Riccardo Di Donato

A mosca cieca con Ernesto de Martino

GIORDANA CHARUTY, Ernesto de Martino. Le precedenti vite di un antropologo, traduzione di Adelina Talamonti, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 351, € 35,00

ERNESTO DE MARTINO, Etnografia del tarantismo pugliese. I materiali della spedizione nel Salento del 1959, a cura di Amalia Signorelli e Valerio Panza, introduzione e commenti di Amalia Signorelli, Lecce, Argo, 2011, pp. 463, € 27,00

 

ANTROPOLOGIA. A che punto sono gli studi sull’antropologo Ernesto de Martino, lo studioso delle tradizioni popolari del Mezzogiorno, in particolare del tarantismo pugliese? Riccardo Di Donato ripercorre l’iter di studi che sono stati sinora svolti su de Martino, soffermandosi su cosa è ancora poco chiaro della sua opera di antropologo.

C’è un gioco praticato dai bambini e, nel passato, anche dagli adulti che ha un nome strano eppure evocativo per chi studia i costumi popolari. Mosca cieca – recita il più diffuso dei nostri lessici – è gioco fanciullesco in cui uno dei partecipanti, bendato, deve cercare di afferrare uno dei giocatori e riconoscerlo. Quello dell’opera di un indagatore bendato pare a me il tratto che accomuna i risultati di ricerche tra loro assai diverse che continuano ad accumularsi intorno alla persona e all’opera di Ernesto de Martino: bendato perché non pienamente libero di disporre di tutti i testi e documenti che sono necessari ad arrivare a conclusioni che non siano provvisorie. Come tutte le situazioni complicate anche questa non dipende da una sola causa ma da molte e non caratterizza soltanto questo tempo nostro o questa fase della più generale vicenda intellettuale ma – in una misura del tutto particolare – appare tratto che accomuna gli studi che si sono realizzati nei quarantasei anni che ci separano dalla morte dello storico ed etnografo del tarantismo pugliese1 di cui qui ci occupiamo.

Il primo a depistare le ricerche è stato certamente de Martino.

Scrivendo e riscrivendo la sua storia, negando e rinnegando persone, posizioni e tendenze frequentate e seguite nei precedenti tratti del percorso, de Martino ha contribuito all’edificazione di una propria biografia intellettuale, sostanzialmente falsa o comunque, se si preferisce una eufemistica litote, non pienamente vera, la cui progressiva demolizione ha occupato decenni di lavoro critico.

Altre e altrettanto serie responsabilità sono poi per certo quelle di coloro che, disponendo dei documenti, ne hanno garantito, secondo un loro legittimo diritto, una disponibilità progressiva, secondo criteri la cui soggettività risulta oggi quasi capricciosa e comunque di difficile comprensione. Naturalmente il sentimento prevalente di chi vede manifestarsi una diversa e nuova possibilità di comprensione su di un tema cui ha dedicato fatica e riflessione è innanzi tutto gioioso e positivo: non possiamo che rallegrarci – noi demartinologi – delle possibilità nuove che – per fare il penultimo esempio della serie – la pubblicazione della versione italiana del libro di Giordana Charuty ha aggiunto, con brevi saggi epistolari di Vittorio Macchioro e de Martino, per certi versi inquietanti, appesi in cauda, e finali annunci di novità ulteriori e ancora più consistenti come il quotidiano carteggio tra de Martino e Anna Macchioro della metà degli anni Trenta, a quello che già la versione originale del volume conteneva dei risultati della lettura di un epistolario adolescenziale a lungo tenuto riservato e che getta luce significativa e nuova sulle fasi incipitarie della formazione di Ernesto de Martino.

Può sembrare paradossale ma il caso più complesso di conferma dell’assunto da cui sono partito – la difficoltà di accedere effettivamente alle fonti primarie – pare a me costituito dalla più recente pubblicazione, realizzata a cura di Amalia Signorelli e a opera – faticosa e meritoria – di Valerio Panza, che è un uomo decisamente fortunato se è vero – come scrive nella aletta della copertina – che vive attualmente lontano dalla sua Napoli e dall’Università, ma pur vive con tutto ciò che ama. Vediamo nel dettaglio la questione

Quindici anni fa, nel 1995, Clara Gallini e Marcello Massenzio organizzarono – con felice scelta del momento – un convegno internazionale intitolato Ernesto de Martino nella cultura europea, i cui atti furono pubblicati due anni dopo, a Napoli, presso l’editore Liguori. Il convegno, che si svolse tra Roma e Napoli, coinvolgendo nelle due città un numero confortante di studiosi alla presenza di studenti delle diverse Università interessate, coincideva con l’avvio della pubblicazione, presso l’editore Argo di Lecce, dell’Opera di Ernesto de Martino, iniziata con la riedizione di Naturalismo e storicismo nell’etnologia, e poi seguita da volumi contenenti testi e materiali provenienti dall’Archivio de Martino, allora custodito da Vittoria de Palma nella sua abitazione romana. Nel novembre dell’anno precedente si era costituita l’Associazione Internazionale Ernesto de Martino, come realizzazione del desiderio di dare continuità istituzionale e respiro più ampio al lavoro di ricerca sull’opera dell’antropologo meridionale costantemente animato da Clara Gallini. Sono stati, per i nostri studi, anni molto proficui e anche molto belli. Più d’uno tra noi ricorda il calore e la semplicità dei contatti allora stabiliti, i pasti consumati nella cucina della casa di Vittoria, allora a Roma, al ponte di marmo, tra una consultazione e l’altra delle carte o le discussioni con Clara, con Marcello e gli altri amici.

L’esordio demartiniano a me noto di Giordana Charuty è nel contributo alla sezione internazionale di quel convegno – L’antropologia del simbolico – una manifestazione d’attenzione e di interesse immersa ancora in una situazione di lontananza rispetto all’oggetto, cui seguì due anni dopo una sezione di un fascicolo di Gradhiva, revue d’histoire et d’archives de l’anthropologie, in cui erano gli esiti di un seminario dell’anno precedente e, tra questi, un nuovo saggio della Charuty, L’ethnologue et le citoyen, in cui veniva considerata – su base documentaria archivistica originale – la prima attività etnografica di de Martino subito dopo la guerra. Avviata una più ambiziosa impresa biografica, la nostra amica si è misurata con le difficoltà della ricerca archivistica e in questa ha conseguito successi importanti. Vittoria de Palma ha deciso di affidarle, dal proprio archivio personale, un carteggio della prima giovinezza demartiniana, intercorso tra il 1924 e il 1932 con un altro giovane dai pensieri profondi. Lo specchio dell’amico si è rivelato importante per meglio definire la personalità del futuro studioso, negli anni tra il liceo e la laurea: gli esiti di quella prima esplorazione della Charuty erano già apparsi nel saggio Il poeta e lo studioso. Una corrispondenza giovanile, nel 2005 in un volume su Ernesto de Martino e la formazione del suo pensiero, ancora una volta curato da Clara Gallini.

La ricerca di Giordana Charuty si conclude – ma, come abbiamo già annunciato, solo provvisoriamente – con la pubblicazione, nel maggio del 2009 di un cospicuo volume, Ernesto de Martino. Les vies antérieures d’un anthropologue, apparso a Marsiglia nei parcours méditérranéens delle edizioni Parenthèses in associazione con la Maison des sciences de l’homme. Il libro esce ora in un’attenta traduzione italiana, curata da Adelina Talamonti, cui già i nostri studi debbono la cura del sesto volume dell’Opera di Ernesto de Martino, i testi della Ricerca sui guaritori e la loro clientela, pubblicati nel 2008, con una introduzione di Clara Gallini.

