George Soros

Come salvare l’euro?

da ''The New York Review of Books''
Economia: il magnate e filantropo George Soros, illustra la situazione economica dell’Europa e propone delle soluzioni per uscire dalla crisi finanziaria che la attanaglia.

Il mio nuovo libro, Financial Turmoil in Europe and the United States1, prova a spiegare e, per quanto possibile, predire l’esito della crisi dell’euro. Esso segue lo schema adottato anche negli altri miei libri: espone una versione aggiornata del mio metodo concettuale e lo applica a una situazione specifica, proponendo poi un esperimento in tempo reale per testare la validità della mia interpretazione. La sua relazione non è completa in quanto la crisi di cui si parla è ancora in corso.

Siamo ancora nella fase acuta della crisi; la prospettiva di un tracollo del sistema finanziario globale non è stata ancora scongiurata. Nel mio libro ho proposto un piano che potrebbe portare un beneficio immediato ai mercati finanziari globali, ma che non è stato adottato.

La mia proposta è di usare l’EFSF, il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (il cosiddetto «Fondo salva-stati», N.d.T.) e lo strumento che gli ha fatto seguito, il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), per cautelare la Bancacentrale europea contro il rischio di insolvenza su ogni nuovo buono del tesoro di emissione italiana o spagnola acquistato presso le banche commerciali2. Le banche potrebbero conservare quei buoni come l’equivalente di denaro cash, consentendo così all’Italia e alla Spagna di rifinanziare il loro debito a un interesse prossimo all’1%. In tal modo l’Italia vedrebbe il costo medio di un prestito – attualmente al 4,3% – diminuire piuttosto che aumentare. Ciò collocherebbe il debito di questi paesi su una rotta sostenibile e li metterebbe al riparo dalla minaccia di un default incombente come quello greco. L’ho definito il piano Padoa-Schioppa, in ricordo del mio amico che contribuì a stabilizzare le finanze dell’Italia negli anni Novanta e che ha ispirato la mia proposta. Il piano è piuttosto complesso, ma è solido sia dal punto di vista legale che da quello tecnico. Ne parlo dettagliatamente nel mio libro.

Le autorità finanziarie hanno respinto questo piano in favore delle Operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-Term Refinancing Operation – LTRO) della Banca centrale europea, che forniscono importi illimitati di liquidità alle banche europee – non agli stati in sé – per una durata fino a tre anni. Ciò consente alle banche d’Italia e di Spagna di acquistare i buoni emessi dal loro stesso Stato e di investire in quei buoni in un «carry trade» molto redditizio – nel quale prendono in prestito a basso interesse per comprare qualcosa che pagherà un interesse superiore – praticamente senza rischio, in quanto, se lo Stato dovesse andare in default, le banche sarebbero insolventi in ogni modo.

La differenza tra i due approcci è che mentre il mio provocherebbe ai governi una riduzione immediata dei costi per interesse, quello realmente adottato sta mantenendo gli stati e le loro banche in bilico sul filo di una potenziale insolvenza. Non so se le autorità abbiano voluto prolungare deliberatamente l’atmosfera di crisi con lo scopo di tenere sotto pressione i paesi pesantemente indebitati o se siano state guidate nelle loro azioni da prospettive divergenti che non sono riuscite a ricomporre diversamente. Come discepolo di Karl Popper, dovrei optare per la seconda alternativa. Comprendere quale delle due interpretazioni sia quella corretta non è un fatto secondario, in quanto il piano Padoa-Schioppa è ancora attuabile e potrebbe essere messo in opera in qualunque momento, almeno fino a quando i fondi rimanenti dell’EFSF non vengano destinati ad altro.

Qualunque cosa accada, èla Germaniache detta la politica europea, perché in tempi di crisi sono i creditori a sedere al posto di comando. Il problema è che i tagli alla spesa pubblica chela Germaniavuole imporre agli altri paesi spingeranno l’Europa nella trappola del debito deflazionistico. La riduzione dei disavanzi causerà ai salari e ai profitti una pressione verso il basso, le economie si contrarranno e ciò determinerà la riduzione del gettito fiscale. In tal modo il peso del debito pubblico, che è dato dalla percentuale del debito accumulato sul PIL, aumenterà, richiedendo ulteriori tagli di budget, e innescando così un circolo vizioso.

Di certo non sto accusandola Germaniadi agire in malafede. Essa crede sinceramente nelle politiche che sta sostenendo. Quella della Germania è l’economia più florida in Europa. Per quale motivo il resto dell’Europa non dovrebbe essere come lei? Ma essa sta inseguendo qualcosa di impossibile. In un sistema chiuso come il sistema di compensazione dell’euro, non si può essere tutti creditori allo stesso tempo. Il fatto che dalla Germania venga imposta una politica controproducente crea delle dinamiche politiche molto rischiose. Invece di unire tra loro gli stati membri, ciò li condurrà a recriminazioni reciproche. Esiste un pericolo reale che l’euro possa minare la coesione politica dell’Unione Europea.

L’evoluzione dell’Unione Europea sta seguendo una traiettoria che somiglia a un ciclo di boom and bust o a una bolla finanziaria. Non si tratta di un caso. Entrambi sono processi «indotti», ovvero, come ho sostenuto altrove, sono largamente influenzati da errori e pregiudizi.

Nella fase di boom l’Unione Europea è stata ciò che lo psicologo inglese David Tuckett definisce «oggetto fantastico» – un oggetto di desiderio irreale ma allo stesso tempo attraente. Per me rappresentava l’incarnazione di una società aperta – un altro oggetto fantastico. Era un’associazione di nazioni fondata su valori democratici, diritti umani e un principio di legalità non dominato da nessuna nazione o nazionalità. La sua creazione è stata un’impresa di ingegneria sociale graduale, guidata da un gruppo di statisti lungimiranti, i quali hanno compreso che l’oggetto fantastico in sé non era alla loro portata. Essi si sono posti traguardi limitati e scadenze definite, e in seguito hanno cercato un po’ alla volta l’appoggio della politica, sapendo molto bene che, una volta raggiunto ciascun obiettivo, la sua provvisorietà sarebbe stata evidente a tutti, e il percorso avrebbe richiesto un passo ulteriore.

In questo modola Comunità Europeadel Carbone e dell’Acciaio si è trasformata gradualmente nell’Unione Europea, un passo dopo l’altro. Durante il periodo di boom,la Germaniaè stata la principale forza trainante. Quando l’impero sovietico iniziava a sgretolarsi, i governanti della Germania hanno compreso che la riunificazione del loro paese sarebbe stata possibile solamente in un’Europa più unita. Essi avevano bisogno del supporto politico delle altre potenze europee e avevano intenzione di compiere considerevoli sacrifici per ottenerlo. Quando si giunse alla contrattazione, essi erano disponibili a contribuire un po’ più degli altri e a ricevere un po’ meno e in questo modo facilitarono l’accordo. A quei tempi, gli statisti tedeschi sostenevano chela Germanianon avesse una politica estera indipendente, ma solamente una politica europea. Il processo – il boom, se si preferisce – culminò con il Trattato di Maastricht nel 1992 e con l’introduzione dell’euro nel 2002. Ne seguì un periodo di stagnazione che si trasformò in un vero e proprio processo di disgregazione dopo il crollo del 2008.

L’euro era una valuta incompleta e i suoi artefici ne erano consapevoli. Il Trattato di Maastricht stabiliva un’unione monetaria al di fuori di un’unione politica. L’euro vantava una banca centrale comune per fornire liquidità, ma mancava di un tesoro comune in grado di affrontare i rischi di insolvenza in caso di crisi. I suoi artefici avevano buone ragioni per credere, tuttavia, che con il maturare dei tempi sarebbero stati intrapresi dei passi ulteriori verso un’unione politica. Ma l’euro aveva anche altri problemi di cui gli artefici non erano consapevoli e che anche oggi non sono stati compresi fino in fondo. Questi problemi hanno contribuito a mettere in moto un processo di disgregazione.

I padri dell’euro si basavano su un’interpretazione dei mercati finanziari che ha dimostrato la sua inadeguatezza nel crollo del 2008. Essi ritenevano, in particolare, che solo il settore pubblico sia in grado di produrre squilibri economici inaccettabili; la mano invisibile del mercato avrebbe corretto gli squilibri provocati dagli altri mercati. Inoltre, reputavano che i meccanismi di sicurezza da loro introdotti contro gli squilibri del settore pubblico fossero adeguati. Di conseguenza, essi trattavano i titoli di stato come asset privi di rischio, che le banche potevano acquistare senza allocare riserve di capitale a garanzia.

Quando l’euro fu introdotto,la BCEtrattò i titoli di stato di tutti i paesi membri come equivalenti. Ciò costituì per le banche un incentivo a rimpinzarsi dei titoli degli stati più deboli per guadagnare qualche punto base aggiuntivo, poiché la rendita su quei titoli era leggermente più elevata. Tale circostanza portò anche al convergere dei tassi di interesse. E dunque, a sua volta, al divergere delle performance economiche.La Germania, dibattendosi con gli oneri della riunificazione, intraprese riforme strutturali, principalmente nei sui mercati del lavoro, e divenne così più competitiva. Altri paesi, beneficiando dei tassi di interesse inferiori, si gustarono un boom immobiliare che li rese meno competitivi. è stato così che l’introduzione dell’euro ha causato la divergenza nella competitività che ora è così difficile da correggere. E le banche si appesantirono con titoli di stato dei paesi meno competitivi, che si trasformarono così da investimenti senza rischio a investimenti rischiosissimi.

Il punto critico è stato raggiunto quando un nuovo governo eletto in Grecia rivelò che il precedente aveva mentito e che il deficit nazionale era in realtà molto più elevato di quanto non fosse stato dichiarato. La crisi greca portò alla luce il problema più grande del Trattato di Maastricht: non prevede misure di correzione per gli errori di progettazione dell’euro. Non esiste né un meccanismo per forzare il pagamento da parte degli stati membri né un meccanismo di uscita dall’euro; e i paesi membri non possono ricorrere all’emissione di nuova moneta. Lo statuto della BCE le proibisce severamente di prestare denaro agli stati membri, sebbene essa presti alle banche. Così la responsabilità di soccorrerela Greciavenne lasciata agli altri stati membri.

Sfortunatamente le autorità europee avevano una comprensione limitata di come funzionano realmente i mercati finanziari. Lontano dall’utilizzare tutta la conoscenza disponibile sui movimenti del mercato, come vorrebbe la teoria economica, i mercati finanziari sono regolati da impressioni e sensazioni e aborriscono l’incertezza. Per tenere sotto controllo una crisi finanziaria occorre una leadership ferma e ampie risorse economiche. Mala Germanianon ha voluto diventare la tasca senza fondo per i cattivi debitori. Di conseguenza l’Europa ha sempre fatto troppo poco e troppo tardi. La crisi della Grecia è cresciuta così a dismisura. I titoli degli altri paesi pesantemente indebitati, come l’Italia ela Spagna, sono stati colpiti dal contagio, cioè, in previsione del fallimento della Grecia devono pagare tassi più elevati. Le banche europee hanno poi sofferto perdite che non sono state riconosciute nei loro bilanci.

La Germaniaha aggravato la situazione imponendo misure draconiane e insistendo chela Greciadovesse pagare tassi punitivi sui prestiti erogati nel pacchetto di salvataggio concesso dalla Germania e da altri stati. L’economia della Grecia è collassata, i capitali sono fuggiti all’estero, ela Greciaper varie volte non è riuscita a soddisfare le condizioni imposte dal pacchetto di salvataggio. Alla finela Greciaè divenuta palesemente insolvente. In seguitola Germaniaha inoltre destabilizzato ulteriormente la situazione insistendo sulla partecipazione del settore privato al piano di salvataggio. Ciò ha spinto alle stelle i premi per il rischio sui titoli italiani e spagnoli e ha messo in pericolo la solvibilità del sistema bancario. Le autorità hanno poi ordinato la ricapitalizzazione al sistema bancario europeo. Questo è stato il colpo di grazia. Ciò ha creato un potente incentivo per le banche a ridimensionare i loro bilanci, chiedendo la restituzione dei prestiti e a sbarazzarsi dei titoli di stato rischiosi, piuttosto che vendendo azioni a prezzi scontati.

Questo è il punto al quale ci troviamo oggi. La crisi del credito ha iniziato a far sentire i suoi effetti sull’economia reale nell’ultimo trimestre del 2011.La BCEha dunque cominciato a ridurre i tassi di interesse e a espandere aggressivamente il suo bilancio acquistando titoli di stato sul mercato aperto. Le Operazioni di rifinanziamento a più lungo termine della BCE hanno dato un po’ di sollievo al sistema bancario, ma hanno lasciato i titoli italiani e spagnoli in equilibrio precario tra la sostenibilità e l’insostenibilità.

Cosa ci aspetta? Il deterioramento economico e la disgregazione politica e sociale si rinforzeranno a vicenda. Durante la fase di boom, la leadership politica si schierava in prima linea per aumentare l’integrazione tra gli stati; ora i governanti europei stanno tentando di difendere uno status quo palesemente insostenibile. I trattati e le normative, che era state intese come gradini, si sono trasformate in rocce inamovibili. Ho in mente l’Articolo 123 del Trattato di Lisbona, che proibisce alla BCE di prestare denaro direttamente agli stati membri. Le autorità tedesche, particolarmentela Cortecostituzionale ela Bundesbank, sono fortemente determinate a rafforzare norme che hanno dimostrato di essere inattuabili. Per esempio, l’interpretazione rigida dell’Articolo 123 fornita dalla Bundesbank impedisce alla Germania di erogare i propri Diritti Speciali di Prelievo a un piano di salvataggio a opera del G20. Questa è la strada verso la disgregazione. Coloro che ritengono intollerabile la situazione attuale, e che sono impegnati attivamente nel tentativo di cambiarla, stanno sviluppando un atteggiamento antieuropeo e xenofobo. Ciò che sta accadendo oggi in Ungheria – dove un partito di estrema destra sta chiedendo che l’Ungheria esca dall’UE – è l’anticipazione di quanto accadrà anche altrove.

Le prospettive sono davvero lugubri, ma deve esserci un sistema per venirne fuori. Dopotutto, la storia non è mai predeterminata. Io intravedo un’alternativa. È quella di riscoprire l’Unione Europea come l’«oggetto fantastico» così affascinante che essa costituiva quando era ancora soltanto un’idea. L’oggetto fantastico è rimasto quasi a portata di mano fino a quando non abbiamo smarrito la strada. Le autorità hanno dimenticato di poter sbagliare e hanno iniziato ad aderire allo status quo come se questo fosse sacrosanto. La reale Unione Europea non somiglia molto all’oggetto fantastico che un tempo sembrava così affascinante. È anti-democratica, nel momento in cui il suo elettorato si è disaffezionato, e non è governabile, nel momento in cui non può governare la crisi che essa stessa ha provocato.

Questi sono i difetti che occorre eliminare. Non dovrebbe essere impossibile. Tutto ciò che è necessario fare è riaffermare i principi della società aperta e riconoscere che la situazione attuale non è scolpita nella pietra e le regole hanno bisogno di essere migliorate. Dobbiamo trovare una soluzione europea alla crisi dell’euro in quanto le soluzioni nazionali condurrebbero alla dissoluzione dell’Unione Europea con catastrofiche conseguenze, ma dobbiamo anche cambiare la situazione attuale. Questo è il tipo di programma che potrebbe tornare a ispirare quella maggioranza silenziosa che oggi è disaffezionata e disorientata, ma che nel suo cuore continua a essere filoeuropea.

Quando mi guardo intorno nel mondo, vedo popoli che aspirano a una società aperta. Lo vedo nelle primavere arabe, in vari paesi africani, vedo dei fermenti in Russia e perfino in Birmania e in Malesia. Perché non in Europa?

Per essere più specifico, lasciatemi suggerire a grandi linee la soluzione europea alla crisi dell’euro. Essa comporta  una manovra delicata in due fasi, simile a quella che ci ha portato fuori dal crollo del 2008. Quando una macchina slitta, per prima cosa occorre sterzare nella stessa direzione dello slittamento e solo dopo aver riottenuto il controllo del mezzo si può correggere la direzione. In questo caso occorre dapprima imporre una rigida disciplina fiscale ai paesi in deficit e incoraggiarli a compiere riforme strutturali; ma in seguito occorre trovare degli stimoli per uscire dal circolo vizioso deflazionistico, perché le sole riforme strutturali non sono sufficienti. Gli stimoli dovranno provenire dall’Unione Europea. È facile coinvolgere gli eurobond, in un modo o nell’altro. In ogni caso, è importante illustratre la soluzione in anticipo. Senza una strategia chiara, l’Europa resterà impantanata in un più vasto circolo vizioso, in cui il declino economico e la disgregazione politica si rinforzano a vicenda.

(Traduzione di Luca Alvino)

1. PublicAffairs, 2012

2. L’European Financial Stability Facility (EFSF) è stato fondato nel marzo 2010 dai ventisette stati membri dell’UE per affrontare i problemi del debito europeo.La Bancacentrale europea (BCE) fu costituita nel 1998 per amministrare la politica monetaria dei diciassette paesi dell’eurozona e per mantenere la stabilità dei prezzi in Europa. Sia l’EFSF, che eroga prestiti alle nazioni, chela BCE, che eroga prestiti alle banche, sono discussi nell’intervista con Klaus Regling, il direttore dell’EFSF, nel numero del 23 febbraio di ‘The New York Review of Books’.

George Soros è un imprenditore, filantropo e politico ungherese naturalizzato statunitense. è attualmente presidente del Soros Fund Management e dellOpen Society Institute. è autore di La Crisi del capitalismo globale (Ponte alla grazie, 1999).

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico