‘Radio3suCarta’. La Lingua Batte: Dante, le parole sono importanti

 

La Lingua Batte è la trasmissione che va alla scoperta della lingua italiana, che oggi si mostra bambina, alle prese con il primo ma umanissimo miracolo che l’ha battezzata con nomi e verbi. Infatti oggi parleremo di una figura immortale, aggettivo in questo caso non abusato, che però nella sua storia postuma è stato osteggiato da qualche avversario, poi fortunatamente dimenticato, e che ha regalato una lingua “a genti meccaniche e di piccolo affareˮ. Censurato dalla chiesa di Roma per motivi politici e amato da Hannibal Lecter soprattutto per i suoi versi su Pietro delle Vigne, reso manga da Go Nagai, tra le altre cose il padre della nostra lingua, Dante Alighieri, è il solo scrittore italiano, e non solo, di cui si può non citare il cognome ed essere capiti ugualmente.

Benigni recita la Divina Commedia

Era un Benigni d’annata, prima ancora di intraprendere la sua rilettura dei canti della Divina Commedia, che si è teatralmene incarnato nella figura di Dante, ai tempi delle scorribande televisive con Renzo Arbore. Oggi noi cercheremo di rievocare il passato, confidando nei nostri ospiti.

Il primo è Giorgio Inglese, docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma, biografo di Dante ma soprattutto autore di una recente revisione del testo e di un nuovo commento alla Commedia per l’editore Carocci.

Però, anche a testimoniare della presenza costante dell’opera e della figura di Dante nella lingua che parliamo, che scriviamo e perché no, usiamo per creare nuova letteratura, chi meglio di Sandro Veronesi, prosecutore della lingua inventata dal padre Dante nei suoi romanzi e nei suoi racconti.

Cominciamo dal prof. Inglese, e per iniziare in modo canonico partiamo dal titolo. Per la sua edizione lei ha preferito usare “Commedia”. Ma c’è la “commedia” secondo l’antica vulgata di Giorgio Petrocchi, la “commedìa”, la “comedìa”… Mirko Tavoni segnala in un suo scritto su Dante che Alberto Casadei, facendo il parallelo con la citazione di “tragedìa” riferito all’Eneide, ha dimostrato come “comedìa” non debba essere inteso come titolo del poema. Ma allora è una “danteide”, prof. Inglese?

I: “Che l’abbia dimostrato è tutto da vedere, in realtà. I manoscritti, che sono l’unica testimonianza che noi abbiamo del testo, recano “commedia” o “comedìa”, a seconda se la rubrica sia in volgare o in latino, per l’intero poema e non soltanto per la sezione infernale. Dipende dall’interpretazione che noi diamo del termine retorico: più o meno ristretta, più o meno comprensiva. Io mi attengo alla tradizione manoscritta e conservo il titolo in latino che sarebbe “comedìa”, ma ho preferito mantenere la dizione italiana commedia per renderla meno ostica al lettore.”

“Veronesi invece: ”finire in commedia” è un detto proverbiale da Dante in poi. L’Inferno come lo conosciamo, il Purgatorio nella sua stessa presenza e invenzione (testimone Le Goff), la struttura del Paradiso. Insomma, tutto il nostro immaginario ultraterreno è condizionato da quella che potremmo definire la più grande collezione di immaginario collettivo di sempre.”

V: “Beh, questo senz’altro, ma pensando che, come è stato detto, è una creazione linguistica prima di tutto, capiamo che il capolavoro è doppio, è una specie di doppio salto mortale scritto, perché all’immaginario corrisponde una lingua che non esisteva, non esistendo quell’immaginario. Questa è stata un’operazione colossale, dalla quale non si può sfuggire se ci si permette di scrivere una riga in lingua italiana.”

“Professor Inglese, partendo da questo lei afferma di aver seguito la Commedia secondo l’antica vulgata curata da Petrocchi, però cita anche l’importanza del manoscritto trivulziano 1080 firmato da Francesco di ser Nando nel 1337 e dice: “Ho rivisto per intero il codice da cui mi allontano soltanto e col conforto di altri testi nel rimuovere qualche tratto privo di riscontro nel tipo linguistico antico“. In sostanza, come si è mosso nella revisione del testo verso le altre edizioni dei manoscritti?”

I: “Dunque, per quanto riguarda l’aspetto linguistico del testo, dato l’interesse marcato per la grammatica storica e le forme linguistiche che ha la mia edizione, ho preferito aderire con più costanza al manoscritto esistente, da cui appunto mi allontano soltanto in poche decine di casi che vengono tutti elencati, in cui si percepisce sia la distanza cronologica tra il copista e Dante, perché appartiene a una stagione successiva, sia qualche lieve tratto provinciale, perché il copista non è nato a Firenze ma in provincia. Quindi in realtà rispetto al testo di Petrocchi quello che propongo io è un testo più documentato, e le note di grammatica sono riferite a un codice e non a una ricostruzione”.

“Ecco si parla di manoscritti e documentazione, Veronesi, ma in realtà gli autografi danteschi ci mancano, quindi la Commedia come esercizio di memoria, anche per noi contemporanei. Penso alle letture di Benigni, ma penso anche a quella magia agita delle letture di Carmelo Bene, o come lei stesso ha documentato, alla figura di Manlio Cancogni che passeggia rammentandosi i canti. Dante come nostra memoria profonda? “

V: “Si, Cancogni non passeggiava, scalava le Apuane. Io faticavo ad andargli dietro, pur avendo trent’anni di meno, e lui saliva su per questi sentieri declamando non un frammento, ma tutto il Purgatorio, tutto a memoria, ed essendo strutturato gli dava struttura per il passo, struttura per resistere alla fatica. E quando una cosa è fatta in maniera così perfetta poi serve a tutto, irrora di perfezione tutto quanto”.