Prodotto di una ricerca condotta senza risparmio di tempo e di energia, questo libro appare certamente importante anche al di fuori della dimensione della ricezione internazionale dell’opera demartiniana cui ho fatto riferimento. Per quanto, volontariamente, esso scelga una modalità comunicativa lontana dalle forme ordinarie della storiografia, preferendo uno stile narrativo con felici momenti letterari e per quanto – pensato per un pubblico francese – esso oscilli, nella annotazione perpetua, tra il troppo e il troppo poco, lo storico della cultura non potrà rimproverargli nulla o quasi di quello che c’è. Il lettore professionale si limiterà a sottolineare quello che, per scelta, nel libro non c’è: una bibliografia della critica utilizzata, un repertorio delle fonti e, forse soprattutto, degli indici, a partire da quello elementare dei nomi, che meglio ne permetterebbero la consultazione come strumento di studio. Ma la ricerca biografica è stata scritta per essere letta e appare manifestamente finalizzata a procurare nel lettore il piacere del testo, con tutta la valenza di soggettività che questo comporta.

Ho parlato – a dispetto del plurale, molto impegnativo, che appare nel titolo – di ricerca biografica. Ma rispetto a quale vita si racconta di una plurale anteriorità? Qual è il de Martino di cui si vuol capire la formazione, percorrendone le vicende, in forma narrativa e alternando descrizione e storia del lavoro realizzato e, insieme a questo, certezze o incertezze documentarie e fattuali che ne derivano? Quello che il volume esplora in vera profondità è proprio l’ethnologue et citoyen, l’intellettuale impegnato che, raggiunta dopo un cammino assai tortuoso la militanza comunista, vuole vivere la pienezza della organicità del suo pensare e del suo agire rispetto a una dimensione collettiva di azione che mira alla trasformazione del reale. Le tre parti del libro, Entrare nella storia, l’Angelo tutelare e le Guerre di un antropologo scandiscono un percorso di vita che l’autrice condensa intorno a tre nozioni successive: la religione civile di un fascismo giovanile vissuto con mistica intensità, la religione della libertà intesa come momento liberatorio e insieme di conciliazione con il mondo rinnovato che esce dalla guerra, e il folklore progressivo in cui l’uomo nuovo compie il passo finale di ricomposizione di sé con la raggiunta coerenza tra il pensare e l’agire. Detta così la cosa appare davvero complicata e – nella realtà, in quella del vissuto e in quella del racconto – lo deve essere stata ancora di più. Forse questo giustifica quella nozione plurale di vite precedenti cui lo storico razionalista e storicista si piega con sincera difficoltà: uno il soggetto, uno l’attore del percorso e il protagonista del racconto, una la vita con tutte le sue grandezze e con tutte le sue miserie. Quella vita, come abbiamo solo incominciato a vedere, ne incrocia molte altre e di tutte queste, con cura minuziosa e felicità di espressione, intende occuparsi l’autrice. Le tracce che insegue e ripercorre, quelle note e quelle non ancora note disegnano quadri cangianti e colorati. Dopo l’amico della giovinezza, il medico Armando Forte, felicemente ritrovato, la figura che meglio viene illuminata, fino alle avventure intellettuali nel lontano Oriente, è quella di Vittorio Macchioro, la cui influenza accompagna de Martino per tutti gli anni Trenta. La Charuty ha scelto di addentrarsi nella documentazione già depositata presso la Facoltà di Lettere di Trieste e a questa ha aggiunto il prodotto di nuovi documenti, soprattutto dell’epistolario familiare, provenienti dall’archivio personale di Aurelio Macchioro. Tutto questo getta luce nuova sulla figura dell’archeologo triestino, studioso di religioni e soprattutto di misteri, e meglio chiarisce il modo in cui la vita di Ernesto de Martino arriva a intrecciarsi con quella del suocero su di un punto, la redazione di un sofferto romanzo in cui il primo trasfonde elementi della propria autobiografia e il secondo lavora alla riscrittura con una intensità che conduce la nostra autrice ad attribuirgli – nella finale breve bibliografia demartiniana – la paternità del volume, decisione che pare a me francamente immotivata e inaccettabile. La disponibilità dei diari di Michele Cifarelli, esponente del pensiero laico e repubblicano barese, e l’abbondanza della documentazione di recente acquisita chiariscono definitivamente la maturazione antifascista di Ernesto avvenuta lentamente nel circolo dei crociani di Bari, seguito però dal finale crollo dell’idolo dello storicismo assoluto, nel decisivo momento di ricongiunzione tra ideale e reale. Il filosofo della libertà non supera, agli occhi dei giovani baresi, la prova dell’avvenuta liberazione – le radici fondiarie del liberismo si manifestano troppo forti – e questo aiuta Ernesto nell’operare una nuova svolta in una direzione di progresso: anche lui, come altri nel passato, sceglie d’andare verso l’avvenire.

Luce abbondante se non ancora piena è quella che viene a illuminare il de Martino antieroico del passaggio della guerra in Romagna e dei mille turbamenti intellettuali da cui esce con il suo Mondo magico – il cui manoscritto Anna Macchioro salva dalla guerra – che appare a stampa parecchio in ritardo rispetto allo svolgimento del pensiero del suo autore, e quasi lo obbliga a ritorni all’indietro. Dopo Napoli e Bari, dopo la Romagna – e dopo la Trieste di Macchioro – la scena del racconto della Charuty si sposta nella Roma del dopoguerra. Forse qui c’è una lacuna argomentativa che è connessa allo scarso peso che nel racconto viene attribuito a un’altra e ben diversa presenza nel percorso demartiniano, quella di Raffaele Pettazzoni, il fondatore degli studi storico religiosi per entro la tradizione universitaria italiana. Quest’ultimo diverrà decisivo, per l’opzione proprio in direzione storico-religiosa degli studi demartiniani, solo nel tempo immediatamente successivo a quello scelto dall’autrice, che sceglie di concludere immaginando Vittoria che dice al suo compagno, con una consecutio molto orale: “Basta Ernesto, bisogna che ti metti a lavorare”. Avremo così Morte e Pianto Rituale, Sud e Magia e La Terra del Rimorso. Su questo Giordana Charuty, antropologa di forme popolari della cristianità contemporanea, potrà regalarci un altro libro per condurre a nuovo termine la sua storia.

Intanto, nella postfazione scritta per il lettore italiano annuncia – come ho detto – la disponibilità di nuovi documenti di carattere tutt’altro che banale.

Diverso, assai diverso, appare il caso del secondo libro che adesso discutiamo.

Etnografia del tarantismo pugliese è il libro che raccoglie una parte significativa – ma non come recita il sottotitolo (tutti) – dei materiali della spedizione nel Salento che de Martino realizzò tra il giugno e il luglio del 1959. Nelle trenta pagine della sua introduzione, forte di una visione ora distaccata ma pur sempre vibrante di una passione non sopita dal tempo, Amalia Signorelli pone a suo modo il problema e in una nota (la n. 11 di p. 37) socchiude lo spiraglio aperto non alla nostra curiosità ma al dovere che abbiamo di capire se vogliamo giudicare. In breve e semplificando, la studiosa si dice consapevole del fatto che nei vari assestamenti subiti dai materiali raccolti nell’archivio de Martino, il contenitore n. 18, la cui pubblicazione le è stata affidata, non copre completamente la situazione documentaria relativa alla spedizione nel Salento che è presente anche in altri contenitori (il n. 19, 20, con preziose e autografe note di lettura, e 32, 33 con le fasi della dattilografia de La Terra del rimorso). Di questi la curatrice non ha avuto la riproduzione informatica, come per il n. 18 su cui ha lavorato con Valerio Panza, e non le resta, laddove le pare necessario, in particolare per la ricostruzione del suo proprio contributo, che procedere per congettura. Si tratta di una limitazione o autolimitazione inquietante.

Piuttosto che partire da quello che non c’è, è bene vedere quello che il lavoro di Panza e gli interventi critici di Amalia Signorelli hanno messo in evidenza e riprodotto nel volume che leggiamo. Segnalo allora subito al lettore come, giusto dopo la nota di Panza sui criteri di trascrizione e redazione dei testi, che a propria volta segue l’introduzione di Amalia Signorelli e una sommaria guida ai materiali, c’è nel libro un’immagine che a me pare straordinaria e significativa.

Si tratta di una foto, scattata – come le altre di quella avventura di viaggio – dal grande Franco Pinna, il 10 luglio del 1959 sulla strada del ritorno a Roma, a Bella, in provincia di Potenza. In quello che vediamo nel contorno impera, ovviamente sovrano, il modello del neorealismo cinematografico: un sacco di juta ripieno di qualcosa, una botte, un muro di sassi e dei sassi senza muro, dei bambini del luogo, un notabile, un informatore, un giovane tifoso demartiniano dai tratti contadini e pure allegri con una copia di Sud e magia in una mano, e in fine – o, se preferite, al principio – il gruppo dei ricercatori disposti dal fotografo che costruisce l’immagine sui diversi livelli del terreno: dall’alto e da sinistra Annabella Rossi, Giovanni Jervis, Letizia Comba, fino a destra e in fondo de Martino con Vittoria de Palma che quasi lo abbraccia e comunque gli protegge le spalle. Al centro dell’immagine, giovane, sorridente e molto bella, sta la nostra amica Amalia Signorelli, chiarovestita ed elegante, ben distinta rispetto a tutti gli altri. È lei che ora scrive di quello che ha vissuto e di quello che sa. A scrivere è cioè una diretta testimone dei fatti che conserva, se pure in modo elaborato e critico, una vigile memoria di quello che ha vissuto, della parte che ha svolto, di quello che ha visto e pensato.

Le foto sono per i moderni quello che i miti, non narrati nei racconti ma rappresentati nelle immagini, dipinte o scolpite, erano per gli antichi: hanno valore simbolico e vanno quindi spiegate. Ho mythos deloi hoti conclude il greco alla fine di ogni racconto: il racconto dimostra che… Il latino è più esplicito e rozzo con il suo fabula docet. Io credo che la spiegazione dell’imagine-mito della foto che ho descritto appena sia proprio nel messaggio che la curatrice vuole farci arrivare: il testo che leggiamo e l’interpretazione che oggi ne ricaviamo esprimono un diverso e nuovo angolo di visuale sulla spedizione etnografica in Salento, decentrato rispetto a quello – conclamato dalla storia culturale – del capo della spedizione, anche lui sorridente nella foto, decontratto dopo la fatica della lunga preparazione e la tensione dell’esperienza sul campo.

Dal libro vediamo bene come e quanto de Martino si prese la libertà di rimodulare i risultati dell’inchiesta, anche per le parti condotte dai suoi collaboratori e, nella rielaborazione che poi produsse il testo de La Terra del rimorso, impose la propria visione di storico storicista – riassunta bene nel sottotitolo Contributo a una storia religiosa del Sud – malgrado e contro almeno alcune di quelle degli altri, determinando nel gruppo quelle tensioni e quegli screzi cui, pur con pudore e rispetto, Amalia Signorelli accenna esplicitamente. Per quanto appena detto, questo libro appare assai diverso da quelli che lo hanno preceduto nella collana avviata per meritoria iniziativa e sotto la direzione di Clara Gallini, la cui collaborazione con de Martino cominciò proprio subito dopo la spedizione in Salento e consistette, come i materiali finali del volume documentano, nella ricognizione delle fonti antiche, greche soprattutto, relative a fenomeni assimilabili a quello esaminato, utilizzate dal fresco professore di storia delle religioni all’Università di Cagliari per la redazione del suo capolavoro storiografico.

La struttura del volume non segue, come è naturale ma per nulla banale, l’ordine – sostanzialmente poco più che casuale – che le carte hanno assunto nell’archivio ma alterna la strutturazione logica, stabilita sulla base dei verbali e del taccuino demartiniano, al rispetto della diacronia una volta definita per fasi: lo storico-etnografo, il lavoro di campo e, ultima, dal campo al testo, il passaggio cioè dai verbali ai taccuini e da questi al libro, con una fortissima preminenza finale dell’autore rispetto al gruppo.

Il prologo del volume è costituito dalla riproduzione della breve nota Intorno al tarantolismo pugliese che de Martino licenziò, sigillo culturale dell’impresa, negli Studi e materiali di Pettazzoni un anno prima di partire in Salento. Gli interventi di Amalia Signorelli appaiono in corso d’opera graficamente inquadrati e ben distinti dai testi. Così la ricostruzione dell’interprete ci accompagna da un passaggio all’altro con un fitto contrappunto di notazioni e spiegazioni su fatti, atti e significati. Siamo quindi informati del lavoro preparatorio svolto in Salento da Carpitella e Signorelli nella primavera precedente la spedizione, poi dell’accurata preparazione a Roma, con riunioni puntigliosamente verbalizzate e con letture di cui si rende conto in modo dettagliato ma di cui solo i contenitori 19 e 20 permettono di apprezzare, per il decisivo versante demartiniano, estensione e profondità. Vediamo e leggiamo così i documenti del formarsi nella mente dello storico etnografo non soltanto dell’ordine delle domande nei questionari ma anche di una sostanziale strutturazione delle risposte che andranno verificate. I grafici che de Martino scrive e disegna a penna e poi riproduce con la dattilografia, quasi a oggettivarli ulteriormente, sono di straordinaria efficacia: evidenziano lo sforzo, e prima di questo il bisogno, di collocare la realtà in una griglia interpretativa che consenta lo svolgimento del processo di comprensione.

La preparazione della spedizione, in cui il carattere collettivo e collegiale del lavoro è rigorosamente rispettato, appare lunga e accurata, nulla sarà improvvisato: anche per questo rimaniamo stupiti della rapidità, i venti frenetici giorni di lavoro senza soste, dal 20 di giugno all’undici di luglio del 1959, che l’esperienza assume nel suo consumarsi sul terreno. Molto di quel lavoro è conservato dai documenti nel suo farsi segmentario piuttosto che lineare, con ripetizioni e anche sovrapposizioni tra i diversi operatori culturali: Amalia Signorelli ci fa ben capire come solo progressivamente de Martino prenda, per così dire, le distanze dagli altri, per assumere il ruolo che solum era suo. Non più semplicemente quello di capo della spedizione ma, in modo conclusivo e decisivo, quello d’interprete del fenomeno investigato. Come il poeta che, cieco, affidava alla parola il dono del canto che Zeus gli aveva fatto, così lo storico etnografo, che affidava ad altri la possibilità di assistere al ballo della taranta e quasi se ne negava la mera visione, prendeva per sé il compito di ricondurre a uno i molti, e infine di arrivare a capire.

Questa, io credo, la sostanza del libro, che Amalia Signorelli ci propone: arriviamo a capire il modo in cui si realizza l’ultima esperienza realmente compiuta da un uomo cui restano quattro anni di vita e un tema da studiare ancora una volta in compagnia di altri, quello della Fine del mondo, che una nota alla pagina 412 ci mostra già presente nella sua mente. L’estremo viaggio sarà quello che porta dal rimorso al trascendimento: avremo modo di parlarne ancora.

Un pensiero finale merita qui ancora d’essere espresso sugli studi che restano da fare per arrivare, noi, se mai ci arriveremo, a capire senza parzialità Ernesto de Martino.

Le recenti pubblicazioni permettono, per ragioni diverse e rispettabili, ad autori e curatori che scrivono e a noi che li leggiamo, di evitare o aggirare la questione della contraddizione che domina la vita di de Martino e che, attraverso l’opera, viene risolta nel vitale e nell’umano: la contraddizione naturalmente rimane ben ferma, nella sua forma iterata e plurale, dinanzi a chi voglia comprendere secondo forme più vicine alla tradizione della pratica storiografica.

