Marina Cepeda Fuentes

Radio3suCarta. Antonio Machado

Antonio Machado,

il poeta di Siviglia

di Marina Cepeda Fuentes

Regia di Cettina Flaccavento

Letture di Clara Berna e Francesca Santini

451’ propone in questo numero le prime due puntate del ciclo di Passioni dedicato ad Antonio Machado. Le seconde e ultime due puntate verranno pubblicate sul prossimo numero.

Passioni è un programma articolato in cicli monografici della durata variabile dalle 2 alle 10 puntate. Ogni ciclo propone una narrazione e un’esplorazione condotta in prima persona dal protagonista o dai protagonisti intorno a una “passione”, che è al centro del tema scelto, e si avvale di interviste, archivio sonoro, musiche. Passioni non vuole offrire un approccio giornalistico o didascalico ma piuttosto l’esperienza viva dei protagonisti, la loro storia, le loro emozioni.

Marina Cepeda Fuentes è nata a Siviglia e da anni abita in Italia, dove si è sposata e ha avuto una figlia. È architetto specializzato in restauro dei monumenti e professoressa di Storia dell’Arte e Disegno. È anche fotografa, scrittrice e giornalista per la Rai. Ha scritto numerosi libri, fra cui l’ultimo pubblicato in Italia è Sorelle d’Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento (Blu, 2011).

1a puntata (7 maggio 2011)

Ricordi di un patio di Siviglia

Mi chiamo Marina Cepeda Fuentes e sono nata a Siviglia, la capitale di quella che una volta era la Regione Andalusa, e oggi è la Comunidad Autonoma de Andalusia; a cambiare però è stato soltanto il nome, perché per il resto la regione è rimasta come era, con le sue otto province, cioè Almeria e Malaga, che si affacciano sul Mediterraneo, Huelva e Cadice, sulle fredde acque dell’oceano Atlantico, e infine Granada, Jaen, Cordoba e Siviglia, da dove il mare non si vede mai, sebbene Siviglia abbia un quartiere, Triana, situato dall’altro lato del fiume Guadalquivir (simile a Trastevere di Roma), che viene detto de los marineros (dei marinai), perché dal suo porto, un grande porto fluviale, una volta, ai tempi di Cristoforo Colombo, partivano e arrivavano le navi per l’America.

Noi sivigliani, ma in genere noi andalusi, di carattere siamo molto passionali e pieni di passioni per tante cose: soffriamo di horror vacui, l’orrore del vuoto. E questo traspare in ogni cosa. Ad esempio nell’architettura: palazzi dove le decorazioni che ci hanno lasciato gli arabi riempiono ogni spazio delle pareti e si alternano al barocco quasi ossessivo delle chiese, che a me personalmente piace moltissimo. E traspare anche dalle nostre usanze, dal nostro folclore, soprattutto dal flamenco, dove alcuni canti ridono, come las alegrias o los tanguillos, e altri piangono pene d’amore, come las soleares o las seguirillas… Non ci sono mezze tinte in Andalusia: il sole è così forte che non lascia spazio alle ombre, finché non arriva la luna.

Una terra strana quella andalusa: e forse ancora di più quella sivigliana, esuberante, esagerata… Passionale, insomma.

A Siviglia ogni primavera la città profuma di zagara, a volte in una maniera inebriante che fa quasi stordire, e in inverno quelle zagare diventano arance amare che cadono ovunque per terra e che nessuno raccoglie. Tanto, da decenni ormai ci hanno pensato gli inglesi a farlo, dietro pagamento, naturalmente, per produrre la “marmellata di arance amare di Siviglia”, e gli spensierati sivigliani si guadagnano qualche soldo senza sforzo.

A Siviglia, ogni primavera arriva la Settimana Santa, come dappertutto nel mondo cattolico; in Spagna specialmente, dove ogni città, ogni paesello ha i suoi riti particolari. A Siviglia ancora di più, perché qui, si sa, lo sanno tutti, che il Cristo dopo i giorni di Passione muore sulla Croce, ma si sa anche che dopo tre giorni resuscita e dunque, tipico della filosofia di “andar per casa” di noi sivigliani, si pensa che sia giusto soffrire, ma non troppo… tanto Gesù risorge…

Perciò quando si piange lo si fa cantando flamenco; canti strazianti – questo sì – canti che sono come dardi che vanno diritti al cuore e che perciò si chiamano saetas, saette… La processione con un Cristo, una scena della Passione, una Madonna addolorata ma barocchissima, marciano per la strada, con la musica, le trombe, i tamburi… a un certo punto da un balcone, da una finestra, qualcuno fa cenno di cantare e allora si fa un grande silenzio. E tutto e tutti si fermano…

Inizia una saeta, il cante flamenco della Settimana Santa, diffuso soprattutto a Siviglia… spesso questi canti sono diretti alla Madonna, perché sono proprio belle le Madonne che sfilano l’intera settimana, dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Resurrezione o Pasqua. Poi, dopo che la saeta è finita, la gente applaude, come al teatro, ma non potete capire con quanta emozione: la folla che sta vedendo passare quel Cristo o quella Madonna è innamorata di quel Cristo o di quella Madonna. Sono centinaia ogni primavera, durante l’intera settimana appunto: da ogni chiesa, da ogni tempio, da ogni strada, da ogni piazza di Siviglia escono per sfilare per ore, dal pomeriggio alla notte, immensi troni barocchi con i Misteri della Passione di Cristo e del Dolore di sua madre. Una madre che si chiama Speranza… Speranza nella Resurrezione del Figlio.

Speranza di Triana, quella del quartiere dove sono nata. Speranza della Macarena, quella del quartiere dove nacque nel 1875 il poeta Antonio Machado e dove ora abito quando sto a Siviglia.

Antonio Machado è il poeta di Siviglia, uno dei poeti di Siviglia, perché la mia Siviglia è città di molti poeti: Lopez de Rueda, Gonzalo Argote de Molina, Rodrigo Caro, Luis Cernuda, Vicente Aleixandre, Fernando Villalòn, il romantico Gustavo Adolfo Bécquer, Manuel Machado, il fratello di Antonio, e altri ancora. E a lui, ad Antonio Machado, dedicherò le mie appassionate chiacchiere di questo ciclo di Passioni.

Da Antonio Machado, una delle mie passioni (la poesia in generale è una delle mie grandi passioni), sono da qualche tempo unita tramite un sottile filo, collegato anche alla Settimana Santa: ogni primavera, quando arriva l’alba del Venerdì Santo, se lui fosse ancora in vita avrebbe provato la stessa emozione che provo io ogni volta che sotto il balcone di casa mia passa il Cristo de los Gitanos, il “Cristo dei Gitani”, stanco, dopo che è stato portato in giro tutta la notte per Siviglia, trascinando la croce sulla spalla… La notte della cosiddetta Madrugà, che vuol dire Alba, perché quel giorno, fin dalla sera del Giovedì Santo, per l’intera notte, le processioni non si fermano mai. Dal mio balcone potrei toccare il Cristo de los Gitanos volendo, e vi assicuro che ogni volta, quando lo vedo avanzare dal fondo della strada, mentre dagli altri balconi le donne gli gettano petali di fiori, piango d’emozione. Noi sivigliani siamo fatti così.

E Antonio Machado? Che c’entra, vi domanderete. C’entra eccome… Perché quel Cristo de los Gitanos dell’alba del Venerdì Santo arriva sotto il mio balcone dopo che, pochi minuti prima, è passato davanti al portone della casa dove lui è nato… beh, una casa no, ma un palazzo bellissimo, nobile. Il Palacio de las Dueñas che appartiene da secoli alla Duchessa d’Alba. Per tradizione, ogni primavera, quando la processione della Confraternita de los Gitanos arriva davanti al Palazzo della Duchessa d’Alba, si ferma, si gira verso il portone dove ad attenderla c’è la duchessa con la sua famiglia, da secoli fratelli maggiori della confraternita. E là, quasi sempre, qualcuno canta una saeta. Perciò Antonio Machado, che là era nato ed era vissuto da piccolo, ha dedicato una delle sue più celebri poesie alla saeta cantata al Cristo de los Gitanos…

¿Quién me presta una escalera

para subir al madero,

para quitarle los clavos

a Jesús el Nazareno?

¡Oh, la saeta, el cantar

al Cristo de los gitanos,

siempre con sangre en las manos,

siempre por desenclavar!

¡Cantar del pueblo andaluz,

que todas las primaveras

anda pidiendo escaleras

para subir a la cruz!

¡Cantar de la tierra mía,

que echa flores

al Jesús de la agonía,

y es la fe de mis mayores!

¡Oh, no eres tú mi cantar!

¡No puedo cantar, ni quiero

a ese Jesús del madero,

sino al que anduvo en el mar!

Chi mi presta una scala

per salire sulla croce,

per togliere i chiodi

a Gesù Nazzareno?

Oh, la saeta, il canto

al Cristo dei gitani

sempre col sangue sulle mani

sempre pronto da schiodare!

Canto del popolo Andaluso,

che tutte le primavere

va cercando scale

per salire alla croce!

Canto della terra mia,

che lancia fiori

al Gesù dell’agonia,

ed è la fede dei miei maggiori!

Oh, no, questo non è il mio canto!

Non posso cantare, né voglio

a questo Gesù sulla croce,

ma a quello che camminò sul mare!

A musicare e cantare la poesia Saeta di Antonio Machado fu il cantautore catalano Joan Manuel Serrat, uno dei più famosi della Spagna, anche adesso, fra le nuove generazioni. È stato il primo, insieme a pochi altri, ad avere il coraggio di cantare brani o autori che erano vietati nella Spagna di Franco, come appunto Antonio Machado che, quando il “Generalissimo” vinse la guerra civile spagnola, se ne andò esule in Francia dove morì subito, a poche settimane dal suo arrivo, nel 1939. Era il 1969 quando Joan Manuel Serrat, che aveva 26 anni, cantò, musicando insieme con l’argentino Alberto Cortez, ben dodici poesie di Antonio Machado, pubblicandole in un 33 giri che è stato per noi ragazzi di quel tempo un simbolo.

Ricordo ancora quando andai in autostop da Siviglia alla Catalogna, insieme con un paio di compagni di architettura, la materia che studiavo, per assistere al concerto di presentazione del disco: quanta emozione… Chi non ha vissuto in una dittatura, per quanto – specialmente a partire dagli anni Settanta – quella franchista fosse ormai abbastanza attutita, non può immaginare cosa si provi a trovarsi insieme con centinaia di giovani ad ascoltare parole, in quel caso le poesie di Machado, sapendo che sono vietate…

Ma torniamo ad Antonio Machado e alla sua abitazione di Siviglia nel Palacio de las Dueñas, che si trova in Calle Dueñas: era nato lì il 26 luglio 1875, il giorno dell’onomastico di sua madre, che si chiamava Ana Ruiz, perché suo padre Antonio Machado y Alvarez lavorava per i Duchi d’Alba, pare come amministratore oppure bibliotecario, non si sa bene. Non erano ricchi i Machado e infatti vivevano in affitto in una dependance di quel palazzo. Un palazzo molto bello, suggestivo, con dei bellissimi azulejos, le maioliche in stile arabo, con una semplice facciata tipica andalusa e un cortile, un patio anzi, pieno di rampicanti, di aranci e un limone. Proprio in quell’eden Antonio Machado passò la sua infanzia, come rammenta nella poesia Ritratto:

Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla,

y un huerto claro donde madura el limonero;

mi juventud, veinte años en tierras de Castilla;

mi historia, algunos casos que recordar no quiero.