“Prof. Inglese, lei nel commento a Paradiso XXVI, quindi alla lingua di Adamo, scrive che il Paradiso corregge profondamente la storia linguistica delineata nel De vulgari eloquentia, e penso ai versi “ché l’uso d’i mortali è come fronda in ramo, che sen va e altra vene“.
Paola Manni nel suo La lingua di Dante dice che Dante afferma, per bocca del progenitore, ”la mutevolezza e la caducità di ogni lingua compresa la prima, anch’essa creazione umana”. Dante primo storico della lingua che lui stesso creava’, professore?

I: “La differenza tra il De vulgari eloquentia e il Paradiso tocca soltanto la lingua di Adamo. Per il resto la nozione di mutabilità del volgare viene confermata e viene addirittura estesa alla lingua di Adamo, che appunto nel Paradiso non viene più considerata una lingua infusa da Dio nell’anima di Adamo, ma è assimilata alle lingue naturali e dunque soggetta essa stessa al cambiamento. Nel De vulgari eloquentia, in particolare, Dante si fa proprio storico della lingua, in particolare delle lingue romanze, con un singolare sbalzo di prospettiva perché Dante pensa che il latino derivi dalle lingue romanze, cioè sia una specie di lingua artificiale. Una sorta di esperanto costruito e fabbricato dai dotti a partire dalle parlate romanze, e non, come noi sappiamo, viceversa.”

Carmelo Bene recita la lettura del 26° canto dell’Inferno.

“Era proprio Carmelo Bene nella lettura del XXVI dell’Inferno. Cogliendo un suo spunto, Mengaldo ha scritto “la mutevolezza naturale delle lingue non è più un effetto della punizione babelica in Dante, ma carattere costitutivo della lingua in quanto tale”. Per uno scrittore, vedere che Dante non considerava la varietà delle lingue un problema, ma una incredibile possibilità espressiva nello spazio e nel tempo, ha valore immenso anche oggi, Veronesi?”

V: “Sì, direi che anch’essa è struttura, nella migliore prosa, per non parlare della poesia stessa in lingua italiana, proprio perché la capacità filologica di resistere attaccati alla struttura della propria lingua, nel caso della lingua italiana, ci permette di vedere tutte le lingue. C’è il famoso detto “Quando guardi bene in una direzione vedi meglio anche in tutte le altre”. Qui è proprio dimostrato filologicamente: la lingua italiana è una lingua dal profondo della quale vedi tutte le altre. A quasi tutte le altre, quelle almeno della nostra civiltà, e questo viene da Dante, basta avvicinarsi e si capisce quale sia la sua potenza, che tra altro per me non è per nulla sfruttata”.

“Ecco, Mirko Tavoni, professor Inglese, ha detto che, senza retorica, Dante Alighieri può essere chiamato il padre della lingua italiana, anche perché ha annunciato l’esistenza di una lingua italiana prima di avere scritto lui stesso quel monumento di fondazione. Cioè dichiara l’esistenza e descrive le caratteristiche di una cosa che non esisteva. Allora ha ragione un altro linguista, cioè Bruni, a dire che Dante appunto inventa l’Italia linguistica?”

I: “Beh, esisteva una tradizione, sopratutto di lingua poetica, convergente se non pienamente unitaria, e Dante parte proprio da qui, proprio da quella che per lui è una constatazione, cioè che i grandi lirici del ‘200 hanno scritto in una lingua che lui nel De vulgari eloquentia chiama volgare illustre, anche per effetto di una illusione ottica che gli era procurata dalle trascrizioni toscane dei poeti siciliani. Tra la dottrina del De Vulgari Eloquentia e la pratica della Commedia sorgono anche differenze, perché, per l’appunto, il volgare della Commedia non ha quelle caratteristiche che ha il volgare illustre, quelle caratteristiche di esclusività linguistica che al volgare illustre attribuiva il trattato in latino. Il volgare della Commedia è un volgare inclusivo, un volgare di base certamente fiorentina, ma che per ragioni d’arte talvolta apre la caratterizzazione dei personaggi a forme di varia provenienza regionale, il che può dare l’idea di questa spinta unitaria. Resta il fatto che non ci sia dubbio che dal punto di vista della storia della lingua italiana, la Commedia sia il primo monumento e il monumento fondativo.”

“Veronesi, lei è di Prato, ma il peso della tradizione toscana e fiorentina è più una responsabilità da assumersi o un rischio da evitare quando scrive?”

V: “No, è una responsabilità da assumersi. Non ci sono dubbi che provenire da quella tradizione, e quindi avere avuto proprio testimonianza diretta della contaminazione alto/basso, abbia contribuito. Molte persone quasi analfabete in questa terra hanno proprio per struttura una capacità di costruire il proprio linguaggio molto più vicino alla Commedia di tante persone che hanno studiato ma che non appartengono a quella tradizione diretta.

