Enrico Brega

Fiction – Lulu e il sottile fascino dell’ambizione

A ripensarci, la diresti una storia da manuale.

L’appuntamento è per mezzogiorno in punto. Dall’avvocato. Marco, mio marito, verrà direttamente dall’ufficio. Per nessuna ragione al mondo perderebbe anche un solo attimo di lavoro. Il suo non è semplice attaccamento professionale, ma si tratta piuttosto di una sindrome di sfrenato carrierismo che nei momenti di maggior competizione con i colleghi della società dove ricopre la carica di manager gli provoca incontenibili attacchi di panico.

Fino a poco tempo fa mi sforzavo di aiutarlo a superare le crisi che si facevano sempre più frequenti. Adesso, dopo innumerevoli tentativi falliti, mi sento allo stremo, sebbene per carattere non sia disposta a subire le avversità senza reagire, non foss’altro perché sin da ragazzina ho imparato a pensare la vita come un dono da non disperdere.

Il sabato e la domenica Marco li dedica alle scartoffie che si porta a casa dall’ufficio, stipate in quella sua valigetta nera da incubo. Di frequentare amici non se ne parla, perché a suo dire è tutta gente senza ambizioni. Cinema, teatro, mostre d’arte, concerti e via dicendo sono solo tempo perso, sostiene. Per mia fortuna ho ottimi rapporti con i miei colleghi, e poi c’è Lory, la mia più cara amica sin dai tempi del liceo, che adesso fa attività di pubbliche relazioni. Con loro posso uscire dalla mia gabbia domestica per distrarmi quel poco, mentre lui se ne sta rintanato in casa fino a tarda ora come un recluso. Per poi ingoiare un potente sonnifero che gli consenta di non passare la notte bianca.

Che dire poi delle vacanze: una manciata di giorni nei luoghi privi della benché minima attrattiva, del tutto isolati dal mondo. E se ne vanta!

Quanto a me, oggi ho chiesto al mio caporedattore mezza giornata di permesso, voglio prendere le cose con calma. Davvero non c’è motivo di avere fretta. Uscirò di casa con un’oretta di anticipo. Dal quartiere dove abitiamo mi farò a piedi tutto il corso principale, così avrò il tempo di soffermarmi davanti a qualche vetrina per dare uno sguardo ai nuovi arrivi dei capi di vestiario stagionali.

Non che sia una fanatica, una di quelle che vogliono essere a tutti i costi sull’onda della moda. Ho gusti sobri e al tempo stesso disinvolti, se vogliamo. Lo so, potrebbe sembrare una sorta di contraddizione; ma per me non lo è. Almeno, così la penso da sempre. Ma quel che più conta è che a detta di tutti ho un gran bel fisico, snello e affusolato quanto basta.

A proposito, il mio nome è Marilena. Faccio la giornalista presso ORIZZONTI, un settimanale per un target di lettori di cultura medio alta, così si dice nel nostro singolare universo professionale, dove curo la seguitissima rubrica Cose di questo mondo, che si occupa di mondanità varia, viaggi e gourmet. Firmo i miei servizi col nome Lulu “per creare più empatia con i lettori”, come mi ha suggerito il direttore.

Da un po’ di tempo a questa parte, tuttavia, nonostante il successo della mia rubrica non mi sento soddisfatta. Vorrei puntare più in alto. Magari passare alla sezione spettacoli. Ho ormai raggiunto la convinzione che il mio posto non è più in quella rubrica. Mi tocca intervistare decine e decine di deficienti per il solo fatto che sguazzano senza sapere perché in ambienti ritenuti mondani… Decantare la bellezza di luoghi dove il solo fatto di passarci un’estenuante settimana di vacanze guidate rappresenta un banalissimo tributo al conformismo turistico di massa… Trovare le parole più suggestive per esaltare la squisitezza di quello che viene considerato il piatto più figo partorito di recente dalla modesta fantasia di quel cuoco in voga e molto amico dei politici. Be’, tutto questo non è giornalismo!

Ne ho parlato in più occasioni con Lory, la sua risposta è sempre la stessa: «Perché allora non ti decidi a chiedere di essere trasferita alla sezione che preferisci?» «Non è così semplice, mia cara», rispondo. «Tu non conosci la vita di redazione. Per conquistare quel posto c’è il rischio di dover disinvoltamente saltabeccare da un letto all’altro, con arditissime piroette che non è facile immaginare. Ma a parte quello, non vorrei fare la fine di Marco sconvolgendo la mia personalità, alla quale come tu sai tengo molto, a causa di un compulsivo eccesso di ambizione».

Dall’avvocato avvieremo le pratiche per il divorzio. Marco e io abbiamo la stessa età, trentadue anni, siamo sposati da cinque. Non abbiamo figli, lui è sterile. Dovessi spiegare come siamo arrivati a questo punto, mi toccherebbe sciorinare una tale serie di banalità che vi risparmio. Provate a pensare a un tumultuoso susseguirsi di scontri, disagi, incomprensioni… fate voi.

Superfluo aggiungere che da mesi non facciamo sesso. Tra noi due agli inizi della vita matrimoniale c’era una perfetta intesa nei rapporti erotici, eravamo del tutto disinibiti e, per così dire, avevamo gli stessi gusti. Nei momenti più caldi Marco non cessava di sussurrarmi con voce quasi soffocata quanto gli piaceva il mio sapore, e da parte mia devo confessare che il suo sapiente lavorio di lingua mi inebriava fino a provocarmi ripetuti orgasmi. Poi, quasi d’improvviso, tutto è cambiato. La spasmodica nevrosi di fare carriera ha spento ogni altro suo desiderio.

Sta in questa schizofrenica situazione la causa del nostro non più sostenibile rapporto coniugale, che in una torrida giornata di luglio come oggi finirà per andare in frantumi. E tutto si riassume in quell’ossessione di arrampicatore sociale che lui chiama meritocrazia, un’ossessione ormai fuori controllo, patologica al punto che, di riflesso, si abbatte pesantemente su di me condizionandomi la vita che rischia di sfuggirmi dalle mani giorno dopo giorno rendendo vani i miei tentativi di aiutarlo a concepire una condizione esistenziale fondata su una sana normalità. Senza per questo rinunciare alle sue legittime aspirazioni di successo.

C’è ancora tutto quello che abbiamo perso per strada, nella mia mente. Nulla è stato rimosso. Eravamo poco più che ventenni quando ci siamo conosciuti. Frequentavamo la stessa università, ma in facoltà diverse: io a lettere moderne, lui a economia e commercio, era l’anno della laurea per tutt’e due. Ci siamo piaciuti subito, e dopo due anni di frequentazione abbiamo deciso di sposarci. Marco a quei tempi era l’esatto contrario di quello che è adesso: scanzonato ma sicuro di sé. Amava la vita di relazione e aveva forti interessi culturali che mi facevano sentire pienamente partecipe.

Io ero la stessa che sono oggi.

Come sia potuta verificarsi la metamorfosi che ha subìto mio marito è ancora per me un mistero. Può darsi che il processo di cambiamento della sua personalità sia stato così lento e impercettibile giorno per giorno che io, tutta presa alla scoperta della vita giornalistica che avevo sempre sognato, non sono riuscita a percepire in tempo i primi sintomi di quello che gli stava capitando. Quando ho cominciato ad accorgermene la situazione era ormai definitivamente pregiudicata. E ancora oggi non sono in grado di immaginare quali siano state le cause scatenanti di questo disastro. A meno di non pensare che questa nostra società verosimilmente in preda al darwinismo sociale possa produrre tali guasti nella convivenza umana quasi da far disperare che sia ancora possibile avere rapporti genuini tra i singoli individui. Ma io la risposta so di non averla.

Ora sono qui per strada, sto per lasciarmi alle spalle il quartiere ma prima alzo gli occhi sull’orizzonte delle nostre palazzine postmoderne (skyline, lo chiama Marco, che non perde occasione di ostentare inutili espressioni inglesi pronunciate storcendo la bocca come nessun autentico British farebbe mai).

Il quartiere si trova a est di questa grande città metropolitana.

Mi fermo per un istante. Non credo alle metafore atmosferiche, ma in questo momento lassù c’è un capriccio della volta emisferica che mi colpisce: nuvole scure si affacciano a scatti, rumorosamente, dando l’impressione di volersi fermare proprio sopra la nostra zona, qualcosa sta per accadere, è nell’aria. Neppure un bambino nei parchi gioco.

Poi giro lo sguardo verso ovest, in direzione dello studio dell’avvocato, da quelle parti è tutta un’altra visione: il cielo è terso, di un blu vivido che irradia gioia anche a un semplice fugace sguardo.

Per strada c’è un febbrile movimento di persone che vanno e vengono in varie direzioni, si avverte nell’aria come un senso di allegria. Amo questa città, la mia città. Marco la sopporta a malapena, ma resta qui, perché è qui che si fa carriera, dice lui.

Mi prende un’improvvisa eccitazione. Eppure dovrei sentirmi depressa! Poi ti capita di scoprire risorse che non avresti mai sospettato di possedere e, miracolosamente, in particolari situazioni si manifestano e ti vengono in soccorso.

Forse dovrei camminare più adagio.

Poco fa ho urtato una coppia di anziani che si tenevano a braccetto, marito e moglie, presumo. Mi hanno sorriso. Ho avuto la sensazione che volessero chiedermi scusa. Come se la colpa fosse loro!

È il momento di entrare nel primo bar che mi capita a tiro per farmi un buon caffè. O un cappuccino ben spolverato con cioccolato, si vedrà.

Uscita dal bar, do un’occhiata all’orologio: c’è ancora tempo, ora sono a metà del corso. Mi trovo all’altezza della Parrocchia la cui facciata è stata appena rimessa a nuovo, là in fondo al corso intravedo il Palazzo di Giustizia, poco più avanti c’è lo studio dell’avvocato. Di colpo sento il desiderio di entrare in chiesa; non sono praticante ma quando mi trovo in certi momenti, be’ allora mi siedo su una panca per un po’ e cerco di concentrarmi aspettando chissà quale ispirazione.

Prima che entrasse in crisi, Marco era il tipo che si incontra. Ricordo il week-end lungo trascorso a Praga nella primavera dell’anno successivo al nostro matrimonio. L’ albergo dava sulla Piazza della Città Vecchia nelle vicinanze del Ponte Carlo. Parlando con il Tour Operator con il quale avevamo organizzato quella breve vacanza eravamo venuti a sapere che dopo la caduta dell’Unione Sovietica i vari Stati satelliti avevano ristrutturato le zone delle loro maggiori città più attrattive per i turisti ricorrendo massicciamente al capitale americano. Il che era avvenuto anche per il nostro albergo.

Ore 10 di mattina del secondo giorno a Praga: da sotto ci arriva un allegro vociare. La stanza da sogno che ci è stata assegnata, con tanto di letto moderno ornato da un raffinato baldacchino, ha le finestre con una rete metallica all’interno del vetro per renderle più resistenti a eventuali colpi di non so che. Ed è per quello che in un primo momento ci è stato impossibile avere una esatta visione d’insieme dell’esterno, in quanto veniva frammentata dai piccoli quadrati della rete. Così, cercando di guardare fuori non ci siamo accorti subito del casino che stava succedendo nella piazza. Poi con gesto deciso Marco apre la finestra che dà sulla strada. «Sembrerebbero delle scolaresche in vacanza, del resto sono i giorni della Pasqua, è normale» dice. Lancio anch’io un’occhiata là sotto, e dico: «Sì, hai ragione. Devono essere ai primi anni delle medie superiori. Guardali, sono tutti ordinatamente in fila col loro bel zainetto sulle spalle e le scarpe da ginnastica alla moda. Vuoi dire che siano italiani?»

«Sù, vestiti e andiamo a dare un’occhiata a quei ragazzi. Ci faremo fare qualche fotografia» mi fa Marco. Una volta in piazza, abbiamo la conferma che sono scolaresche italiane: ragazzi e ragazze appena adolescenti. Fanno a gara nel contendersi il nostro SmartPhone per scattarci fotografie nelle posture che allegramente chiediamo. A nostra volta fotografiamo anche loro. Marco sembra felice quanto mai l’ho visto essere. «Dio, che bella questa gioventù!», esclama. «Ne voglio anch’io almeno due o tre di figli» mi dice abbracciandomi. Non sapeva ancora di essere sterile. Gli esami clinici li ha fatti più avanti, quando il fatto che io non restassi incinta nonostante la nostra intensa attività sessuale ci ha indotto a sospettare che qualcosa non funzionasse.

Ma quella mattina ci ha dato una gioia che mi sento ancora addosso. Dopo che i ragazzi se ne sono andati, siamo saliti su un battello per un rilassante giro turistico sulla Moldava.

Di nuovo sul corso.

Per poco non urto altre persone: questa volta è un bambino di colore di sette otto anni, capelli ricci che è un amore, tenuto affettuosamente per mano da una giovane donna. Lei è bionda. Gli occhioni spalancati del bambino, così rotondi e pieni di luce, mi danno come un tuffo al cuore. La giovane, mi viene da pensare, è di questa città. Porta la fede al dito, vuoi dire che lei e suo marito l’hanno adottato quel bel negretto?

D’istinto estraggo il cellulare dalla borsetta. «Ciao Marco, dove sei?»

«A due passi dall’avvocato, e tu? Mancano solo cinque minuti. Dài sbrigati, cazzo!»

Dopotutto sono puntuale.

Fingo di non aver sentito, e dico: «Cerca per un solo attimo di ascoltarmi, che ne dici se

provassimo a ripensarci? Si potrebbe tentare».

«Tipo?»

«Non so… magari adottando un bambino».

«Neanche a parlarne… e poi sono troppo impegnato col mio lavoro. Le sai ormai ‘ste cose, no?»

Ed eccolo là che mi sta aspettando, visibilmente indispettito, davanti al portone d’ingresso. È rigido come uno stoccafisso. Trattengo a stento una risata che era lì per sfuggirmi, e accenno subito uno sguardo volutamente obliquo per far sì che non se ne accorga. In quel nanosecondo lo osservo, porta un taglio di capelli a dir poco arcaico ed è vestito come dovesse recarsi a una improbabile cerimonia di non so quale natura, chissà: blazer bleu-marin con bottoni in finta tartaruga, pantaloni color prugna dalla piega impeccabile, cravatta regimental rossa-bianca-blu su camicia bianca e scarpe nere lucidissime che farebbero sfigurare un paio di Church nuove di zecca.

A prima vista diresti che hanno tirato fuori a fatica un manichino da una vetrina di abbigliamento maschile vagamente datato, per esibirlo poi in bella mostra all’aria aperta. Ma chi potrebbe dubitare che quella bizzarra figura è colui che tra pochi minuti sarà per me nient’altro che l’ex-marito. Questa sera esco a cena con Lory.

Ah, dimenticavo, da qualche settimana ho una storia con il mio capo.

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