Enrico Brega

Fiction – Clo (2a parte)

‘451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Le vacanze di agosto le ho trascorse in Provenza con una mia amica di Milano, compagna di studi al liceo. Mi capitava di passare notti insonni pensando alle probabilità di vedere pubblicata la mia storia. A Laura, la mia amica, del romanzo avevo accennato vagamente. Lei, del resto, aveva pensieri e occhi rivolti soltanto a cercare una compagnia maschile per rendere più eccitanti le nostre vacanze. Il che non sarebbe stato davvero difficile per tutt’e due. Da parte mia, però, sentivo ancora il bisogno di starmene in disparte dagli altri, non solo per riflettere sui motivi che mi avevano portata ad allontanarmi per un anno intero dal mio ambiente, ma anche per figurarmi il tipo di svolta della mia vita legata a un possibile futuro di scrittrice. Così le vacanze sono trascorse con Laura che si è presa qualche distrazione, e io che occupavo le giornate a leggere e tentare di recuperare un po’ di sonno perso durante la notte a immaginarmi quali scenari potevano aspettarmi tra non molto.

Ai primi di settembre ero già di ritorno al paese dove avevo concepito il romanzo. Adesso bisognava rileggerlo con molta attenzione, dovevo evitare errori, ripetizioni, improprietà di linguaggio e, soprattutto, uno svolgimento poco convincente. Lo avrei letto direttamente dal monitor, perché una volta portato a termine il testo non mi era parso necessario stamparne una copia cartacea in quanto mi avrebbe indotto a portarmela con me e rileggerla prima della pausa di riflessione programmata. Per giunta, durante le tanto sospirate vacanze.

E così il giorno dopo il mio ritorno apro il computer. Ecco che sta per nascere il mio primo libro!

Clicco sul file, ma il testo non compare. Miodio, vuoi dire che non l’ho salvato? mi sono subito chiesta. Impossibile, l’avrò fatto decine di volte. Tutti sanno che a volte i computer fanno certi scherzi, ma poi si può rimediare cliccando qua e là. Ho provato e riprovato. Il cuore in gola, tra i documenti registrati il mio romanzo era sparito. L’ansia stava trasformandosi in disperazione. Al punto che ho persino provato ad accendere la stampante dalla quale stava per uscire un’intera risma di fogli completamente bianchi se non l’avessi spenta prima. Che fare, la mia conoscenza tecnica dei computer era a livello poco più che elementare. Da sola non sarei venuta a capo di nulla. Un lampo di speranza mi rasserena per un istante la mente. Telefono ad Almir, il grande esperto di computer. E anche mio amico, se vogliamo. In ditta mi dicono che è tornato in India, poiché ha ormai portato a termine il programma per il quale era stato assunto.

Devo riflettere, mi sono detta.

Tra tutte le persone che non avrei dovuto chiamare, al primo posto c’era proprio lui. Eppure, l’ho fatto.

«Ciao, Luca.»

«Ma dai! Dunque esisto ancora, per te.»

«Si direbbe.»

«Ho saputo che sei stata di passaggio a Milano, prima di andare in vacanza.»

«Dai soliti miei adorabili genitori l’hai saputo, suppongo.»

«Sì, da loro.»

«Luca, sono io che ho bisogno del tuo aiuto… questa volta.»

«Che c’è, sei nei guai?»

«Non proprio guai, ma se non risolvo una certa situazione potrebbe esserne compromesso il mio futuro. Come scrittrice, e non solo.» E gli ho detto tutto della faccenda del testo scomparso.

«Aspettami, domani mattina sono da te. Di questi pasticci me ne intendo abbastanza.» Non ne dubitavo minimamente.

Ho passato la notte a districarmi tra un incubo e l’altro. A un certo punto, guardando fuori dalla finestra mi sono accorta che era quasi l’alba, e mi è subito parso di sentirmi sollevata quel tanto che mi permetteva di aspettare il suo arrivo senza crollare. Quando ha varcato la porta di casa ero in condizioni pressoché normali. Gli ho rispiegato tutto. E lui: «Aspetta un attimo, dammi il tempo di telefonare all’esperto di informatica che gestisce i dati, cartelle mediche eccetera, delle cliniche di papà.»

Se ne sono stati all’apparecchio per più di mezzora.

«Può darsi che il computer sia stato manomesso – dice quando riattacca – ma non è facile provarlo. Hai forse avuto qualcuno in casa che per scherzo o, che so io, potrebbe avere messo le mani qui dentro?»

«No. Nella mia stanza non è mai entrato nessuno… ed è inutile che mi guardi in quel modo! Non metterti in testa strane idee. Faccio una vita ritirata e vivo sola. O meglio, divido l’appartamento con un’altra ragazza che durante il giorno non è mai in casa e torna soltanto all’ora di cena, se non più tardi. E del resto del mio computer non si è mai interessata.»

«Chi può dirlo, Clo, non conosciamo mai abbastanza il nostro prossimo. Noi due ne sappiamo qualcosa, se consideriamo il tipo di rapporto che in maniera perlomeno singolare ci tiene ancora in contatto, non vorrei dire legati. Non trovi?»

«Già, sembra anche a me che le cose stiano così. Ma ora, ti prego, dammi una mano e promettimi che non te ne vai finché non avremo risolto del tutto questa specie di mistero. Luca,  dimmi di sì.»

«Non me ne vado, ma alla fine parleremo anche di noi. L’ultima volta mi hai liquidato come un estraneo qualsiasi, se non peggio.»

«Va bene, parleremo anche di noi.»

«E se invece di una manomissione di tipo vandalico, si trattasse di un furto?» mi chiede.

«Un furto? A chi vuoi possa interessare l’ingenua  esercitazione di un’aspirante scrittrice? Insomma, Luca, io sono ancora una dilettante alle prime armi, non un Premio Nobel!»

«Vedrai che ce la farai, Clo.» Ha l’aria di concentrarsi, riprende a parlarmi: «E in questo momento dov’è?»

«Chi?»

«La tua coinquilina, come si chiama.»

«Ah, Tiziana! Sta fuori casa tutto il giorno. Per lavoro, te l’ho già detto.»

«Già, me l’ero dimenticato.»

Mi dirigo in cucina per preparare il caffè. La caffettiera non è al suo posto. Mi guardo attorno: eccola là nell’angolo del piano di cottura appoggiata alle piastrelle della parete. Faccio per prenderla, ma prima noto qualcosa di bianco che spunta da dietro. È una busta, indirizzata a me. La apro. Tiziana mi scrive che è dovuta partire, non dice dove, in quanto la direzione generale della Casa Gioiosa ha organizzato un convegno dei propri dirigenti per un aggiornamento dell’organico, c’è in ballo anche l’elezione del nuovo presidente nazionale. Conclude dicendomi che non tornerà più al paese. Sta aspettando di conoscere la sua nuova destinazione.

Ci sono certi momenti della vita in cui conviene fermarsi un attimo e meditare. Ed è quello che sto facendo mentre Luca è uscito a fare la spesa, visto che oggi ho deciso di cucinare io. Standocene a pranzare da soli in casa avremo modo di parlarci, cercare di capire a che punto sono le cose tra noi, e pensare il da farsi. C’è qualcosa che non funziona, è chiaro, ma non sappiamo da che parte cominciare per uscire da questa specie di limbo.

Dal canto mio, vivo ormai da ormai diversi mesi come in una bolla, al di fuori del mondo reale. E la mancanza di solidi rapporti con gli altri, a parte quelli destinati a esaurirsi come in effetti è avvenuto con gli amici del circolo e quelli a distanza con i miei genitori, per non parlare della situazione tutt’altro che chiara con Luca, mi provoca un certo senso di vuoto che tuttavia si scontra con la mia caparbia volontà di non cedere, di non rinunciare al sogno di scrittrice, cosa che in questi momenti comporta ancora lo starmene sola. Ma nel mio animo serpeggia il timore che la ragione dalla quale ero partita, ossia pretendere di ignorare la realtà fattuale per scoprire con la scrittura un mondo più credibile, più riconoscibile secondo quello che dovrebbe essere il sentire umano, potrebbe condurmi a un passo dal solipsismo. Mi sto domandando se per caso sin qui non ho peccato di orgoglio e di presunzione, se non è giunto il momento di riconsiderare il mio modo di concepire la vita, perché non mi sento più così sicura che viviamo tutti in una condizione di incomunicabilità, conflittualità, mancanza di empatia, comportamenti farisaici e brutture di ogni genere. Se i tempi che stiamo vivendo sono grottescamente materialistici, come dice uno dei miei scrittori preferiti, dobbiamo per forza concludere che gli esseri umani hanno irrimediabilmente perso la capacità di stringere tra loro legami genuini? E se invece fossi io a non essere aperta agli altri come dovrei?

 

Entra sfoderando uno di quei sorrisi ai quali è impossibile resistere. «Clo, aiutami a sistemare i sacchetti della spesa» mi dice Luca, stracarico di non so che.

«Cos’hai comprato, e per quanti giorni?» gli domando.

«Cose buone, ma per pochi giorni, anzi pochissimi. Ho avuto una specie di illuminazione. Sai che per certi giochini ho un buon fiuto. Domani ci organizziamo. Poi, se vuoi, potremmo andarcene.»

«Spiegati meglio.»

«Coraggio ragazza, prepara il pranzo, ho una fame da lupi. A tavola ti dirò tutto.»

«Mi vuoi tenere sulle spine.»

«No, figurati! A tavola sarà più piacevole.»

«D’accordo, ma ci vorrà del tempo prima che il pranzo sia pronto, e sto fremendo di curiosità.»

«Non ti preoccupare sono tutti cibi comprati in gastronomia, basta scaldarli pochi minuti nel forno a microonde.»

Se non proprio un’illuminazione, mi è parso uno spiraglio da non trascurare. Siamo finalmente a tavola. «Non ho risolto il tuo mistero, ma forse c’è un indizio che potrebbe aiutarci» dice Luca lanciandomi un’occhiata di sguincio. «Dopo la spesa m’è venuta voglia di un caffè e sono entrato in quel circolo che mi hai detto di aver frequentato durante la tua permanenza in questo paese.»

«Ah sì, e allora?»

«Be’, il barista mi ha riconosciuto e subito dopo avermi salutato calorosamente, strizzando l’occhio mi ha fatto un cenno col capo come a indicarmi un tavolino posto vicino alla finestra. C’erano sedute due persone, un uomo dalla pelle color bronzochiaro e una giovane. Tutti e due con evidente falsa noncuranza davano l’impressione di non voler far udire quello che si dicevano.»

«C’è di mezzo la sua amica, mi pare di aver capito» mi soffia nell’orecchio il barista chinandosi verso di me.

«Claudia… cioè Clo?»

«Sì.»

Mi sposto un po’ lanciando un fugace sguardo verso i due: noto che il bronzochiaro ha in mano una chiavetta Usb, quella, per intenderci, che ha sostituito il dischetto per computer di una volta, e la sta mostrando alla ragazza con una certa aria d’intesa.  Si accorgono che li sto osservando, di scatto si alzano, escono dal bar senza salutare e s’infilano in una Bmw parcheggiata lì di fronte; lui è al volante e schizza via sgommando lungo la strada principale.»

«Dunque, non è vero che Almir è tornato in India» dico, quasi pensando ad alta voce.

«Almir è…»

«Un amico indiano che ho conosciuto al circolo. Ed è un mago dell’informatica.»

Luca mi suggerisce di telefonare alla sede di Roma della Casa Gioiosa per sapere se Tiziana Manusardi, è lì da loro. Dopo avermi fatto attendere per qualche minuto, la centralinista mi ha liquidata con un «No» così secco da non ammettere replica, e ha riattaccato. Luca, che mi stava al fianco, ha ascoltato quella non-conversazione senza scomporsi. «Adesso lascia fare a me, Clo», dice. E chiama suo padre, gli spiega la situazione chiedendogli infine se tra i suoi amici altolocati c’è qualcuno che conosce l’ambiente delle Onlus italiane e qualche dirigente influente. Pochi minuti dopo il padre richiama, Luca ha attivato il vivavoce: «Conosco un politico che può farti sapere tutto quello che vuoi.»

«Bene, papà, vedi di farti dire dove e quando si terrà il convegno dei dirigenti della Casa Gioiosa, e se gli risulta che vi parteciperà una certa Tiziana Manusardi.» Nemmeno un quarto d’ora, e arriva un sms: “Il convegno organizzativo si terrà tra una settimana a Padova, e vi parteciperà anche la ragazza della quale vi state interessando. Sembra tra l’altro che la ragazza sia in pole-position per diventare presidente nazionale della Casa Gioiosa. Si dice anche che sta scrivendo una pièce teatrale da rappresentare nelle principali città italiane per far conoscere la Comunità e raccogliere fondi allo scopo di aprire nuove sedi. Una donna davvero tosta, direi! Ciao. Ah, salutami Clo. Papà.”

«Stai pensando anche tu la stessa cosa?» mi domanda Luca.

«Non lo escluderei a priori.»

«Ma dimmi di cosa trattava… Oh, scusa, di cosa tratta… quel tuo romanzo.»

«Spiritoso! Tratta qualcosa come la solidarietà umana. In senso lato. Ma non è molto ottimista, nelle conclusioni. Ti basta?»

«Certo che mi basta! E penso anche che forse ci siamo.»

Ed ecco la versione di Luca. Me la spiega con parole ben soppesate: «Una donna tosta, ha detto papà. Per come la immagino io è ambiziosa al limite del patologico. Vuole dare a intendere di avere una forte vocazione di essere d’aiuto a quei giovani che soffrono di sindromi o disabilità psicofisiche, mentre in realtà pensa solo a fare carriera, magari in politica, un domani non lontano. Svolge per qualche anno un duro lavoro in provincia, ma punta in alto. Vuole farsi conoscere e apprezzare in tutto l’ambiente del volontariato. Conquista la stima dell’organizzazione, ma al momento cruciale ha l’impressione che le manchi quel tanto che le permetterebbe di averla vinta sugli altri concorrenti per conquistare la carica di presidente nazionale. Siamo al punto in cui potrebbe avere scoperto il tuo testo. Forse è successo una sera quando tu, andandotene al circolo, avevi distrattamente lasciato acceso il computer. Tiziana si incuriosisce e legge le parti più salienti dello scritto. E allora cosa escogita? Quel testo, con sapienti ritocchi e un finale a lieto fine, contrariamente al tuo, per far sì che non sembri un plagio qualora ve ne sia in giro una copia cartacea, potrebbe diventare un lavoro teatrale da sfruttare a vantaggio della sua immagine come autrice. Non solo ottima dirigente ma anche creativa, avrebbero così pensato i soci della Casa Gioiosa! È una donna con pochi scrupoli, quindi non esita a mettere in atto il suo piano; tieni conto che poteva avere conosciuto Almir prima di te… Sì Almir, il mago dell’informatica! Che ci vuole per lui mettere mano al tuo computer, trasferire il testo del libro sulla chiavetta e farlo scomparire per sempre dal file storico? Una specie di gioco da ragazzi. Oggi l’informatica consente questo e altro, furti di idee in particolare. Senza che ne resti traccia. Tra l’altro, non escluderei che Almir non fosse al corrente del vero scopo della manomissione. Che ne dici: mi sembra che questa storia stia in piedi, no?»

Ci vorrebbero almeno solide prove prima di arrivare a certe conclusioni, ho pensato. Ma vabbè, in fondo non m’importa più di tanto.

E prendo allora una delle mie istintive decisioni. Mi serve un breve periodo sabbatico a Milano, a casa con i miei; due settimane per riflettere e poi ripartire su basi più chiare. Specie con Luca, al quale ho chiesto di avere pazienza. «Mi farò viva al più presto» gli ho detto, prima di salutarlo.

Da parte sua uno stentato incresparsi delle labbra. Un sorriso, forse.

Una volta a casa sono arrivata a queste considerazioni: per prima cosa devo tirarmi fuori da quell’isolamento che secondo le mie convinzioni, rivelatesi in seguito sbagliate, mi avrebbe reso più libera, mentre al contrario mi annebbiava l’orizzonte esistenziale. Mi appariva chiaro che potevo ugualmente diventare scrittrice senza guardare il mondo dall’alto in basso. Quanto alle debolezze altrui, meglio lasciar perdere. C’è il rischio di andare fuori di testa. Perciò ho deciso di lasciarmi definitivamente alle spalle la faccenda di Tiziana e del libro. Non ingaggerò di certo un investigatore. Ognuno è artefice del proprio destino, o quasi. Faccia pure la vita che ha scelto, Tiziana, ammesso che abbia una qualche colpa. Se un giorno o l’atro dovrà rendere conto di qualcosa, non sarò io a chiederglielo.

Ora è venuto il momento di pensare seriamente a Luca. Le due settimane sono passate, l’ho chiamato. Gli dico che sto cercando un monolocale qui a Milano per andarci a vivere da sola. Non so fino a quando. I miei, come sempre, non hanno avuto nulla da obiettare.

Ho già in mente la trama di un altro romanzo, che inizierò presto a scrivere. Lui, Luca, è ormai vicino al Master. Suo padre, dopo essersi ripreso da quello che non si saprà mai se è stato un tentato suicidio o una mossa scaltra con la complicità, se così si può dire, di una dose ben calcolata di tranquillanti, ha patteggiato ed è rientrato nell’alveo di una sana normalità a meno di cadute recidive che non gli auguro di certo. Così come auguro a me stessa che nel Dna di Luca non vi siano tracce di certe spericolate attitudini che appartengono al passato prossimo di suo padre. In ogni caso lui è stato prosciolto per insufficienza di prove.

***

Vivo ormai da quasi un mese nel mio nuovo monolocale. L’ho arredato a modo mio. È a misura della mia nuova personalità, diciamo nuova in quanto la sto esprimendo come in passato non mi è mai successo.

Oggi ho telefonato a Luca.

«Come va?» domando.

«Bene, se escludiamo che non ti vedo da troppo tempo.»

«Ma non è nemmeno passato un mese dall’ultima volta che ci siamo visti!»

«Sarà, ma mi manchi.»

«Allora, perché non vieni trovarmi nel mio nuovo nido di single?»

«Aspettavo solo che me lo chiedessi. Quando?»

«Questa sera. Ti preparo una cenetta coi fiocchi. E avrai anche modo di ammirare i poster Pop Art che ho scelto con cura per decorare l’appartamento.»

«D’accordo, a che ora?»

«Alle otto va bene?»

«Ci sarò… Tranquilla.»

La serata, dopo un inizio dove la reciproca cautela ci faceva misurare parole e tono, si è via via aperta nella maniera che, ora ne sono sicura, ambedue desideravamo. L’atmosfera si è stemperata e abbiamo parlato di tutto avvicinandoci sempre di più al punto in cui le nostre parole più che essere scelte con cura formavano un flusso spontaneo e coinvolgente, come fossero l’espressione di qualcosa che aveva sinceramente a che fare con i sentimenti piuttosto che con la ragione o altro. Qualche momento di silenzio, gesti in apparenza insignificanti, sguardi di un’intensità che da tempo non conoscevamo, suggellati poi da un sottile riferimento al nostro futuro, mi hanno fatto capire che da quella situazione in definitiva poteva nascere un vero legame, questa volta in forma condivisa.

Al termine dell’incontro, quasi mossi da un tacito accordo, ci siamo salutati con un leggero sfiorarsi di guance. Come si usa al primo appuntamento.

Ma prima di lasciarci mancava ancora qualcosa.

«E se le feste di fine anno le passassimo insieme, in quel tranquillo posticino di montagna che tu sai?» gli chiedo.

«Domani stesso prenoto l’albergo.»

Scendendo le scale con calcolata lentezza mi lancia un sorriso dei suoi. Nel chiudere la porta gli soffio un bacio dal palmo della mano.

Poi l’ovattato ronzio della sua auto, che sfuma lento.

 

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