Per questo mi permetto di buttar lì una sorta di provocazione, e ci tengo a farlo qui perché questo è il luogo giusto per farlo, senza che sembri soltanto una provocazione. Ovviamente è anche una provocazione, ma secondo me il vero problema che abbiamo in Italia viene anche da voi, da tutti i giuristi che hanno studiato delle scritte male, con parole o costruzioni che non portano a una identificazione univoca della volontà del legislatore. Queste ultime, quindi, si aprono immediatamente a una serie di interpretazioni, contraddizioni. Questo problema secondo me sarebbe risolto se si obbligasse a scrivere le leggi in versi, in endecasillabi, perché abbiamo visto che quella è la forma con la quale la nostra lingua riesce ad andare più al bersaglio. Non so come dire, quel problema non esiste nella nostra tradizione poetica. Quando si parla di D’Annunzio come di Dante, di questi grandi maestri dell’endecasillabo, vediamo come hanno dimostrato che nella nostra lingua le ambiguità vengono tutte completamente distrutte ed evitate se si usa quella forma. Quindi scrivere le leggi in versi secondo me ci farebbe immediatamente essere un paese migliore con leggi migliori”

“Mi sembra una proposta che sicuramente suggestiona tutti i redattori de La lingua batte e me stesso. Soprattutto mi viene da pensare che la stessa Odissea o l’Iliade sono una serie di precetti, prima ancora che poetici, di leggi e di comportamenti da seguire scritti in esametri e quindi in versi, ed è una proposta assolutamente fattibile. Io a partire dal massimo di trasparenza nel linguaggio e nella poesia, faccio un’ultima domanda al professore Inglese, giocando invece sul massimo di invenzione all’interno di una lingua che è stata appena inventata. Parto dal primo verso di Pluto dell’Inferno, VII canto: “Pape Satan, pape Satan aleppe“. Mi interessa perché nel commento lei dà una descrizione, una spiegazione univoca, ovvero l’ultima spiegazione che le sembra più plausibile rispetto a una tradizione lunghissima. Ecco, nel commento lei si è assunto spesso delle responsabilità interpretative molto nette, è così?”   I: “Dunque, ho pensato che per questo esperimento fosse preferibile una selezione abbastanza netta delle interpretazioni, che comporta certamente una assunzione di responsabilità. Ma aggiungo per quanto mi riguarda anche una piena apertura alle correzioni e alla revisione; se ha notato, già tra la prima edizione dell’Inferno e la seconda ho potuto sfruttare la letteratura critica che nel frattempo si è presentata sotto i nostri occhi.”   “Ecco, e dalla letteratura critica io chiuderei con Veronesi, chiedendogli un commento da poeta a poeta, da Dante a Montale. Montale in un intervento famoso scrisse: “E se è vero che Dante vuole essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile nella nostra moderna cecità il fatto che quanto più il suo mondo si allontana da noi, quanto più accresce la nostra volontà di conoscerlo e farlo conoscere a chi è più cieco di noi“. Ecco, Veronesi, senza voler scomodare immagini alla Stephen King o alla Romero, è Dante che viene verso di noi o siamo noi che continuiamo ad andare verso di lui?”   V: “No, è Dante che viene verso di noi. A proposito di cecità e a proposito di pretesti scritti in versi, non dimentichiamoci che poi la Divina Commedia è una grande opera morale, e mi viene in mente il canto XIII del Purgatorio, quando Dante si trova di fronte le anime che stanno espiando con un supplizio il fatto di essere stati invidiosi, e si accorge dopo un po’ che queste, che stanno litaniando preghiere, hanno gli occhi cuciti col fil di ferro, come si faceva con gli sparvieri all’epoca per addomesticarli. E prova una tale forma di ritegno che siccome loro hanno gli occhi cuciti e non possono vederlo, lui abbassa il suo sguardo. Vi rendete conto di quanto ci viene incontro Dante dal suo tempo? Ci sta dicendo una cosa che è l’esatto opposto di quello che farebbero oggi tante persone, trattarli male perché tanto non ci vedono. Lui invece abbassa lo sguardo.”    

Eugenio Montale

Ecco io ringrazio Giorgio Inglese e Sandro Veronesi per averci raccontato il loro Dante e, non me ne vogliano, ci congediamo dal “babbo” volgare con una Divina Commedia di Caldarella Neri, per le voci di Andrea Amelio e Chiara Casolari, direttamente dal 58° Zecchino d’Oro, a testimoniare la vitalità infantile di una lingua di 700 anni portati benissimo, anche e soprattutto grazie al padre Dante.

Canzone su Dante cantata da un bambino al 58° Zecchino d’Oro.

Abbiamo parlato di una lingua bambina, per questo vogliamo ricordare un grande linguista, scomparso il 21 ottobre, che per cinquant’anni ha reso vive e vitali tanto le parole antiche quanto quelle moderne, curandone la raccolta: Max Pfister, ideatore di quel monumento della linguistica che è Il Lessico Etimologico Italiano. Lo ricordiamo a La lingua batte appunto in un’intervista che qualche tempo fa gli ha fatto Cristina Faloci.

“Il L.E.I. è il primo dizionario di base che prende in considerazione sistematicamente la lingua italiana scritta e i suoi dialetti. Questo vocabolario etimologico colloca inoltre il lessico italiano nel quadro delle lingue romanze e, attraverso uno sguardo sui contesti geolinguistici e socioculturali, cerca di presentare la storia linguistica di ogni parola. E finora sono stati pubblicati 15 volumi. La tecnica è cambiata molto in questi 50 anni di lavoro e se dovessi cominciare oggi, dunque, comincerei da una banca dati per il materiale. Il mio successore e anche coodirettore, Wolfgang Schweickard, a cui sono molto grato, continuerà l’opera, perché non è detto che io viva fino alla sua conclusione. Ed è per me una grande assicurazione sapere che l’opera possa continuare e spero che arrivi alla sua fine nel 2033. Il problema è naturalmente la grande massa di materiale di cui dispongo e che si deve valutare. Attualmente si sta lavorando a Mannheim alla digitalizzazione di tutta l’opera. Lo schedario, stimato tra le cinque e le sei milioni di schede, viene digitalizzato.”

VIZIO DI FORMA

L’Amour de Moi cantata da Veronique Chalot

L’Amour de Moi e la voce di Veronique Chalot ci portano nel pieno del medioevo con la stessa velocità con cui ci si sposta in sogno. Per condividere con noi il suo racconto del medioevo, della vita al tempo di Dante e non solo, è oggi con noi Chiara Frugoni.

“Chiara Frugoni è una storica, una storica della Chiesa, biografa e studiosa illustre di Francesco d’Assisi e Chiara di Montefalco, in perfetta assonanza con l’opera teatrale di Dario Fo, e quindi una delle persone più indicate in assoluto per guidarci in uno spazio e in un tempo lontani nel tempo e nello spazio, soprattutto grazie al suo ultimo lavoro edito da Il Mulino, quest’anno: Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini, già dal titolo un modo per raccontare la quotidianità attraverso, e qui parafrasiamo il grande Giuseppe Pontigia, le vite di donne e uomini non sempre illustri.”

F: “Si certo, questo è stato proprio un mio desiderio, raccontare la vita della casa concentrandomi soprattutto sulla camera da letto, dove naturalmente dormivano anche gli adulti, nonché i bambini, e questo mi ha poi portato a concentrarmi a lungo, almeno sei capitoli su otto, sui bambini e sulla loro infanzia, così difficile e così breve, anche se esisteva uno spazio assai lieto, quello die giochi, ai quali ho dedicato molto spazio”.

“Ma parlando della camera da letto lei racconta il tempo notturno nel medioevo, e scrive: “Il tempo notturno è anche quello dell’amore, ma alle volte all’uomo si sostituisce il Diavolo, addirittura il Diavolo incubo”. Ecco, mentre cita l’enciclopedista Bartolomeo Anglico, che racconta come i mariti possano capire se le mogli gli sono fedeli o no attraverso il diamante, ci racconta che questa pietra preziona protegge anche contro i diavoli che giacciono con le donne. È questa la ragione per cui, ancora oggi, senza saperne il motivo, gli uomini offrono alla fidanzata un anello con questa pietra, dimenticato presidio di fedeltà. Insomma, i segni si perdono nel tempo e resta il rito. Un po’ come le frasi fatte quando non ne abbiamo consapevolezza?”

F: “Sì, certamente, per esempio un gran numero di frasi riguardano una grande invenzione medievale, quella della staffa, che permise, dal tempo di Carlo Magno in poi, di utilizzare il cavallo come strumento in battaglia, e si può dire “mi sento ferrato” o “perdo le staffe”, o ancora “parto di speron battuto” ovvero “a spronbattuto”, oppure “parto lancia in resta” o anche “do la mancia” perché la bella durante i tornei dava al suo preferito la manica, che in francese si dice “manche”, e da qui la mancia. Quindi sono tantissimi i modi di dire che sono rimasti nel nostro lessico e che ci fanno vedere quanto siamo legati al medioevo”.

“Un medioevo di cui giustamente, lei ci diceva, ha raccontato l’infanzia, quindi un medioevo bambino. Abbiamo parlato del Diavolo, ma il Diavolo non era però sempre e solo in agguato a insidiare il legame coniugale, a volte c’erano veri e propri furti di bambini. Lei scrive: “per i bambini alimentazione sbagliata, mancanza d’igiene, disattenzione da pare degli adulti…” e come se non bastasse il demonio?”

F: “Sì, perché purtroppo c’era questa terribile credenza secondo la quale, se un bambino fosse stato malaticcio o non cresceva, voleva dire che fosse stato il Diavolo a scambiarlo, cioè che nella culla non ci fosse più quel bambino ma invece un diavolo mascherato da bambino, e la cosa più tremenda è che questo è anche raccontato nella leggenda di Santo Stefano, un santo molto famoso, quindi le persone potevano essere spinte a credere che questo fosse vero, visto che lo si raccontava di un santo”.

“Accanto a questo lei scrive: “Si può ritenere con una certa ragionevolezza che l’elevata mortalità infantile abbia impedito nel medioevo il consolidarsi di un lutto profondo per un bimbo venuto a mancare dopo pochi mesi, quindi una percezione della realtà completamente diversa da quella che possiamo avere noi moderni.”

F: “Sì, perché veramente l’affetto per i bambini lo si vedesoprattutto in ricordi anche molto belli che cito nel libro, quando però i bambini sono un po’ grandi, cioè quando con loro si può avere un rapporto. Finché sono così piccoli veramente sono sentiti come delle intrusioni nella vita familiare, e come entrano possono anche uscire. Per esempio in questo senso mi ha colpito molto una immagine, che io riproduco, di un bimbo in un libro di ricordi. In questo caso chi lo scrive è un certo Matteo, il quale ricorda che addirittura ha corso il rischio di essere sepolto vivo perché avendo avuto una grande febbre, i suoi hanno ritenuto che fosse morto. Ecco, l’immagine colpisce perché non c’é nessuno, non ci sono genitori o parenti, c’è solo una vecchietta con questo fagottino e il becchino che sta falciando l’erba e sta cercando di scavare una piccola fossa. Per fortuna faceva talmente freddo che questo bambino é rinvenuto e quindi può raccontare questa terribile storia”.

“Il suo libro è pieno di aneddoti come questo, raccontati attraverso ricordi, ricordi di mercanti o di persone che facevano un’attività diversa da quella della scrittura, ma, sempre all’interno del suo libro, ed é una questione che c’interessa in particolar modo, lei racconta di Salimbene de Adam e del quesito di Federico II, che si chiede quale lingua parlerà un bambino se è circondato unicamente da persone mute. Da imperatore poco propenso alla trattativa, forse Federico II ordina alle balie qualcosa di crudele, no, Fregoni?”

F: “Crudelissimo, però è anche quasi commovente la risposta data in questa storia, certamente mai avvenuta, cioé che i bambini morirebbero tutti perché i piccoli non possono vivere senza l’affetto, senza le parole affettuose e le canzoni delle balie; cioè un bambino per crescere ha bisogno d’affetto, questa in fondo è di nuovo una cosa molto moderna”.

Paolo Villaggio e Vittorio Gassman in “Brancaleone alle crociate” di Mario Monicelli

“Paolo Villaggio e Vittorio Gasman in uno dei capolavori di Mario Monicelli, Brancaleone alle Crociate, dove l’Alemanno cerca di uccidere per lucro un bambino, in un gioco di potere che scatena sempre nell’uomo, principe o mercante non importa, una gran dose di maschilismo. Ma oltre all’atteggiamento padronale dei padri, la condizione delle bambine aveva problemi ancora più diabolici, no?”

F: “Sì, senz’altro, anche perché per, esempio, i bambini venivano mandati a balia e i contratti venivano sempre stipulati dai padri, i quali potevano decidere quando volevano di interrompere questi contratti, per cui i bambini correvano il rischio di passare, piccolissimi, da un giorno all’altro dalla dieta lattea a quella di farinate, e morivano. Però un’altra abitudine, appunto molto triste, era quella delle madri o delle balie di tenere i bambini nel letto in modo da non doversi alzare durante la notte per allattarli; ora spessissimo questi bambini erano soffocati, ma quello che noi apprendiamo anche dai manuali per confessori, in realtà e non si sa perché, è che sono molte di più le bambine soffocate, rispetto ai bambini”.

“Quindi resta comunque un interrogativo molto pesante, soprattutto perché, per quanto riguarda la pedagogia del tempo, sia per bambini che per bambine, ma peggio per le bambine purtroppo, lei racconta di un trattato di grammatica datato 1273 che si apre con il disegno di un maestro che tiene nella mano destra una frusta, con la sinistra atteggiata in un gesto di disapprovazione, mentre il ragazzino supplica a mani giunte “O maestro ti prometto che studierò sempre!“. Un metodo non proprio montessoriano, direi.”

F: “No, la scuola era durissima, c’era una grandissima differenza tra l’apprendimento in casa, dove si insegnava ai bambini in maniera abbastanza dolce, per esempio incidendo una lettera nella mela oppure attraverso tazze su cui era scritto l’alfabeto, e invece la scuola dal maestro, sempre sinonimo di botte. Io riproduco tutto un lungo pezzo di una bellissima biografia, che racconta delle terribili botte che il maestro dava al protagonista, perchè pensava che questo fosse il modo migliore per spronarlo a studiare di più”.

“Lei cita anche Paolo da Certaldo, Libri de’ buoni costumi: “E se l’è fanciulla femmina ponila a cucire non a leggere, che sta poco bene ad una femmina saper leggere se già non la volessi fare monaca“. Ecco, possono leggere le bambine soprattutto o soltanto se diventano monache?”

F: “Si. Infatti poi a un certo punto io dico che in realtà per una ragazza che fosse intelligente e attiva, tutto sommato andando in monastero realizzava in anticipo il sogno di Virginia Woolf, nel senso che aveva una stanza per sé, aveva i libri, aveva un’aspettativa di vita più lunga perché non avrebbe partorito, quindi non correva il rischio di morire, non subiva violenze domestiche, aveva sempre da mangiare e appunto aveva tutti i libri di cui bisognava. Quindi io faccio vedere le bellissime cose che hanno fatto le monache, soprattutto i manoscritti, sia miniati che trascritti, a cui di solito noi attribuiamo un nome maschile, mentre invece sono spesso realizzati da monache, monache che si sino firmate, o addirittura come la monaca “Ende” del Beato di Liébana che dice che lei è pittrice e anche “aiutrix dei”, ovvero aiutante di Dio, nel senso che evidentemente pensa che le sue miniature, così belle, contribuiscano a diffondere il messaggio divino”.

“Si parlava, prima, di Stefano Protomartire, ma se ci rivolgiamo a Bernardino da Siena, per quanto riguarda quest’argomento, lei cita il suo stupefacente commento alle parole di Maria all’angelo, “Ecce ancilla domini“, che lui traduce “Ecco la schiava di messer domineddio“, e lo commenta: “Che tu padre e madre tenga la tua figliola come una schiavetta, hai da spazzare in casa? Sì, sì, fà spazzare a lei. Hai da lavare le scodelle? Falle lavare a lei!”. Diciamo “santi fino a un certo punto”.

F: “Sì, è tremendo. San Bernardino era un predicatore straordinario, ma anche un uomo terribile, e già questo racconto ci lascia veramente stupefatti, a causa l’idea che per lui il destino di una fanciulla sia solo quello di lavorare e stare in casa. Così come anche in certe lettere, come ad esempio quella di Datini da Prato, che chiede una schiavetta e la vuole di otto o nove anni e che resista a molta fatica, e spiega tutte le cose che le vuol far fare. Sono cose che fanno veramente impressione, vi è un’assoluta insensibilità verso il mondo dell’infanzia”.

Una predica di San Bernardino da Siena

“Siamo partiti dal sogno del medioevo e ci ritroviamo nel racconto di una serie di incubi.Vale però sempre la pena segnalarli, proprio per evitare che il sonno della ragione ritorni in qualche modo. Noi la salutiamo, Frugoni, la ringraziamo moltissimo di essere stata con noi e vi lasciamo con un brano bellissimo da Il nome della Rosa di Umberto Eco nella sua versione cinematografica, e se ci permettete lo dedichiamo a un anonimo romano quindicenne che nel 1987 alla fine del film di Jean-Jaques Annaud disse al suo vicino di posto in sala, l’ha sentito di persona il vostro cronista e conduttore, “Ho capito tutto: Rosa era il nome della ragazza!“.

Brano tratto da Il nome della Rosa di Umberto Eco

ACCADEMIA D’ARTE GRAMMATICA

E dalla voce di Riccardo Cucciolla a quella di Silverio Novelli, che nella nostra Accademia d’arte grammatica risponde al dubbio della nostra ascoltatrice Caterina, e qui, aspettando di capire se faccio la cosa giusta o no, mi taccio.

Caterina nella pagina Facebook de La Lingua Batte è categorica, addirittura esplosiva. E infatti scrive “A chi mi dice ‘mi taccio’, trovo il modo per sparargli un ‘esco fuori il cane’“. Insomma, una sfida all’OK Corral. Abbassando un po’ i toni, potremmo segnalare che si tratta di una sfida un po’ squilibrata, e che le armi impiegate sono differenti tra di loro. L’uso di “mi taccio” invece che di “taccio” appartiene a una dialettica che è presente nella lingua italiana da secoli, non da oggi, e non ha alcuna coloritura locale. Viceversa il tipo “esco fuori il cane”, con “uscire” usato in funzione causativa con il significato di fare uscire, è un esempio di italiano molto colloquiale ma decisamente localizzabile nel meridione d’Italia.

E ora veniamo a “tacersi”. L’ha spiegata molto bene Laura Eliseo nel sito della Crusca la legittimità di “mi taccio”, “mi taci” e volendo continuare di tutta la coniugazione, anche se soltanto “mi taccio” è ancora usato oggi. Una sintesi: esistono verbi che hanno una forma intransitiva pronominale, quella col pronome mi-ti-ci-si-vi-si, che è un semplice componente del verbo e non ha alcun valore semantico aggiuntivo. Ma possono avere anche una forma intransitiva priva di pronome, di solito senza che questo provochi un’assenza di significato, pensiamo ad esempio a sbagliare-sbagliarsi, ricordare-ricordarsi, anche se in quest’ultimo caso bisognerà ricordare (o ricordarsi) che funzionano anche come verbi transitivi. Tacere-tacersi fa parte di questo gruppo di coppie, e tacersi ha molte attestazioni in letteratura dal ‘200 a oggi, passando naturalmente per il padre Dante, e si riferisce non soltanto allo zittirsi degli umani, ma anche degli animali, o anche al cessare della produzione di rumore da parte di elementi naturali come il vento, le fronde e il mare. E dunque tacere-tacersi sono entrambi corretti, anche se oggi l’uso di tacersi si è assai ridotto. Ma a voler guardare bene è usato con un intento un po’ particolare, espressivo, per chiudere un discorso o per chiudere il proprio turno di conversazione, quasi come voler chiedere scusa tra il serio e il faceto per aver parlato molto a lungo: “E ora mi taccio”. E più che la forma verbale in sé io penso che ad aver irritato la nostra Caterina sia più un particolare uso in situazione, vale a dire uno scusarsi, che potrebbe nascondere un pizzico di ipocrisia.

L’ITALIANO NEL MONDO, IL MONDO IN ITALIANO

E nel pieno del giudizio universale, anche riprendendo la proposta della riscrittura delle leggi in endecasillabi fatta da Veronesi, oggi incontriamo lo scrittore e docente Gabriele Pedullà, che ha da poco recensito su Il Sole 24 Ore il volume Dante e i confini del diritto di Justin Steinberg, pubblicato da Viella con la traduzione di Sara Menzinger. Studioso di Fenoglio e di Machiavelli, Gabriele Pedullà insegna Letteratura italiana all’università di Roma Tre, per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Lo spagnolo senza sforzo e proprio quest’anno il romanzo Lame. La sua recensione si intitolava “Dante scassinatore della legge”, e proprio per questo lo ha intervistato per noi Cristina Faloci.

“Gabriele Pedullà, intanto perché è importante questo libro? Lei lo recensisce in modo molto lusinghiero, cosa l’ha colpita di più?”

P: “Mi ha colpito soprattutto la capacità di utilizzare il diritto per leggere in una maniera nuova, sorprendente, la Divina Commedia e non solo la Divina Commedia di Dante. Negli ultimi anni, tra le tante coppie letteratura/qualche altra cosa, quella che forse ha prodotto i risultati maggiori è proprio letteratura/diritto, perché gran parte degli scrittori della nostra tradizione avevano una formazione giuridica, e se guardiamo con delle lenti tecniche emergono dei significati nascosti nella loro opera anche dove ce ne attenderemmo di meno.”

“Steinberg giustamente sottolinea anche la scelta del volgare da parte di Dante, proprio per farsi capire dai suoi contemporanei,e parla addirittura di realismo dell’improbabile. Iniziamo ad analizzare alcuni di questi elementi del diritto medievale, magari partendo dall’infamia.”

P: “Steinberg ha questa idea molto bella, ovvero che Dante quando scrive la Divina Commedia stia cercando di riabilitare se stesso: ha avuto una condanna che in origine è politica ma che ha delle conseguenze giuridiche. Una di queste è l’infamia, la cattiva reputazione che da questo momento l’accompagna. L’idea di realismo dell’improbabile di Steinberg, questa svolta realistica dell’opera di Dante che costituisce un tema della critica dantesca da più di due secoli, avrebbe come origine il desiderio di sovvertire la fama che è legata alle calunnie contro i diversi personaggi della Divina Commedia, e potenzialmente dunque contro lo stesso Dante. C’è un’idea che gira attorno ai personaggi, tutti se la ripetono, ma la salvezza o la condanna di questo o di quel personaggio è legata ad alcuni dettagli che in qualche modo sovvertono il quadro generale. E questo è il realismo dell’improbabile, che naturalmente costringe Dante a focalizzarsi proprio su quei piccoli aspetti che molta tradizione poetica medievale invece considerava come meno essenziali. La verità della salvezza nella Divina Commedia è proprio legata a piccolissime spie.”

“Infatti i due esempi che fa Steinberg sono il maestro Brunetto Latini, da tutti venerato ma che lui condanna, e Catone l’Uticense, che pur pagano suicida e nemico di Cesare Dante teneva in grande considerazione e che viene salvato. Proprio questo è uno dei concetti più interessanti. Tra questi anche l’arbitrium, utile anche a chiarire il discorso sui generi letterari.”

P: “Sì, una delle ragioni per cui secondo me il libro di Steinberg è così importante è perché cerca di uscire un po’ dai due grandi paradigmi di interpretazione della poesia medievale. Da un lato c’è una tendenza modernizzante che vuole trovare in Dante, Petrarca e Boccaccio l’origine di quello che siamo noi. Questo naturalmente ha prodotto nel XX secolo una tendenza che al contrario punta sugli elementi arcaici, così lontani dal gusto e dall’atteggiamento mentale contemporaneo. Nel libro di Steinberg lui mostra invece come le infrazioni per Dante, compreso l’arbitrio come infrazione del diritto, in realtà siano all’interno del diritto. E così funzionerebbe il sistema dei generi, il suo atteggiamento verso le regole della poesia, che noi in qualche modo come poeti possiamo infrangere grazie al sistema che regge la licenza poetica. Ecco, questo vale sia per l’arbitrio legale che per l’arbitrio dei poeti, e ciò secondo Steinberg è una concezione di autorialità, di libertà sia politica che poetica, che è diversissima dalla concezione moderna. In qualche modo è un modo con cui Dante rompe con tanti atteggiamenti medievali, ma rimanendo all’interno di essi, atteggiamenti che premiano la tradizione, l’autorità, il passato, cioè ciò che fonda la libertà, non ciò che la nega. Dante non è un protoliberale, come esso a volte viene letto, né un protopoeta modernista.”

“Infatti lei dice giustamente in questo libro che Dante non va considerato come il vessillo degli artisti individuali che sono per l’espressione dell’artista da solo e in sé e per sé. Questo viene chiarito bene nel concetto di privilegium, che è il lasciapassare con cui Dante può entrare più o meno agevolmente nel mondo ultraterreno. Però questo privilegio lui non lo usa per sé ma a fin di bene. Questa è una sua giustificazione che viene sempre motivata, espressa”

P: “Sì, tutto questo tocca i limiti dell’individualismo moderno, mentre Steinberg affronta una bibliografia prestigiosissima che insiste su Dante come padre dell’individualismo che caratterizza la nostra società. Le cose sembrano essere diverse: per Dante questo nesso tra io e comunità è chiaramente più forte.”

“E’ tornato questo elemento di polemica verso i contemporanei perché il privilegio era ovviamente un terreno di arbitrio in senso negativo, almeno per le classi dirigenti in cui lui forse non si riconosceva più in quanto esiliato. Chiude il libro un capitolo dedicato al pactum, come lo affronta Steinberg?”

P: “Usa questo capitolo per mostrare ancora una volta come forse il diritto è lo strumento migliore per comprendere come funziona la poetica di Dante e la riflessione sulla sua lingua. Qui c’è un antico dibattito: quanto Dante rompe con la tradizione dei generi, quanto rifiuta Orazio. Ancora una volta lo spazio della libertà dantesca è reso possibile dalla presenza delle convenzioni che lo sorreggono. Con quest’ultimo capitolo Steinberg sembra riprendere i temi del suo libro e annodarli a partire dalla questione dei generi.”

Statua di Dante a Firenze

“Per concludere, in definitiva, qual è l’aspetto veramente innovativo di questa lettura di Steinberg su Dante e sui confini del diritto?”

