Andrea Segrè

451 parole: acqua

La rubrica di Segrè è dedicata questo mese all’acqua e alla sua importanza per la vita sulla terra dell’uomo e di tutti gli esseri viventi. Con riflessioni sul problema dello spreco.

Ci ha detto Tonino Guerra, ricevendo il Sigillum Magnum dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, l’11 novembre 2010: «non è vero che uno più uno fa sempre due: una goccia più una goccia fa una goccia più grande». E pensare – gli abbiamo ricordato – che in una goccia di acqua ci sono più molecole che stelle nell’intera galassia. Sconvolgente, l’acqua tanto nella sua poetica quanto nella sua materialità. E allora cosa rappresenta oggi l’acqua? Un bene dell’umanità, un bene comune o, semplicemente, il bene più prezioso che abbiamo e del quale noi stessi – gli uomini – siamo per lo più costituiti? O è “soltanto” un diritto umano indispensabile per il godimento pieno della vita, come recita una risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu, approvata lo scorso luglio dopo anni di dibattiti.

Eppure oltre 800 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre due miliardi e mezzo degli abitanti del pianeta vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti. Eppure circa 5 milioni di persone muoiono ogni anno per patologie legate all’acqua, mentre la mancanza di sicurezza idrica colpisce soprattutto i più piccoli. Eppure l’acqua vien sprecata, in tanti modi. Dal 1950 al 1990, l’aumento dei prelievi di acqua dolce ha tenuto una velocità doppia rispetto all’incremento della popolazione, mentre gli sprechi aumentano parallelamente al miglioramento delle condizioni di vita: noi europei consumiamo otto volte in più acqua di quanta ne utilizzavano i nostri nonni. Gli sprechi, e non parliamo degli usi domestici, potrebbero essere evitati, visto che solo il 55% dei prelievi è realmente consumato mentre il 45% va perso: un mare. Persino nei bagni degli alberghi delle zone più ricche del globo scrivono “l’acqua è un bene prezioso, non sprecarla!!”. Ma restano solo buone intenzioni.

Il problema è su scala planetaria. È un viaggio molto lungo, come ci racconta Lorenzo Monaco (Water trips. Itinerari acquatici ai tempi della crisi idrica, Milano, Springer Verlag, 2010). L’acqua è strana: nonostante sia dappertutto è praticamente invisibile. Ma è proprio la sua ubiquità che rende impossibile coglierne appieno i confini e le criticità. L’acqua, paradossalmente, è abbondante. Il 71% della terra è coperto di acqua, ma di questa soltanto l’1% è disponibile come acqua dolce. Quantità che sarebbe sufficiente se fosse distribuita in modo omogeneo. Invece il 64,4% delle risorse idriche mondiale è localizzato in 13 Paesi. Il Brasile da solo detiene quasi il 15% dell’acqua globale. Tuttavia, il quadro della disponibilità idrica sta peggiorando decisamente. Oggi consumiamo più acqua di quella che il ricarico naturale delle falde ci mette a disposizione: stiamo consumando il nostro capitale utilizzando l’acqua fossile, le falde sotterranee profonde non rinnovabili.

Insomma, se il ventesimo secolo è stato il secolo del petrolio, il ventunesimo sarà quello dell’acqua: l’oro blu. I prossimi conflitti scoppieranno per la conquista e la preservazione delle fonti idriche1. Il riscaldamento climatico sconvolge i modelli metereologici e conseguentemente il ciclo idrogeologico e quindi la disponibilità delle acque di superficie, l’umidità dei suoli e l’alimentazione delle falde sotterranee. Oltre alle catastrofi naturali sempre più diffuse, si pone il problema del rendimento delle colture nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. Per alimentare una popolazione planetaria in costante crescita deve aumentare anche la produzione alimentare e quindi l’irrigazione, ma noi già a oggi consumiamo il 70% dei prelievi mondiali di acqua dolce2. Si capisce perciò che la disponibilità dell’acqua sarà un obiettivo importante per qualunque Paese, soprattutto nelle zone più povere del pianeta, dove potrà generare tensioni e conflitti. Il Rapporto UNDP (United Nations Development Programme) sullo sviluppo umano già nel 2006 concentrava la sua attenzione sulla scarsità di risorse idriche soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e sulla conseguente difficoltà di garantire condizioni igieniche sufficienti alla sopravvivenza. Ogni anno quasi 2 milioni di bambini muoiono per la mancanza di accesso a fonti pulite e all’uso di acqua proveniente da canali di scolo, fossi o ruscelli spesso infettati da agenti patogeni. Milioni di donne e di bambine sono costrette a spendere molte ore della loro giornata a prelevare e trasportare l’acqua, limitando le loro opportunità di scelta. E le malattie infettive diffuse attraverso l’acqua rallentano le azioni che vorrebbero ridurre la povertà e incentivare la crescita economica nei Paesi più poveri del mondo. Non avere accesso ad acqua pulita risulta spesso essere un eufemismo per indicare una situazione di privazione radicale.

Entro il 2025, 1,8 miliardi di persone vivranno in Paesi o regioni con assoluta scarsità d’acqua e due terzi della popolazione mondiale potrebbero vivere in condizioni di stress idrico. Con l’attuale scenario dei cambiamenti climatici, quasi metà della popolazione mondiale vivrà in zone di alto stress idrico, entro il 2030, compresi tra 75 milioni e 250 milioni di persone in Africa. Inoltre, la scarsità di acqua in alcune zone aride e semi-aride sposterà tra i 24 e i 700 milioni di persone3.

La prospettiva è dunque catastrofica. Non a caso, dunque, ogni anno un diluvio di iniziative – fra conferenze ufficiali e forum alternativi – celebrano la scarsità dell’oro blu in tutto il mondo e il 22 marzo si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Acqua. Un fiume di parole che spesso serve solo a (ri)mettere sul banco degli imputati l’agricoltura, che assorbe il 70% del consumo delle risorse idriche mondiali. Dal calcolo della cosiddetta acqua “virtuale” o “nascosta” negli alimenti emerge che per produrre, ad esempio, una bistecca di 300 grammi di carne di manzo occorrono 4.650 litri di acqua, per 1 kg di patate ci vogliono 160 litri di acqua, per 1 kg di soia 2.300 litri. Segue l’industria con il 20%, l’uso domestico (bere e lavarsi) con l’8%, mentre il 2% viene disperso da tubature obsolete. Una danza della pioggia universale, che però non farà aumentare di una goccia la quantità di acqua disponibile sul pianeta, né renderà più equa la sua distribuzione.

Anche in Italia l’approvvigionamento idrico a fini irrigui è una questione di vitale importanza per l’agricoltura, e impiega circa la metà delle risorse idriche totali, meno, quindi, della media mondiale. Ma in compenso siamo campioni nelle perdite: 34% dell’acqua immessa nella rete idrica nazionale, ben più del 50% nelle regioni meridionali.

Mentre il divario rispetto all’accesso all’acqua aumenta sempre più la grande disuguaglianza planetaria, l’unica azione che si compie diffusamente è parlarne. Del resto l’acqua è un elemento costitutivo della vita del nostro pianeta e degli esseri che lo abitano e la sua essenzialità è universalmente riconosciuta. Ciononostante non compare nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (adottata dalle Nazioni Unite nel 1948). Nel 1977, in occasione della prima grande conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua, i Governi avevano scritto che «l’acqua è un diritto dell’uomo e dell’umanità», ma a L’Aja nel 2000 hanno fatto un piccolissimo cambiamento del quale potremmo non accorgerci, in un discorso così lungo, e hanno scritto che «l’acqua è un bisogno dell’uomo». C’è qualche differenza? Enorme, perché un diritto è per sua natura inalienabile, un bisogno no. Un bisogno può essere messo in commercio, avere un prezzo. C’è chi non è più costretto a darti l’acqua, ma c’è anche chi può vendertela. Ed ecco che l’acqua diviene “preziosa”, in un’accezione tanto biologica quanto economica. Una risorsa che sta divenendo sempre più scarsa, al punto che l’oro blu del XXI secolo interessa un numero sempre più vasto di multinazionali ed è entrato nell’orbita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

A livello globale la privatizzazione incontrollata delle reti idriche, stimolata dalla non sempre giustificata migliore gestione, porterà di fatto a un nuovo terribile divario tra ricchi e poveri, perché solo chi potrà pagare avrà la possibilità di usufruire del servizio. L’acqua tuttavia, in quanto diritto fondamentale e bene comune, non può diventare appannaggio di pochi. La collettività deve aprire gli occhi sul problema, assumersi le proprie responsabilità e spingere gli enti locali a fare altrettanto per assicurare una gestione efficace, efficiente, solidale e sostenibile della risorsa idrica4.

