David Cole

Perché dobbiamo ancora difendere la libertà di parola

da ''The New York Review of Books''

Il primo emendamento1 ha bisogno di una riscrittura nell’era di Donald Trump? L’ascesa del suprematismo bianco e dei gruppi Neo Nazisti dovrebbe condurci a limitare la protezione accordata a un’espressione di pensiero che esprime odio e sostiene la violenza, o che comunque mette a rischio l’uguaglianza? Se la libertà di parola inasprisce la disuguaglianza, perché non deve avere la precedenza l’uguaglianza, che è anch’essa protetta dalla Costituzione?

Dopo la tragica violenza del raduno dei sostenitori del suprematismo bianco a Charlottesville, Virginia, lo scorso 12 agosto, l’esigenza di una risposta a queste domande acquista una rinnovata urgenza. Molti hanno chiesto in particolare perché l’ACLU2, della quale sono direttore a livello nazionale, abbia rappresentato Jason Kessler, l’organizzatore del raduno, nel contrastare l’ultimissimo tentativo della città di Charlottesville di revocargli permesso. La città aveva proposto che il raduno fosse spostato a un miglio di distanza dal luogo originariamente approvato – Emancipation Park, il luogo del monumento al generale confederato Robert E. Lee contro la cui rimozione Kessler aveva tentato di protestare – senza tuttavia offrire delle ragioni plausibili per le quali la protesta sarebbe stata più facile da gestire a un miglio di distanza. Come gli uffici dell’ACLU di tutto il Paese avevano già fatto con migliaia di manifestazioni per quasi un secolo, l’ACLU della Virginia ha fornito a Kessler supporto legale per conservare il suddetto permesso. La disastrosa violenza che ne è seguita, dovrebbe a questo punto rendere necessaria una revisione della portata del concetto di libertà di parola?

La manifestazione neonazista tenutasi a Charlottesville il 12 agosto

Potrebbe essere messo in discussione il futuro del Primo Emendameto. Una ricerca del 2015 del Pew Research Center3 ha evidenziato che il 40% degli adolescenti nati dopo il 2000 pensano che il governo dovrebbe essere in grado di sopprimere le espressioni della libertà di parola ritenute offensive per gruppi di minoranza, mentre solo il 12% di quelli nati tra il 1928 e il 1945 la pensa allo stesso modo. I giovani di oggi hanno molta meno fiducia nella libertà di parola di quanta ne avessero i loro nonni. E l’Europa, dove le dichiarazioni razziste non sono protette, ha mostrato che le democrazie possono avere opinioni diverse su questo tema.

Coloro che si oppongono alla protezione delle affermazioni razziste portano diverse argomentazioni, tutte in fin dei conti riconducibili all’assunto che i diritti sulla libertà di parola sono in conflitto con il principio di uguaglianza, e che quest’ultimo debba comunque prevalere. Essi sostengono che il “mercato delle idee” assurga così a un livello astratto, fuori dalla realtà. Se alcuni oratori prevaricano o zittiscono gli altri, il “mercato delle idee” non può funzionare nell’interesse di tutti. Sostengono che la storia della persecuzione e della violenza di stato mirata agli afro-americani renda l’invettiva razzista diretta contro di loro particolarmente indifendibile. Tollerare questo genere di messaggi aggrava le offese che questa nazione ha fatto agli Afro-Americani partendo dalla schiavitù, attraverso le leggi Jim Crow4, fino alla segregazione di fatto attuale, al pregiudizio implicito e alla discriminazione strutturale. E ancora altri sostengono che, mentre potrebbe aver avuto senso tollerare la marcia Nazista a Skokie, (Illinois) nel 1978, adesso che i suprematisti bianchi hanno un amico nello stesso presidente, il potere e l’influenza che essi detengono, giustifica un approccio diverso.

C’è verità in ognuna di queste affermazioni. Quella degli Stati Uniti è una società profondamente diseguale. Il maltrattamento storico degli Afro-Americani nella nostra nazione è stato vergognoso e il flagello del razzismo persiste anche ai giorni nostri. Il messaggio razzista causa danni reali. Può ispirare la violenza e intimidire le persone impedendo loro di esercitare i propri diritti. Non c’è dubbio che gli appelli di Donald Trump al risentimento bianco e la sua riluttanza a condannare i suprematisti bianchi dopo i fatti di Charlottesville abbiano incoraggiato molti razzisti. Ma almeno nell’arena pubblica, nessuna di queste disgraziate verità supporta l’autorizzare lo stato a sopprimere la parola che sostiene idee antitetiche rispetto ai valori egualitari.

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