Adam Shatz

Miles Davis, lo stregone del jazz

da ''The New York Review of Books''
PERSONAGGI: Adam Shatz recensisce un saggio e un film dedicati a uno dei più importanti musicisti del '900, lo “stregone del jazz”: Miles Davis.

Miles Ahead, film diretto da Don Cheadle.

GEORGE GRELLA JR., Bitches Brew, Bloomsbury, pp. 144, $ 14,95.

Nel 1975, Miles Davis mise giù la sua tromba e si ritirò dalle scene. Davis era famoso per i suoi silenzi drammatici durante le esibizioni: le note che sceglieva di non suonare erano significative tanto quanto quelle che suonava. Ma questo silenzio sarebbe durato quasi cinque anni, durante i quali scomparì quasi del tutto nella sua casa in mattoni rossi dell’Upper West Side. I suoi ospiti evocavano una macabra prigione brulicante di prostitute, spacciatori, ruffiani e grossi scarafaggi. Davis, che si era autonominato “Principe delle Tenebre” del jazz, in seguito confermò questi pettegolezzi con sfacciata soddisfazione nell’autobiografia del 1989, Miles, scritta con il poeta Quincy Troupe.

Ma a dispetto di tutta questa decadenza, vi era un’aura nobile, quasi monastica nel ritiro di Davis all’età di quarantanove anni, dopo una della più straordinarie carriere musicali del dopoguerra. Davis prese parte a quasi tutte le fasi dell’evoluzione del jazz fin dalla metà degli anni ’40. Nato nel 1926 in un’agiata famiglia di colore appena fuori East St. Louis, arrivò a New York alla fine del 1944. La motivazione ufficiale era quella di frequentare la Julliard, ma questa era un cortina di fumo per tranquillizzare il padre, un dentista che possedeva una fattoria di oltre 120 ettari.

Miles Davis e Charlie Parker nel 1948

Miles Davis e Charlie Parker nel 1948

Il vero scopo era quello di seguire i suoi idoli, il sassofonista Charlie Parker e il trombettista Dizzy Gillespie, che stavano rivoluzionando il jazz nei club di Harlem e della Cinquantaduesima Strada. Parker, il cui appetito per la musica era surclassato solo dall’appetito per l’eroina, insegnò a Davis il bebop (forma di improvvisazione fatta da una piccola band che si caratterizza per l’estrema velocità e la complessa progressione degli accordi) e lo avvertì di stare alla larga dall’ago – avviso che Davis ignorò con suo grande rimorso. Era il classico bohémienne ribelle, irresistibilmente attratto dal sound e dai piaceri proibiti della strada.

Davis, che morì di infarto nel 1991, suonò in alcune delle più belle “session” di Parker, ma era comunque un bopper insicuro, persino ambivalente, perché non riusciva a suonare note così alte e così veloci come Gillespie. Era alla ricerca di un approccio più pacato, meno frenetico al bop, e lo trovò nel suo “cool” jazz, uno stile che sviluppò alla fine degli anni ’40 con il pianista e direttore d’orchestra canadese Gil Evans. Miles arrivò a credere in maniera così radicale alla sua visione del jazz, che all’età di ventitré anni rifiutò un’offerta di lavoro da Duke Ellington.

Nel corso degli anni ’50 e ’60 Davis mise insieme delle band che erano notevoli per i loro sorprendenti contrasti di personalità, come la coppia nel sestetto della fine degli anni ’50 composta da John Coltrane, sassofonista tenore con uno stile furiosamente penetrante e contorto, e da Julian “Cannonball” Adderley, un sassofonista alto delicato e dai toni dolci che pareva sempre suonare come fosse appena uscito da una chiesa.

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