Roberto Quagliano

Approfondendo il progetto di “451”

Leggendo in sequenza i due articoli di Ferraresi e di Pane che compaiono in questo numero mi è venuto in mente l’approccio alla mia professione (essenzialmente espressasi per la televisione) che ho cercato di definire, e comprendere a mia volta, in uno scritto riportato quì di seguito. Può darsi che chi legge vi trovi analogie o che voglia comunque segnalarmi le diversità nel caso non condivida la mia impostazione. Perchè mi è parso interessante riportare questo scritto? È la base teorica che ha portato, attraverso passaggi successivi su cui non mi dilungo, al progetto che ha visto nascere “451”, come conseguenza del mio desiderio di dare vita ad una versione video della Rivista dei Libri (che molti dei lettori ben conoscono) di cui ero affezionato lettore da due decenni. Sono riportati alcuni fatti al solo scopo di far comprendere il contesto in cui queste note sono state scritte. Buona lettura quindi nel caso in cui abbiate il tempo necessario da rubare ai ben più interessanti articoli presenti in questo nostro secondo numero.

Nel 1990 proposi a Milena Gabanelli, con cui collaboravo dai primi anni 80, la tecnica del videogiornalismo. Avevamo realizzato diversi reportage da Cina, Vietnam, Sud Pacifico, Cambogia, per la trasmissione Mixer di Giovanni Minoli e avremmo voluto proseguire in questa attività ma ci fu comunicato dalla RAI che sarebbe stato difficile realizzare reportage così impegnativi economicamente perché era in atto un ridimensionamento dei budget destinati a tali attività. Avendo saputo dell’imminente arrivo sul mercato di nuove tecnologie di ripresa estremamente economiche e di grande qualità tecnica oltre che di piccole dimensioni, mi venne in mente che i reportage che solitamente venivano realizzati dal giornalista e da una troupe composta di almeno due persone, potevano a questo punto essere realizzati dal solo giornalista, una volta che fosse stato istruito su come usare queste piccole telecamere.

Venni oltretutto a conoscenza (su un USA Today abbandonato da un militare americano alla mensa del contingente italiano all’aeroporto di Mogadiscio, in cui mi trovavo per seguire l’operazione dell’ONU Restore Hope) della esperienza fatta da Michael Rosenblum negli Stai Uniti che aveva fatto lo stesso mio ragionamento ed aveva coniato il termine videogiornalismo per definire questa particolare tecnica. Organizzammo così i primi corsi di videogiornalismo in Italia e da una mia proposta a Minoli nacque la prima trasmissione realizzata con questa tecnica. La trasmissione  si chiamava in origine Professione Reporter e dopo qualche anno prese il nome Report. Trasmissione tutt’ora in onda, come sapete (v’è da dire a questo punto come sia curioso che nel sito di Report, un programma che ha come mission la fedeltà alla verità dei fatti, non venga riportato con precisione come il videogiornalismo e il programma stesso siano nati; svista irrilevante ovviamente nel processo di beatificazione giornalistica di cui è oggetto la conduttrice del programma).

Lavorando per anni nell’informazione TV, avevo osservato come nessuna importanza fosse data ai contenuti formali del prodotto audiovisuale per privilegiare il contenuto verbale a cui tutto si assoggettava. La nascita di questa nuova tecnica mi parve fornisse l’occasione, azzerando addirittura la possibile ricchezza e complessità del linguaggio audiovisuale, di far emergere i contenuti più espressivi della comunicazione. Facendo prevalere quindi il livello dell’espressione su quello del contenuto.

Da questa considerazione partimmo (con il gruppo di videogiornalisti che faceva capo alla nostra agenzia) per compiere sperimentazione all’interno dei vari generi televisivi. Mescolando i generi stessi, per esempio fiction e informazione, ed abbandonandoci alle occasioni che la facilità d’uso di queste nuove sensibili telecamere ci offriva (in questo ambito rientrano i prodotti di videoletteratura che hanno condotto in ultima istanza al progetto “451” e che sono visibili sul sito www.451online.it).

