Andrea Segrè

451 Parole: economia (colorata)

Oggi esistono tanti tipi di economia, che siamo soliti distinguere con dei colori: rossa, verde, blu, gialla e nera. Colori che identificano l’atteggiamento del mercato nei confronti delle esigenze del cittadino e del pianeta. Dall’economia rossa del consumo indiscriminato delle risorse naturali per garantire la crescita (vista come qualcosa di sempre positivo), alla green e alla blue economy, che rispettano i limiti imposti dal pianeta e sfruttano le risorse naturali nel modo giusto, fino ad arrivare alla produzione a emissioni zero. Forse dovremmo investire maggiormente su questo tipo di economia, cambiare mentalità e superare quel mercato che sta depauperando la Terra?

Norma o legge che regge la nostra casa (nomos e oikos), l’economia può essere colorata. Colori diversi, economie diverse: rossa, verde, blu, grigia, nera. Sfumature sostanziali rispetto alle definizioni correnti, almeno quelle che si trovano nei “moderni” dizionari per economia, fra le altre: «modo di operare volto a ottenere il massimo vantaggio con il minimo dispendio di energie e di risorse», «attività dell’uomo organizzata su base sociale, volta allo sfruttamento di beni naturali e alla produzione e distribuzione di ricchezza», «il complesso delle risorse e delle attività produttive di una comunità, di uno stato anche limitatamente a un dato settore»1.

In principio l’economia era soprattutto “rossa”. Non nel senso della pianificazione centralizzata, quella implosa dopo il crollo del Muro di Berlino. Rossa è l’economia fondata sul consumo indiscriminato delle risorse naturali, consumi di massa a basso costo, prodotti fatti prendendo a prestito le risorse dal futuro: un prestito dall’ecologia. Che poi, stessa radice di economia, è lo studio della nostra casa intesa come ambiente (oikos e logos), termine coniato dal biologo tedesco Ernst Haeckel nel 1866 come «l’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura». Insomma economia ed ecologia sono strettamente legate.

Tanto che poi è venuta l’economia “verde”, fatta di prodotti ecosostenibili che inquinano poco, realizzati con processi attenti all’ambiente e alle persone, ma inevitabilmente da sostenere con incentivi, tasse e/o prezzi più alti. Dunque di nicchia e per numeri limitati: singoli consumatori, quelli più abbienti, e in pochi paesi.

Ora è invece (sarebbe il) tempo dell’economia “blu”: prodotti di massa e per tutti, ma rispettosi dell’ambiente, delle persone e del futuro. In altre parole, un business globale con consumi sostenibili (anche economicamente) per tutti.

Una bandiera rosso-verde-blu con sullo sfondo, però, l’onnipresente grigio-nero. L’economia “grigia”, conosciuta anche come mercato parallelo, cioè il commercio di un prodotto attraverso canali di distribuzione che, pur essendo legale, non sono ufficiali, non autorizzati, o non voluti dal produttore originario. E l’altrettanto ubiquitaria economia “nera”: il sommerso ovvero l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al Pil ufficialmente osservato ma che non sono registrate e tassate. Il sommerso economico che sfugge al controllo e alle rilevazioni della pubblica amministrazione per motivi legati all’evasione fiscale, o l’economia illegale. Che riguarda invece l’attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle norme penali – così è il commercio di stupefacenti –, ma anche attività di per sé legali, ma illegali se esercitate senza l’adeguata autorizzazione o competenza, come il contrabbando. Non poca cosa se il sommerso criminale raggiunge circa l’11% del Pil nazionale (più di un terzo dell’intera economia sommersa) e, contrariamente a tutti i nostri pregiudizi, questo dato è maggiore al Centro-Nord (12,5%, in particolare nelle regioni come Liguria, Friuli, Toscana, Emilia e Marche) rispetto al Sud Italia (7,3%)2.

Nell’arcobaleno economico vale la pena concentrarsi sulle sfumature più nitide, quella verde e blu: l’orizzonte di un prato e del mare, il nostro futuro.

Considerando che i modelli di consumo sono globalizzati e che la corsa a divorare il pianeta diventa sempre più veloce (negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28%), vi è una comune preoccupazione sull’impossibilità di procedere nella direzione di uno sviluppo, se per sviluppo si intende crescita economica all’infinito. Del resto, come diceva Kenneth Boulding, chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista. Gli economisti, appunto: hanno sempre pensato che le risorse naturali non fossero limitate, ma soltanto scarse. È stato un errore perché il concetto di scarsità è relativo, mentre quello di limite è assoluto. Così l’efficienza, riducendo la scarsità, ha di fatto aumentato i limiti. Ed è questo il nostro problema.

L’idea del trickle down, la teoria dello “sgocciolamento” cara agli economisti dello sviluppo, sosteneva che la crescita economica, anche se concentrata in piccoli gruppi al vertice della società, avrebbe comunque portato benefici alla società intera: la ricchezza sarebbe discesa a pioggia sulle fasce meno abbienti. Non è (stato) così.

Gli avvenimenti degli ultimi decenni hanno smentito questa teoria, non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche nelle aree economicamente più avanzate dove la forbice della disuguaglianza economica mette in crisi società sempre più divise tra chi ha molto e chi niente. Non si può più accusare di allarmismo chi denuncia l’inquinamento crescente, la dissipazione di risorse finite come l’acqua o il petrolio. Occorre però ammettere che qualcuno di questi profeti dimostra scarsa onestà intellettuale e che tanti si sono adoperati per sfruttare le paure globali in modo economicamente conveniente.

E allora l’economia diventa verde (green economy). Tre sono i filoni che la caratterizzano fin da quando è stata codificata: il senso del limite, l’interesse per la complessità dei sistemi e l’ineliminabilità dell’incertezza3. Primo, mentre l’economia classica vede la crescita come un fatto sempre positivo, l’ecologia ricorda che vi sono dei limiti dati dalla stabilità degli ecosistemi e della disponibilità di risorse. Ma a questo bisogna aggiungere anche il limite fra essere umano e natura, che ci porta a pensare anche alla responsabilità individuale e collettiva. E qui si collega un altro aspetto rilevante, ovvero la questione della complessità: nell’ecologia verde tutto è interconnesso a tutto e ogni semplificazione è pericolosa. Occorre infatti promuovere e attivare quella capacità dell’essere umano di pensare i sistemi (ecologico, sociale ed economico) in maniera interconnessa.

Ma la sensibilità ai temi della sostenibilità (e quindi dell’ambiente, della sua distruzione o del limite delle risorse) è possibile analizzarla anche dal punto di vista psicologico. Il senso di benessere di un individuo è dato, tra le altre cose, dalla consapevolezza di essere soddisfatti della propria vita senza eccedere nei consumi. Spesso, invece, la distruzione dell’ambiente e la mancanza di benessere da parte delle persone possono essere influenzati da un fattore psicologico chiamato “alienazione ecologica”4, ovvero quel sentimento secondo cui gli individui si pensano come indipendenti e separati dall’ambiente esterno. In pratica quel sentimento che ci porta a pensare e a vivere le nostre vite non in maniera interconnessa e intrecciata con le vite di altri organismi all’interno del sistema naturale. L’abilità di sentirsi parte del mondo e non fuori da esso può invece essere un fattore fondamentale nel determinare e, direi, “formare” ed “educare” a uno stile di vita sostenibile.

Il terzo pilastro dell’economia verde è l’ineliminabilità dell’incertezza: mentre l’economia ha una totale fiducia nella capacita della tecnologia di risolvere i problemi, l’ecologia ci ricorda che gli ecosistemi potrebbero non sopportare lo stress imposto dalle attività umane, né che nuove risorse potranno rimpiazzare quelle dilapidate, e quindi occorre trovare soluzioni alternative che guardino alla complessità, caratteristica essenziale di tutti i sistemi (umani e ambientali). L’incremento della complessità, delle diversità e della specializzazione sono tendenze che si riscontrano non solo nell’evoluzione, ma anche nella tecnologia. Gran parte dei problemi con cui domani dovrà misurarsi il pianeta saranno creati da tecnologie che oggi non abbiamo ancora inventato, in una tensione costante verso la conoscenza positiva nel senso di generatrice di nuove scelte.

Dunque possiamo partire dai nostri comportamenti “verdi”, anche se non riferiti esclusivamente all’ambiente. Verde indica ormai un sistema di valori e abitudini che vanno dall’attenzione dalla salute, al mangiare sano, alla natura, alla qualità della vita, fino agli ideali altruistici, al rifiuto della guerra e delle tecnologie pesanti. È un processo lento che si muove a spirale e che si autoalimenta. Ognuno lo può testimoniare con il proprio stile di vita consapevole dell’impatto su se stesso e sugli altri sviluppando la cosiddetta intelligenza ecologica (nella definizione di Daniel Goleman). L’importante è che la politica, e dunque le imprese, incomincino a focalizzarsi in modo definito e deciso sui consumatori “tradizionali”, piuttosto che aspettare che l’eroica minoranza dei consumatori verdi trovi il modo di risolvere l’insostenibilità della società e che si incominci seriamente a superare il Pil, la misurazione della crescita materiale e monetaria, e a valutare la ricchezza in termini di più qualità e meno inquinamento delle produzioni e minor peso dei cambiamenti climatici. Allora vorrà dire che le cose stanno (davvero) cambiando e che l’economia si sta realmente colorando di verde.