Ni un seductor Mañara, ni un Bradomín he sido

ya conocéis mi torpe aliño indumentario –,

más recibí la flecha que me asignó Cupido,

y amé cuanto ellas puedan tener de hospitalario.

Hay en mis venas gotas de sangre jacobina,

pero mi verso brota de manantial sereno;

y, más que un hombre al uso que sabe su doctrina,

soy, en el buen sentido de la palabra, bueno.

[…]

Y al cabo, nada os debo; debéisme cuanto he escrito.

A mi trabajo acudo, con mi dinero pago

el traje que me cubre y la mansión que habito,

el pan que me alimenta y el lecho en donde yago.

Y cuando llegue el día del último vïaje,

y esté al partir la nave que nunca ha de tornar,

me encontraréis a bordo ligero de equipaje,

casi desnudo, como los hijos de la mar.

La mia infanzia sono ricordi di un patio di Siviglia,

e un orto chiaro dove matura il limone;

la gioventù, vent’anni in terra di Castiglia;

la mia storia, alcuni fatti che non voglio ricordare.

Né un seduttor Mañara, né un Brandomìn son stato

– già conoscete il mio goffo modo di vestire –,

ma ricevetti la freccia che mi scagliò Cupido

e amai quanto in quelle ci può essere di accogliente.

Nelle mie vene ci sono gocce di sangue giacobino

ma il mio verso sgorga da sorgente serena;

più che un uomo alla moda che sa la sua dottrina

sono, nel senso buono della parola, buono.

[…]

Nulla vi devo, infine; voi a me quanto ho scritto.

Curo il mio lavoro, col mio denaro pago

la veste che mi copre e la casa dove abito,

il pane che mi nutre e il letto dove giaccio.

E quando verrà il giorno dell’ultimo viaggio,

e salperà la nave che mai più ritornerà,

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare.

Beh, forse non ci crederete, ma per noi sivigliani i primi versi di questa poesia, «Mi infanzia son recuerdos de un patio de Sevilla y un huerto claro donde madura el limonero» – «la mia infanzia sono ricordi di un patio di Siviglia e un orto chiaro dove matura il limone» – sono sinonimo di Antonio Machado: basta recitare quei versi e subito si pensa a lui, al Palacio de las Dueñas ecc. Io, personalmente, ci penso ancora di più da quando abito a Siviglia, a due passi da casa sua, e, passando davanti, leggo la targa incorniciata tra maioliche sivigliane raffiguranti tanti limoni, dove si legge:

EN UNA VIVIENDA DE ESTE PALACIO

NACIÒ EL 26 DE JULIO DEL 1875, EL POETA

ANTONIO MACHADO

AQUI CONOCIÒ LA LUZ, EL HUERTO CLARO,

LA FUENTE Y EL LIMONERO

IN UN’ABITAZIONE DI QUESTO PALAZZO,

È NATO IL 26 LUGLIO 1875 IL POETA

ANTONIO MACHADO.

QUI CONOBBE LA LUCE, L’ORTO CHIARO,

LA FONTANA E IL LIMONE.

E allora guardo dal cancello, che è sempre aperto, il bel patio, con la fontana, l’orto chiaro e tanta di quella luce del sole da far crescere non uno, ma tanti limoni. E subito comincio a canticchiare la sua poesia sulla musica di Joan Manuel Serrat.

Ligero de equipaje, “leggero di bagagli”, dovrebbe trovarlo la morte, dice Antonio Machado in questa poesia, che è anche un suo ritratto… E in effetti fu così, anche quando partì per il suo ultimo viaggio verso l’esilio nel 1939. Ma ne parleremo ancora.

Torniamo al palacio sivigliano dove nacque, e dove suo padre, Antonio Machado y Alvarez, lavorava e scriveva e si documentava moltissimo, perché era uno studioso del folclore e dei costumi del popolo andaluso, un antropologo, si potrebbe dire, delle tradizioni popolari dell’Andalusia: diceva che era un amico del popolo e perciò aveva adottato il nome di Demofilo, dal greco demos, “popolo”, e filo, “amare”.

Raccoglieva vecchie fiabe, leggende, proverbi, filastrocche e canzoncine, come ad esempio quella che a partire dal 1878, cioè quando Antonio Machado aveva tre anni, i bambini spagnoli cantavano mentre giocavano al girotondo. Una canzoncina molto triste che raccontava la prematura morte della giovanissima moglie del re Alfonso XII Borbone, l’avo dell’attuale re Juan Carlos I, che regnava in Spagna quando Antonio Machado nacque, fino al 1885. Ebbene, la diciottenne Maria de las Mercedes de Orleans morì di febbri tifoidee, cinque mesi dopo le nozze con Alfonso XII: fu un lutto nazionale. Tutta la Spagna pianse la bella e giovane regina Maria de las Mercedes.

Poi la storia divenne quasi leggenda, e i bambini canticchiavano una lunga filastrocca nella quale si domandava al re la sorte della povera regina: «Dove vai Alfonso XII? Dove vai così triste. Vado a cercare Mercedes, che è tempo che non si vede…». E si cantava così:

¿Dónde vas, Alfonso XII?

dónde vas triste de tí?

Voy en busca de Mercedes

que hace tiempo no la ví.

E poi la filastrocca continuava fino a raccontare il funerale di Mercedes e lo sconforto del re.

Più tardi venne composta una vera e propria canzone, una copla, come si chiamano le canzoni tipiche spagnole, intitolata Romance de la Reina Mercedes, e a cantarla, ancora oggi, sono le cosiddette “folcloriche”, o tonadilleras (da “tono”, timbro della voce), come la grande Conchita Piquer.

In questa copla, che tante volte tutti noi spagnoli nati sotto la dittatura franchista abbiamo ascoltato, si racconta, come nella filastrocca, la triste vicenda della regina Marìa de las Mercedes, figlia del duca di Montpensier e nipote del re Luigi Filippo I di Francia, che viveva nella Siviglia di Antonio Machado e curava le dalie del bel parco di Maria Luisa, che sua madre avrebbe poi donato alla città.

2ª puntata (8 maggio 2011)

Más se perdió en Cuba: Antonio Machado e il sentimento tragico della vita nella Spagna del 1898

Al poeta Antonio Machado sono unita tramite alcuni sottili fili, oltre quello della nascita. Entrambi siamo nati a Siviglia, sebbene in due quartieri “rivali” del centro storico della capitale andalusa: io in quello di Triana, a sud, lui in quello a nord, la Macarena, un nome che proviene dall’arabo Macarea, da cui deriva Bab-al-Makrin, come era chiamato ai tempi della dominazione musulmana l’Arco de la Macarena, una delle porte delle antiche mura della città, tuttora intatto e sotto il quale, la notte del Giovedì Santo, passa la Virgen de la Macarena, la più popolare della Settimana Santa sivigliana.

Quello della Macarena è un quartiere popolato di chiese, di ogni stile architettonico, una più bella dell’altra. A pochi metri dal palazzo dove nacque il futuro poeta si trova San Juan de la Palma, un tempio dedicato a san Giovanni Battista in stile arabeggiante gotico-mudéjar, da dove la Domenica delle Palme, disposta a percorrere le strade della città con il cuore trafitto da sette pugnali, esce la Virgen de la Amargura (la Madonna dell’amaro dolore). Ebbene in quella chiesa, il 28 luglio 1875, fu battezzato il poeta con i nomi di Antonio Cipriano José María y Francisco de Santa Ana y de la Santisima Trinidad Machado Ruiz.

Suo padre era Antonio Machado y Alvarez, un uomo molto colto che, con il soprannome di Demofilo, si dedicava allo studio delle tradizioni popolari andaluse e del folclore, fra cui il flamenco: le sue ricerche avrebbero più tardi ispirato il primogenito Manuel Machado per molti dei suoi componimenti, perché anche lui fu poeta, sebbene meno famoso del fratello.