Che fare dunque? Si dovrebbe intanto cambiare una mentalità e un’organizzazione che si sono formate quando si riteneva che l’acqua fosse una risorsa illimitata (come l’aria) e quindi priva di valore. Il che non è più. Efficienza e risparmio sono le parole-azioni chiave per questo cambiamento. Dobbiamo diminuire la nostra impronta idrica (water footprint) ovvero l’acqua direttamente utilizzata da un cittadino e quella impiegata a fini agricoli e industriali. L’impronta idrica statunitense è molto alta: 2.480 metri cubi pro capite in un anno, in Italia siamo poco sotto questo dato. Ma soprattutto dovremo fare qualcosa per modificare i nostri stili di vita e di consumo, orientandoli verso una maggiore consapevolezza e responsabilità. Sia nelle nostre azioni quotidiane (per un bagno servono 150 litri, tre volte la quantità necessaria per una doccia di tre minuti), sia andando a fare la spesa: l’Italia è, dopo l’Arabia Saudita e il Messico, il terzo consumatore mondiale di acqua minerale. È sorprendete infatti il nostro comportamento quando andiamo ad acquistarla, messa com’è alla fine dei labirinti costituiti dagli scaffali del supermercato. Alla fine, perché altrimenti occuperebbe tutto lo spazio del carrello? Osservando il paniere dei consumi degli italiani in termini di costo, ben il 10% è costituito dalle bottiglie di acqua minerale: è quanto emerge da un’elaborazione di Carocibo, indicatore che valuta la spesa alimentare (rilevazione dell’ottobre 2009 riportata in www.lastminutemarket.it). Considerando che il costo di un litro di acqua fornito dai rubinetti domestici è all’incirca 0,0015 euro e che diverse analisi pubbliche e indipendenti dicono che l’“acqua di casa” in Italia è di buona/eccellente qualità e sicura ovunque, ci si domanda perché siamo continuamente indotti a comprare quella confezionata. Il primo vero (e forse unico) Chilometro Zero ce lo avremmo in casa. La differenza in termini economici e d’impatto ambientale sarebbe notevole. Oltre al consumo di carburante dei camion per trasportarla a centinaia di chilometri dal luogo di produzione ai supermercati di tutta Italia, verrebbe eliminato il problema dello smaltimento delle bottiglie di plastica usate e il conseguente rilascio di anidride carbonica, uno dei gas responsabili dell’effetto serra.

Insomma, quando usiamo l’acqua pensiamo sempre che una goccia più una goccia fa semplicemente una goccia più grande. Che non va sprecata.

 

1. Si vedano i volumi del progetto “Acqua: bene comune dell’umanità, diritto di tutti” dalla EMI nel 2007, in quattro lingue (italiano, francese, spagnolo e inglese): Francesco Gesualdi, Acqua con giustizia e sobrietà; Sabrina Tonutti, Acqua e antropologia; Fabrizio Martire e Roberto Tiberi, Acqua. Il consumo in Italia; Flavia Virgilio, Acqua tra educazione e cooperazione; Sara Ceci (a cura di), Acqua e ambiente; Marta Picciulin, Acqua e scienza; Marco Deriu, Acqua e conflitti; Aluisi Tosolini e Davide Zoletto, Acqua e intercultura.

2. Battaglie per l’acqua, Nuovi Rapporti di forza internazionali, ‘L’Atlante’, ‘Le Monde Diplomatique – Manifesto’, Roma 2009.

3. Fronteggiare la scarsità d’acqua. ‘Challenge of the twenty-first century’, Rapporto UN-Water, FAO, Roma 2007.

4. Sara Ceci (a cura di), Acqua e ambiente, Bologna, EMI, 2007, e anche il più recente Luca Martinelli, L’acqua è una merce. Perché e giusto e possibile arginare la privatizzazione, Milano, Altra Economia, 2010.

 

ANDREA SEGRÈ è Professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e presidente della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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