Più interessante ancora, e più “avanti” in un certo senso, è l’economia blu (blue economy). Colorazione proposta da Gunter Pauli5, membro del Club di Roma e fondatore di Zero Emission Initiative, un network internazionale che raccoglie più di tremila scienziati impegnati nello sviluppo di modelli economici compatibili con la riduzione dell’impatto ambientale, ma soprattutto competitivi. Il succo della sostenibilità globale sta proprio qui: mettere le basi per un’economia attenta a tutto il processo e alle ricadute di ogni singolo passaggio. Un vero business che rispetti però le persone, l’ambiente e il futuro di noi tutti. Non a caso i quattro pilastri dell’economia blu si possono ricondurre a: fare business, farlo con prodotti e servizi realizzati senza sfruttare mano d’opera in maniera disumana, senza l’uso di sostanze tossiche nei processi e nei materiali e senza inquinare l’ambiente di oggi e quello di domani.

L’economia blu è quindi un modello di business a livello globale dedicato alla creazione di un ecosistema sostenibile grazie alla trasformazione di sostanze precedentemente sprecate in prodotti redditizi. In altre parole, essa tiene conto dell’impatto globale di tutto quel che facciamo e rappresenta uno sviluppo dell’economia verde: mentre quest’ultima ad esempio postula una riduzione di CO2 entro un limite accettabile, l’economia blu prevede di arrivare a emissioni zero di anidride carbonica, consentendo così la rigenerazione del sistema ambientale. L’obiettivo dell’economia blu non è quindi quello di investire di più nella tutela dell’ambiente ma, grazie alle innovazioni in tutti i settori dell’economia che utilizzano sostanze già presenti in natura, di effettuare minori investimenti, creare più posti di lavoro e conseguire un ricavo maggiore.

È un’economia, quella blu, che usa dunque le tecnologie ispirate dalla natura e che opera materialmente attraverso le strategie della biomimesi (bioimitazione): coltivare i funghi sui fondi di caffè, usare un cellulare senza batteria, che sfrutta il calore del corpo e le vibrazioni della voce umana, imitare i sistemi di raccolta dell’acqua di un coleottero per ridurre il riscaldamento globale, sostituire le lame dei rasoi “usa e getta” con fili di seta. In natura, del resto, non esistono disoccupati e neppure sprechi e rifiuti: 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro secondo lo slogan di Gunter Pauli. Che porta un esempio concreto per spiegare la differenza tra green e blue economy: quello dei detersivi biodegradabili. Anni fa alcune piccole aziende innovatrici iniziarono a sostituire i tensioattivi petrolchimici con ingredienti biodegradabili, gli acidi grassi dell’olio di palma. Ben presto tutti i maggiori produttori cavalcarono la biodegradabilità. Risultato: enormi aree di foresta pluviale sono state convertite a colture intensive di palma da olio, facendo fuori l’habitat dell’orango, dello scimpanzé e di moltissime altre specie, che in pochi anni sono diventate a serio rischio di estinzione. A dimostrazione che non sempre biodegradabilità e rinnovabilità equivalgono a sostenibilità globale. Stesso discorso per la mobilità green: oggi assistiamo alla corsa verso l’auto elettrica, che localmente produce zero emissioni. Ma se poi produciamo l’elettricità necessaria bruciando carbone da qualche altra parte, abbiamo spostato altrove il problema, senza risolverlo.

In definitiva bisogna guardare e andare avanti verso l’orizzonte, vedere e pensare a un “arcobaleno” di colori e sfumature verde-blu: la crescita economica, così come si è tradizionalmente manifestata, non produce più benessere né migliora la qualità del nostro vivere, bisogna dunque perseguire un tipo di crescita diversa, che ha come presupposto un vero cambiamento nell’antropologia del consumo e stili di vita e modelli di produzione più naturali di cui si vedono, già adesso, testimonianze intorno a noi. Passare dal ben essere al ben vivere, che è un’altra cosa. Un’economia che non sia soltanto “colorata”, ma anche rivolta a soddisfare consistenti sistemi di bisogni e non a moltiplicare inutili desideri.

1. http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/economia.shtml.

2. G. Ardizzi, C. Petraglia, M. Piacenza e G. Turati, Ecco dove il crimine fa buoni affari, www.lavoce.info, 14 giugno 2011.

3. Mercedes Bresso, Economia ecologica, Milano, Jaca Book, 1997.

4. Aaran Stibbe, The handbook of sustainability literacy, Foxhole, Green Books, 2009.

5. Gunter Pauli, Blue Economy, Milano, Edizioni Ambiente, 2010.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e presidente della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico