Mary Beard

I classici hanno un futuro?

da ''The New York Review of Books''
LETTERATURA. Qual è la funzione attuale dei testi classici? Possono ancora dare un contributo alla nostra cultura? Può avere ancora un senso lo studio del Latino e del Greco? La classicista Mary Beard, cerca di rispondere a queste e a molte altre domande.

Il 2011 è stato un anno insolitamente positivo per il compianto Terence Rattigan: il suo testo teatrale Man and Boy (“Uomo e ragazzo” la storia attualissima del crollo di un finanziere) è in scena a Broadway con protagonista Frank Langella nella sua prima produzione newyorkese dagli anni Sessanta, mentre un film tratto da The Deep Blue Sea (“Il profondo mare azzurro”), con Rachel Weisz nei panni della moglie di un giudice che scappa con un aviatore, è uscito nelle sale alla fine di novembre in Gran Bretagna e in dicembre negli Stati Uniti. L’anno scorso è stato il centenario della nascita di Rattigan (morto nel 1977) e ha portato con sé la consueta rivalutazione che avviene in simili ricorrenze. Per anni, almeno agli occhi della critica, anche se non delle platee del West End, le sue eleganti storie sull’angoscia repressa delle classi privilegiate non hanno potuto competere con il realismo operaio di John Osborne e degli altri drammaturghi “giovani arrabbiati”. Ma stiamo imparando a riconsiderare le cose.

Ho riconsiderato un’altra commedia di Rattigan, The Browning Version (“La versione di Browning”), rappresentata per la prima volta nel 1948. È la storia di Andrew Crocker-Harris, un insegnante di mezz’età di una scuola privata inglese, un docente severo, vecchio stampo, costretto a un pensionamento prematuro per gravi problemi cardiaci. “The Crock”, il protagonista, ha un’altra sfortuna (“the Crock”, il rottame, è come lo chiamano gli allievi) è di avere sposato una donna davvero velenosa di nome Millie, che divide il suo tempo tra un’intermittente relazione con il professore di scienze e l’applicazione di strategie varie di sadismo domestico per distruggere il marito. 

Ma il titolo della commedia ci riporta al mondo classico. Il Rottame, come avrete già indovinato, insegna lettere classiche (cos’altro avrebbe potuto insegnare con un nome come Crocker-Harris), e la “versione di Browning” del titolo si riferisce alla famosa traduzione del 1877 che il poeta Robert Browning fece della tragedia Agamennone di Eschilo. Scritto intorno al450 a.C., l’originale greco narrava del tragico ritorno dalla guerra di Troia del re Agamennone, assassinato, al suo arrivo a casa, dalla moglie Clitennestra e dall’amante che si era presa mentre Agamennone era lontano.

Il testo classico è, in un certo senso, il vero protagonista della pièce di Rattigan. Viene regalato al “Rottame” per il suo pensionamento da John Taplow, un allievo cui aveva dato ripetizioni di greco, e che a poco a poco aveva cominciato a provare un certo affetto per quel vecchio maestro scorbutico. La consegna del regalo è il momento cruciale nella trama, quasi un momento di redenzione. È la prima volta che la maschera di Crocker-Harris si incrina: quando apre la “versione di Browning” piange. Perché piange? Soprattutto perché è costretto ad affrontare il fatto che anche lui, come Agamennone, si distrugge dentro un matrimonio adultero – avrete ormai capito che non si tratta esattamente di un’opera femminista. Ma se il professore si commuove è anche per la dedica che il giovane Taplow ha vergato sulla prima pagina. È un verso tratto dalla tragedia, riportato accuratamente in greco, che il Rottame traduce “Dio da lontano osserva benevolo un gentile maestro”. Egli lo interpreta come un commento alla sua stessa carriera: dato che lui ha fatto in modo di non essere un maestro gentile, Dio non lo ha osservato con benevolenza.

In quest’opera Rattigan va al di là dell’analisi della tormentata psiche della borghesia inglese (né d’altra parte ci troviamo di fronte all’ennesima “vicenda di ambientazione scolastica,” che gli americani spesso considerano una bizzarra fissazione degli scrittori britannici). Provvisto di buona cultura classica, egli solleva anche questioni centrali sul ruolo dei classici, della loro tradizione, e sul nostro rapporto con essi. In che misura il mondo antico ci aiuta a capire il nostro? Che limiti occorre mettere alla nostra reinterpretazione e riappropriazione? (Quando Eschilo scrisse “Dio da lontano osserva benevolo un gentile maestro,” non aveva certo in mente un insegnante, bensì un condottiero militare; e in effetti la frase – e anche questo, credo, faceva parte dell’idea di Rattigan – era una delle ultime pronunciate da Agamennone a Clitennestra prima che lei lo conducesse in casa per ucciderlo.)

Per dirla in un altro modo, come facciamo a dare un senso al mondo antico? Come lo possiamo tradurre? Il giovane Taplow non tiene in grande considerazione la traduzione di Browning che in effetti, per i nostri gusti, è scritta in un orrendo poetichese ottocentesco (il verso in questione, secondo Browning, suona così: “Al conquistator cortese, Dio, da lungi, benignamente guarda,”) che non invoglia la maggior parte di noi a proseguire la lettura. Ma quando, nelle sue lezioni, lo stesso Taplow, preso dall’entusiasmo per il greco di Eschilo, produce una versione splendidamente vigorosa, ma non molto accurata di una delle parti sanguinarie, il Rottame lo rimprovera: «quello che ti è richiesto è di interpretare il greco», vale a dire che significa tradurre la lingua letteralmente, parola per parola: «non di collaborare con Eschilo».

La maggior parte di noi adesso, almeno credo, parteggia per i collaboratori, nella convinzione che la traduzione di un classico sia qualcosa con cui misurarsi, da affrontare in un corpo a corpo, non semplicemente da replicare e riprodurre a pappagallo. A questo proposito non posso fare a meno di ricordare la versione smaccatamente moderna dell’Iliade di Omero da parte del poeta inglese Christopher Logue, scomparso il 2 dicembre scorso – Kings, War Music, and others «Re, musica da guerra, e altri» – «la migliore traduzione di Omero dai tempi di quella di [Alexander] Pope», come l’ha definita Garry Wills su queste pagine.1 Si è trattato, penso, di un commento allo stesso tempo sentitissimo e lievemente ironico. Perché la cosa divertente è che Logue, il nostro miglior collaboratore di Omero, non conosceva una parola di greco.

Molte delle questioni sollevate da Rattigan stanno alla base delle mie argomentazioni. Io non cerco di convincervi che la letteratura classica, la cultura o l’arte meriti di essere presa sul serio, ho il sospetto che sarebbe come predicare ai convertiti. Sono qui, invece, a suggerire che il linguaggio culturale dei classici continua a essere un gergo essenziale e inestirpabile della “cultura Occidentale” (incorporato nel dramma di Rattigan, come nella poesia di Ted Hughes o nei romanzi di Margaret Atwood o Donna Tartt – The Secret History “La storia segreta” non avrebbe potuto, dopo tutto, riguardare un dipartimento di geografia). Ma vorrei anche esaminare un po’ più da vicino la nostra ossessione per il declino della cultura classica. E anche qui La versione di Browning di Rattigan, o i suoi sequel, offrono una prospettiva affascinante.

La pièce è sempre stata popolare presso i teatri e le televisioni con pochi mezzi, in parte per il semplice motivo che Rattigan ha ambientato tutta la storia nel salotto di Crocker-Harris, il che la rende estremamente economica da rappresentare. Ma sono state fatte anche due versioni cinematografiche di The Browning Version, che in effetti si sono avventurate fuori dalla casa di Crocker-Harris allo scopo di sfruttare il potenziale cinematografico della scuola privata inglese, dalle tipiche aule rivestite in legno ai verdi campi di cricket. Rattigan stesso scrisse la sceneggiatura del primo, con Michael Redgrave nei panni del protagonista, uscito nel 1951. Sfruttò l’ampio formato di un film per diffondersi sulla filosofia dell’educazione, contrapponendo l’insegnamento delle scienze (impersonato dall’amante di Millie) all’insegnamento dei classici (impersonato dal Rottame). E dando al successore del Rottame alla cattedra di lettere classiche, il professor Gilbert, una parte più importante in cui mette in chiaro che questo si sarebbe allontanato dalle faticose sgobbate grammaticali sul latino e il greco, per adottare quello che oggi chiameremmo un approccio più “allievo-centrico”.

Nel 1994 è uscita un’altra versione, aggiornata, del film, con Albert Finney nei panni del protagonista: Millie è stata ribattezzata Laura, e il suo amante-scienziato è diventato un americano decisamente preppy. C’è ancora un certo sapore della vecchia storia: Finney tiene i suoi studenti soggiogati quando legge loro alcuni versi di Eschilo e il suo modo di piangere per il dono della “versione di Browning”, è anche più commovente di quello di Redgrave. Ma in un sorprendente colpo di coda, viene introdotta una nuova storia di declino. In questa versione, il successore del Rottame ha intenzione in realtà di smettere del tutto di insegnare i classici. «Il mio obiettivo», dice nel film, «è organizzare un nuovo dipartimento di lingue: lingue moderne, tedesco, francese, spagnolo. Dopo tutto viviamo in una società multiculturale». Il Rottame viene visto come l’ultimissimo esemplare della sua specie.

Ma se questo film predice la morte della cultura classica, involontariamente sembra anche confermarla. In una scena, il Rottame sta evidentemente scorrendo con la sua classe un brano di Eschilo in greco, che gli alunni trovano molto difficile da leggere. Qualsiasi classicista dalla vista acuta potrà facilmente individuare il motivo del loro disagio: i ragazzi hanno sul banco solo una copia della traduzione Penguin di Eschilo (con la copertina immediatamente riconoscibile), ma nessuno ha il testo greco. È probabile che qualcuno del reparto oggetti di scena, spedito a cercare venti copie dell’Agamennone, non abbia saputo far di meglio che portarle in inglese.

Lo spettro della fine dell’erudizione classica è probabilmente noto a tutti. Pur con una certa inquietudine, vorrei cercare di affrontare il problema da un nuovo punto di vista, andando oltre i soliti deprimenti cliché, e (in parte con l’aiuto di Terence Rattigan) lanciare uno sguardo nuovo su ciò che intendiamo per “classici”. Ma occorre tener presente innanzi tutto ciò che la recente discussione sullo stato attuale dei classici, per non parlare del loro futuro, tende a sottolineare.

Il messaggio di base è assai gramo. Letteralmente centinaia di libri, articoli, editoriali e recensioni sono apparsi negli ultimi dieci anni, con titoli come “La crisi dei classici,” “Sopravvivranno i classici?,” “Chi ha ucciso Omero?,” “Perché l’America ha bisogno della tradizione classica,” e “Salvare i classici dai conservatori.” Tutti questi, a loro modo, lamentano la morte dei classici, ne eseguono l’autopsia, o suggeriscono qualche tardiva strategia di rianimazione. La deprimente litania di fatti e cifre snocciolati in tali contributi, e il loro tono, sono perlopiù familiari. Spesso nei titoli si sottolinea il declino del latino e del greco nelle scuole superiori (l’anno scorso meno di trecento ragazzi in Inghilterra e nel Galles hanno scelto il greco classico come materia d’esame finale di scuola superiore, la stragrande maggioranza dei quali nelle scuole private), o la chiusura di dipartimenti universitari di discipline classiche in tutto il mondo.

In effetti, nel novembre 2011 è stata formalmente lanciata una petizione internazionale per chiedere all’UNESCO – alla luce della crescente marginalizzazione delle lingue classiche – di dichiarare il latino e il greco “patrimoni intangibili dell’umanità”, degni di speciale protezione. Non sono certa che sia una buona idea trattare le lingue classiche alla stregua di specie in pericolo o di preziose rovine, ma sono ragionevolmente sicura che non sia stata una grande politica, proprio adesso, quella di suggerire (come fa la petizione) che la responsabilità della loro salvaguardia spetti in particolare al governo italiano. Credo che Mario Monti abbia al momento troppe cose a cui pensare.

Le ragioni di questo declino vengono spiegate in vari modi. C’è chi ritiene che i sostenitori dei classici possano incolpare solo se stessi. Si tratta di un tipo di argomento da “Maschio Bianco Europeo Defunto” che è troppo spesso servito da comodo alibi per tutta una serie di peccati culturali e politici, dall’imperialismo ed eurocentrismo, allo snobismo sociale e alle più opprimenti forme di pedagogia. Gli inglesi dominavano il loro impero con Cicerone alla mano; Goebbels sceglieva una tragedia greca da leggere prima di addormentarsi (e, se si dà credito a Martin Bernal, avrebbe trovato conferma alle sue demenziali opinioni sulla supremazia ariana proprio nelle tradizioni della cultura classica). I nodi sono venuti al pettine, si dice a volte riguardo ai classici nel nuovo mondo multiculturale. Per non parlare del fatto che, almeno in Inghilterra, l’apprendimento del latino è stato per generazioni garante del rigido privilegio di classe e dell’esclusività sociale, seppure a un costo terribile per i suoi presunti beneficiari. Se ha consentito di accedere a una élite ristretta, e questo è inconfutabile, ha anche legato gli anni dell’infanzia al più stretto curriculum formativo che si possa immaginare, non molto altro che la traduzione da e in latino (e una volta cresciuti, in greco). Nel film The Browning Version troviamo Crocker-Harris che ai suoi allievi fa tradurre in latino le prime quattro strofe della Lady of Shalott di Tennyson: esercizio altrettanto prestigioso quanto inutile.

Altri sostengono che il fallimento dei classici vada imputato alle politiche accademiche moderne. Se si dà credito a Victor Davis Hanson e ai suoi colleghi, si dovrebbe in effetti attribuire la colpa per la generalizzata caduta in disgrazia della materia ai carrieristi professori della Ivy League che (in cerca di salari cospicui e lunghi anni sabbatici) si sono infilati in un autoreferenziale cul-de-sac postmoderno, quando i semplici studenti e “la gente là fuori” vorrebbero in realtà sentir parlare di Omero e degli altri grandi maestri grecoromani. A cui si ribatte così: forse è proprio perché i filologi classici si sono rifiutati di misurarsi con la teoria moderna e hanno continuato a vedere l’antichità attraverso occhiali rosati (come se fosse una cultura da ammirare) che la disciplina è in pericolo imminente di impelagarsi nelle secche antiquarie.

Le voci che insistono sul fatto che dovremmo confrontarci con lo squallore, la schiavitù, la misoginia, l’irrazionalità del mondo antico risalgono, attraverso Moses Finley e il poeta e classicista irlandese Louis MacNeice, all’illustre studiosa che mi ha preceduto sulla cattedra di Cambridge nel XIX secolo, Jane Ellen Harrison. Quando mi viene chiesto di ricordare le glorie della Grecia, scrisse MacNeice nel suo memorabile Diario d’autunno:

Io penso invece
agli imbroglioni, agli avventurieri, agli opportunisti,
agli spensierati atleti e ai loro amichetti …
…al rumore
di demagoghi e ciarlatani; e alle donne che versano
libagioni sulle tombe
e ai voltagabbana di Delphi e ai fantocci di Sparta e infine
penso agli schiavi.
 

Naturalmente, non tutte le cose scritte sullo stato attuale dei classici è di una cupezza senza speranza. Alcuni inguaribili ottimisti sottolineano, ad esempio, il nuovo interesse da parte del pubblico per il mondo antico. Ne sono testimonianza il successo di film come Il Gladiatore o la biografia di Cleopatra a opera di Stacy Schiff, o il  flusso continuo di tributi e coinvolgimenti letterari con i classici (fra cui almeno tre grandi rielaborazioni narrative o poetiche di Omero negli ultimi dodici mesi). E a fronte degli infausti esempi di Goebbels e dell’imperialismo britannico, si può offrire un repertorio di paladini più integri della tradizione classica, che variano da Sigmund Freud, Karl Marx (che aveva fatto una tesi di dottorato in filosofia classica), e i padri fondatori americani.

Per quanto riguarda il latino stesso, nel mondo post-Crocker-Harris si raccontano storie differenti. Nei casi in cui l’insegnamento della lingua non sia stato abolito del tutto, può capitare di vedere come il latino, una volta liberato dalla morsa della grammatica vecchio stampo, possa avere un impatto enorme sullo sviluppo intellettuale e linguistico: sia che ci si basi sugli studi fatti nelle scuole del Bronx che dichiarano di poter dimostrare che l’apprendimento del latino faccia aumentare il QI degli alunni, sia che ci si basi sulle comuni affermazioni secondo cui conoscere il latino sia di grande aiuto per imparare il francese, l’italiano, lo spagnolo, o qualsivoglia altra lingua indoeuropea.

Ma c’è un problema qui. Alcune delle obiezioni degli ottimisti colgono nel segno. Il passato classico non è mai stato cooptato da una sola parte politica: i classici hanno probabilmente legittimato tante rivoluzioni quante dittature conservatrici (ed Eschilo, nel corso degli anni, è stato rappresentato sia come strumento di propaganda nazista che come sostegno ai movimenti di liberazione nell’Africa sub-sahariana). Alcune delle obiezioni, tuttavia, sono evidentemente fuorvianti. Il successo del Gladiatore non è assolutamente nulla di nuovo; si pensi a Ben-Hur, Spartacus, Il segno della croce, e alle varie versioni degli Ultimi giorni di Pompei sin quasi dall’inizio della storia del cinema. E neppure lo è il successo delle popolari biografie classiche; moltissime persone della mia generazione hanno conosciuto il mondo antico attraverso le biografie di Michael Grant, oggi ampiamente dimenticate.

E temo che anche molti degli argomenti che si utilizzano oggi per giustificare l’apprendimento del latino siano azzardati. Il latino fa certamente capire la lingua e il suo funzionamento, e il fatto che sia “morto” può essere molto liberatorio: sono sempre grata di non dover imparare a chiedere una pizza in latino, o le indicazioni per la cattedrale. Ma in tutta franchezza, se si vuole imparare il francese, sarebbe meglio fare quello, piuttosto che partire prima da un’altra lingua. C’è in realtà una sola buona ragione per imparare il latino: che tu vuoi leggere ciò che è stato scritto in quella lingua.

Ma non è questo il punto, comunque. La mia domanda più urgente è: cosa ci spinge a esaminare con tanta insistenza lo “stato” dei classici, e a comprare libri che ne lamentano il declino? Scorrendo pareri su pareri a volte sembra di stare dentro a una strana varietà di serial ospedaliero, una sorta di ER accademico, con un paziente apparentemente malato (i classici), circondato da medici diversi che non riescono a mettersi d’accordo né sulla diagnosi né sulla prognosi. Il paziente si finge malato e in realtà è in gran forma? È probabile un graduale miglioramento, ma forse non tornerà mai più ad una perfetta salute? Oppure la malattia è terminale e le uniche opzioni sono le cure palliative e l’eutanasia in segreto? Ma perché siamo così interessati a cosa ne sarà dei classici, e perché ne discutiamo in questo modo, e riempiamo tante pagine con risposte contraddittorie? C’è qualcosa di un po’ paradossale nel “dibattito sul declino dei classici” e nella mini industria editoriale che sembra dipendere dal gran numero di sostenitori dei classici che acquistano libri che registrano il loro declino. Voglio dire: se il latino, il greco e la tradizione classica non ti interessano affatto, tu non scegli di leggere un libro sul perché nessuno si interessa più a loro?

Avrete già individuato, suppongo, le diverse ipotesi su ciò che pensiamo siano “i classici” sulla scorta dei vari argomenti sul loro stato di salute: qualcosa che va più o meno dallo studio universitario del latino e del greco, fino all’altra estremità dello spettro, un senso più ampio di interesse popolare verso il mondo antico in tutte le sue forme. Parte del motivo del disaccordo su come stanno i “classici” sta nel fatto che quando si parla di “classici” non intendiamo la stessa cosa. Non ho intenzione di offrire un’immediata ridefinizione. Vorrei piuttosto raccogliere alcuni temi che emergono nella pièce di Terence Rattigan per suggerire che i classici sono connaturati al modo in cui consideriamo noi stessi e la nostra storia, in una forma più complessa di quanto siamo generalmente disposti ad ammettere. Non provengono o riguardano solo un passato lontano. Sono anche una lingua culturale che abbiamo imparato a parlare, in dialogo con l’idea di antichità. E, per affermare l’ovvio, in un certo senso, se riguardano qualcuno, i classici riguardano noi così come i Greci e i Romani.

Ma per tornare alla retorica del declino, permettetemi di leggere un altro brano cupo:

«Si sente da più parti affermare con sicurezza… che il compito del greco e del latino è ultimato, che il loro momento è passato. Se l’estinzione di queste lingue come poderosi strumenti educativi è un sacrificio inesorabilmente preteso dal progresso della civiltà, allora è vano recriminare, e occorre inchinarsi alla necessità. Ma sappiamo dalla storia che una tra le cause maggiori della caduta delle grandi supremazie è stata l’inerzia e la miopia dei loro difensori. Perciò chiunque creda… che il greco e il latino possano continuare a portare in futuro, come hanno fatto in passato, vantaggi inestimabili a tutta l’istruzione superiore dell’uomo, ha il dovere di verificare se queste cause del declino esistano, e come possano essere immediatamente rimosse. Poiché se questi studi cadono, sarà come la caduta di Lucifero. Non potremo certo sperare in un secondo Rinascimento».

Come avrete capito dallo stile retorico, questo brano non è stato scritto ieri (anche se argomenti più o meno simili li avreste potuti sentire ieri). Infatti è il latinista di Cambridge J.P. Postgate a lamentarsi del declino del latino e del greco nel 1902 – un famoso pronunciamento, pubblicato su un’influente rivista londinese (‘The Fortnightly Review’) e abbastanza potente da condurre direttamente, più di cent’anni orsono, alla fondazione nel Regno Unito dell’Associazione Classica, il cui scopo dichiarato era di mettere insieme gruppi di orientamento simile per salvare i classici.

Il punto è che tali lamentele e angosce si possono trovare quasi ovunque, cercando nella storia della tradizione classica. Com’è risaputo, Thomas Jefferson nel 1782 giustificò la prominenza dei classici nel proprio curriculum di studi in parte a causa di ciò che stava succedendo in Europa: «l’apprendimento del greco e del latino, a quanto mi si dice, sta cadendo in disuso in Europa. Non saprei quanto sia attribuibile ai loro usi e occupazioni: ma sarebbe assai poco assennato da parte nostra seguire il loro esempio al riguardo».

Tutto questo sembra quasi assurdo per noi, perché, dal nostro punto di vista, queste voci vengono dall’Età dell’Oro dello studio e della comprensione dei classici, il periodo che abbiamo perduto. Ma sono un’importante testimonianza di uno degli aspetti più rilevanti del repertorio simbolico rappresentato dai classici: quel senso di perdita imminente, la fragilità terrificante dei nostri legami con il remoto passato (sempre in pericolo di rottura), la paura dei barbari alle porte e quella di non essere semplicemente in grado di conservare ciò che abbiamo di valore. Vale a dire, i trattati sul declino dei classici non sono cronache di esso, sono dibattiti dentro di esso: sono in parte le espressioni della perdita e struggimento e della nostalgia che hanno sempre pervaso gli studi classici. Come accade spesso i romanzieri, con la loro creatività, catturano questa sensazione in maniera più acuta dei classicisti di professione. La sensazione di dissoluzione, di assenza, delle glorie del passato, e della fine di un’era è un messaggio molto chiaro di La versione di Browning.

Ma un altro aspetto della fragilità è uno dei temi principali dello straordinario testo teatrale di Tony Harrison The Trackers of Oxyrhynchus (“I segugi di Ossirinco”), rappresentato per la prima volta nel 1988 – che mostra (in una parte di una complessa trama che mescola antico e moderno) due classicisti inglesi che scavano nelle discariche della città di Ossirinco in Egitto alla ricerca di frammenti di papiri, con tutti i “nuovi” brani di letteratura classica che potrebbero contenere, o i preziosi squarci che potrebbero restituire della mondana e caotica vita reale del mondo antico. Ma, insiste Harrison, tutto ciò che puoi trovare sono frammenti dal cestino della carta straccia – e nel corso degli scavi uno dei ricercatori impazzisce per la frustrazione e la delusione causate dalla vana ricerca.

La verità è che i classici sono in declino per definizione; anche durante quello che oggi chiamiamo “Rinascimento”, gli umanisti non stavano affatto festeggiando la “rinascita” dei classici; un po’ alla maniera dei “segugi” di Harrison, erano perlopiù impegnati in un disperato ultimo tentativo di salvare dall’oblio le fugaci e fragili tracce dei classici. Non vi è generazione, almeno a partire dal II secolo d.C. che non abbia immaginato di promuovere la tradizione classica meglio dei propri predecessori. Ma in questo c’è naturalmente un lato positivo. Il senso di perdita imminente, la paura perenne che potremmo essere sul punto di perdere completamente i classici, è un fatto molto importante che dà loro, sia nelle analisi professionali che nella ricostruzione creativa, l’energia e lo spirito pugnace che credo abbiano ancora.

Non sono certa che questo ci aiuti molto nel prevedere il futuro dei classici, ma la mia ipotesi è che nel 2111 ci si confronterà ancora con i classici, sia in senso polemico sia creativo, e che ci si rammaricherà ancora per il loro declino, magari guardando alla nostra era come a un’Età dell’Oro per gli studi classici.

Ma la domanda resta aperta: cosa intendiamo per “i classici”? Mi rendo conto di essere stata quasi altrettanto incoerente di quelli che ho criticato. Qualche volta stavo parlando di Latino e Greco, qualche volta della materia di studio dei sedicenti classicisti, qualche volta di una caratteristica culturale molto più generale (materia di film, romanzi e poesie). Si sa che le definizioni sono spesso “falsi amici”. Le più brillanti e attraenti tendono a escludere troppo, le più sensate e ampie sono così sensate da diventare noiose e poco utili. (Un recente tentativo di definire i classici suona così: «lo studio della cultura, nel senso più ampio, di qualunque popolazione utilizzasse il greco e il latino, dagli inizi fino a (diciamo) le invasioni islamiche del VII secolo d.C.» Vero, ma… )

Non ho intenzione di costruire un’alternativa. Ma vorrei riflettere su quelle che potrebbero essere le coordinate di una definizione – su quale modello potrebbe essere il più utile per riflettere su cosa siano “i classici”, e dove potrebbe risiedere il loro futuro. Per farla semplice, credo che dovremmo andare oltre l’idea superficialmente plausibile (implicita nella definizione che ho appena riportato) che i classici siano – o riguardino – la letteratura, l’arte, la cultura, la storia, la filosofia e le lingue del mondo classico. È vero che in parte sono anche tutto ciò. Il senso di perdita e di struggimento che ho descritto si ha per la cultura del lontano passato, i frammenti di papiro dai cestini dei rifiuti di Ossirinco. Ma non solo. Come la retorica nostalgica rende assolutamente chiaro, il senso di perdita e struggimento è anche per i nostri più immediati predecessori, i cui collegamenti con il mondo antico spesso crediamo essere molto più stretti dei nostri.

Per metterla nel modo più chiaro che posso, lo studio dei classici è lo studio di ciò che accade nell’intervallo tra l’antichità e noi. Non è solo il dialogo che abbiamo con la cultura del mondo classico, è anche il dialogo che abbiamo con chi ci ha preceduto e che pure era in dialogo con il mondo classico (si tratti di Dante, Raffaello, William Shakespeare, Edward Gibbon, Pablo Picasso, Eugene O’Neill, o Terence Rattigan). I classici (come avevano già intuito gli autori del II secolo d.C.) sono una serie di “dialoghi con i morti.” Ma i morti non sono solo quelli seppelliti duemila anni fa.

Questa è un’idea catturata bene in un altro articolo su ‘The Fortnightly Review’, questa volta una parodia apparsa nel 1888, uno sketch ambientato nell’aldilà, in cui un trio di insigni classicisti (Bentley e Porson, morti da tanto tempo, più il loro collega recentemente scomparso, il danese Madvig) hanno una libera e franca discussione con Euripide e Shakespeare. Questa piccola satira ci ricorda tra l’altro che i soli veri parlanti di questo dialogo siamo noi stessi; siamo noi che facciamo i ventriloqui, che diamo vita a ciò che gli antichi hanno da dire: in effetti qui gli studiosi si lamentano di quanto sia dura per loro la permanenza nell’Ade, poiché vengono continuamente redarguiti dagli spiriti degli antichi che si lamentano dei torti subiti da parte dei classicisti.

Ne derivano due semplici conseguenze. La prima è che dovremmo stare molto più attenti del solito a quali affermazioni facciamo rispetto al mondo classico – o, almeno, dovremmo essere più strategicamente consapevoli della provenienza di tali affermazioni. Prendiamo, ad esempio, il detto comune che «gli antichi ateniesi inventarono la democrazia». Messo così, è semplicemente falso. Per quanto ne sappiamo, nessun greco antico ha mai detto una cosa simile; e in ogni caso la democrazia non è qualcosa che si “inventa” come il motore a scoppio. È vero che la nostra parola “democrazia” deriva dal greco. Ma al di là di quello, la verità è che abbiamo deciso di assegnare agli ateniesi del quinto secolo lo status di “inventori della democrazia”; abbiamo proiettato su di loro il nostro desiderio di trovare un’origine. (Ed è una proiezione che avrebbe stupito i nostri predecessori di duecento anni fa, per la maggior parte dei quali la politica ateniese del quinto secolo a. C. era l’archetipo di una forma disastrosa di potere delle masse.)

Il secondo punto è l’inestricabile radicamento della tradizione classica nella cultura Occidentale. Non voglio dire che i classici siano sinonimo di cultura Occidentale, ci sono certo molti altri filoni e tradizioni multiculturali che richiedono la nostra attenzione, che definiscono chi siamo, e senza le quali il mondo contemporaneo sarebbe incommensurabilmente più povero. Ma sta di fatto che Dante ha letto l’Eneide di Virgilio, non l’Epopea di Gilgamesh. Ciò che ho sottolineato fin qui è il nostro impegno con i nostri predecessori, attraverso il loro impegno con i classici. L’angolatura leggermente differente su ciò sarebbe dire che sia impossibile ora capire Dante senza Virgilio, John Stuart Mill senza Platone, Donna Tartt senza Euripide, Rattigan senza Eschilo. Non sono sicura se questo equivalga a una previsione sul futuro, ma direi in questo caso che se stessimo per estirpare i classici dal mondo moderno, ciò significherebbe della semplice chiusura di alcuni dipartimenti universitari e del buttare al macero la grammatica latina. Significherebbe ferite sanguinanti nel corpo della cultura Occidentale, e un futuro oscuro di incomprensione. Io non credo che andrebbe così.

Vorrei concludere con due considerazioni finali: la prima un’osservazione un po’ austera su conoscenze e competenze; ​​l’altra di tono più celebrativo.

Cominciamo dalle conoscenze: Ho fatto riferimento più volte al modo in cui noi stessi dobbiamo fungere da ventriloqui per gli antichi greci e romani, e per animare i loro scritti e le tracce materiali che hanno lasciato. Il dialogo che abbiamo con loro non è alla pari; sul sedile del conducente ci stiamo noi. Ma se dovrà essere un dialogo proficuo e costruttivo, e non una Babele incoerente e a conti fatti inutile, dovrebbe fondarsi sulla conoscenza approfondita del mondo antico e delle lingue antiche. Con questo non voglio dire che tutti dovrebbero imparare il Latino e il Greco (non più di quanto intenda dire che nessuno può capire nulla di Dante, a meno che non abbia letto Virgilio). Per fortuna, la comprensione culturale è un’operazione collaborativa e sociale.

Il punto culturale importante è che almeno alcune persone dovrebbero aver letto Virgilio e Dante. Per dirla in un’altra maniera, la forza complessiva dei classici non va misurata dal numero esatto di giovani che hanno imparato il Latino e il Greco al liceo o dall’università. Va piuttosto misurata chiedendosi quanti credono che ci dovrebbero essere persone al mondo che il Latino e il Greco li conoscono, quante persone pensino che sia una competenza che vale la pena prendere sul serio e, in definitiva, finanziare.

La mia unica preoccupazione, suppongo, è che mentre esiste un enorme e diffuso entusiasmo per i classici, la competenza nel senso che ho appena menzionato sia ben più labile. Christopher Logue non sapeva il Greco quando si avventurò nell’Iliade; ma conosceva un uomo che lo sapeva, e molto bene, Donald Carne-Ross, che sarebbe diventato professore di classici all’Università di Boston. Confrontate  quella collaborazione con il fatto che, anche in pubblicazioni significative di discipline accademiche affini ai classici (storia dell’arte, per esempio, o inglese), si trovano ripetutamente citazioni Latine e Greche stampate male, confuse, mal tradotte. Non ho niente contro gli autori che non sanno le lingue, va bene. Ma mi fa specie che non si preoccupino di ricorrere alle competenze di qualcun altro per renderle meglio. La cosa più ironica di tutto, forse, è che nella mia recente copia di The Browning Version di Rattigan, i brani in greco che sono centrali per la commedia sono stampati così male da avere ben poco senso. Il Rottame si rivolterebbe nella tomba. O, per dirla a modo mio, non si può avere un dialogo con l’insensatezza.

Ma non voglio concludere con un pensiero così bisbetico. Mentre riguardavo ciò che avevo scritto, ho pensato che c’era una cosa sui classici che era rimasta fuori da questo testo: un giusto senso di meraviglia. I classicisti professionisti non sono bravi da questo punto di vista. Li sentirete più spesso lamentarsi di tutte le cose che non sappiamo sul mondo antico, deplorando la perdita di così tanti libri di Tito Livio, o che Tacito non ci racconti dei romani poveri. Ma questo significa mancare il bersaglio. Ciò che veramente sorprende è quello che abbiamo, non quello che non abbiamo, del mondo antico. Se non lo sapeste già, e se qualcuno vi dicesse che il materiale scritto da persone vissute duemila anni fa o più sopravvive ancora in quantità tale che la maggior parte delle persone non sarebbe in grado di sfogliarlo in una vita intera, non ci credereste. È sbalorditivo. Ma è così, e offre la possibilità di un viaggio condiviso di esplorazione davvero straordinario.

A questo punto delle mie riflessioni ho preso in mano la traduzione di Browning dell’Agamennone e ho guardato più accuratamente la sua introduzione. «Mi sia concesso», egli scrive, «di chiacchierare un po’, a guisa di ricreazione, al termine di un’avventura piuttosto gravosa e forse sterile.»

Gravosa? È probabile. Sterile? Non credo, malgrado il suono assai demodé del linguaggio di Browning. Avventura? Sicuramente sì – e le avventure nei classici sono qualcosa che tutti possiamo condividere.

(Traduzione Andrea Sirotti)

 

 

1. Omero vivo, ‘The New York Review of Books’, 23 aprile 1992.

MARY BEARD insegna Lettere Classiche presso l’Università di Cambridge. In Italia sono stati pubblicati i suoi saggi, tutti editi da Laterza: Il Partenone (2004), I Classici. Il mondo antico e noi (2005) e Prima del fuoco. Pompei storie di ogni giorno. (2011).

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