Bill McKibben

Violentare la terra con il fracking

da ''The New York Review of Books''

SEAMUS MCGRAW,The End of Country, Random House, 245 pp., $ 26,00
TOM WILBER, Under the Surface: Fracking, Fortunes, and the Fate of the Marcellus Shale,  Cornell University Press, 272 pp., in pubblicazione maggio 2012
Gasland, un film documentario di Josh Fox, Docurama, DVD, $ 29,95

AMBIENTE. Il fracking è un’operazione di trivellamento che permette di aumentare l’estrazione e il recupero del metano, operazione largamente praticata negli ultimi anni dalle compagnie dell’energia in molti Stati degli USA. Ma è una pratica pericolosa, per l’ambiente e per la salute degli abitanti delle zone che ne sono interessate.

Prevedendo che il «picco del petrolio» – il punto in cui il tasso di estrazione mondiale del petrolio comincerà a diminuire – sarebbe stato raggiunto in pochi anni, gli analisti avevano in parte visto giusto. Il nostro pianeta sta esaurendo l’accesso facile a questa materia, quando infilavi una sonda nel terreno, e il greggio zampillava. I grandi campi petroliferi dell’Arabia Saudita e del Messico si stanno assottigliando, causando fra l’altro l’aumento del costo dell’energia.

Noi, la nostra civiltà intendo, avremmo potuto cogliere la contrazione dell’offerta e l’aumento del prezzo come un segnale per riconvertirci al solare, all’eolico e ad altre forme di energia che non emettono gas serra. Sarebbe stata una scelta quanto mai ragionevole: avrebbe dato una mano a combattere il riscaldamento globale, oggi la sfida più complicata per il nostro pianeta. Invece, l’abbiamo inteso come un segnale per strappare alla terra ancora più idrocarburi. E pare che ce ne siano: quantità enormi di carbone, di petrolio e di gas, seppelliti in profondità o intrappolati in compatte formazioni rocciose, o mescolati con altri minerali.

Raggiungerli significa sconquassare la terra: per esempio riscaldando il suolo per far scorrere in superficie il petrolio intrappolato nelle formazioni di sabbia bituminosa nel Canada; oppure perforando la crosta per un miglio sotto la superficie oceanica, come stava facendola BPnel golfo del Messico quando esplose il pozzo Deepwater Horizon; o rimuovendo, letteralmente, le cime delle montagne per raggiungere il carbone, una pratica ormai diffusa negli Appalachi meridionali.

Oppure, come si dice nei libri che qui recensisco, effettuando il fracking della geologia del sottosuolo per far risalire il gas naturale attraverso nuove fratture. Fracking è la contrazione di «fratturazione idraulica» (hydraulic fracturing), e nelle parole di Seamus McGraw funziona in questo modo: dopo avere scavato un buco di circa un miglio di profondità e poi un ramo orizzontale lungo circa mezzo miglio, si introduce là sotto una bomba sotterranea a forma di tubo, una piccola confezione contenente schegge a cuscinetto ed esplosivi leggeri. La confezione viene fatta esplodere, in modo che le schegge perforino il foro di trivellazione, aprendo piccole aperture. A quel punto, si pompano nel buco fino a venticinque milioni di litri di una sostanza conosciuta come slick water, un’acqua sabbiosa a bassa viscosità, che frattura lo strato di scisti1 e libera il gas. Essa erompe dalle aperture causate nelle scisti con una forza tale – più di cinquemila chilogrammi di pressione per pollice quadrato (un pollice corrisponde a sei centimetri quadrati e mezzo) – da frantumare lo strato di scisti per alcuni metri su ambo i lati del buco, favorendo così la risalita in superficie del gas intrappolato nel terreno, che si libera. Questa nuova tecnica ha permesso all’industria di sfruttare terreni considerati un tempo impenetrabili. È stata usata per la prima volta sul finire degli anni ’90, nella Barnett Shale in Texas, e si impiega a piene mani anche per liberare il petrolio sottola Bakken Shale, nel Nord Dakota. Ma l’entusiasmo ferve più a est, dove da anni si registra una grande espansione nella Marcellus Shale, che corre dalla Virginia Occidentale fin verso la parte settentrionale dello Stato di New York. Si stima che questa formazione scistosa, dove è intrappolato il gas, ne contenga tanto quanto ne consumano gli Stati Uniti in un secolo. (Le stime sono molto contestate; dati più recenti – dicono alcuni analisti – sono assai più contenuti, pur continuando a essere cospicui, e infatti a fine gennaio il governo federale ha ridotto alla metà le sue previsioni.)

Il gas è anche opportunamente situato lungo il percorso di molti condotti di gas naturale già esistenti e vicino alle megalopoli della east coast, sue grandi consumatrici. Se siete una compagnia del gas, non esiste al mondo posto migliore dove trovare un vasto giacimento di questo combustibile. Sarebbe come scoprire un deposito sotterraneo di birra proprio sotto lo Yankee Stadium. A causa dei potenziali profitti, gli agenti di diverse compagnie si sono sparpagliati lungo le strade secondarie della regione, in una straordinaria corsa alla terra, per accaparrarsi i diritti di perforazione su appezzamenti di scarso valore, occupati da fattorie e da boschi cedui marginali.

I due saggi recensiti in questo articolo descrivono la storia di questa corsa alla terra. Intendono raccontare esattamente la stessa storia, con gli stessi identici personaggi: alcuni abitanti, vicini di casa lungo una strada rurale, a Dimock in Pennsylvania. Questo Stato è il vero epicentro del boom, e più per ragioni politiche che geologiche. Le autorità di Harrisburg, la capitale, si sono comportati da ospiti a dir poco disponibili verso la nuova industria del fracking, accolta con tutti gli onori. (La loro generosità è così grande che, a differenza della Louisiana o del Texas, non addebitano neppure una tassa sul prelievo di gas che è generato dentro i confini dello Stato. Hanno persino offerto in sacrificio l’uso delle foreste demaniali come siti di perforazione.)

E così alcuni cittadini si sono ritrovati ricchezze inaspettate. È il caso della madre di McGraw, che ha ceduto in affitto la terra per una grossa somma; e per alcuni agricoltori, in cerca di un’andata in pensione più sicura, è stata una vera manna. Ma il denaro ha anche dolorosamente diviso le comunità. Chi non è stato baciato dalla fortuna subisce gli effetti collaterali: il rumore e lo squallore di una campagna industrializzata, il pericolo di tranquille stradine ora ingolfate dai camion. Ma anche i più fortunati corrono il rischio che qualcosa vada storto nei pozzi scavati nelle loro terre.

Come è successo a Victoria Switzer e a Ken Ely, gli abitanti della zona che hanno affittato la terra alla Cabot Oil and Gas agli albori del boom, e che poi sono diventati nemici della compagnia trivellatrice. Con ragioni da vendere: poco tempo dopo, l’acqua potabile dei pozzi è diventata marrone, e il pozzo di un vicino è esploso, pare per una «fuga di metano» causata dalle operazioni di fracking.La Cabot sosteneva di non essere la responsabile; per un po’ la compagnia ha comprato acqua imbottigliata per gli abitanti, ma alla fine non ha fatto più nemmeno quello. È stato in altre parole, uno specie di film dell’orrore, quel genere di tragedia che di solito accompagna i boom privi di regolamentazioni. (E questo caso è stato largamente non regolato – il quotidiano di Pittsburgh riferiva in gennaio che lo Stato non sa neppure dove molti pozzi sono stati scavati, perché le compagnie da cui ci si aspetterebbe relazioni sul proprio operato, spesso se ne fregano.)

I racconti dei due libri sono complementari. McGraw è una penna più abile, ed essendo cresciuto in quei territori ha una storia migliore da raccontare: descrive personaggi credibili e la povertà rurale con puntualità. Dal canto suo, Wilber è un reporter migliore, avendo seguito per anni la storia degli scisti per il giornale di Binghamton, inserendola nel contesto politico degli stati della Pennsylvania e di New York.

I due saggi, comunque, non intendono occuparsi d’importanti aspetti legati alla fratturazione. In materia, il lavoro più notevole l’hanno svolto il giornalista del New York Times Ian Urbina e il cineasta ribelle Josh Fox. Le storie di Urbina, in odore di Pulitzer, dimostrano perché non possiamo rinunciare ai quotidiani seri. A partire dalla primavera scorsa, egli ha documentato i rischi, la regolamentazione permissiva, l’inganno delle industrie e la corruzione generale che hanno accompagnato il boom.