Una delle tappe fondamentali di questa sperimentazione è stato un programma realizzato all’interno delle scuole medie superiori cui demmo il nome “La scuola in diretta”. La rete televisiva Italia 1, con cui pure collaboravo, accettò la nostra proposta di produrre il programma e così realizzammo 14 puntate in differenti scuole superiori su tutto il territorio nazionale. Era il 1995. Perché pensai ad un programma nelle scuole e perché non pensai ad un programma di informazione ma di intrattenimento? Praticando la tecnica videogiornalistica mi ero accorto della sua grande disponibilità a raccontare la realtà nel suo complesso se solo si smettevano i panni del professionista che fa immancabilmente riferimento ai protocolli della professione e alla sua deontologia. Raccontare la realtà nella complessità del suo svolgersi vuol dire porsi di fronte ad essa con lo stesso atteggiamento che di solito tiene colui che si appresta a rappresentarla sfruttando le tecniche del racconto di finzione. L’opera di finzione, il racconto di finzione, il romanzo non hanno una razionalità disciplinare cui far riferimento nel loro procedere. Gli elementi vengono affiancati uno all’altro non in vista della dimostrazione di una tesi o del raggiungimento di un obiettivo già chiaro fin dall’inizio, ma seguendo quello che il caso pone di fronte all’operatore del racconto e che l’intuizione e la sensibilità dello sguardo dello stesso operatore consente di organizzare in un insieme armonico. Armonia apprezzata o meno, ma comunque non votata a dimostrare o convincere in prima istanza, ma sostanzialmente votata ad emozionare.

Cosa avviene invece quando si descrive una realtà ponendocisi di fronte con l’ottica della disciplina che si è sposata come professione? Sociologia, ideologia politica, teoria psicanalitica, giornalismo. Il giornalismo televisivo per esempio. Generalmente il prodotto televisivo di informazione fin dalla partenza dichiara quale è la meta del suo percorso. Questa stessa meta, questo obiettivo informano di sé tutti gli elementi del discorso. La complessità della situazione reale viene umiliata da una logica che asservisce a sé ogni parola ed ogni immagine ed elimina tutto ciò che non è funzionale al raggiungimento del suo obiettivo.

E questo ha un suo rilievo nelle coscienze perché ci comunica che la realtà non interessa più, esiste solo l’interpretazione di essa. Ed ogni disciplina dà la “sua” interpretazione. Il fatto reale interessa solo come momento in divenire verso l’obiettivo che di volta in volta l’osservatore privilegia perchè omogeneo alla disciplina cui è fedele. I fatti reali interessano come sintomo di una “malattia” verso cui il corpo sociale si sta dirigendo sempre che non sia dato modo agli adepti delle varie discipline di intervenire.

Non interessa la cosa in sé, interessa da dove viene e dove è diretta. Il mio intento nel fare videogiornalismo era invece di raccogliere elementi del reale per poi comporli come si fa con il suono dei vari strumenti in una sinfonia. La sinfonia non ha un obiettivo logico.

La realtà è interessante per la nostra cultura solo come significante, come supporto di un significato che di volta in volta varia in conseguenza del fatto che la logica che informa l’interpretazione sia quella di una particolare ideologia politica, di una certa razionalità scientifica, o di una certa tecnica di massimizzazione dei profitti. L’insieme di queste interpretazioni e della tempesta semiotica da loro prodotta ha in qualche modo costituito un ulteriore strato parageologico su cui tutti noi camminiamo. È una sorta di pack artico che costituendosi a partire dalla realtà sottostante si trasforma in qualcosa di altro come consistenza e come colore. E che crea fra sé e la materia di cui è costituito una intercapedine. Noi camminiamo su questa virtuale superficie terrestre nel senso che il nostro accesso al mondo passa in prima istanza per questo strato di sistemi interpretativi. Niente di male e di tragico in tutto ciò, ma ogni tanto val la pena dare un’occhiata al di sotto. Col videogiornalismo abbiamo operato un piccolo buco in questo ghiaccio interpretativo ed abbiamo calato la telecamera nella materia sottostante. Quello che si pesca è un pesce vivo che necessariamente si presenta ed è differente dallo stesso pesce osservato attraverso il filtro dello strato di pack parageologico o nel ricostruito ambiente naturale di un acquario. Certo può dare fastidio il viscido della sua pelle al tatto o impaurire la sua disperata voglia di sfuggire alla nostra presa, ma è certo un elemento della realtà con cui siamo in relazione non mediata.

Il primo esperimento in questo senso è stato fatto a metà anni ’90 con un gruppo di detenute del carcere della Dozza a Bologna. In pratica avevamo affidato loro la telecamera per una settimana dopo aver fornito alcune indicazioni tecniche su come utilizzare il mezzo.

Vedere la ripresa che senza stacco passa da dentro la cella, attraverso le sbarre, nelle mani della detenuta che distribuisce il cibo, vedere le sbarre chiuse e sapere che non si apriranno quando dirò al direttore: “Grazie, ho già raccolto materiale a sufficienza, mi faccia uscire”, ha prodotto un effetto notevole. La telecamera è rimasta con loro dietro le sbarre, ha atteso l’ora d’aria, ha riso e scherzato, ha letto le lettere da casa, ha insultato e fatto complimenti. La rappresentazione della realtà che ne abbiamo ricavato è stata talmente ricca e varia perché slegata da qualsiasi razionalità interpretativa.

La gamma espressiva della realtà nel suo casuale divenire è enormemente più ampia di quanto solitamente ci dicono i mezzi di comunicazione di massa e soprattutto i vari livelli espressivi e interpretativi sono combinati in un unico estremamente armonico. Non è retorica del bagno nella realtà, semplicemente sulla via della specializzazione suppongo che si sia andati troppo oltre. Conseguentemente all’esperienza con le detenute ideammo il programma con i ragazzi delle scuole medie superiori. Da queste esperienze ho ricavato alcune riflessioni su come i mezzi di comunicazione rappresentano la realtà italiana. Da una parte vi sono i reality show che sono scaturiti dai programmi come il nostro di entertainment sulla realtà. A metà degli anni ’90 la BBC mandava in onda in prima serata programmi di entertainment sulla realtà, molto simili ai nostri, chiamati docu-soap e sbaragliava ogni concorrenza di fiction, news o altro tipo di programma. A fine anni ’90 la risposta dell’establishment  ideativo – produttivo, che si vedeva minacciato dalla economicità di questo tipo di programmi che in qualche modo lo escludeva, fu quella di inglobare questa esperienza innestando sullo schema di programma di entertainment sulla realtà i meccanismi tradizionali di loro competenza, quindi il concorso ad esclusione, il conduttore di nome, il casting infinito, lo studio faraonico, le scenografie pompose, lo stuolo di autori e redattori. In questo modo si sono riappropriati di un genere televisivo in ascesa che li stava escludendo ed i programmi di racconto della realtà senza filtri si sono trasformati nei reality show, cioè in programmi in cui la realtà non semplicemente è vista attraverso filtri, ma è addirittura ‘professionalmente’ manipolata. E questa è una parte del racconto che la nostra società fa di se stessa.

Dall’altra parte vi è il racconto di finzione, le fiction cosiddette, portato avanti unicamente dai due soggetti che in Italia possono operare in questo settore. Il loro modello è stato un grande modello: la serialità televisiva americana. E questa, che pure recentemente ha avuto consistenti cedimenti, conserva in effetti nei suoi prodotti migliori la capacità di rappresentare una società infinitamente più complessa della nostra e di farlo per ogni singolo settore etnico, culturale e professionale con grande equilibrio da una parte e con grande spregiudicatezza dall’altra. Equilibrio nel riconoscere titolarità di cittadinanza comunque a qualsiasi origine etnica, qualsiasi professione, qualsiasi scelta personale fatta nel rispetto degli altri. Spregiudicatezza perché spesso si è posta, prima che la società nel suo complesso se ne facesse carico, come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi delicati riguardanti le scelte sessuali, la disgregazione della famiglia, le contrapposizioni fra differenti etnie.

Si può parlare negli stessi termini della produzione nazionale di fiction? La società italiana vive le contraddizioni che vivono tutte le società occidentali, ma con alcune particolarità e accentuazioni. In essa pare essersi radicato ed arricchito lo storico intrecciarsi, così peculiare alle società occidentali, degli innumerevoli egoismi, tanto da impedire al singolo individuo di aprire qualsiasi spiraglio verso un qualunque altro da sé: egoismo dei figli verso i padri, dei genitori verso i figli, del cittadino pedone verso gli automobilisti e dello stesso cittadino pedone quando sale in macchina verso i pedoni, dei dipendenti verso il datore di lavoro, del datore di lavoro verso il dipendente, del nordico verso quello del sud, dell’italiano verso l’immigrato, della moglie verso il marito, del marito verso la moglie, di quello di destra verso quello di sinistra e viceversa, dei potenti verso i deboli, dei deboli verso quelli ancora più deboli. Una stratificazione soffocante di contrapposti egoismi che impedisce a questo paese di sviluppare cultura e qualità della vita.

La serialità americana ha raccontato queste dinamiche.

Dov’è la società italiana nella rappresentazione che di essa fa il nostro racconto di finzione? Non c’è. Luoghi comuni, sentimentalismi che definire deamicisiani sarebbe nobilitare, ricostruzioni storiche prive di qualsiasi prospettiva di dubbio, problemi di integrazione giocati sul filo del volemose bene, e così via. “È in questo panorama che dobbiamo e che vogliamo operare con il nostro progetto” scrivevo riferendomi al programma “La scuola in diretta”, ma il riferimento all’attuale progetto “451” può non essere inappropriato e vuole dare della realtà una rappresentazione che prescinda dalle griglie interpretative classicamente disponibili.

Questa operazione può forse essere fatta affiancando le varie interpretazioni senza asservirle ad un ristretto ambito disciplinare o tematico.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico