Jed Perl

Rauschenberg. L’uomo di fiducia dell’America

da ''The New York Review of Books''

 

ROBERT RAUSCHENBERG, esposizione al Tate Modern, Londra, 1 dicembre 2016–2 aprile 2017;  Museum of Modern Art, New York City, 21 maggio 2017–17 settembre 2017; San Francisco Museum of Modern Art, 4 novembre 2017–25 marzo 2018.
Catalogo dell’esposizione a cura di Leah Dickerman e Achim Borchardt-Hume, Museum of Modern Art/Tate Publishing, pp. 412, $75.00

Robert Rauschenberg era un uomo di spettacolo, un prestigiatore, uno sciamano, un seduttore. Nella retrospettiva che si è da poco conclusa al Tate Modern di Londra e che è appena arrivata al Museum of Modern Art a New York questo maggio, i visitatori incontrano molti oggetti differenti: l’impronta di un pneumatico, un paio di rocce legate con pezzi di corda, dipinti tutti bianchi o tutti neri o tutti rossi, coperte e cuscini schizzati di vernice, un disegno di Willem de Kooning che Rauschenberg ha cancellato, scatole di cartone ondulato destrutturate, striscioni di seta lucida, una luce a intermittenza, una capra d’Angora imbalsamata, opere intermediali montate su ruote così da poter essere portate in giro con facilità, dipinti zeppi di immagini fotografiche. La carriera di Rauschenberg è l’errare del folle dell’arte americana nel ventesimo secolo. Che questo cammino lo abbia portato nel 1964 a ottenere il più importante riconoscimento alla Biennale di Venezia, il gran Premio per la pittura, e a esporre al Stedelijk, al Guggenheim, al Metropolitan Museum of Art e ora al Tate Modern e al MoMA ci conferma quanto folli possiamo essere noi mortali.

 

Robert Rauschenberg al lavoro nel suo studio sull’isola di Captiva, in Florida, nel 1989

 

Non è un gran mistero la ragione per cui Rauschenberg, morto nel 2008 all’età di 82 anni, abbia avuto un tale successo sin dall’inizio della sua carriera negli anni ’50. I frequentatori di gallerie e musei hanno avuto un assaggio delle spacconate e delle imprese delle avanguardie almeno fin da quando i newyorkesi si sbalordirono per quello che molti videro come le follie dell’arte moderna nel 1913, cioè fin da quando l’Armory Show1 aprì a Manhattan. Marcel Duchamp, il cui Nudo che scende le scale provocò proteste proprio là, divenne amico di Rauschenberg nel 1960, quando Rauschenberg stava costruendosi la fama piuttosto duchampiana di enfant terrible alla mano e seduttivo. Rauschenberg divenne esperto nel tenere sul chi vive ammiratori e detrattori con la sua strafottente noncuranza e con affermazioni da oracolo dadaista. Egli era in sintonia con un’epoca in cui il dadaismo stava per ottenere grande successo, mentre sempre più artisti erano interessati a quella che il critico Harold Rosenberg aveva soprannominato “de-definizione dell’arte2”. “Niente è rimasto dell’arte”, scrisse Rosenberg, “se non la finzione dell’artista”.

 

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