Dal canto suo, Fox è cresciuto nella Pennsylvania rurale, e quando una compagnia di trivellazioni gli offrì centomila dollari per i diritti sui terreni di famiglia, si recò a Dimock armato di videocamera, e ancora più a ovest verso comunità dove il fracking era praticato da anni: voleva capire. Gasland, il film documentario che ha poi prodotto, ha vinto un Emmy e molti complimenti dalla critica. Nella sequenza centrale, un proprietario di casa del Colorado apre il rubinetto da cui esce, oltre all’acqua, il gas, un fatto evidente quando si accende una striscia di fuoco. Un critico cinematografico del ‘Bloomberg News’ ha affermato che Fox «potrebbe passare alla storia come il Paul Revere2 del fracking», e infatti è emerso come uno dei principali organizzatori della lotta per evitare la diffusione di questa tecnica. Altri oppositori – principalmente appartenenti a gruppi ambientalisti di base – hanno avuto maggior fortuna a New York, che ha varato una moratoria sulla fratturazione che potrebbe dinire quest’anno, e nel bacino fluviale del Delaware, la cui commissione governativa deve ancora approvare una trivellazione su larga scala.

I movimenti emergenti contro il fracking, e la scienza a cui essi attingono, sollevano tre grandi preoccupazioni. Che sono, in ordine d’importanza:

Primo, quanto danno è provocato ai pozzi d’acqua e alle falde acquifere dalla migrazione del metano e dalle sostanze chimiche mescolate con l’acqua e poi iniettate nei pozzi di frattura ad alta pressione? Potremmo definirla la domanda del «rubinetto in fiamme», che ha comprensibilmente, e a ragione, indotto molti abitanti del luogo a combattere il fracking. L’industria sostiene che non c’è problema, che le gabbie di cemento costruite dentro i pozzi separano le sostanze chimiche dagli strati di terreno dove potrebbe risiedere l’acqua potabile. Ma gli studi scientifici rigorosi sono scarsi, anche perché dal 2005 – sotto la spinta dell’allora vicepresidente Dick Cheney, la cui ex compagnia Halliburton è fra i protagonisti del fracking boom – le compagnie di trivellazione sono state escluse dai controlli predisposti dalle leggi federali sulla sicurezza dell’acqua potabile e dunque non dovevano presentare l’elenco delle sostanze riversate nei pozzi.

Una ricerca preliminare della Duke University sembra inidicare che il metano invece fosse presente nell’acqua potabile. E a dicembre l’Environment Protection Agency (EPA), l’ente per la protezione ambientale, ha pubblicato il primo studio completo, condotto nella cittadina di Pavilion nel Wyoming, dove i residenti riferivano di acqua marrone, imbevibile dopo le operazioni di fratturazione svolte in zona. L’EPA ha concluso che la presenza nell’acqua di composti sintetici, come glicol eteri e una serie di «altri componenti organici», era «il risultato del mescolamento diretto di fluidi provenienti dalla fatturazione idraulica con l’acqua di falda» e ha intimato ai residenti locali di non bere più acqua dai pozzi.

La società coinvolta sosteneva che l’EPA avesse introdotto essa stessa i contaminanti; il senatore dell’Oklahoma James Inhofe, meglio conosciuto per avere ridicolizzato il riscaldamento globale definendolo una «bufala», ha aggiunto che il rapporto dell’EPA era parte della «guerra del Presidente Obama contro i combustibili fossili». Ma la prova di Pavilion è stato un potente atto d’accusa contro l’industria del settore, al punto da indurre i medici a richiedere una moratoria sul fracking per svolgere ulteriori ricerche cliniche. «Non abbiamo una sufficiente pratica con la tossicologia delle sostanze impiegate nella fratturazione», ha affermato Vikas Kapil, funzionario medico capo del National Center for Environmental Health, un ramo dei Centers for Disease Control, i centri per il controllo delle malattie.

Lo scorso dicembre, poi, è stato un mese duro per l’industria del fracking, e si è concluso con una nota spiacevole. L’ultimo dell’anno, un terremoto di magnitudo 4.0 registrato a Youngstown, in Ohio, è stato attribuito alla iniezione di acqua pressurizzata lungo una faglia sismica, un fenomeno registrato anche in Arkansas e in Oklahoma.

La seconda preoccupazione riguarda i danni provocati a fiumi e ruscelli – e ai bacini d’acqua utilizzabili per uso domestico e industriale – dalla brodaglia salmastra che si riversa copiosa fuori dai pozzi fratturati. Una parte dell’acqua, resa scivolosa dagli adiuvanti chimici, una volta iniettata nel pozzo rimane nel sottosuolo. Ma, per ogni milione di galloni di acqua iniettata, dai duecento ai quattrocentomila galloni saranno rigurgitati in superficie, portandosi dietro, scrive McGraw:

«non solo le sostanze contenute inizialmente, ma anche tracce del drilling mud, il fluido, o fango, di perforazione con aggiunta di petrolio e tutte le sostanze nocive già intrappolate laggiù nella roccia: ferro e cromo, radio e Sali – un sacco di sale».

