Geoffrey O'Brien

L’albero della vita

da ''The New York Review of Books''

L’albero della vita, film diretto da Terrence Malick

CINEMA. Geoffrey O’Brien presenta in questo accurato saggio il film Palma d’Oro 2011: L’albero della Vita di Terrence Malick, con Brad Pitt e Sean Penn. La vicenda di una famiglia proiettata e inserita in un’opera d’arte visionaria, dove si toccano tematiche complesse e fini, quali il senso dell’universo, della creazione e della vita stessa.

Nel suo ultimo libro William James ha scritto: «Basterebbe rinchiudersi in un armadio e cominciare a pensare al fatto di trovarsi lì, alla strana forma del proprio corpo nel buio (qualcosa che farebbe urlare i bambini, per dirla alla Stevenson), al proprio personaggio fantastico eccetera, perché la meraviglia primeggi sul dettaglio, tanto quanto sul fatto stesso di esistere e notare che è soltanto la familiarità ad affievolire l’esperienza. Non solo il fatto che ogni cosa debba essere, ma che una determinata cosa debba essere, è un mistero! La filosofia si sforza, ma non offre nessuna soluzione razionale, perché dal nulla all’essere non esiste un ponte logico».

Probabilmente nessuno sta pensando a una versione cinematografica di Alcuni Problemi di Filosofia, ma Terrence Malick è tra i pochi registi contemporanei che posso immaginare attratti dall’idea e ciò non perché ha studiato con il filosofo statunitense Stanley Cavell a Harvard e ha tradotto in inglese L’essenza del fondamento l’opera di Heidegger, ma perché in tutti e cinque i suoi film, e soprattutto nell’ultimo, L’albero della vita, sembra determinato a mutare la forma narrativa in uno strumento per sollevare questioni metafisiche senza risposta, non con le parole ma con il ben più nitido linguaggio cinematografico. Allo stesso modo in cui William James applica la forza della sua prosa all’evocazione di un ponte impercettibile oltre la logica che debba, in qualche modo, esserci, Malick ha continuato a incanalare le risorse del film nel perseguire l’incarnazione di ciò che in realtà non può essere incarnato. In altre parole, vuole che un film faccia ciò che in assoluto è meno in grado di fare. Non contento di mostrare come appare il mondo, vuole anche far vedere come viene vissuto dall’interno, anche se tale storia interiore può solamente essere suggerita tramite il dispiegamento di una cosa precisamente determinata: questa chiusura della porta, questa banalità mormorata, questo corpo annegato che galleggia in una piscina, questo dinosauro ferito, questo vulcano in eruzione, questo cortile di periferia, questo volto che distoglie lo sguardo da un altro volto. Cosa si speri di ottenere dall’amalgama di tutti questi elementi è qualcosa di irrisolto, tanto quanto gli sforzi dei filosofi descritti da James: una serie di domande aperte in cinemascope. I dialoghi in L’albero della vita brulicano di domande, fin dall’inizio. Le voci fuori campo vaganti e supplicanti, che costituiscono le fondamenta del film, non sono poi tanto lontane nello spirito dalla lista di James delle «varie questioni oscure, astratte e universali che le scienze e la vita in generale suggeriscono ma non risolvono», questioni ognuna delle quali potrebbe offrire un comodo punto di accesso a una visione di film di Malick: «Cosa sono i “pensieri”, e cosa sono le “cose”? E come sono collegati? […] Esiste una materia comune di cui è fatta la realtà? […] Qual è il tipo più reale di realtà? Cosa lega tutto in un unico universo?». L’epigrafe portentosa del film è il più grande problema di tutti, la sfida di Dio a Giobbe: «Dove eri tu quando ho gettato le fondamenta della terra?», l’esempio ultimo del rispondere a una domanda con un’altra domanda. Malick non è mai arretrato di fronte alla grandiosità e ne L’albero della vita più che mai rischia di scadere nel serioso e nell’ampolloso.

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