P: “Posso dire una cosa che mi è piaciuta particolarmente: il fatto che Steinberg lavori per recuperare la sorpresa che i primi lettori possono aver avuto davanti alle scelte dantesche. Abbiamo una grande tradizione di commenti a Dante, naturalmente, che insistono sempre nel voler trovare antecedenti, in qualche modo nel normalizzare le soluzioni dantesche. Invece Steinberg è attentissimo nel farci vedere che spesso Dante punta a sorprendere i suoi lettori, utilizza un sapere condiviso per ribaltare convinzioni profondamente radicate nel suo tempo. Una delle parole che non a caso trovo più spesso nel libro, di cui essa è una chiave, è “scandalizzare”. Diciamo che Dante è uno “scandalizzatore”.

S’i’ Fosse Foco (Sonetto Di Cecco Angiolieri), cantata da Fabrizio De Andrè  

CHI FA LA LINGUA  

Pare essere ancora vivo nel 1311. Nel marzo del 1313 i figli sono costretti a pagare al comune di Siena i debiti che ha lasciato in eredità. Se è vero che è nato intorno al 1260, solo di qualche anno più grande dell’amico di penna Durante di Alighiero, ha più o meno 20 anni quando nelle file dell’esercito senese assedia il castello di Turri in Maremma. E viene multato almeno tre volte per comportamento scorretto. A suo modo un Bill Murray alle prese con le autorità, lo Steve McQueen di Vasco Rossi, o un Gassman devoto a Bakunin nella grande guerra di Monicelli. La sua biografia si è incastrata in una tradizione occidentale e guascona in cui se la leggenda diventa realtà vince la leggenda. È agli atti che nel 1282 venne punito perché trovato a vagabondare dopo il coprifuoco. A 30 anni è incerto il destino giudiziario di questo Bruno o di quesyo Marlowe più fortunato (il poeta, non il detective). Viene processato per il ferimento di un certo Dino di Bernardo da Monteluco, ma fu condannato solo il suo complice, il calzolaio Biccio Tiranuccio, chissà se scelto da lui per i suoni del nome che tanto somigliano ai ritmi comici dei suoi versi. Stiamo parlando di Cecco Angiolieri, poeta figlio di Lisa dei Salimbeni e di ser Angioliero , uno dei signori del comune e banchiere di Papa Gregorio IX. Versificatore comico, un comico realistico o giocoso si è detto nel tempo. Lo si associa a una fitta schiera di irregolari del ‘200 e ‘300, là dove la regola tradita era in realtà la nuova grammatica stilnovista. Cecco, Folgore, Rustico, Meo: un gruppo di versificatori che non necessariamente con volontà di contrasto ha scritto una grammatica diversa fatta di “non vi do un fico“, il corrispettivo duecentesco della chiusa di Rhett Butler in Via col vento. E ha contrapposto, perché di una vera e propria grammatica si tratta, all’onestà, alla gentilezza delle donne angelo, delle Beatrici venute dal cielo sulla terra, l’umanità senza riserve di una becchina che non ha paura di rispondere “che vuo’, falso tradito” (che vuoi da me traditore bugiardo) allo spasimante che la chiama amore.
Tre cose solamente m’ènno in grado, le quali posso non ben ben fornire, cioè la donna, la taverna e ‘l dado: queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire“. Un manifesto che unisce Cecco e i frammenti della sua biografia scapigliata: prima le spacconate al contrario di un Archiloco che abbandona lo scudo e lo maledice, poi il brontolio senile e cifrato di un burchiello. Un tramite comico tra i secoli che arriverà come tradizione parallela alla lingua ratificata dalle Prose di Bembo fino al caos ottonovecentesco che descriverà tutte le grammatiche in una. L’ingiuria, il vituperio, il contraltare necessario della lirica cortese e delle future tessere petrarchistiche, l’incendio del mondo e le risa, magari date in pegno per la troppa povertà, l’apologia dello sperpero e del presente immediato contrapposto alla nobiltà eterna della schiavitù d’amore: tutte voci e istanze che presto sarebbero confluite in certi modi e in certi toni nella grandezza irreparabile dell’Inferno dantesco. Le sue terzine sono divenute subito tanto famose da incarnarsi in didascalie al di sotto della Maestà di Simone Martini nel cuore del Palazzo Pubblico di Siena. A pensarci a distanza dal XXI secolo, molti di quei rimatori uniti alla sorte spicciola dei propri personaggi, l’oscuro Simone come Ciampolino, Migo e Mino di Pepo come Meo de Tolomei, dispersi tra le pieghe della raccolta dei sonetti di Cecco e solo a fatica ritrovati da poco con il loro nome proprio, ci diverte vederli a ingaggiare singolar tenzone con il padre e il maestro che Durante di Alighiero poi sarebbe stato. E se leggendo un sonetto di Cecco in risposta a Dante ci dispiace pensare alla scomparsa della poesia di partenza, comunque ci fa ridere la forza gradassa di chiudere l’ultima terzina mentre ricorda all’amico un esilio comune “S’eo so fatto romano e tu lombardo“, con lo splendore sanguigno e fanfarone di un John Bluto Blutarsky. “E se di questo vòi dicere piùe, Dante Alighier, i’ t’averò a stancare; ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ‘l bue” (“E se tu vuoi continuare a discutere di ciò, Dante Alighieri, rispondi pure, perché io riuscirò stancarti, perché io sono il pungolo, e tu sei il bue”).

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