Che fare di quel volume di acqua contaminata? Se essa percola nei piccoli torrenti, è un disastro: il classico caso è il Dunkard Creek, un torrente che si dipana per quaranta miglia lungo il confine trala Pennsylvaniaela Virginia Occidentale.Con le parole di Wilber: «i suoi chiari e verdi mulinelli e gli anfratti profondi dove nuotare, all’ombra di abeti rossi e sicomori, hanno attirato generazioni di pescatori, vogatori, amanti del picnic e della natura», che si godevano le centosessantuno specie acquatiche delle sue acque.

Nel settembre 2009, comunque, quasi ogni traccia di vita è scomparsa nel giro di pochi giorni –tutte tranne un’invasiva alga microscopica, improvvisamente apparsa, che prospera di regola negli estuari della costa texana. Questo prosperare delle «alghe dorate» che hanno ucciso ogni altra forma vivente era un mistero- come poteva una specie che vive solitamente nelle acque salmastre sul margine dell’oceano essere sopravvissuta nelle acque dolci di un ruscello degli Appalachi? La risposta emerse rapidamente: le compagnie di perforazione stavano smaltendo illegalmente il materiale di scarto nelle acque della regione, trasformandole in salmastre.

Invece di limitarsi a scaricare le acque, le compagnie avrebbero potuto dirottarle verso l’impianto locale per il trattamento delle acque reflue. Solo che questi impianti non erano configurati per gestire grandi volumi di acqua salmastra. Lungo il fiume Monangahela, quando gli impianti per il trattamento hanno cominciato ad accettare le autobotti cariche di acqua di scarto, «gli operai di un’acciaieria e di una centrale elettrica nella contea di Greene furono i primi a notare qualcosa di strano: l’acqua del fiume corrodeva gli impianti». Lo Stato fu costretto a includere il Monongahela nella lista dei «fiumi malati», e venne raccomandato a 325.000 residenti nella regione di bere acqua in bottiglia.

Come ha scritto Ian Urbina lo scorso febbraio su Times, l’acqua di riflusso dal sottosuolo profondo può trasportare «radioattività naturale a livelli superiori a quelli noti, e molto al di sopra del livello che gli enti di controllo federali definiscono essere sicuro per gli impianti per il trattamento delle acque reflue». Nonostante uno studio dell’EPA del 2009 mai reso pubblico, l’agenzia federale ha continuato a permettere «che la maggior parte degli impianti di trattamento delle acque reflue che accettavano gli scarichi delle trivellazioni non effettuassero test sulla radioattività». E in buona parte degli impianti di captazione dell’acqua potabile a valle di quelli per il trattamento delle acque reflue, i livelli di radioattività non venivano controllati dal 2006, nonostante il boom delle trivellazioni fosse iniziato nel 2008. E tutto questo con il benestare degli enti di controllo.

Come di consueto, l’industria si mostra rassicurante, perlomeno in pubblico. «Questi bassi livelli di radioattività non sono un pericolo per la popolazione», spiegava il CEO della Triana Energy. È «più una percezione della gente che un pericolo reale», ha ribadito. Ma come ha puntualizzato Urbina, uno studio di settore, iniziato nel 1990, sulla presenza di radio nelle acque di perforazione riversate nell’oceano al largo della Louisiana, aveva riscontrato che la sostanza creava dei «rischi potenzialmente significativi» di tumore per chi avesse mangiato il pesce pescato in quelle acque.

I pozzi di gas naturale possono, inoltre, causare problemi d’inquinamento. Il Wyoming, per esempio, non risponde più ai criteri federali di qualità dell’aria a causa dei vapori esalati dai ventisettemila pozzi dello Stato, vapori contenenti – sostiene Urbina – benzene e toluene.

Nella contea scarsamente popolata di Sublette nel Wyoming, dove la concentrazione dei pozzi è fra le più elevate, i vapori, reagendo alla luce del sole, hanno prodotto livelli di ozono superiori a quelli registrati a Houston o a Los Angeles.

Nella contea, dove non c’è l’ombra di un semaforo, l’anno scorso in questo periodo gli enti di controllo incoraggiavano gli anziani e i bambini a non uscire di casa.