Probabilmente il Demofilo, mentre si aggirava a Siviglia per i vicoli del quartiere di Triana, culla del flamenco sivigliano, conobbe la bella diciannovenne Ana Ruiz Hernandez, originaria del popolare rione, che avrebbe sposato il 22 maggio 1873 nella più antica chiesa di Siviglia, costruita nel XIII secolo sul luogo di una moschea araba, della quale conserva il minareto: la chiesa di Santa Ana, dove sono stata battezzata io. Un altro anello della sottile catena di coincidenze che mi unisce ad Antonio Machado. Quell’anno, il 1873, il Demofilo probabilmente ascoltò i canti di alcuni dei più celebri cantaores di flamenco di Siviglia, molti dei quali proprio di Triana, come il leggendario El Cagancho, nato lì nel 1846 e ritenuto il maestro indiscusso della siguiriya gitana, un cante flamenco fra i più drammatici e passionali. Il suo stile avrebbe poi ispirato, alla fine del secolo, molti altri cantaores, fra cui Manuel Vallejo, nato a Siviglia nel 1891 e del quale esistono registrazioni dell’epoca…

Oraciòn por Antonio Machado

Misterioso y silencioso

iba una y otra vez.

Su mirada era tan profunda

que apenas se podia ver.

Cuando hablaba tenia un dejo

de timidez y de altivez,

y la luz de sus pensamientos

casi siempre se veía arder.

Era luminoso y profundo

como hombre de buena fe.

Fuera pastor de mil leones

y de corderos a la vez.

Conduciría tempestades

o traería un panal de miel.

Las maravillas de la vida

y del amor y del placer

cantaba en versos profundo

cuyo secreto era de el.

Montado en un raro Pegaso

un día al imposible fue.

Ruego por Antonio a mis dioses.

Ellos le salven siempre. Amén.

“Misterioso e silenzioso”, così descrive il celebre poeta nicaraguense Ruben Darìo il suo caro amico Antonio Machado nel poema intitolato Oraciòn por Antonio Machado (“Preghiera per Antonio Machado”) che gli dedicò quando lo conobbe a Parigi nel 1902.

“Misterioso e silenzioso” dunque, come era anche il padre di Antonio Machado; ma non la madre Ana Ruiz Hernandez, una simpatica sivigliana che era nata nel 1854 a Triana, nella calle Betis, il nome che portava nell’antica Roma il fiume Guadalquivir che costeggia la via, e che percorrevo da piccola ogni giorno per recarmi alla scuola di suore che frequentavo: Cristo Rey, come si chiama tuttora. All’epoca di Franco le scuole pubbliche erano ritenute “sovversive” e perciò lasciate marcire, sicché i figli della borghesia erano educati in quelle religiose. Non c’era alternativa.

Sulla sponda del fiume, di fronte a Triana, dove già gli arabi facevano approdare le loro navi sotto la magnifica torre militare di avvistamento, detta Torre del Oro per via del rivestimento della cupola in maioliche dorate tuttora intatto, si trova il più grande porto fluviale della Spagna, dove ancoravano le navi per l’America: partivano con i prodotti spagnoli e tornavano con quelli americani.

A quel porto arrivava da Cuba il tabacco già alla fine del XV secolo e nei primi del Cinquecento già esisteva a Siviglia la prima fabbrica di sigari di tutta Europa, che inizialmente era situata nel quartiere di Machado, la Macarena, di fronte alla chiesa di San Pedro, a pochi metri dalla mia abitazione sivigliana. Ma a Siviglia tutto ciò che si trova nel centro storico è a portata di mano.

