Davide Patregnani

Fiction – 23 ORE (1a parte)

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

A Cristina, alla nostra empatia.

Gli uomini si vergognano non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono.
Giacomo Leopardi, Pensieri

I

Tutto avvenne prima di diventare una bestia cotta al sole.
In quel tempo in cui c’erano le mura di una casa e un letto grande.
Non ricordo il momento esatto dell’inizio, ma solo il suo divenire e la sua fine.
– Non faccio servizio in spiaggia –
Laura dice sempre così, con una bottiglia di birra nella mano e un bicchiere nell’altra.
– Se la vuoi, te la vieni a prendere –
– Molto gentile, come al solito… –
Mi sono alzato del lettino con estrema lentezza, come affetto da una grave forma d’artrite, per accentuare la sua scortesia e andai a prendere la mia birra.
In spiaggia nei lunedì di maggio non c’è mai nessuno, solo qualche giovane donna mantenuta e qualche anziano, completamente vestito. Era il posto giusto dove pensare, a piccole dosi, e rimettere insieme le parti di una storia, senza farsi male, prima di rimontare sul furgone. Tutto avvenne prima che il furgone diventasse una casa. In quel tempo in cui si sperava in qualcosa di meglio, non solo per se stessi. Mi ricordo ancora di quell’egoismo e presunzione, che spingono a pensare per due. Il riverbero del sole sui sassi bianchi ed i piccoli rumori diurni, con le palpebre semichiuse, sono come un blando sedativo. Pensieri si, ma senza ansie. Il buio e il silenzio, in certi casi non sono buoni amici. Può capitare di perdere il controllo dei pensieri. Allora bisogna alzarsi, distrarsi e ricominciare, anche se ormai il solco è fatto. Spenta la luce si torna presto nello stesso pantano.
– Da mangiare non vuoi nulla? –
– Ah, per “vendere” in spiaggia ci vieni? No grazie, non ho fame. –
– Te l’avrei offerto io un panino… –
A Laura la mia presenza è quasi gradita. I pochi clienti del chiosco, indicando la bestia sdraiata in spiaggia, fanno chiacchiere con lei.
Lo so. Io sono quello a cui è successo qualcosa in un indeterminato passato, e un qualche “vizio assurdo” ha fatto il resto. Perfetto argomento per il bancone di un bar.
Dicono tra loro che ero un bel ragazzo, che avevo denaro e una bella compagna. Un bel preambolo, che seguito alla vista della condizione attuale, crea interesse in chiunque. Ogni tanto intuisco che parlano di me e sento gli sguardi rivolti verso la spiaggia, dove io, immobile sul mio lettino, mi gratto la pancia. Mi diverte sembrare più bestia di quello che sono. Mi piacerebbe sapere cosa si vede dal bancone del bar. Immagino il lettino bianco, dai lati i due fianchi della mia pancia abbronzata, i lunghi capelli che sfiorano terra e le punte dei piedi che si intravedono.
Non mi sono mai fermato al bancone o seduto ad un tavolino. Vado sempre diretto al mio lettino. Tutti sanno che è mio e nessuno lo occupa. Quando vado, lascio i soldi sul bancone passando, e saluto con un’alzata di mano. Li sento gli sguardi. So bene che, chiuso il portello del furgone, partono i discorsi. Ma a quel punto sarò partito anche io.

II

Al tempo non vendevo palline. Erano i tempi in cui mi cingevo il collo delle prime cravatte, quelle che appoggi senza sciogliere il nodo.
Ora sono l’uomo delle palline. Quelle di plastica, che le giovani mamme comprano ai loro bambini per una monetina. Le palline con la sorpresa. Se vedessero l’orco delle palline, sdraiato al sole, si terrebbero stretta la monetina, nonostante i pianti e i capricci, per una causa migliore.
Eppure una pallina vale un sorriso.
Le palline mi hanno portato la prima volta qui, non tanto tempo fa, e mi sono fermato. Mi piacevano i sassi bianchi.
Tutto avvenne quando vivevo nella città con il fiume. Il fiume mi è sempre piaciuto. Il fatto che tagli la città in due parti la rende più grande, sufficiente a se stessa.
Se c’è un fiume c’è sempre un “aldilà” e un “aldiquà”.
C’è sempre un ponte da attraversare, quasi fosse una porta aperta su qualcos’altro.
Ogni tanto ci passo ancora in furgone su quel ponte. Non vi ho più poggiato piede però.
Ormai non unisce e non divide più nulla. È solo un pezzo di strada.
Talvolta passo anche davanti alla casa. Ma questa è una cosa che scelgo, per non dimenticare.
Ci passo con la frequenza che mi è necessaria per non vederla cambiare. Il giorno che vedrò le impalcature dei muratori per mutarne la forma o il colore non ci passerò più.
Non so di chi sia il proprietario adesso. Hanno fatto tutto i suoi genitori. Non avevo lucidità sufficiente per pensare e provvedere alle cose che andavano fatte. Ho pensato solo a prendere i soldi che mi spettavano, gli unici frutti che rimanevano di quella stagione. Il denaro l’ho così trasferito dai mattoni alle palline, dall’immobile al suo contrario. Le palline sono come le ruote del mio furgone. Corrono lisce, mi permettono di non stare fermo. Ho capito che l’unico posto dove posso fermarmi immobile è qui, a metà strada tra i sassi bianchi e il sole.

III

So poco del mondo, non leggo il giornale.
Il mondo lo guardo e lo ascolto. E non lo vedo cambiare. La mia ignoranza mi basta, non chiedo di più. Ho già riflettuto sui problemi del mondo, avevo una mia idea del giusto.
Qualcuno talvolta mi parla di ciò che avviene. Ascolto, annuisco, do garbatamente ragione, a tutti. Ieri, o forse l’altro ieri, si è fermato un africano che vende vestiti. In uno zoppo italiano mi ha voluto raccontare una storia, la sua. Io la mia non la racconto mai a nessuno.
Ma siamo diversi.
Lui sui sassi bianchi non si può fermare. Ci deve camminare e la sua storia cammina con lui, insieme alle borse gonfie di roba.
Mi ha annoiato subito e non ricordo nulla di quel che mi ha detto. Le solite frescacce, penso: che al suo paese ha studiato, che qui è più bello per vivere e che manda soldi
a casa.
Preferisco le discussioni sul tempo. Mi sono più utili. Mario il pescatore mi fornisce un bollettino preciso ogni volta. Ha la schiena piena di buchi che sembra quasi corrosa dal sole e dal sale. La fisso quando mi sta davanti e si interpone tra me e il mare. Domani, dice, pioverà.
All’africano ho comprato una cinta e un grande cappello di paglia dipinto. Un cappello ridicolo, che magari mifarà ombra ma non mi salverà dalla pioggia.
Al tempo in cui avvenne tutto non portavo cappelli, e leggevo i giornali.
Scrivevo anche. Scrivevo per me, per gli altri e per lei. Scrivevo tanto. Un giorno ricordo un biglietto sulla mia scrivania. Sul divano lei aspettava che leggessi, ridendo.
A te che imbratti fogli
andando a capo, senza fermarti ad ascoltare
il suono.
Che questo ti sia come un faro
o meglio,
come un freno.
A te che cerchi parole
nel fagotto di ciò che hai sentito
nelle aule o letto nei libri,
per tenermi qui.
Basterebbe un buon silenzio
per farmi accovacciare e aspettare
che tu posi piano penna, mani e capo.
Oggi non si fa poesia.
Vieni, andiamo
che fuori c’e il sole
che picchia la terra.
O vuoi stare qui?
In questa stanza si può solo pregare che non crolli il soffitto
 

Mi prendeva in giro.
– Va bene. Usciamo. Lo so che quello che scrivo non ti piace. Ma almeno sei onesta. Tanto mi basta. –

IV

Ci siamo conosciuti scrivendo. Era una gara di campanile per giovani scrittori, che io ho vinto.
Ero gonfio di gloria e giravo tra la gente stringere mani. Lei mi guardava spocchiosa.
Mi era piaciuto pensare che fosse invidia e quella sera mi sono avvicinato con due bicchieri nelle mani e la testa cinta ancora di quell’alloro verniciato.
Il gigante ero io, sicuro di tutto e siamo andati via insieme a vedere il laghetto artificiale.
Quella sera ho vinto due volte.
In cinque anni non ho mai letto niente scritto da lei. Forse aveva smesso. Forse non era cosi arrogante da lasciare sul tavolo, facile preda per me, ciò che scriveva.
Io rendevo partecipe il mondo tutto con i miei fogli imbrattati. Se ci penso mi viene la nausea.
Quei fogli dovevo pensarli come i sassi bianchi di cui ora mi circondo. Che brutto quando i sassi sono sporcati dal catrame.

V

Oggi piove. Niente mare, niente sassi.
Mario non ha mai sbagliato.
Il furgone è pieno di merce che non ho scaricato ed è angusto.
Qui pago un affitto, ma non è casa o almeno non è la mia. L’inverno qui dentro mi basta. Le prime giornate di sole mi viziano. Una volta uscito non vorrei più rientrare.
Prima che tutto avvenne la pioggia non era un problema. Io scrivevo, lei leggeva. Leggeva libri.
Li ho tutti io quei libri. La sola cosa rimasta. Non ne ho mai aperto uno. Stanno in una stanza di questa casa non mia.
– I libri no! –
Questa è l’ultima cosa che ho detto a suo padre l’ultima volta che l’ho visto. L’ho guardato mentre raccoglieva in silenzio la mia vita passata negli angoli della mia casa. Una sola parola avrebbe reso tutto più patetico e squallido. Metteva le cose in scatoloni di un supermarket.
Io non ho mosso un dito. Scatoloni e nastro adesivo. Guido alzava la testa e mi guardava perplesso.
Non che aspettasse da me una qualche autorizzazione.
– I libri no! –
Ha lasciato sul tavolo il primo mucchio che aveva preso, come un bambino sgridato.
Si è seduto accanto al tavolo e aveva il mio stesso volto. Si è acceso una sigaretta pensando che stessi per parlare.
– Oltre ai libri, c’è altro? –
Se ne è andato fumando, e non ci siamo più visti.
Io ho lasciato la casa il giorno seguente. A prendere le mie cose ho mandato dei facchini. Ho voluto con me solo i libri. Ancora non avevo il furgone e per portare via tutta quella carta dalla casa mi son serviti tre viaggi in auto. Perché proprio i libri non so.
Oggi piove. Il bambino dei vicini piange.
Non farò mai il callo al pianto dei bimbi e questo non va bene per il mio lavoro.
La pallina che scende nel bussolotto non è mai quella che vuole il bimbo vuole.
Quando chiede la moneta ne ha adocchiata una, che logicamente, essendo visibile, non è certo quella che scenderà.
Molte volte mi è capitato assistere ai pianti di delusione.
Per decidere se intervenire o meno guardo la reazione della madre. Forse, ammetto, anche il suo aspetto e la sua grazia.
Son bestia, ma ancora uomo.
Allora capita che mi alzo, sorrido alla madre e chiedo al bambino:
– Qual è quella che volevi? Indicamela col dito. Hai ragione, questa qui è brutta. Domani queste qui le tolgo tutte. –
Apro la macchinetta con la chiave, prendo la pallina prescelta, la do al bimbo, e prima di allontanarmi faccio un’altro sorriso alla madre e una carezza sulla testa al bimbo.
Poi valuto la bontà del “grazie” della donna. Ci sono mille modi di dire grazie ad uno sconosciuto.

 

VI

Oggi Laura è più bella del solito. Ha gli orecchini di conchiglia ed è allegra.
La sento parlare coi clienti dal mio lettino.
Il sole è tornato. C’è gente al bar. Se mi giro vedo la chioma bionda che si sposta tra i tavoli.
Ho finito presto il giro dei locali dove ho lasciato le mie trappole con le palline e sono arrivato qui che non c’era ancora nessuno.
Passando davanti al bancone Laura mi ha detto che qualcuno ha chiesto di me ieri.
– Chi? –
– Una donna, anche bella, se ti interessa… –
– La macchinetta gli avrà rubato dei soldi… –
– No. Era sola. È venuta diretta al bancone ed ha chiesto se c’eri. Ti ha chiamato per nome, quindi la dovresti conoscere. –
– E tu cosa le hai detto? –
– Le ho detto che tu qui ci sei solo quando c’è il sole… di tornare oggi nel pomeriggio. –
Continuo a pensare a chi possa essere. Non conosco donne. Non ne conosco più. Non mi piace aspettare. Vado fiero del fatto che il mio nuovo stile di vita ha eliminato le attese.
Ogni minuto è mio, che sia ozio o lavoro, e vedo l’attesa come un furto.
Il tutto è reso però più sopportabile dal non sapere.
Pausa
 

I

Mi mancava la luce che rimbalza sui sassi. Mi sono assentato per troppo tempo?
Tornado, avevo quasi paura di trovare il mio lettino occupato.
So bene che l’estate avanza, la gente aumenta e con essa il rumore.
Quella donna l’ho poi incontrata. È venuta il giorno dopo. Si chiama Elena e mi aspettava da un’ora. Il sole era per lei la garanzia del mio arrivo.
Parlava con Laura davanti al bancone. Andai diritto al lettino e dopo qualche minuto ho sentito dei passi dietro di me. Si è fermata e mi ha chiamato “Dottore”.
Prima che tutto avvenne erano in molti a chiamarmi “dottore”, lei la prima da quando ho cambiato mestiere.
Dopo le normali presentazioni, ha avvicinato un lettino al mio e si è seduta.
Laura aveva ragione. Elena è molto bella. Ha capelli castani lunghissimi e delle piccole efelidi sulle gote. La ammiravo mentre spiegava il motivo della sua visita e lo faceva con grazioso imbarazzo. Aveva ripreso gli studi dopo anni di lavoro. Era allora andata all’Istituto e le avevano detto che parlare con me le sarebbe stato di aiuto ma che non lavoravo più lì. Magari le avranno detto anche tante altre cose, ma poco importa.
Come aveva saputo dove trovarmi rimarrà un mistero. E poi, poteva telefonare. In ufficio hanno il numero, e la sera controllo le chiamate.
Non le ho chiesto nulla. Non faccio domande perché potrebbero non essermi gradite le risposte. Non voglio sapere fino a che punto si parla ancora di me, o meglio, di quello che è avvenuto.
Le ho spiegato che non mi occupavo più di certe cose, ma che avrei ripescato, nel caos della casa non mia, un po’di materiale.
– Anche se questo non è il posto più adatto per la consultazione…-
Mi ha invitato a casa sua, e mi sono subito pentito di aver pronunciato quella frase. Temevo di aver forzato un invito. Ma lei sorrideva e non era la circostanza a muoverle labbra.
Forse aveva veramente piacere ed ho accettato.
– Quando? –
– Questo lo sa Mario. Quando torneranno le nuvole. A parte gli scherzi, se per lei va bene facciamo dopodomani… –

(Continua)

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