Poco meno di venticinque anni fa chi qui scrive si è misurato, nella ricerca individuale e nel coordinamento di una iniziativa collettiva, con questo stesso nodo problematico. Ne è uscito, per la parte pertinente al percorso formativo, per il tramite di una nozione, quella di preistoria di Ernesto de Martino e, per quella dell’apprezzamento dell’opera realizzata, grazie a un qualificativo della nozione di Contraddizione che mi apparve felice quando reificata, oggettivata, realizzata nell’opera. Maggiore difficoltà incontrai e dichiarai, pochi anni dopo, nel tentativo di spiegare uno dei documenti più inquietanti del percorso intellettuale demartiniano sul versante che si dice politico: la corrispondenza non con un qualunque dirigente comunista ma proprio con Pietro Secchia, il vicesegretario stalinista del Pci di Togliatti. Non trovai soluzione se non umana e nella dimensione relazionale: conclusi scrivendo di compagni e amici. Quando poi ho deciso di chiudere quella che era l’indagine di un non addetto a quei lavori, ma di un antichista convinto della proficuità del nesso che unisce sempre storia a storiografia, lo feci trasferendo dal soggetto all’oggetto il fuoco dell’attenzione: i Greci di Ernesto de Martino, raggiunti per la via togata di Raffaele Pettazzoni o per quella misterica e scomposta di Vittorio Macchioro, restavano selvaggi nel senso antropologico del termine e tanto mi bastò. La mia convinzione tuttavia era e resta – in conformità a un pensiero molto antico – che la vita di un uomo comprende tutte le sue parti e che essa si giudica – ce lo ha insegnato Erodoto – proprio a partire dalla conclusione.

Per de Martino, io credo, appare ancora necessario, e vista la situazione, addirittura urgente, misurarsi con La fine del mondo, soprattutto ora che il troncone pubblicato nel 1976, e riprodotto vent’anni dopo senza un reale svolgimento del necessario arricchimento critico, appare integrabile con l’innesto vitale delle molte e decisive pagine di pensieri sull’Ethos del trascendimento, che Roberto Pastina ha pubblicato nel 2005 sotto l’egida dell’Istituto Italiano di Studi Storici, sterilizzandone l’impatto con il titolo anodino, se pur non falso, di Scritti filosofici, fuori dai circuiti della comunicazione rumorosa e, per ora, purtroppo, senza la rottura di un silenzio che a me almeno pare incomprensibile e assordante.

 

1. Il tarantismo è un fenomeno isterico compulsivo (associabile all’epilessia o all’isteria) che veniva provocato, secondo credenze diffuse in antichità nell’area mediterranea, dal morso di un ragno, la taranta. Fino a pochi decenni fa tali credenze erano ancora vive nell’Italia Meridionale, dove per guarire il “tarantato”, cioè chi era affetto dal disturbo (solitamente giovani donne in età da matrimonio), si organizzavano riti di antica derivazione pagana e cristiana, veri e propri esorcismi: il tarantato veniva sottoposto a una musica dal ritmo sfrenato, la pizzica, realizzata con tamburelli, violini, armoniche e altri strumenti; solitamente iniziava a danzare e non smetteva finché non era esausto. A questo punto l’effetto del morso si credeva fosse esaurito ed effettivamente il tarantato sembrava star meglio. Negli ultimi decenni il tarantismo è scomparso, ma ne resta traccia nelle tradizioni e nelle danze popolari meridionali (fra cui la ben nota tarantella). N.d.R.

 

 

Riccardo Di Donato insegna Lingua e Letteratura Greca nell’Università di Pisa ove dirige il Laboratorio di Antropologia del mondo antico. I suoi studi su Ernesto de Martino sono nei volumi: La contraddizione felice. Ernesto de Martino e gli altri,  (Pisa 1990), Compagni e amici. Lettere di E. de Martino e Pietro Secchia (Firenze 1995), I Greci selvaggi. Antropologia storica di E. de Martino (Roma 1999). Il suo prossimo volume, Per una storia culturale dell’antico. Contributi di Antropologia storica, uscirà presso ETS a Pisa nei primi mesi del 2012.

 

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