«Sevilla es un pañuelo», “Siviglia è un fazzoletto”, diceva mia nonna Marina. Mia nonna, ogni volta che noi nipotini ci lamentavamo di qualche giocattolo perso oppure rotto, ripeteva spesso una frase che tuttora i più vecchi dicono: «Màs se perdió en Cuba!», “Si è perso molto di più a Cuba”. Una frase che si riferisce alla perdita dell’isola, che era sotto il dominio spagnolo dai tempi di Cristoforo Colombo, nella guerra d’indipendenza cubana, capeggiata dal famoso scrittore e politico di origine valenziana José Martì, ucciso dalle truppe spagnole nel 1895. La guerra era appoggiata dagli Stati Uniti, che s’impossessarono dell’isola vincendo la battaglia finale contro la Spagna nel 1898: insomma, quel paradiso dei Caraibi passò dalla padella alla brace e, nonostante la dichiarazione d’indipendenza del 1902, sarebbe rimasta sotto il protettorato dell’America fino all’arrivo di Fidel Castro nel 1959.

Della memoria di José Martì, ritenuto il “Padre della Patria”, una sorta di Giuseppe Mazzini cubano, sono rimaste a Cuba, ma anche in Spagna, le sue dottrine, le sue opere e le sue poesie, fra cui una, diventata molto popolare, Versos sencillos del 1891, fu musicata anni dopo e divenne la canzone cubana più celebre di tutti i tempi. Una canzone che parla di una contadinella, una guajira della cittadina di Guantanamo: Guajira Guantanamera.

Di questa canzone esiste una versione unica, una vera chicca: l’ultima creazione, prima di morire prematuramente nel dicembre del 2000, del cantante di Granada Carlos Cano, che la registrò tre mesi prima all’Avana, insieme con il novantenne Compay Segundo e i bambini cubani del popolo, in un album intitolato Asì cantan los niños de Cuba.

Il domani effimero

La España de charanga y pandereta,

cerrado y sacristía,

devota de Frascuelo y de María,

de espíritu burlón y alma inquieta,

ha de tener su marmol y su día,

su infalible mañana y su poeta.

La Spagna di fanfara e tamburello,

clausura e sagrestia,

devota di Frascuelo e di Maria,

d’anima inerte e spirito beffardo,

avrà un giorno il suo monumento,

il suo infallibile domani e il suo poeta.

Quella Spagna di “fanfara e tamburello” della poesia che Antonio Machado intitola Il domani effimero e che era allo stesso tempo un paese devoto alla Madonna e alle feste popolari – Frascuelo è infatti il nome di un torero – era in quel momento storico una Spagna da condannare.

La perdita di Cuba e di altre colonie – le Filippine, Puerto Rico e l’isola di San Juan, il cui vero nome è Guam – fu una vera tragedia per la Spagna e provocò una profonda crisi d’identità, sociale, politica e culturale; crisi che diede luogo a diverse manifestazioni, fra cui la cosiddetta Generazione del ’98. Un gruppo di intellettuali – scrittori, poeti, filosofi, musicisti, artisti – con una visione del futuro molto pessimistica, totalmente identificata con la crisi e con il contesto storico in cui era nata: vi si discutevano, ad esempio, temi come la perdita della personalità storica della Spagna. Vi facevano parte autori nati fra il 1864 e il 1876, come Pío Baroja, Azorín, Ramiro de Maeztu, Valle-Inclán, Jacinto Benavente, Juan Ramón Jiménez, Vicente Blasco Ibáñez, il filosofo e storico Ramón Menéndez Pidal, il drammaturgo Jacinto Benavente, premio Nobel nel 1922, e i compositori Manuel de Falla, Isaac Albéniz e Enrique Granados. E anche Manuel Machado e il fratello Antonio.

E naturalmente Miguel de Unamuno, che a tal proposito scriveva saggi filosofici come Del sentimento tragico della vita.

Tantissimi uomini di cultura, artisti, intellettuali, insomma, che si trovarono di fronte a una realtà difficile: quella di un paese in rovina, che insieme all’impero coloniale aveva perduto la propria identità, riscoprendosi fragile e instabile e senza le fondamenta necessarie per costruire un futuro: “un domani totalmente effimero”, come nei versi di Machado.

Da tutto ciò nasceva l’esigenza di una rigenerazione, e nacque anche un vero e proprio movimento ideologico innovatore, il regeneracionismo, capace di ridare un volto credibile e rassicurante alla Spagna del XX secolo, iniziato da poco; per molti dei suoi sostenitori, e anche per Antonio Machado, “la vita era soltanto un fiume che finisce nel mare…”.

C’è già uno spagnolo che vuole

vivere e a vivere comincia,

tra una Spagna che muore

e una Spagna che sbadiglia.

Piccolo spagnolo che vieni

al mondo, Dio ti protegga.

Una delle due Spagne

il cuore ti dovrà gelare.

Così dicono i versi di Antonio Machado.

Questi sono tratti da Proverbi e cantari e si trovano all’interno della raccolta pubblicata nel 1924 con il titolo Nuove canzoni. Antonio Machado vi sottolinea il dramma che stava vivendo una Spagna annoiata e moribonda, in cui ancora molti non ritrovavano la propria identità…

Al governo c’era il re Alfonso XIII di Borbone, che arrivò al trono nel 1902 a soli sedici anni e vi rimase fino al 1931, quando fu proclamata la Seconda Repubblica Spagnola. Morì esule a Roma nel 1941, dopo la guerra civile. Era il nonno dell’attuale re Juan Carlos.

Ma Alfonso XIII fu re fin dalla nascita, nel 1886, sotto la reggenza della madre Maria Cristina d’Asburgo, vedova di Alfonso XII; la reggenza durò diciassette anni. Fu negli anni in cui la Spagna perse Cuba e le altre colonie.

In quella Spagna smarrita, non solo era in crisi l’identità, ma anche la stabilità economica: con la perdita di Cuba, ad esempio, diminuiva anche l’industria del tabacco, molto importante allora in Spagna, specialmente a Siviglia dove era stata costruita la monumentale Real Fabrica de Tabacos, attiva dal 1770 fino al 1950, quando venne trasferita in periferia. Da allora la bella e antica costruzione è sede del Rettorato dell’Università.

Per quella gigantesca manifattura lavoravano più di mille persone, venivano impiegati 200 cavalli e 170 mulini fuori città. All’interno dell’elegante edificio neoclassico, centinaia di giovani donne facevano rollare le foglie di tabacco sulle nude gambe, e fra queste c’era la mitica Carmen. Almeno nella fantasia di Bizet, che nel 1875 la collocò per l’eternità fra le protagoniste più celebri dell’opera lirica e fece della “habanera” cantata dalla gitana sigaraia Carmen il brano più ascoltato.

Aveva fatto bene Bizet a inserirla nel melodramma, perché l’habanera è stata fin di primi dell’Ottocento un ritmo musicale, cosiddetto di “andata e ritorno”, fra Cuba e la Spagna: una cadenza dondolante, che segue le onde dell’oceano che separa i due paesi, che “viene e va”. Specialmente fra l’Avana e Cadice, città dell’estremità dell’Andalusia, affacciata sull’Atlantico.

E le due città sono quasi come due gocce d’acqua, anche nel carnevale, nella gioia di vivere, nel carattere della gente. Ma in un canto popolare gli abitanti di Cadice, i gaditani, affermano che «La Habana es Cádiz con más negritos, y Cádiz es La Habana con más salero», ossia “L’Avana è come Cadice ma con più negretti e Cadice è come l’Avana ma con più grazia!”.

ANTONIO MACHADO uno dei poeti e scrittori più importanti della letteratura spagnola, è nato nel 1875 a Siviglia. Studiò a Madrid, dove conobbe i maggiori esponenti della cultura del periodo; entrò a far parte della Generazione del ’98. Scrisse numerose raccolte, edite anche in Italia, fra cui Soledades, Campos de Castilla, Nuevas canciones. Durante la guerra civile si schierò col partito repubblicano, scelta che gli costò l’esilio dalla Spagna in un paesino della frontiera francese, dove morì nel 1939.

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