Giordano Gualandi

Fiction – Arte tremula

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Prologo:

Avevo perso la strada. L’avvenire imbrigliato negli anni, sembrava sempre più un castello di sabbia che si arrende al mare. Non vedevo oltre l’orizzonte inquinato e senza cuore, e quel sole stanco di tramontargli dentro, quasi fosse il compagno con cui dividere la sorte. Ero debole, affacciato a un destino che consumava le mie speranze senza parsimonia, e la mia luce si estingueva, tanto che barattarla pareva quasi un buon affare. Sentivo di perdere giudizio, di essere un’ombra in uno sfondo confuso, dove il confine tra il bene e il male nascondeva la sua evidenza. Cercavo in ogni cosa la via d’uscita, ma onde alte e nere mi abitavano l’anima, ripetendosi senza fine, trascinandomi sempre più lontano, abbandonato a miraggi in cui cercavo salvezza, prima ancora di capire se fossero un gesto di Dio, o un patto col Diavolo.

Quella mattina era cominciata molto presto. L’alba attraversava ancora le fessure, spifferando aria fredda che sapeva di terra bagnata. Guardavo la pioggia abbattersi sui vetri, e Lisa, nel cortile, sotto la tettoia appena sufficiente a ripararla. Fumava e aspettava la sorella. A breve sarebbe rientrata, buttando soprabito e ombrello, come ogni volta che era nervosa. Aveva organizzato la mostra in tutti i dettagli. Ormai era pronta. Restava da consegnare alla tipografia la matrice del catalogo. E sarebbe arrivata a momenti. Sua sorella era in ritardo per questo. Lisa non lasciava nulla al caso, con un’ostinata metodica che la ripagava ampiamente, ma quella volta era delusa, a causa mia, e la colpa mi stringeva in gola. Le mie ultime opere erano di una mediocrità crescente, lei non me ne avrebbe mai parlato, ma l’evidenza parlava al suo posto. Sarei andato in seconda fila e presto sempre più indietro. Lisa non me ne faceva una colpa, ero invecchiato, cambiato. Quel pittore visionario, che aveva conosciuto riparandosi dal sole, sotto il colonnato di San Marco, non aveva più la stessa luce, e il nostro legame aveva perso trasporto, vacillando sul piedistallo più esile del rispetto e della comprensione. E temevo che presto avrei perso anche quello. Non riuscivo nemmeno a finire il suo ritratto. Lo avevo iniziato ormai da mesi, ma era ancora acerbo. Avevo promesso di inserirlo tra i pezzi d’apertura, schiavo della mia stessa arroganza, ma non credevo che il talento mi avrebbe tradito a tal punto, da arrivare a stento per gli ultimi giorni, quando la fretta ne avrebbe sciupato il complesso. Era una ferita viva che versava sangue. Pensavo a quel quadro ormai con ossessione, dandogli forma in ogni particolare. E mi ero assuefatto all’idea di creare un’opera d’arte che potesse sopravvivermi, impermeabile al tempo,  sempre omaggiata da nuovi e benevoli giudizi di critici e amatori. Invece riuscivo solo a incespicare tra incertezze e ripensamenti, perdendomi nelle spire della banalità. Ma la cosa peggiore era che lei non ci credeva più. Quel sostegno che da sempre mi aveva dato vita ora sembrava svanire, insieme all’illusione di una carriera prospera e durevole, che volevo chiudere da vecchio, con un autoritratto, e volevo fosse il mio pezzo migliore. Era un cammino su cui fantasticavo già all’età della scuola, quando il sogno e la speranza ancora s’intrecciavano, e non mi rassegnavo all’idea di doverlo lasciare, nonostante, giorno dopo giorno, abbozzavo nuove sterili sciatterie, per occultare l’agonia di una carriera chiusa da anni. In quel momento, il mio autoritratto avrebbe descritto un uomo spento, provato dal suo fallimento, lasciando un’immagine indelebile di ciò che mai avrei voluto essere.

Non ero stanco, eppure camminavo da ore. Tutta quella pioggia mi aveva imprigionato dentro casa, costringendomi a una stasi che debilita. Sentivo il bisogno di incamerare aria che odorasse di vita. Era un ottobre insidioso, grigio di nebbia, come un castello vetusto, dimora di ragnatele e spettri. Le mie giornate si ripetevano opprimenti, e sembravano non finire mai. Camminando avevo preso il vicolo sottostante al mercato, nel mezzo della borgata medievale fresca di restauro, che sembrava una parentesi nell’abitato urbano, dove il tempo retrocede, quasi a sentire ancora la voce dei vecchi abitanti, servi e contadini. Ed era strano notare come quel giorno fosse sgombro, con i suoi negozi in bella vista, senza auto, senza rumore. Aveva una luce diversa. La luce rossa del sole calante. All’incrocio col mercato c’era una bottega dalla vetrina casalinga, incastrata come una nicchia, e sistemata con la cura di chi vi ha speso la vita, come la cucina di una vecchia casa di campagna. Era una mesticheria, e nell’insegna, altrettanto modesta, si leggeva il nome “Abaddon”, un nome atipico e un negozio singolare. Non ricordavo d’averlo mai visto. Era ancora aperto nonostante l’ora, e credevo fosse un segno del cielo, perché quel giorno avevo finito le tempere rosse. Entrai di corsa sperando di non incappare nel commesso che abbassa la serranda. L’odore di vernice nuova e promettente mi aveva accompagnato fin da bambino. Sentirlo, in qualche modo, mi riportava nel sangue l’armonia di casa. Il proprietario non aveva meno di ottant’anni, e i segni del tempo s’intarsiavano in ogni cosa. Quel negozio doveva essere lì da sempre. Come avevo fatto a non notarlo? Il suo sorriso mi accolse prima delle parole.

«Benvenuto, come posso aiutarla?».

Mi guardavo ancora intorno, ma avevo già trovato lo scaffale delle tempere, di ogni colore e intensità. E le mie erano proprio nel mezzo, incoronando di rosso una composizione dove ogni altra cosa pareva pallida, come il contorno annebbiato che circoscrive la luce. Presi quelle più accese, mentre le parole del vecchio mi seguivano ancora.

«Immagino che lei sia un pittore, farà un ottimo lavoro con quei colori».

«Grazie, in realtà devo solo finire un quadro, ultimamente non ho più molto talento».

«Che peccato, nulla è più prezioso del talento, e perderlo è veramente una crudeltà del destino».

«Non credo nel destino, per me sono solo passati gli anni, e non sento più l’ispirazione di una volta».

«Però ha cominciato lo stesso un nuovo quadro, doveva essere qualcosa di importante. »

«Si doveva esserlo, invece sarà solo un altro quadro».

«Mi dispiace, e vedo che anche per lei è un dispiacere, alla mia età si deve convivere con i dispiaceri, e s’impara a riconoscerli, tanto da sentirne l’odore. Vedo che ha scelto il rosso più vivo, colore della passione. Doveva tenerci molto. Di che cosa si tratta?».

«Un ritratto di mia moglie. È vero ci tenevo molto, e anche lei. Andrà in mostra appena finito, insieme alle altre cose».

«Quindi farà una mostra! Allora è un pittore famoso!».

«Mediocre dicono, ma dopo la mostra diranno scadente. È un’esposizione di ritratti e paesaggi, io ho solo uno spazio, neanche tanto grande».

«La grandezza è nell’opera, non nello spazio».

«La grandezza la decidono i critici, ed io sono solo un vecchio pittore al tramonto».

«Non è mai detto nulla. Potrebbe riscattarsi con questo ritratto. Basta volerlo, se investe anima e corpo sono sicuro che farà un dipinto straordinario».

«Si figuri, è il quadro peggiore di tutti, non riesco nemmeno a finirlo».

«Forse non lo vuole davvero».

«Certo che lo voglio! Sono mesi che perdo tempo in tentativi, ma il risultato è sempre miseramente ordinario, banale».

«Volere non è solo tentare, chi vuole davvero sacrificherebbe l’anima».

«Si vede che la mia anima non vale abbastanza».

«Invece la sua anima vale molto di più. Deve solo trovare il giusto acquirente. Anche io alla sua età ero vittima di un declino che non sapevo controllare, e mi sentivo sconfitto. Cercavo solo una strada per andare oltre, ma tutte le cose in cui credevo erano un muro troppo alto, per vedere quante occasioni il destino a volte concede. Così accettai la sconfitta. Lei invece ha ancora tempo, non vorrebbe cambiare il corso degli eventi? Se vuole, io conosco la strada per vedere oltre quel muro.».

Non capii e non risposi, affogato da ricordi che si facevano strada nel caos, ma in qualche modo il silenzio rispose per me, e sentivo di esserne consapevole. Il vecchio fissava le mie pause, e vedendomi interdetto sorrise. Solo dopo capii il significato di quel sorriso, e che le mie parole erano meno importanti dei miei pensieri. Aveva con sé una vecchia scatola legnosa e sporca, e me l’offrì.

«In questa scatola ci sono dei pennelli molto vecchi, ma mi hanno sempre portato fortuna, un tempo credevo avessero qualcosa di magico. Forse possono fare qualcosa anche per lei. In fondo, mettere un’anima su una tela, è una specie di magia. Però deve volerlo davvero, deve essere pronto a pagare un prezzo, perché ogni anima che metterà su quella tela, non ritornerà più ».

Quell’uomo diventava sempre più strano, le sue parole sembravano affondarmi nella mente e quella scatola, in qualche modo, doveva aver fatto la storia. Forse poteva davvero darmi un’ispirazione. Non credevo nella fortuna e continuavo a non capire, ma quando non hai nulla da perdere, credere è tutto ciò che resta…

…Il diavolo non ti porta per mano, non t’indica la strada, non mente e non recita. Il diavolo aspetta. E nelle pieghe del tempo nasconde le sue trame. Il diavolo sa quando mostrarti la tentazione. Il diavolo sa che sarai tu a sceglierla…

Nonostante tutto, Lisa era contenta di posare per il suo ritratto. Per lei non era tempo sprecato, e i suoi occhi parlavano. Indossava un vestito intero, color rosso intenso, che aveva scelto apposta, dopo lunghi ripensamenti. Avevo ambientato il ritratto in un giardino fiorito, ispirandomi al casale di campagna dove vive suo padre. Proprio lì esiste un cortile prospero di rose, petunie e narcisi, disposti a macchie e sempre curati, dove, durante le giornate di sole, luci e ombre si alternano decise, completando un paesaggio che non può lasciare indifferente, soprattutto chi, come me, vive la natura col cuore d’artista, e associa a ogni colore un compenso emotivo, a ogni dettaglio un profondo avido interesse. Anche Lisa approvava la mia scelta, e sembrava apprezzare il mio lavoro. Mancava solo lei in quel quadro, ancora non mi ero deciso sulle sfumature, sulla posizione, su alcuni contorni. E perdevo tempo correggendomi, mentre l’indecisione sciupava il talento e inaridiva l’arte. Lisa non meritava questo. La colpa e la vergogna pesavano come pietre accatastate nello stomaco, ma il vero male non era solo compassione. Cercavo l’entusiasmo di un tempo. Sentivo il fallimento scavarmi nell’anima, e mandarla in pezzi. Volevo fermarlo, più di ogni altra cosa. E, per quanto strano, continuavo a pensare a quel vecchio, alle sue parole che sembravano una predicazione apostolica, ma proiettate nella mia mente, echeggiavano sconnesse, come le stravaganze di un decano che ha perso il senno. Eppure continuava a ripetersi e ripetersi, quasi volessero scavalcare ogni altro pensiero. Perché avevo accettato quella scatola? Perché mi sentivo vivere all’idea dei suoi miraggi? Era solo una scatola vecchia di secoli, di legno scuro e intarsiato che scricchiolava. Dei suoi ornamenti era rimasto poco, si leggevano appena delle iniziali, incise forse dal proprietario: “AP91”. All’interno c’erano tre pennelli. Li guardai a lungo, stringendoli in mano quasi volessi comunicargli qualcosa, come un artefatto magico in cui non credi, ma comunque speri. E allora decisi di tentare.

Ogni volta che una stella cade dal cielo, la sua luce ci desta e ci stupisce, e non è mai inopportuna, tanto che diamo al ricordo un lieto esistere, come un regalo inaspettato da una persona cara. A questo pensavo con ossessione, mentre le mie mani si rincorrevano sulla tela, completando un ritratto che sapeva di prodigio, e Lisa stava ferma in posa alle mie spalle, ma ormai quasi non mi voltavo più. Creavo velocemente, e contemplavo ogni tratto, ma con la mente continuavo a pensare a una stella cadente, che avrebbe illuminato il cielo e sotto di lui ogni cosa. Perché quel pensiero? Perché così pressante? Continuavano a dipingere, con quei pennelli rumoreggianti di legno vecchio. Continuavo e continuavo ancora. Una stella che cade dal cielo, una stella improvvisa che tracima luce, e quella luce mi acceca. Non riuscivo a pensare ad altro. Non riuscivo nemmeno più a chiedermi perché…

 

Quel ritratto sembrava opera di Dio, tolsi le mani dalla tela senza poter guardare altrove. Non avevo mai visto una perfezione così raffinata. Quel dipinto urlava di colore, traspirava emozione con una forza che maneggiava la mente. E non riuscivo a spostare gli occhi da ogni particolare, come fossero imbrigliati in quel binario di rosso e celeste, di verde acceso, di fiori che sembravano muoversi e rinascere a ogni sguardo, attorniando il volto di Lisa che in quella cornice sembrava vivere.

La cercai con la voce, non riuscendo a guardare altrove che nel quadro, imprigionato da un sortilegio che ancora non avevo compreso. Fu il silenzio, inaspettato e crudele, a liberarmi, con la dissonanza di una mancata risposta, riportandomi a una verità da accettare prima ancora che da scoprire. Mi voltai cercandola, ma di lei era rimasto solo il vestito rosso, accasciato al suolo. Lo guardai disorientato, dubbioso, mentre paura e presentimento m’impedivano di ordinare gli eventi con coerenza. La porta dello studio era ancora chiusa dall’interno, come ogni volta che lavoravo, per non essere disturbato. Sentii la logica svanire in un mare più vasto. Lisa non era uscita, non era più li, e non poteva essere altrove. Continuai a cercarla, in quella stanza troppo piccola perché nascondesse qualcosa. Eppure l’evidenza non si lasciava accettare. La porta di casa si aprì e la sorella di Lisa entrò chiamandola. Avevano appuntamento, e mia cognata non amava aspettare.

«Lisa sei qui?»

Disse, bussando ripetutamente alla porta dello studio. Le aprii senza pensare.

«Dov’è finita?»

Chiese, entrando e scavalcandomi con lo sguardo. Non governavo più la mia mente, e continuavo a cercare parole nel vuoto, come chi precipita cerca un appiglio nel nulla. Ma le parole non sembravano più importanti. Mia cognata aveva invaso lo studio, fermandosi immobile davanti al ritratto della sorella, che sembrava avergli tolto il respiro. Lo guardava incredula, sedotta da un’atmosfera cui era impossibile reagire. Continuò a fissarlo senza prendere fiato, avvicinandosi sempre più quasi volesse affondare nei suoi colori.

«È veramente incredibile.»

Le sue parole erano lente e scandite.

«Non ho mai visto nulla del genere, questo deve andare in mostra subito, è sicuramente il pezzo più importante di tutti.»

Cercavo di prendere tempo.

«Forse è meglio aspettare, la vernice è fresca e ha ancora bisogno di ritocchi.»

«Assolutamente no, non pensarci nemmeno. Lo mando a prendere stasera, la vernice asciugherà. Non posso fare un’apertura senza, le persone più importanti verranno domani, nessuno mi perdonerebbe di averlo mostrato dopo.»

Sapevo di non avere più il controllo degli eventi.

«Non sono sicuro di…»

Fui interrotto ancora.

«Non provare a toccarlo, ora vado al salone a rivedere le disposizioni, ti sposto in prima fila, di fronte all’ingresso, tu non fare niente, altrimenti ti uccido con le mie mani. Appena vedi Lisa digli di raggiungermi là.»

Uscì correndo, così com’era entrata, e restai solo a precipitare nel vuoto…

Nulla è più difficile da lasciare, quanto la propria razionalità. Cercai Lisa per ore, nella casa, nei dintorni. Continuai fino a sera inoltrata, animato dalla disperazione e dal contrasto tra evidenza e logica.  La rassegnazione era un nemico alle porte, cui alla fine avrei dovuto cedere. E la sera si faceva sempre più buia. Sapevo che non l’avrei mai trovata, ammetterlo era solo questione di tempo. La cosa che affligge di più, quando l’inganno mostra il suo volto, non è la strada presa, ma non poter rinnegare la volontà di una scelta. E questo mi uccideva. Sentivo la mente perdersi nel caos, ogni coerenza negata diventare fatale. I miei pensieri discordavano l’uno dall’altro, e sembravano voci tra altre mille, confuse, soffocate solo dai colpi che il cuore assestava, amplificati fino in gola, a cadenze sempre più strette, sempre più veloce. La voce del vecchio sembrava rincorrermi nelle strade, per pugnalarmi ancora. Rientrai congelato, grondavo di sudore e di pioggia, e il cuore palpitava così forte da soffocarmi.

Era ormai notte fonda. Ero stremato e cercai di dormire. La mattina seguente mi svegliai tornando all’incubo lasciato ore prima, come se le regole tra sogno e realtà fossero state invertite. Arrivai al salone con largo anticipo. La sorella di Lisa stava già intrattenendo gli ospiti, col suo carisma imprenditoriale e l’abito lungo, bianco e formale, comprato apposta per la cerimonia. Era irrequieta e mi venne incontro correndo.

«Dove diavolo è Lisa. L’ho chiamata cinque volte! Stanno arrivando tutti, il tuo quadro ha un successo incredibile.»

Disse indicando il gruppo di persone che si fermavano a guardarlo.

«Da quando abbiamo aperto, sembra una processione, ha affascinato chiunque, ho già richieste per farti lavorare un anno intero. E non hai idea delle cifre che sono disposti a pagare! Devo parlarne subito con Lisa! Mi vuoi dire dove si è cacciata?»

Tentai di spiegarmi, di inventare qualcosa, pur sapendo che nulla mi avrebbe fatto tornare da quella follia.

 

Il commissario aveva una voce irritante. Parlava con arroganza, quasi fosse un talento da ostentare.

«Sua moglie si è mai allontanata di casa altre volte, senza dir nulla?»

«Mai.»

«Da quanti anni siete sposati.»

«Nove anni.»

«E ha mai mostrato segni di squilibrio?»

«Assolutamente.»

«Avete mai avuto problemi di coppia?»

«Avevamo i problemi di tutte le coppie, la vita, la routine, i conti da pagare.»

«La situazione però non è per niente chiara. Secondo la deposizione della sorella, sua moglie avrebbe lasciato a casa, oltre ai documenti, anche il telefono, le chiavi, l’auto. Non ha fatto prelevamenti sul conto, e sembra non aver preso nemmeno vestiti o gioielli. Questo esclude moltissime ipotesi, sempre che non ci fosse un complice con cui fuggire. Lei ha mai sospettato che avesse un’amante?»

«Se anche fosse, sarei l’ultimo a saperlo. Ma non ho mai avuto quel sospetto, sembrava felice della nostra relazione.»

«Lei dichiara di aver lavorato al ritratto tutto il pomeriggio, e che sua moglie si sarebbe allontanata verso la fine, senza fare rumore, togliendosi addirittura il vestito. E lei non si è accorto proprio di nulla?»

«No, non me ne sono accorto, a volte, quando lavoro, perdo la percezione di ciò che ho intorno.»

«Ma, sempre secondo la deposizione della sorella, quando è arrivata da voi, la porta dello studio era chiusa dall’interno, quindi può averla chiusa solo lei, dopo che sua moglie è uscita. E come può non aver notato nulla? Oltretutto stava posando per lei.»

Sapevo che le mie parole potevano solo allontanare qualcosa d’inevitabile, e cercavo di spenderle con giudizio. Ma non trovavo proprio altro da dire, e forse rispondere non era nemmeno una buona idea.

Uscii dal commissariato con la certezza di tornarci presto, in condizioni certamente più sfavorevoli. Il tempo che restava era un’inutile agonia senza speranza. Volevo ragionare e concepire un’idea, ma vedevo solo il buio, nel vuoto lasciato dalla ragione. Decisi di tornare in quel vicolo a cercare la bottega e il suo vecchio proprietario, guidato da un ricordo nitido, cui volevo credere. Trovai, invece, una strada ordinaria e mal pulita, invasa da auto e passanti, che come topi correvano veloci e nervosi. Al posto della mesticheria c’era un magazzino vuoto, chiuso a chiavistello da anni. Troppi particolari combaciavano perché avessi sbagliato strada. E se avessi inventato tutto? Se fosse il parto di una logica stanca e provata, le cui certezze hanno perso importanza, al cospetto di un malessere che da troppo tempo nascondo? Se la sofferenza, anno dopo anno, avesse conquistato spazio e potere, cercando pace nelle spirali della mente? Eppure quel ricordo era così nitido che non riuscivo a rinnegarlo. Fermai diversi passanti chiedendo informazioni. Finché trovai il sacerdote della parrocchia salesiana che frequentavo alle messe importanti. Era indaffarato per le benedizioni domiciliari. Se c’era mai stato un negozio, almeno lui doveva saperlo. Invece mi guardò stranito.

«Una bottega di mesticheria? No non mi pare. Eppure passo da questa strada spesso.»

«Forse mi confondo con un’altra strada simile, poiché portano tutte al mercato. Però ricordo bene la vetrina e il proprietario, si chiamava Abaddon.»

L’uomo sorrise.

«Abaddon? No, non lo conosco. È un nome che ricorderei, è citato, se non sbaglio, nell’apocalisse.»

Non feci caso ad altro che alle mie conferme, sentendo la ragione ricomporre il sogno, pezzo per pezzo, scivolando sempre di più verso un incubo peggiore. Rientrai a casa dopo aver percorso ogni vicolo, e osservato decine di vetrine ormai chiuse. Ero come un rettile che non si rassegna alla morte, neanche mentre la bocca del predatore lo uccide. Mi sedetti nello studio cercando respiro, ripercorrendo il tempo minuto per minuto, fin dove riconoscevo l’oggettività dei ricordi. Restai a lungo a fissare il suo vestito, sulla sedia dove la sorella lo aveva ricomposto e posato. Se la mia mente creativa avesse davvero inventato? Ma della verità, anche se rimossa, doveva per forza esserci traccia. Invece, ovunque guardassi, trovavo solo un’assurda quotidianità inviolata. Che cosa era successo in quello studio? Perché ogni cosa era dannatamente al suo posto? Avevo osservato la stanza centimetro dopo centimetro, e non c’era nulla che andasse oltre il silenzio, che desse un significato a quel cavalletto ancora montato, e a quei tre pennelli di legno, posati sulla tavolozza e ancora intrisi di rosso tempera. Se la mia mente aveva inventato, dove avevo preso quei pennelli? E quella scatola con le iniziali incise sopra? E se non fossero iniziali? “AP91”, “Apocalisse” aveva detto il prete, ma non gli avevo dato peso. Lisa teneva una bibbia, da qualche parte tra i libri d’arte moderna. Prima di allora non l’avevo mai nemmeno presa in mano.

 

(AP. 9,1), “Poi suonò il quinto angelo, ed io vidi una stella caduta dal cielo in terra; e ad esso fu data la chiave del pozzo dell’abisso”

(AP. 9,11) “Il loro re era l’angelo dell’abisso il cui nome in ebraico è Abaddon”

 

La stella che cade dal cielo era un ricordo indelebile. Forse ognuno di noi avrà il suo demone tentatore che aprirà una porta dell’abisso. Continuavo a leggere avidamente e a ricordare quell’immagine, quella luce, quella stella cadente e la sua ossessione. Mi sembrava di rivedere il vecchio, che sorrideva estirpandomi pensiero ed anima. E mi offriva la tentazione, sapendo di una scelta che era già mia, prima ancora di concepirla. Leggevo velocemente, cercando una via d’uscita tra i capoversi. Ma quella luce mi ossessionava ancora, e le scritture mi attraversavano la mente risuonando lontane, lasciando traccia in cumulo di frasi sconnesse. La sorella di Lisa mi chiamò al telefono. Era fuori di se.

«Dove sei! Mi ha chiamato la polizia, ti stanno cercando, hanno un mandato d’arresto, dicono che potresti inquinare le prove. Vogliono che gli apra l’appartamento. Faranno una perquisizione. Ma che sta succedendo? Cos’hai fatto a mia sorella?»

Non risposi, non avrebbe avuto senso. Lasciai il telefono in casa e la porta aperta. Lasciai ogni cosa al suo posto e corsi al salone, con i tre pennelli di legno nella loro vecchia scatola, e una tavolozza di tempere fresche.

La mostra non era tanto importante da avere una guardia anche di notte. Avevo ancora il mazzo di chiavi che Lisa usava per l’allestimento. Sentivo la polizia arrivare, era ovvio che mi avrebbero seguito, per cogliermi in flagrante se avessi cercato di nascondere un cadavere. Ormai era questione di minuti. Le sirene si facevano sempre più forti. Mi chiusi dentro, come nello studio ogni volta che dipingevo. Nell’atrio, il quadro di Lisa era luce e vita, e più mi avvicinavo più ne ero stregato. Le volanti erano ormai a pochi metri, i lampeggianti blu varcavano le finestre. Non sarei più tornato indietro, era tempo di dare pace alle mie incertezze e finire un lavoro che aspettava. Il rumore degli agenti che armeggiavano con la porta al piano terra sembrava  l’ultimo avviso. Tolsi i pennelli dalla scatola, e li impregnai di tempera, davanti a quel quadro che mi teneva già prigioniero. «Chiuderò la carriera con un autoritratto.» Pensavo. «Coraggio stella del cielo, cadi un’altra volta per me…»

…Il diavolo nasconde sempre le sue intenzioni, perché sa di poter fallire, ogni volta che un’anima va incontro al destino senza sposare la dottrina dell’odio…

Lo sparo martellò i timpani ovattati dal silenzio, frantumando la serratura, che assicurava la porta del salone. Il primo agente entrò cercando un bersaglio, e dietro di lui tutti gli altri, riversandosi nell’atrio, con le armi puntate nel vuoto, e il rumore degli anfibi a profanarne la quiete. Era notte, ma le luci accese e intense illuminavano ovunque, mostrando senza equivoco, che in tutta la sala non c’era nulla, a parte un dipinto ancora fresco e tre pennelli vecchi, bagnati di tempera, su un cumulo vestiti accasciati al suolo. E quel gruppo di uomini, uno dopo l’altro si affiancarono a rimirare quel quadro, animati dal suo fascino oscuro e dominante, restando lì per ore, travolti dall’onda di quel prodigio, dei suoi colori e dei suoi tratti, combinati con abilità quasi divina. E nel tornare del silenzio, quel giardino dipinto sembrava prender vita, imprigionando i loro occhi in una costellazione di fiori e ornamenti, di ombre dense e fasciate di luce, di un celeste estratto di cielo terso, e di alberi eleganti a chioma folta, disposti a contornare il sentiero che lo attraversava da parte a parte, dove una donna vestita di rosso, e un vecchio pittore al tramonto, si allontanavano tenendosi per mano…

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