di coerenza. è un modo di scrivere spesso abbandonato dalla educazione letteraria occidentale, ma che sorprendentemente è molto vicino al modo di procedere del linguaggio audio-visuale.</p>
<p>Una natura estatica e mutante, un’umanità colta nelle più differenti espressioni, ma che infine rivolge alla macchina da presa uno sguardo comune, una comune domanda.</p>
<p>Ela Parolaattraverso il video con discrezione risponde.</p>
<p><em></div></em></p>
<p><em><div class="note"></em></p>
<p><em>Per ricordare Lucio, una persona gentile e generosa, vorrei riportare una vicenda che mi ha visto collaborare con lui. Lo incontrai sul finire del ’91. Dal nostro lavoro insieme uscì una serie di considerazioni che non videro mai una pubblicazione e che di seguito vorrei presentare. Stimavo Dalla come autore e, avendo in mente un progetto di film basato sui testi biblici (una sorta di Koyanniskatsy con aggiunta di parole scelte fra i vari libri della Bibbia), stavo provando da tempo ad incontrarlo per proporgli il commento musicale al film. Avere il suo nome come autore delle musiche avrebbe accelerato la fase produttiva del film. In questo paese, in cui se vai ad un incontro e trasformi in oro il portacenere del potente interlocutore di turno, se non sei ‘presentato’, la risposta che ottieni è ‘Interessante, le farò senz’altro sapere qualcosa nelle prossime settimane (che diventano ovviamente la notte dei tempi)’, avere un nome noto che funga da etichetta lasciapassare per accedere al mondo degli aventi parola, è una delle poche tattiche cui è concesso di sortire qualche effetto. Realizzai un video su due testi biblici (due Salmi) e riuscii ad incontrarlo finalmente nel suo studio. Osservò i miei lavori e disse una cosa talmente elogiativa che non riporterò per non incorrere nel peccato di presunzione. Decise poi, di comune accordo con i suoi consiglieri, che prima del film sulla Bibbia si sarebbero realizzati tutti i 150 Salmi in video. Trovavo la scelta inopportuna perché dieci sarebbero stati sufficienti anche per il più devoto dei cristiani. Ma mi fu spiegato dai consiglieri che se non li avessimo fatti tutti, poi qualcun altro avrebbe realizzato i restanti sfruttando il nostro traino. Quindi tutti e centocinquanta, sei ore di video. Impiegai un anno e mezzo a realizzarli tutti. Lui fece la musica come d’accordo, e li produsse al cinquanta per cento con la mia società. A inizio ’93 li presentammo e la stampa diede grande risalto al progetto con una infinità di interviste a Lucio, di cui già si conosceva la sentita fede cristiana. Era un periodo di consistenti rivolgimenti politici conseguenti alla messa in evidenza di un degrado morale di dimensioni bibliche (per rimanere in qualche modo in tema) che non si sapeva esattamente a cosa avrebbe condotto. Il mio progetto risaliva ad una decina di anni prima e le ragioni della sua nascita sono sintetizzate nel documento che segue questa presentazione. A fine ’93 inizio ’94 sentii che da parte della società di Dalla, che produsse i Salmi con noi, vi era improvvisamente una freddezza sul progetto che non mi spiegavo. Era il momento di lanciarlo, perché si rifiutavano improvvisamente le numerose interviste richieste? Ne chiesi ragione ai consiglieri di Lucio, i quali mi dissero che il forte impatto mediatico che aveva avuto la cosa stava spostando l’immagine del cantautore mettendo a rischio il rapporto con il suo fidato pubblico, sostanzialmente molto laico. Produssi quindi il documento qui di seguito riportato e lo feci leggere a Lucio. Il commento che fece non lo riporto per evitare di influenzare l’eventuale vostra lettura.</em></p>
<p><em>Detto questo, vorrei aggiungere che si comportò in modo molto leale con me e sempre in modo rispettoso e gentile. Cosa rara per qualsiasi avente parola da che mondo è mondo.</em></p>
<p><em> </em>Roberto Quagliano</p>
</div>
<p>Si è parlato molto sulla stampa del progetto dei Salmi in video. Credo in termini imprecisi e vorrei spiegare perché.</p>
<p>Il tentativo di tradurre in un lavoro per la televisione e l’home video un testo sacro risale a diversi anni fa. Non si tratta di un adattamento dei versi in sceneggiatura, il testo rimane integro, la sua bellezza non contaminata. Solo, ad esso viene abbinata una musica contemporanea ed immagini raccolte dalle più svariate realtà umane e naturali. Non vi è ricerca filologica o musicologica sulle radici o sull’utilizzo di questi testi. Semplicemente avevo notato che l’integrità del testo può essere felicemente abbinata alla libertà della interpretazione in video. <span class="mgm_private_access"></p>
<p>Due anni fa mostrai il progetto a Lucio Dalla il quale apprezzò la novità della proposta ed il suo carattere di ricerca nel campo della comunicazione e  mi propose di fare lui stesso le musiche di accompagnamento. Da quel momento il progetto ha preso l’avvio. La stampa ne ha parlato molto, ma spesso senza preoccupazione di vedere in pratica di cosa si trattasse. “Dalla musica i Salmi della Bibbia” è diventata una sorta di notizia da rotocalco rosa che non si addice alla serietà artistica e umana che ha sempre contraddistinto questo autore.</p>
<p>Lucio Dalla ha apprezzato il carattere sperimentale dell’operazione (che vorrebbe inaugurare tra l’altro una collana di videoletteratura soprattutto con titoli al di fuori delle tematiche religiose) ed ha colto l’occasione per produrre una serie di composizioni che si potrebbero definire in stile new-age. Nessuna crisi mistica e nessuna illuminazione, solo un progetto di lavoro che vuol proporre ambiti nuovi. Come sia nato il progetto e per quali ragioni vorrei di seguito raccontare per chiarirne il senso.</p>
<p>Il percorso è piuttosto lungo e in esso si sono intersecate casualità e intenzionalità, ma in definitiva  vi si può individuare un itinerario voluto.</p>
<p>Alla fine degli anni Settanta, quando una forte cultura di sinistra era egemone in tutti i campi del sapere artistico e della produzione culturale, capitava che mi chiedessi come mai entrando in una delle tante chiese della mia città (cosa che facevo molto di rado) sentissi così forte il fascino delle sue vecchie mura, delle sue luci, del suo silenzio, del suo profumo. Era un’epoca in cui (nel ’76 la sinistra storica aveva fatto un passo avanti elettorale che faceva presumere una sua rapida conquista del potere, ed in effetti, in molte situazioni, locali e non, questo potere lo raggiunse) l’egemonia della sinistra in campo culturale era appunto talmente forte da avere in qualche modo condizionato anche i modelli culturali alternativi ad essa. Non era possibile pensare e proporre cose che sarebbero state giudicate di volta in volta borghesi, fasciste, imperialiste, filoamericane, da parrocchia, consumiste, maschiliste, ecc. Anche chi non condivideva questa impostazione vi si assoggettava, probabilmente senza consapevolezza di farlo, in preda a un miscuglio di timore reverenziale verso l’egemone e di senso di colpa derivato dalla convinzione non ammessa che in definitiva questa cultura egemone rappresentasse la difesa del giusto. Timore per l’aggressività con cui la sinistra comunista, nelle sue forme istituzionali a parole e nelle sue forme illegali coi fatti, esprimeva la condanna di qualsiasi proposta culturale alternativa alla propria. Senso di colpa indotto da un condizionamento psicologico arrivato al punto di far credere ai detrattori della sinistra che in fondo la motivazione del loro stesso agire e pensare fosse il meschino interesse personale. Erano essi stessi convinti che la verità storica fosse dalla parte di chi la interpretava seguendo il modello del materialismo dialettico e da questo derivavano il senso di colpa. Erano convinti di interpretare nel teatro della storia la parte del cattivo destinato alla sconfitta. Poco importa se i singoli individui dentro di sé percepissero in modo diverso, le istituzioni, che erano emanazione della cultura alternativa a quella della sinistra, si comportavano secondo il modello sopra descritto. Com’è ovvio ciò rappresentava una tendenza e non la totalità dell’esistente.</p>
<p>La cultura italiana è stata quindi condizionata da questo processo a partire dalla fine degli anni Sessanta fino ad oggi (<em>eravamo nel ’93</em>). Negli organismi di gestione culturale a rappresentanza partitica ha avuto la meglio da molti anni la cultura della critica. Si potrebbe dire che nel gioco di compromessi incrociati che caratterizzano la politica italiana, la cultura sia stata lasciata in ostaggio alla sinistra per potersi concentrare meglio su quelle aree di potere da cui maggiormente dipendono gli elementi strutturali della società.</p>
<p>Sta di fatto che si è operato uno scollamento fra livello strutturale e livello sovrastrutturale nella società italiana, proprio per il fatto che l’uno e l’altro fanno capo a due differenti modelli interpretativi e di interesse.</p>
<p>Alla fine degli anni Settanta questo scollamento era così profondo da creare fenomeni dirompenti. Anche il terrorismo può essere visto come frutto di questo scollamento. Da una parte la gestione del potere politico ed economico era rimasta grosso modo nelle stesse mani di sempre e dall’altra la cultura della critica (che si manifestava soprattutto nei grandi mezzi di comunicazione di massa: cinema, stampa, musica, teatro) che spingeva in direzione alternativa seguendo soprattutto due filoni principali: l’impegno politico serio e serioso (cinema impegnato, canzone d’autore ecc.) e satira politica. Questa cultura della critica o cultura critica, figlia della pretesa illuminista di realizzare la società perfetta, non aveva valori pragmatici immediatamente realizzabili da proporre, aveva valori da distruggere. I suoi valori erano valori filosofici, astratti: uguaglianza, libertà. I suoi metodi erano a volte molto concreti. Sotto l’incalzare di questa offensiva, i gruppi di potere non hanno risposto proponendo i valori cosiddetti tradizionali: la famiglia, la patria, la religiosità, il rispetto del prossimo attraverso il rispetto delle leggi, l’onestà, ecc., ma hanno fatto finta di niente, come se non credessero nei valori astratti della cultura critica, ma neppure nei valori tipici della cultura tradizionale di cui erano, almeno programmaticamente, emanazione. Hanno lasciato la difesa di questi valori a chi, per mancanza di pratica e di intelligenza dei nuovi mezzi di comunicazione, li riproponeva in modo rituale e sostanzialmente con un’ottica da retroguardia in fuga.</p>
<p>Tornando al nostro progetto, mi sorprendevo, entrando in una chiesa della mia città, di quanto fosse forte il fascino e la suggestione esercitata dalle sue vecchie mura. Osservando il panorama della proposta culturale intorno a me, notai che la cultura contemporanea non prendeva minimamente in considerazione questo fascino e le ragioni del suo prodursi. Il sentire religioso e tutto ciò che ad esso attiene era ignorato. I mezzi di comunicazione di massa scandagliavano (e scandagliano) ogni aspetto della realtà, perché mai allora ignoravano situazioni così forti da suggestionare un individuo così lontano dalle istituzioni religiose come me e da convincere un numero consistente di individui a dedicarvi addirittura la vita? La furia conoscitiva e l’enfasi informativa vorticavano intorno a questi luoghi. Le correnti principali della vita culturale scorrevano ignorandoli, e questi stavano come gorghi fra una corrente e l’altra, girando su se stessi dimenticati da tutti.</p>
<p>Era una situazione sospetta che nascondeva qualcosa di più profondo del “sono cose di altri tempi”. Guardando bene, mi accorsi che un altro settore della società italiana, quello militare, era ignorato, oppure di volta in volta tacciato di fascismo, gollismo, o nella migliore delle ipotesi deriso. Eppure tanti uomini e donne dedicavano (e dedicano) la loro vita a questi due ambiti della società italiana: quello religioso e quello militare. Tanti uomini e tante donne che chiudono (o aprono) la loro vita in un convento, che si dedicano ad attività assolutamente in controtendenza rispetto ai “valori” della società circostante. Tanti uomini che dedicano la loro vita o quanto meno occupano gran parte della loro esistenza per servire quelle istituzioni che rappresentano la salvaguardia, la difesa e l’unità del territorio nazionale.</p>
<p>Come mai la furia informativa si era dimenticata di loro?</p>
<p>Non erano forse uomini degni come gli altri?</p>
<p>Patria e difesa del territorio nazionale erano parole poco di moda, per cui o le si ignoravano o le si deridevano e insultavano. Il silenzio su questi settori di realtà mi incuriosiva, per cui decisi di occuparmi di questi con due progetti che partivano da una ricerca svolta sull’esperienza di chi aveva fatto questa scelta di vita.</p>
<p>Ripensando al periodo in cui feci quella ricerca ho compreso come queste due sfere di attività umana siano state non casualmente negate e dimenticate. Ma vorrei fare a questo punto un salto indietro o, per meglio dire, da un’altra parte. Il cinema americano in quello stesso periodo (come del resto fin dalla sua nascita) si occupava del mondo religioso e di quello militare con profondità e varietà di atteggiamenti e di toni. La cultura americana d’altra parte si è sempre occupata di tutti i singoli aspetti e ruoli presenti nella società di cui è espressione, ed ogni volta, anche quando la critica verso la gestione del potere era più forte, riaffermava comunque i valori supremi a cui ogni cittadino americano, al di là delle differenti posizioni sociali e al di là della razza, doveva fare riferimento. E sono i valori che costituiscono quella particolare religione civile che ha per esempio tenuto lontano dagli Stati Uniti ogni rischio di potere totalitario (<em>questo scritto precede di sette  anni l’avvio dell’era Bush</em>). Ciò che non si può dire per le nazioni europee e tanto meno per l’Italia.</p>
<p>Ritenevo che abbandonare a se stessi questi settori, quello religioso e quello militare, potesse condurli nelle mani della restaurazione più cieca o di quelle forze che non hanno mai creduto nella democrazia. Era (ed è) necessario costituire anche da noi una religione civile che avesse valori da proporre e credibilità e dignità da mostrare.</p>
<p>Portai quindi avanti questi due progetti proponendoli a chiunque avesse possibilità di produrre, nel settore pubblico e in quello privato.</p>
<p>Le risposte variavano da “Sì certo, lei ha perfettamente ragione…” che si dice ai pazzi, a “Al pubblico non frega un… di quello che fa l’esercito italiano (detto da un famoso capostruttura e democristiano di ferro della RAI)”. Sostanzialmente, per anni, non trovai alcun interesse intorno a questi temi. E dire che queste sono realtà primarie per la costituzione di qualsiasi società. ‘Sacerdoti’ e ‘guerrieri’ sono stati da sempre i depositari di valori comunque fondanti della comunità. I sacerdoti mantengono viva (dovrebbero mantenere viva) l’attenzione intorno ai valori che costituiscono patrimonio comune per chi ha sottoscritto il patto sociale e i guerrieri sorvegliano e in caso difendono con le armi, e quindi con la guerra, quegli stessi valori. Si può discutere l’attualità e la opportunità di questi valori, ma non li si può ignorare o prendere in considerazione solo per farsene gioco nei monologhi degli innumerevoli cabarettisti e comici politicamente schierati. Avendo esautorato sacerdoti e guerrieri sono rimasti i politici e i mercanti a gestire il senso sociale della comunità, il senso comune. E i giudici, che sono chiamati a esprimersi sulle dispute che sorgono fra questi due gruppi e all’interno dei gruppi stessi. Ma nessuno di questi tre gruppi è portatore di valori: i politici amministrano la cosa pubblica secondo le regole e aggirando le regole, ma il valore che le ha ispirate è ormai così lontano e ignorato che le regole si sono trasformate in gusci vuoti. Qualcuno scambia la democrazia per un valore, ma la democrazia è un semplice involucro. Non riempito di valori perde di senso. Che cos’è la democrazia se non si tiene conto del bene del prossimo, se non si salvaguarda e si difende, anche duramente, la famiglia, se non si riesce ad esaltare le virtù dei generosi? I mercanti stessi non sono portatori di valore, la loro categoria è definita dalla necessità di far quadrare il bilancio, quali valori potrebbero portare se non quello di trarre il massimo profitto dal proprio lavoro? Per accumularlo per sé e per i figli e per ostentarlo al prossimo. Ai giudici è richiesto di esprimere pareri conformi alle regole e sulla conformità alle regole e non giudizi di valore.</p>
<p>La nostra società è materialista perché coloro che sostenevano i valori e lo spirito delle regole e delle leggi sono stati allontanati, sono stati chiusi nei templi e i templi sono stati murati. Politici e mercanti si contendono il potere e non hanno neanche più la voglia di dire che lo fanno nel nome di qualche ideale. I singoli, attoniti, si guardano intorno cercando confusamente un senso che continua a sfuggire perché non esiste.</p>
<p>Per questo motivo è nato un progetto come quello relativo ai Salmi, perché quella dimensione dell’uomo che attiene al sentire religioso non può essere solo trascurata o derisa.</p>
<p>Guerrieri e sacerdoti, portatori e custodi dei valori, sono stati allontanati, quantomeno dal romanzo e dal racconto che la nostra cultura ci offre di se stessa.</p>
<p>Il rischio è che politici e mercanti rimangano, soli, a gestire le leggi e le regole, ed allora possiamo scoprire che il territorio nazionale diventa un disegno su un pezzo di carta, la moglie e i figli possono essere cambiati al pari della macchina, l’interesse personale diventa l’unico metro di giudizio, e Dio diventa tre lettere in una bestemmia (<em>la discesa in politica di Berlusconi risale all’anno dopo la stesura del testo</em>).</p>
<p>Toqueville diceva che mal convivono un forte sviluppo delle libertà democratiche con lo svuotamento del sentimento religioso. Vale forse la pena di prendere in considerazione questa ipotesi?</p>
<p></span></p>
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		<title>Le scuole che possiamo invidiare</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:48:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[ISTRUZIONE. La Finlandia è considerato il Paese con il miglior sistema scolastico del mondo. Ma quali sono le peculiarità del sistema scolastico finlandese? Quali sono le sue differenze con quello americano? E soprattutto, cosa possiamo imparare dalle scuole finlandesi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="ref"><br />
<strong>PASI SAHLBERG</strong>,<em>Finnish Lessons: What Can the World Learn from Educational Change in Finland?</em>, con una introduzione di Andy Hargreaves, Teachers College Press, 167 pp., $34.95 (brossura)<br />
</div></p>
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ISTRUZIONE. La Finlandiaè considerato il Paese con il miglior sistema scolastico del mondo. Ma quali sono le peculiarità del sistema scolastico finlandese? Quali sono le sue differenze con quello americano? E soprattutto, cosa possiamo imparare dalle scuole finlandesi?<em></em></div></div>
<p>Negli ultimi anni, alcuni funzionari e uomini politici – come l’ex presidente George W. Bush, l’ex sovrintendente scolastico di New York City Joel Klein, l’ex sovrintendente di Washington, DC, Michelle Rhee e il segretario all’istruzione Arne Duncan – sono stati concordi nel ritenere che non esista “nessuna scusa” per le scuole che ottengono risultati bassi nei test standardizzati<sup>1</sup>. I riformatori che sostengono la politica del “nessuna scusa” asseriscono che tutti i ragazzi possano ottenere un buon rendimento scolastico, a prescindere dal livello di povertà, disabilità o altre condizioni, e che qualcuno debba essere ritenuto responsabile nel caso in cui ciò non avvenga. Quel qualcuno sono necessariamente gli insegnanti.</p>
<p>Niente si dice circa la responsabilità della direzione del dipartimento o dei funzionari che prendono decisioni cruciali, come lo stanziamento dei fondi, il dimensionamento delle classi e l’allocazione delle risorse. Questi riformatori sostengono che la nostra economia sia in difficoltà non a causa della povertà crescente, della sperequazione dei redditi o della delocalizzazione delle attività produttive, ma a causa dei cattivi insegnanti. Questi cattivi insegnanti devono essere individuati e allontanati. Qualsiasi legislazione, regolamento o contratto che protegga tali scellerati educatori deve essere rivisto, in modo che essi possano essere rimossi rapidamente dal loro incarico, a prescindere dall’esperienza e dall’anzianità, e senza nemmeno i dovuti accertamenti.</p>
<p>La convinzione che le scuole possano sconfiggere da sole gli effetti della povertà risale a molti decenni fa, ma la sua manifestazione più recente è stata un libricino pubblicato nel 2000 dall’organizzazione conservatrice <em>Heritage Foundation</em> di Washington, DC, intitolato <em>No excuses</em>. In questo libro Samuel Casey Carter individuava ventuno scuole che pur frequentate da studenti molto poveri ottenevano punteggi molto elevati nei test. Durante l’ultimo decennio, personalità influenti della vita pubblica hanno espresso la convinzione che la riforma della scuola fosse la chiave per risolvere il problema della povertà. Bill Gates ha dichiarato alla National Urban League: «Finiamola con la storia che dobbiamo risolvere il problema della povertà prima di migliorare il sistema scolastico. Io ritengo che sia vero piuttosto il contrario: perfezionare il sistema scolastico è il modo migliore per risolvere il problema della povertà». Gates non spiega mai per quale motivo una società ricca e potente come la nostra non possa affrontare allo stesso tempo il problema della povertà e il miglioramento del sistema scolastico.</p>
<p>Per un po’ di tempo, la Fondazione Gatesha sostenuto che la risposta fosse creare scuole superiori di piccole dimensioni, ma attualmente Gates ritiene che il meccanismo di valutazione dell’insegnante sia l’ingrediente principale della riforma della scuola. La Fondazione Gatesha erogato centinaia di milioni di dollari ai dipartimenti scolastici per sviluppare nuovi sistemi di valutazione dei docenti. Nel 2009, l’esponente nazionale più importante tra questi riformatori, il segretario all’istruzione Arne Duncan, ha lanciato una gara da 4.35 miliardi di dollari denominata <em>Race to the Top</em>, nella quale si richiedeva a ciascuno Stato di valutare gli insegnanti tramite i punteggi dei test ottenuti dagli studenti e di rimuovere le limitazioni imposte alle scuole paritarie<sup>2</sup> gestite da privati.</p>
<span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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</div></span></em></p>
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		<title>Violentare la terra con il fracking</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:41:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><div class="ref"></strong></p>
<p><strong>SEAMUS MCGRAW</strong>,<em>The End of Country</em>, Random House, 245 pp., $ 26,00<br />
<strong>TOM WILBER</strong>,<em> Under the Surface: Fracking, Fortunes, and the Fate of the Marcellus Shale</em>,  Cornell University Press, 272 pp., in pubblicazione maggio 2012<br />
<strong><em>Gasland</em></strong>, un film documentario di Josh Fox, Docurama, DVD, $ 29,95<br />
</div></p>
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AMBIENTE. Il <em>fracking </em>è un’operazione di trivellamento che permette di aumentare l’estrazione e il recupero del metano, operazione largamente praticata negli ultimi anni dalle compagnie dell’energia in molti Stati degli USA. Ma è una pratica pericolosa, per l’ambiente e per la salute degli abitanti delle zone che ne sono interessate.<em></em></div></div>
<p>Prevedendo che il «picco del petrolio» – il punto in cui il tasso di estrazione mondiale del petrolio comincerà a diminuire – sarebbe stato raggiunto in pochi anni, gli analisti avevano in parte visto giusto. Il nostro pianeta sta esaurendo l’accesso facile a questa materia, quando infilavi una sonda nel terreno, e il greggio zampillava. I grandi campi petroliferi dell’Arabia Saudita e del Messico si stanno assottigliando, causando fra l’altro l’aumento del costo dell’energia.</p>
<p>Noi, la nostra civiltà intendo, avremmo potuto cogliere la contrazione dell’offerta e l’aumento del prezzo come un segnale per riconvertirci al solare, all’eolico e ad altre forme di energia che non emettono gas serra. Sarebbe stata una scelta quanto mai ragionevole: avrebbe dato una mano a combattere il riscaldamento globale, oggi la sfida più complicata per il nostro pianeta. Invece, l’abbiamo inteso come un segnale per strappare alla terra ancora più idrocarburi. E pare che ce ne siano: quantità enormi di carbone, di petrolio e di gas, seppelliti in profondità o intrappolati in compatte formazioni rocciose, o mescolati con altri minerali.</p>
<p>Raggiungerli significa sconquassare la terra: per esempio riscaldando il suolo per far scorrere in superficie il petrolio intrappolato nelle formazioni di sabbia bituminosa nel Canada; oppure perforando la crosta per un miglio sotto la superficie oceanica, come stava facendola BPnel golfo del Messico quando esplose il pozzo Deepwater Horizon; o rimuovendo, letteralmente, le cime delle montagne per raggiungere il carbone, una pratica ormai diffusa negli Appalachi meridionali.</p>
<p>Oppure, come si dice nei libri che qui recensisco, effettuando il <em>fracking</em> della geologia del sottosuolo per far risalire il gas naturale attraverso nuove fratture. <em>Fracking</em> è la contrazione di «fratturazione idraulica» (hydraulic fracturing), e nelle parole di Seamus McGraw funziona in questo modo: dopo avere scavato un buco di circa un miglio di profondità e poi un ramo orizzontale lungo circa mezzo miglio, si introduce là sotto una bomba sotterranea a forma di tubo, una piccola confezione contenente schegge a cuscinetto ed esplosivi leggeri. La confezione viene fatta esplodere, in modo che le schegge perforino il foro di trivellazione, aprendo piccole aperture. A quel punto, si pompano nel buco fino a venticinque milioni di litri di una sostanza conosciuta come <em>slick water</em>, un’acqua sabbiosa a bassa viscosità, che frattura lo strato di scisti<sup>1</sup> e libera il gas. Essa erompe dalle aperture causate nelle scisti con una forza tale – più di cinquemila chilogrammi di pressione per pollice quadrato (un pollice corrisponde a sei centimetri quadrati e mezzo) – da frantumare lo strato di scisti per alcuni metri su ambo i lati del buco, favorendo così la risalita in superficie del gas intrappolato nel terreno, che si libera. Questa nuova tecnica ha permesso all’industria di sfruttare terreni considerati un tempo impenetrabili. È stata usata per la prima volta sul finire degli anni ’90, nella Barnett Shale in Texas, e si impiega a piene mani anche per liberare il petrolio sottola Bakken Shale, nel Nord Dakota. Ma l’entusiasmo ferve più a est, dove da anni si registra una grande espansione nella Marcellus Shale, che corre dalla Virginia Occidentale fin verso la parte settentrionale dello Stato di New York. Si stima che questa formazione scistosa, dove è intrappolato il gas, ne contenga tanto quanto ne consumano gli Stati Uniti in un secolo. (Le stime sono molto contestate; dati più recenti – dicono alcuni analisti – sono assai più contenuti, pur continuando a essere cospicui, e infatti a fine gennaio il governo federale ha ridotto alla metà le sue previsioni.) <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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</div></span></em></p>
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		<title>I classici hanno un futuro?</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[LETTERATURA. Qual è la funzione attuale dei testi classici? Possono ancora dare un contributo alla nostra cultura? Può avere ancora un senso lo studio del Latino e del Greco? La classicista Mary Beard, cerca di rispondere a queste e a molte altre domande.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="jbox blue" style="-moz-border-radius: 3px;-webkit-border-radius: 3px;-khtml-border-radius: 3px;border-radius: 3px;-webkit-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);-moz-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);"><div  class="jbox-content"><p>LETTERATURA. Qual è la funzione attuale dei testi classici? Possono ancora dare un contributo alla nostra cultura? Può avere ancora un senso lo studio del Latino e del Greco? La classicista Mary Beard, cerca di rispondere a queste e a molte altre domande.</p>
<p><strong></div></div></strong></p>
<p>Il 2011 è stato un anno insolitamente positivo per il compianto Terence Rattigan: il suo testo teatrale <em>Man and Boy</em> (“<em>Uomo e ragazzo</em>” la storia attualissima del crollo di un finanziere) è in scena a Broadway con protagonista Frank Langella nella sua prima produzione newyorkese dagli anni Sessanta, mentre un film tratto da <em>The</em> <em>Deep Blue Sea (</em>“Il profondo mare azzurro”), con Rachel Weisz nei panni della moglie di un giudice che scappa con un aviatore, è uscito nelle sale alla fine di novembre in Gran Bretagna e in dicembre negli Stati Uniti. L’anno scorso è stato il centenario della nascita di Rattigan (morto nel 1977) e ha portato con sé la consueta rivalutazione che avviene in simili ricorrenze. Per anni, almeno agli occhi della critica, anche se non delle platee del West End, le sue eleganti storie sull’angoscia repressa delle classi privilegiate non hanno potuto competere con il realismo operaio di John Osborne e degli altri drammaturghi “giovani arrabbiati”. Ma stiamo imparando a riconsiderare le cose.</p>
<p>Ho riconsiderato un’altra commedia di Rattigan, <em>The Browning Version </em>(“La versione di Browning”), rappresentata per la prima volta nel 1948. È la storia di Andrew Crocker-Harris, un insegnante di mezz’età di una scuola privata inglese, un docente severo, vecchio stampo, costretto a un pensionamento prematuro per gravi problemi cardiaci. “The Crock”, il protagonista, ha un’altra sfortuna (“the Crock”, il rottame, è come lo chiamano gli allievi) è di avere sposato una donna davvero velenosa di nome Millie, che divide il suo tempo tra un’intermittente relazione con il professore di scienze e l’applicazione di strategie varie di sadismo domestico per distruggere il marito.  <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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		<title>Occidente terra del tramonto</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:33:01 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Antropologia e Sociologia]]></category>
		<category><![CDATA[home]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 17]]></category>

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		<description><![CDATA[POLITICA E SOCIETÀ. Con l’avvento delle nuove potenze economiche come Cina e India e con la crisi economica che affligge Paesi che solo fino a pochi erano le massime potenze dell’economia mondiale, cosa s’intende oggi per Occidente? Un’analisi approfondita che parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><div class="ref"></strong></p>
<p><strong>G.E. Rusconi</strong>, <em>Cosa resta dell’Occidente</em>, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 290, € 19.00</p>
<p><strong></div></strong></p>
<div class="jbox blue" style="-moz-border-radius: 3px;-webkit-border-radius: 3px;-khtml-border-radius: 3px;border-radius: 3px;-webkit-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);-moz-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);"><div  class="jbox-content"><p>POLITICA E SOCIETÀ. Con l’avvento delle nuove potenze economiche come Cina e India e con la crisi economica che affligge Paesi che solo fino a pochi erano le massime potenze dell’economia mondiale, cosa s’intende oggi per Occidente? Un’analisi approfondita che parte dal saggio di Rusconi su come sia cambiato l’occidente dalla fine della Guerra Fredda fino ai giorni nostri.</p>
<p><strong></div></div></strong></p>
<p>Che cos’è l’Occidente? Ne parliamo tanto, ne parlano tanto i suoi nemici, ma quando dobbiamo definirlo in modo preciso ci troviamo in difficoltà. È l’Europa? Sono gli Stati Uniti d’America? È il blocco composto da Europa e Stati Uniti magari con l’appendice dell’Australia? Con quale criterio si possono escludere da questo blocco paesi ultraindustrializzati, sviluppati, con governi liberaldemocratici più o meno aperti, come il Giappone? Si risponderà che è determinante la razza, o la storia propria di ogni paese. Già, ma anche gli Stati Uniti sono composti da razze che non sono affatto solo la razza bianca e hanno avuto una storia molto diversa da quella europea: eppure li consideriamo Occidente, addirittura la punta più avanzata dell’Occidente. Si deve concludere che il punto cruciale non è quello della razza né della storia. Evidentemente dobbiamo cercare altri criteri, meno fisico-geografici e forse più culturali, o politici. Possiamo dire che il blocco “occidentale” è quell’insieme di paesi che si riconoscono in alcuni principi politici liberaldemocratici, in un sistema di sviluppo capitalista al quale si aggiungono provvedimenti (variabili nella misura) di <em>welfare</em>, e sul piano internazionale nella supremazia americana, e che si oppongono al blocco “orientale” formato da quei paesi caratterizzati da regimi prima socialisti e autoritari, e ora solo autoritari, con un sistema di produzione capitalista applicato in epoca recente, e che sul piano internazionale si trovano sotto l’egida della Russia? Si noterà che questa distinzione appartiene all’epoca della Guerra fredda, epoca dalla quale per riconoscimento universale siamo usciti. Oggi il mondo si definisce non bipolare ma multipolare: alle due principali potenze che si spartivano il mondo si sono aggiunte infatti le nuove potenze mondiali rappresentate da India e Cina, le cosiddette tigri dell’Est, si è aggiunto il Brasile, e ad accompagnare o bilanciare il peso degli Stati Uniti c’è quello dell’Unione Europea. Dunque neppure il criterio politico o quello dello sviluppo industriale è capace di individuare che cosa sia esattamente Occidente: di fatto il capitalismo è diventato il sistema di produzione adottato dall’intero mondo sviluppato, e i regimi dei paesi dall’economia in crescita vulcanica cercano a tratti (ma senza troppa convinzione) di raggiungere un livello di democrazia che li faccia accogliere a pieno titolo nel salotto buono dei paesi più avanzati. Da questo tipo di regimi (più o meno consolidati) si differenziano tutti quei paesi in cui le violazioni delle regole base del liberalismo e della democrazia (libere elezioni, sistema parlamentare, garanzia dei diritti, magistratura indipendente, limiti al potere del governo) sono reiterate. <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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		<title>451 parole: energia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 18:18:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[451parole Andrea Segrè]]></category>
		<category><![CDATA[home]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 17]]></category>
		<category><![CDATA[primopiano]]></category>

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		<description><![CDATA[L’era dei combustibili fossili, delle energie non rinnovabili responsabili dei cambiamenti climatici ambientali, sta per terminare. Adesso è il tempo di investire e di utilizzare le fonti energetiche rinnovabili per la creazione di una società finalmente sostenibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><div class="jbox blue" style="-moz-border-radius: 3px;-webkit-border-radius: 3px;-khtml-border-radius: 3px;border-radius: 3px;-webkit-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);-moz-box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);box-shadow: 9px 9px 11px rgba(0,0,0,.15);"><div  class="jbox-content"></strong></p>
<p>L’era dei combustibili fossili, delle energie non rinnovabili responsabili dei cambiamenti climatici ambientali, sta per terminare. Adesso è il tempo di investire e di utilizzare le fonti energetiche rinnovabili per la creazione di una società finalmente sostenibile.</p>
<p><strong></div></div></strong></p>
<p>Energia o emergia, conla Mal posto della N? Partiamo dalla prima. La parola energia deriva dal tardo latino energîa, a sua volta dal greco ένέργεια (energheia), termine usato da Aristotele nel senso di azione efficace, composta da en, particella intensiva, ed ergon, capacità di agire. È la forza in atto, l’azione efficace, opposta a quella in potenza, non ancora manifestata. Fu durante il Rinascimento che, ispirandosi alla poesia aristotelica, il termine fu associato all’idea di forza espressiva. Ma fu solo nel 1619 che Keplero usò il termine nell’accezione moderna di energia. Da allora la corsa per l’energia è continuata senza sosta.</p>
<p>Per la fisica è la capacità di un corpo, o di un insieme di corpi, di compiere un lavoro. Il tipo di energia di cui ci serviamo più facilmente è l’energia cinetica che ha come risultato il movimento. Ma ne esistono altre forme: quella termica, che produce calore, quella elettrica, quella atomica che deriva dalla fissione del nucleo dell’atomo, quella chimica, quella elastica.</p>
<p>Del resto la nostra civiltà si regge sulla trasformazione dell’energia in lavoro: l’industria non fa altro che applicare energia alle macchine. Queste la trasformano in lavoro e la applicano alle materie prime, risorse tratte direttamente dall’ambiente per produrre oggetti, che sono dotati di un valore e di un prezzo proporzionale all’energia spesa per produrli. L’acquisto e il consumo di questi beni caratterizzano il nostro modo di vita e la nostra economia. Il modello industriale, che è punto di forza della nostra civiltà, è anche un grave pericolo. Infatti, l’eccesso di produzione e di sfruttamento delle materie prime ha impoverito le risorse ambientali e causato inquinamento.</p>
<p>L’era dell’energia non rinnovabile, dei combustibili fossili (90% del totale), che tanto ha migliorato la vita di una parte (piccola) dell’umanità, non può continuare all’infinito. La produzione di gas naturale (26%), petrolio (38%), carbone (27%) raggiungerà un picco per poi declinare inesorabilmente. Il problema delle risorse energetiche è fortemente intrecciato ai problemi della popolazione e dell’ambiente. Sull’astronave Terra i passeggeri sono collocati in “classi” molto, troppo diverse e stanno aumentando di numero<sup>1</sup>. Tutti vogliono avere più energia: molti per un bisogno effettivo, una reale necessità di sviluppo delle loro nazioni povere e tecnologicamente arretrate. Altri, invece, nei paesi più ricchi e più progrediti, per sostenere e, se possibile, aumentare ancora lo spreco al quale sono abituati fin dalla nascita: un americano consuma energia come 2 europei, 10 cinesi, 15 indiani e 30 africani. Nel contempo, è necessario diminuire il consumo dei combustibili fossili, non solo perché sono risorse limitate e non rinnovabili, ma ancor più perché il loro uso causa pesanti danni alla salute, al clima e all’ambiente, e provocano guerre. <span class="mgm_private_no_access"><div style="border-style:solid; border-width:1px; margin-bottom:1em; background-color:#E4F2FD; border-color:#C6D9E9; margin:5px; font-family:'Lucida Grande','Lucida Sans Unicode',Tahoma,Verdana,sans-serif; font-size:13px; color:#333333;">
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</div></span></em></p>
<p style="text-align: left" align="center"><strong><br />
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