Leonardo Bonetti

Fiction – Giufa e Camilla

Questa potrebbe essere una storia di canali, gore, terre ghiacciate, scarponi che affondano nella neve. Ma non solo. Perché c’è Giufa, c’è Camilla e c’è una cattedrale. Un’abbazia cistercense scoperchiata, la cui navata è invasa dall’erba. Tutti la conoscono. Anche Giufa e Camilla. E un hotel chiuso e illuminato lì davanti, dove i cristalli di ghiaccio cadono giù dai tetti battendo i denti.

Siamo nella notte prima del Natale e Giufa e Camilla sono venuti fin qui solo perché un giorno di qualche anno fa, in questo posto desolato, s’è girato un film di cappa e spada di cui si sono invaghiti come quindicenni. Un film di second’ordine che li ha rapiti di meraviglia come i personaggi di una canzone popolare d’altri tempi, tra Turchia e Sicilia, dove malizia e furberia non son mai di casa.

Inutile dire che Giufa e Camilla, passati i cinquanta ma sempre raggianti di cuore, sono gli unici avventori dell’albergo. I proprietari, marito e moglie – quest’ultima in ogni corridoio e a tutte le ore quanto il marito in luoghi introvabili, o indaffarato dietro mille incombenze – li guardano con tanto d’occhi: la notte di Natale, infatti, in quel posto non viene mai nessuno. E nemmeno nelle lunghe settimane invernali, così che spesso i due scelgono di chiudere i battenti e starsene rintanati nella loro casuccia di paese. Scelta anche di quella sera, fatta in barba agli ospiti.

Per la verità, se non fosse per quelli che vengono a visitare l’abbazia, soprattutto la domenica, bisognerebbe vender tutto al primo sprovveduto. Così la donna, un tipo energico e con due polsi da spavento, poggiati sui fianchi dopo aver alzato le maniche ai gomiti, dice a entrambi: «Non posso mica tenere acceso per voi. Mi capirete, spero. Ho una stufa elettrica per la vostra camera. Mio marito l’ha già preparata. Vi consiglio di farla andare tutta la notte: qui fa davvero freddo in inverno e… buon Natale, si capisce!».

Quindi, con fare sicuro, si volta per andarsene in cucina.

Dopo aver mangiato Giufa e Camilla se ne vanno in camera con l’intenzione di recarsi a visitare l’abbazia in piena notte. Davanti allo specchio, nel bagno ampio e bianco, stanno inadatti.

Camilla, il raggio degli occhi bianchi, rotondi e timidi, è abituata a passeggiare nelle città tra languore di vaniglia, per minuscoli caffè pieni d’ottone, di mattonelle azzurre e grigie, di donne che si fanno spazio coi gomiti, tra i viali pieni di foglie, un po’ spogli e dal selciato nero, fiancheggiati da palazzi fine ottocento. E poi ancora parchi rumorosi per via di fontane che urlano, di colori come fiori dopo un assalto sotto il verde; verde che avvampa violento, materia viva anche lui.

Giufa, del suo, un languore di cigni, campane, profumo acuto di mandarino. Sotto i suoi piedi, su strade scabrose, scivola sempre troppo amaro. Ha un’immaginazione calda e dolorosa, Giufa, come il palmo di una mano; uno che la verità gli si rivela senza spostare un ciglio, da sentirla un grande mare azzurro tra rare imbarcazioni.

Così, pronti e ben vestiti ad affrontare i geli della stagione, eccoli scendere nell’atrio cercando qualcuno. Ma tutto è deserto e nessuno risponde. Per quanto cerchino non trovano anima viva.

Finché debbono convincersi: i padroni se ne sono andati. C’era da aspettarselo, è vero, ma lo stupore è comunque troppo grande: andarsene senza dir nulla e lasciarli soli, unici custodi di tutto l’albergo!

Dormire lì, di notte, non sarà divertente, proprio no. Ma Giufa e Camilla sono testardi come pochi; e senza malizia, per di più.

Così, soli soletti, i due decidono di non curarsi delle avversità e andare a vedere l’abbazia di notte. Eccola laggiù, illuminata e spettrale.

Quando, dopo aver attraversato metà della piana con passo incerto per via della neve e del ghiaccio e dell’abbaiare dei cani in lontananza, entrano finalmente in chiesa, debbono di nuovo rimanere senza parole: davanti a loro un operaio cammina sui ponteggi a venti metri d’altezza, lassù. Scende più volte a prendere gli attrezzi poggiati sull’altare, quindi risale dopo aver preparato la malta; è un semplice operaio, niente di più, ma i due si guardano con la sorpresa negli occhi. Anche perché, dentro l’enorme navata sovrastata da un cielo viola, l’erbetta se ne sta luccicante e un po’ rada sul terreno grigio. Non una traccia di neve, né tantomeno di ghiaccio.

I due, allora, si avvicinano lentamente, sentendosi fuori posto. Ora sono sotto le impalcature a guardare col naso all’insù.

«Lavora a quest’ora?» domandano. «E da solo?».

«È qui che sta il bello» risponde quello con un accento umbro, forse toscano, dandogli un’occhiata distratta.

«Cioè?» insistono incuriositi.

L’uomo li guarda un po’ perplesso, come non capisse, quindi si piega di nuovo ad impastare.

Ma i due non si arrendono e domandano ancora:

«E cosa fa esattamente?». Quindi, accorgendosi di essere stati troppo vaghi: «Getta l’intonaco? Non aspetta il restauratore?».

E quello: «Oh, bella…» esclama.

«Cioè?» fa Giufa, sordo.

Ma l’operaio lo guarda con occhi riparati; ha un berretto di lana e non risponde.

Anzi, si gira, ora. Ha altro di meglio da fare. Deve lavorare, lui. Un’opera infima, si intende. Di gomito e cazzuola. Giufa sembra sentirgli dire: «Costruisco la cattedrale, cosa dovrei fare, se no?».

Giufa e Camilla si guardano negli occhi e capiscono di essere di troppo. Così se ne tornano in albergo dove i riscaldamenti sono una stufa elettrica che toglie il respiro. Meglio che niente, brontola a mezza bocca Giufa, ma sa che è una parola da pronunciare due volte, giusta solo per Camilla. Mentre la neve che li separa dall’albergo è poca cosa, in fondo.

La mattina, di buon’ora, Giufa suona la sveglia. La buona Camilla dormirebbe ancora, ma lui è uomo dalle mille sollecitudini, dai ponteggi alzati fino a venti metri persino dentro una camera d’albergo.

Ed eccoli, infatti, arrischiarsi nella veglia mattutina. Si tratta di un rito consacrato da anni, sacrificato e attento. Un salmodiare privato fatto col corpo. Gli esercizi di Giufa sono gli esercizi di Camilla: corpi spirituali fatti di nocche e di giunture.

Giufa, poi, ha aperto la finestra, senza vedere ciò che avrebbe dovuto. È solo dopo la fine di quel loro gioco, infatti, che Camilla, affacciandosi nell’azzurro intenso del cielo contro lo splendore della neve, esclama: «Giufa, Giufa, vieni a vedere! C’è da non crederci!».

«Mamma santissima!» risponde lui.

Di fronte a loro l’abbazia troneggia tra file di pullman dai colori più strambi: rossi, blu, verdi e un’infinità di comitive vocianti, lontane e vicine, e un trillare luminoso, un fischietto e una bandierina.

Tutto questo, comunque, è niente.

Giufa e Camilla, infatti, sono esterrefatti per un’altra questione: la chiesa, tra un volo insistito di palloncini che si alza dopo un coro e un battimani, ha il tetto nuovo di zecca, proprio così. Mentre un gruppo di uomini in nero – sindaco, amministratori, prelati – si sbraccia come una corte senza costrutto. Un attimo dopo, per fortuna, le fanfare attaccano la loro solfa specchiando cielo e neve in un tripudio di luce.

«L’ha finita!».

«Ha fatto tutto stanotte!».

«E tutto da solo!».

«Ma com’è possibile?».

Parlano dell’operaio della notte prima.

Cosicché, vestitisi in fretta senza nemmeno lavarsi, si precipitano sul viale alberato pieno zeppo di coppiette con carrozzina.

«Ma cos’è stato?» fa Giufa rivolto a ognuno.

Nessuno gli risponde, è ovvio, ma sempre con lo sguardo di chi, non sapendo, tutto comprende.

Intanto, giunti davanti all’abbazia, lo spettacolo che gli si para dinnanzi è dei più strampalati: il corpo esterno, di pietre nude e apparentemente malsicure, la facciata sporca e grigia e occhiuta, cede il passo a un intonaco ottuso, dentro la chiesa, in una luce muta e dolorosa. Un grigio compatto e liscio che stona in modo irritante con tutto il resto. Il tetto, poi, dall’interno appare una gabbia fittissima di tubi metallici su cui vien voglia di salire per gioco, come bimbi in equilibrio sul nulla.

Ma come è stato possibile? pensa Giufa, pensa Camilla. È ammissibile che quell’operaio, da solo, nel freddo e durante una sola notte abbia potuto costruire tutto questo?

Cercano di chiederlo a un vicino e poi a un altro, ma senza essere capiti. Senza essere ascoltati.

Tornati all’hotel, poi, s’accorgono che il personale è nuovo; dei padroni non c’è traccia. In cambio un’accoglienza speciale, un gran via vai di inservienti generosi ma indaffarati in mille faccende.

Le stanze sono sottosopra per le pulizie e una musica si spande in ogni dove.

Ecco ora un profumo provenire dall’ampio salone dove ogni tavolo è apparecchiato. La prima famiglia prende posto assediata da una cameriera con due sopracciglia troppo distanti.

C’è luce in ogni angolo di universo, sembra convincersi Giufa, proprio come in questa sala piena di vetrate che dà verso l’abbazia. Per sempre ci sarà luce come da sempre la luce governa questo nostro mondo: ora Giufa è davvero convinto di quanto Camilla è già convinta da sempre.

Così, mentre anche loro si accomodano nel posto più confortevole per poter meglio osservare la chiesa, ogni tanto si guardano per sussurrarsi un nuovo stupore. E sono aliti di freddo contento; la neve, in ogni dove per tutto l’orizzonte, un manto candido e troppo perfetto.

Come sarà accaduto? Come sarà successo? – si domandano oltre il vetro.

Poi il pomeriggio scende a digerire ogni ben di dio. Il tempo sufficiente per essere sorpresi dal crepuscolo senza orizzonte mentre si sale al santuario sul poggio, leggendario per una spada fitta nella roccia.

Quel S. Stefano Rotondo del luogo è un tempietto che sovrasta la piana con, al centro, l’abbazia, isola spirituale. Giufa, sul piazzale davanti alla facciata, si volta a controllare che sia sempre lì, che quel lavoro non sia un miraggio; Camilla lo vede senza dir nulla sorridendo dentro di sé.

Ormai è buio e laggiù quel corpo religioso fatto di mura si staglia illuminato col suo strano effetto.

Poi, di nuovo in camera, riposano prima di scendere a mangiare: un’improvvisa stanchezza gli si è annidata nelle ossa.

Dopo un’ora, non di più, nell’ampia sala eccoli soli soletti ad aspettare la cena. È ricomparsa la padrona, un po’ claudicante; ora li fa sedere vicino al grande camino: non può riscaldare l’albergo solo per loro, capiranno.

Se ne sono andati tutti, dunque? le fa lui.

Tutti chi? gli risponde lei.

Ora si guardano, Giufa e Camilla, ma senza parlare. Pagano in fretta il conto e guardano con apprensione la basilica.

Nella notte, illuminata a quel modo, è davvero spettrale.

Inutile dire che si coprono come meglio possono per tornare laggiù. Ogni loro gesto tradisce nervosismo.

Mentre camminano nella notte fredda il solito abbaiare lontano, stizzito per un pasto scarso o un riparo inadatto.

Ma bastano cinquanta passi per scoprire quello che temevano: l’abbazia è di nuovo senza tetto, le mura solo imponenti bastioni, eretti e dolorosi.

Dentro, ancora lui, l’operaio sui ponteggi col suo berretto di lana, scintillante come un insetto, intento al lavoro di gomito e di cazzuola. Si arrampica con l’agilità di un giovanotto mostrando i piedi scalzi sui pioli della scaletta, prima l’uno, poi l’altro.

«Ma lei è ancora qui?» gli domanda Giufa senza sospetto.

«Con questo freddo?» gli fa eco Camilla.

«Non ha finito?» aggiungono entrambi, di nuovo.

«Finito?» fa l’operaio veramente sorpreso. «Per finire, finisco ogni notte. Come no! Ma non ne sono mai soddisfatto. Così la sera disfo e ricomincio. La cosa più bella è la poesia di queste mura, questo equilibrio qui, lo vede?» dice rivolto a Giufa.

Ed ora indica la linea del transetto e poi, subito dopo, quella della navata a intersecarlo per difetto.

«Lo vede come si piega questo muro? Dopo dieci piedi flette di un nonnulla. Poi si assesta per piegarsi di nuovo. Questa linea sembrerebbe sbagliata, incerta. E invece è un profilo importante, che si alza per venti metri verso l’alto senza mai cedere di un millimetro. E bisogna completarlo. Non è un lavoro che si può lasciare incompiuto…».

«Appunto» fa Giufa affondando la testa tra le spalle «ma perché dunque lo disfa ogni sera?».

«Oh bella…» protesta l’uomo. E poi si piega a mescolare la sua malta. Quando si volta dà uno sguardo a Camilla come chi, cercando una parola, non la trova: «È qui che sta il bello…». Quindi ancora un labbro che si morde e la fronte corrugata da un pensiero.

Infine, rasserenato, un’esclamazione come di chi non ha nulla ascoltato, di chi segue il filo di un suo ragionamento:

«In un primo momento non si vede nulla, certo! Sembra muta questa linea, triste… ma poi… poi si scopre… anche se forse è già troppo tardi… eppure com’è viva, com’è buona questa linea!… la vedete triste… e forse lo è… ma non bisogna avere paura… sembra ostile, chiusa, senza cielo, lo so…» e indica verso l’alto, un manto viola e compatto sopra l’abbazia, privo di stelle. «No, bisogna chiamarla, questa linea, e allora lei risponde. È una parola» fa mulinando il dito che è rimasto sospeso a indicare lassù, quell’assenza di copertura, quello sfondamento di alto, di verticale, di assurdo.

«Sì» dice allora Giufa, dice Camilla. E rimangono lì a guardarlo come se piangessero, stringendo le labbra, leccandosi lacrime immaginarie.

«Bisogna chiamare questa parola senza desiderarla» aggiunge allora l’operaio con la faccia buona e smarrita di un sapiente sconfitto.

«Perché non bisogna desiderarla?» chiede Giufa, allora. «Io ho bisogno di bere, di amare, di vivere una giornata umana. Che c’è di male nel desiderare tutto questo?».

E Camilla: «Io ho bisogno che la figlia venga dalla madre a chiedere aiuto, perché la mia felicità è nel dare e la sua nel rendere».

«Venite da lontano?» chiede allora l’operaio senza rispondere, pieno di amicizia.

«Sì» fa Giufa. «Sì» fa Camilla. «Da una terra di sicilia e di turchia, dove il sole è così forte da far sudare persino i sassi» ripetono entrambi.

«Eh» fa lui sobbalzando col corpo abbandonato, come dopo un singhiozzo, «ogni cosa è cara… il sole come la neve… ogni cosa si concede per quello che ha da offrire. Ma» e drizza un braccio pesante di fronte a sé, «bisogna pur sempre chiamarla, questa linea, questo tetto, questa cattedrale. E senza desiderarla. Per disfarla, quando occorre. Per ricostruirla. Basta avere fiducia, fiducia nel sole e nella neve. Perché questo, in fondo, è un lavoro che si può compiere in mille modi!» ed eccolo scendere fino a sedersi sulla tavola più bassa, con le gambe penzoloni e i piedi segnati da tagli neri. «Ed è una parola che si può pronunciare in mille lingue» ammicca togliendosi il berretto di lana sporco più delle sue unghie. Sotto ha una testa color sangue che Giufa osserva con stupore, mentre Camilla non può fare a meno di riandare a quella del puledro visto nascere da bambina, nel podere dei nonni.

Ecco, quell’operaio osservato prima solo da lontano, a un’altezza di dieci, di venti metri, ora è lì di fronte a loro. Seduto come a volerli provocare, avvolto in un grembiule da lavoro, un gomito sul ginocchio e il mento nel palmo della mano. Sembra una figura allucinata, a vederla così, più antica dell’abbazia che lo sovrasta senza costernazione. Il colore sbiadito dei suoi occhi sfiora Giufa. Poi, subito dopo, anche Camilla. Ma non è cosa buona. Se non per via di quelle parole che gli penzolano dalla bocca: «Bisogna tentare tutto fino in fondo. Ma non fino all’ultima parola, l’ultima non esiste mai. Quando non ci sarò più io» e a quest’affermazione prende a ridere di gusto lasciando i due esterrefatti «ci sarà qualcun altro al posto mio. C’è chi la chiama una condanna, chi una benedizione. Io, per me, non saprei dire. Ma questo lavoro è l’unica cosa che conta veramente».

E dicendo questo si volta con un gran sorriso continuando a spruzzare calce, a lavorar di gomito. Così quella notte Giufa e Camilla non dormono nell’albergo; se l’operaio rimarrà ancora un minuto lì dov’è, pensano, allora anche loro rimarranno dove sono, in quell’isola spirituale e scoperta; se invece se ne andrà, se ne potranno tornare in albergo.

Ma il tempo passa così, tra due guanciali, e si fa comodo quanto arrendevole; tanto che i due si addormentano senza accorgersene. Quando si svegliano eccoli al coperto, l’opera finita, la gabbia di tubi lassù, instabile sotto un gran torcicollo, realtà che affiora come i pali da una laguna. Mentre si guardano strenuamente imbarazzati, quasi avessero deciso della propria vita seguendo i movimenti di un oggetto insignificante, una domanda si fa largo dentro di loro.

Dove si trovano?

Un esercito di corde, infatti, di tele, di scale sottili come un bastimento immenso e sconsiderato, è lì di fronte a loro, nella grande navata priva di ogni arredo ma in cui si stende una coltre di neve candidissima. E un affollarsi di gente di ogni tipo, un sovrapporsi di voci, di querele, di richiami in quel mare immacolato.

Tra la calca, però, un gran vuoto e, davanti a loro, un uomo dall’aspetto imponente. La somiglianza con l’operaio davvero straordinaria.

L’uomo se ne sta lì impettito a reclamare qualcosa, con un atteggiamento vagamente minaccioso. Le spalle immense, la testa reclinata in avanti, il viso, malgrado l’età, senza rughe, lucidissimo, con due occhi dal colore deciso, estraneo a ogni realtà, uno speciale azzurro di biglia, disumano e angelico. Non si potrebbe in nessun modo definirlo un vecchio; perché quegli occhi splendono barbaricamente con l’ambiguità di un selvaggio che sferra l’ultimo colpo.

«Lei è l’operaio di stanotte, nevvero?» vorrebbero domandargli entrambi, Giufa e Camilla. Ma senza riuscirci. Quegli occhi, infatti, parlando così fitto, sono già una risposta. E il discorso di quegli occhi, discorso che non si può interrompere: «Ora sapete il nome di questa linea, di questo tetto, di questa cattedrale. Pazienza se non avrete da bere, se, proprio come sassi, suderete e gelerete. Non siete oggi nella casa di vostra madre, nella casa vostra?».

Solo a questo punto Giufa s’avvede dell’arancia, se ne avvede Camilla. L’uomo la solleva di fronte a loro, rossa, paziente. Gliela sta offrendo, pensano. La offre a Camilla, a Giufa, appesa per le dita a una fogliolina dal verde intenso. È una bomba prima di esplodere, pensa Camilla, pensa Giufa. La fogliolina una miccia appena accesa. E l’arancio il colore dell’esplosione prima dello scoppio. Ma no, sulla buccia entrambi riconoscono la cattedrale disegnata, a cui si pone l’ultima tegola del tetto. È un disegno fatto in punta di coltello sopra una scorza scabra. Così che spunta ad entrambi lo stesso sorriso, barbarico prima del saccheggio, e Giufa, che ha un temperino sempre in tasca, può far brillare il coltello nell’abbazia, tagliare via la scorza. Gli spicchi si separano sul palmo della mano e quello che mangia Giufa, mangia Camilla. Le bucce affondate tra la neve come tagli pieni di sangue e il sartiame battuto da un soffio come da una tempesta.

L’odore d’arancio, intanto, misto a quello di mandarino, di vaniglia, ferisce le narici come gli occhi della cattedrale, illuminata da un colore e una musica prima del concerto, in procinto d’essere saziata, accordata, conclusa.

 

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