Charles Petersen

Google, macchina da soldi

da ''The New York Review of Books''

KEN AULETTA, Effetto Google. La fine del mondo come lo conosciamo, Milano, Garzanti, 2010, pp. 444, € 19,60

NICHOLAS CARR, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Milano, Raffaello Cortina, 2011, pp. 320, € 24,00

Tecnologia e società: Google sta diventando un’azienda sempre più potente, dietro la quale ruotano molteplici interessi e il cui giro di affari aumenta ogni anno. Crescono proporzionalmente anche le problematiche legate a questa crescita, soprattutto quelle in materia di privacy, dal momento che le informazioni private degli utenti possono essere utilizzate per inviare pubblicità mirate di inserzionisti paganti. L’autore riporta a riguardo gli studi di Ken Auletta (che ha recentemente scritto Effetto Google, pubblicato da Garzanti) e di Nicholas Carr (autore di Intenet ci rende stupidi? pubblicato da Raffaello Cortina).

Google svolge un ruolo così preponderante nella nostra “vita digitale” che forse ci stupirà sapere quanto dei suoi profitti scaturisca da un’unica fonte. Quasi ogni persona che na-viga in rete si affida a uno dei tanti servizi che offre questa azienda. Io stesso uso quasi regolarmente Google Search, Gmail, Google Chat, Google Chrome, Google Reader, Google News, YouTube, Blogspot, Google Profiles, Google Alerts, Google Translate, Google Book Search, Google Groups, Google Analytics e Google 411.

Eppure, pochi di questi servizi si autosostengono: la sola YouTube ha perso centinaia di milioni di dollari per anno. Nel 2008, la pubbli-cità sul motore di ricerca di Google rendeva il 98 per cento dei 22 mi-liardi di dollari di fatturato della compagnia, e, per quanto Google si rifiuti di fornire le percentuali più recenti, il suo fatturato del 2009 di 23,6 miliardi di dollari indica che poco è cambiato.

Analizzando la storia di questa azienda possiamo capire meglio qual è la ragione per cui il motore di ricerca di Google rimanga la sua singola e più cospicua fonte di fatturato e per quale motivo quel fatturato supera quello di ogni altro sito web. Nel 1998, quando Sergey Brin e Larry Page, freschi di laurea a Stanford, fondarono Google, i motori di ricerca esistenti erano talmente inadeguati che una persona era esperta anche solo se, di-gitando il suo stesso nome, era in grado di trovarsi. La ricerca della parola “automobili” su Lycos, uno dei migliori motori di ricerca, restituiva più siti pornografici che siti di macchine.

L’enorme miglioramento di Google rispetto agli altri motori di ricerca viene di solito attribuito a Page-Rank, un nuovo algoritmo che faceva uso dei link tra i siti per stabilire con più accuratezza la loro rilevanza. Al contrario di altri motori di ricerca, che classificavano i risultati in base al numero di volte in cui veniva usata una parola cercata, Google classificava i risultati sulla base del numero di link ricevuti da un sito, un metodo che ri-velò la “saggezza delle folle”. Le pagine a cui molte persone si collegavano ricevevano una valutazione – secondo il modello di Google – superiore alle pagine meno visitate, dunque, se un sito particolarmente visitato si collegava a quella pa-gina, a quel link veniva dato un peso maggiore nel determinarne la rilevanza. Eppure, il successo di Google non dipese principalmente dalla sua ingegnosità tecnologica, perché altri motori di ricerca, Lycos incluso, usavano una tecnologia simile di valutazione.

Il vantaggio di Google su Lycos divenne chiaro quando Page e Brin, alle battute finali della tesi di dottorato, cercarono di vendere la loro tecnologia a un altro motore di ricerca, Yahoo. Come scrive Ken Auletta in Effetto Google: «[I fondatori] di Yahoo erano impressionati dal motore di ricerca [di Google]; molto impressionati, per dirla tutta. La loro preoccupazione era che fosse troppo buono […] Più i risultati della ricerca erano rilevanti, minore era il numero [di pagine] che gli utenti provavano prima di uscire da Yahoo. Invece di dieci pagine, ne vedevano magari un paio soltanto, e questo fatto riduceva drasticamente il numero di page views, le pagine viste, che Yahoo vendeva agli inserzionisti».

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