Ci sarebbe qualcosa che l’industria potrebbe fare per ridurre in parte l’inquinamento – le acque reflue, per dirne una, possono essere raccolte in enormi serbatoi in loco e risospinte in basso lungo i cosiddetti «pozzi di iniezione»: il processo che pare avere innescato il terremoto di Youngstown. Tuttavia, anche questo processo lascia grandi quantità di residui salmastri, e i pozzi possono continuare a trasudare il loro carico tossico per molti anni, a cessazione delle trivellazioni avvenute. Alcune compagnie intraprendenti, spiega Urbina, hanno «trovato pronti dei compratori [di acque reflue] in comunità che le spargono come antigelo in inverno, e per eliminare la polvere d’estate. Quando il ghiaccio si fonde o la pioggia cade, le sostanze di scarto percolano dalle strade e finiscono nei serbatoi di acqua potabile».

Comunque, enti di controllo surclassati, che non riescono nemmeno a tenere un conteggio accurato del numero di pozzi, hanno difficoltà a fronteggiare i prodotti di scarto, specialmente perché il potere di pressione politica delle industrie continua a crescere. L’anno scorso, la Pennsylvaniaha insediato un nuovo governatore, il repubblicano Tom Corbett, che da solo aveva preso più finanziamenti da parte delle industrie del gas, di tutti i suoi competitors messi insieme. Non solo egli ha riaperto i terreni demaniali a nuove perforazioni, ma ha sostenuto che il controllo federale su questa industria è stato troppo aggressivo. «Dirigerò il Dipartimento della Protezione Ambientale del nostro Stato in modo che sia un partner delle industrie della Pennsylvania, delle comunità e delle amministrazioni locali», ha ribadito3.

Qual è l’effetto di questo brusco aumento di gas sugli sforzi nazionali e mondiali per far fronte al cambiamento climatico? Anche se lo Stato di New York e altri stati prenderanno le decisioni sulle perforazioni essenzialmente sulla base degli effetti locali, questa potrebbe essere la questione più importante di tutte, perché le implicazioni si estenderanno ben oltre i confini di formazioni geologiche o bacini idrografici specifici. Quattro anni fa, quando hanno cominciato a filtrare le informazioni sulla dimensione potenzialmente spettacolare dei bacini di gas, molti ambientalisti ne furono entusiasti. Robert F. Kennedy Jr., per esempio, tra i fondatori della Waterkeeper Alliance, un’organizzazione per la protezione delle acque dagli agenti inquinanti e leader nella lotta contro le miniere di carbone ricavate spianando la cima delle montagne, scrisse nell’estate del 2009 un editoriale sul ‘Financial Times’ dove dichiarava che «una rivoluzione nella produzione di gas naturale degli ultimi due anni ha inondato l’America di gas naturale, consentendo di eliminare in un amen buona parte della nostra dipendenza dal mortale e distruttivo carbone».

La ragione per cui gli ambientalisti preferiscono il gas al carbone è semplice: quando brucia, produce la metà di anidride carbonica per unità di energia. Ciò significa che, se potessimo convertire le nostre centrali elettriche dal carbone al gas naturale (in molti casi un’impresa fattibile), le emissioni di anidride carbonica diminuirebbero sensibilmente. Ma in realtà non è così semplice. Il gas naturale, il metano (CH4), nel suo stato incombusto è di per sé un potentissimo gas serra, molto più forte, a parità di concentrazione, del CO2. Pertanto, anche se durante la perforazione una piccola frazione si disperdesse nell’atmosfera, secondo alcune stime il gas causerebbe­ un riscaldamento globale superiore a quello della stessa anidride carbonica.

I dati che mostrano in particolare in che misura farebbe questo effetto sono scarsi. Un primo studio di Robert Howarth, alla Cornell University, ha scoperto che il gas liberato per fratturazione idraulica potrebbe essere più dannoso del 20 per cento rispetto all’utilizzo del carbone, almeno nei prossimi decenni. All’inizio dello scorso inverno, però, un altro team della Cornell, usando tassi differenti di dispersione del gas, ha riscontrato che inquinerebbe per la metà rispetto all’utilizzo del carbone. Dati ulteriori potrebbero col tempo chiarire l’entità reale della minaccia. Ma il gas liberato nel fracking non risulta chiaramente il vincitore in questa lotta, come molti esperti avevano inizialmente supposto.

Resta una questione più profonda. Se aumentassimo l’uso di gas naturale, quest’ultimo rimpiazzerebbe in parte il carbone nella produzione di energia sul pianeta. Ma metterebbe allo stesso tempo fuori gioco le fonti di energia veramente a bassa emissione di carbonio: un gas naturale abbondante e a buon mercato renderebbe molto più difficile far decollare su larga scala il solare e l’eolico (o il nucleare se uno se ne vuol prendere il rischio).

Come ha riferito l’estate scorsa l’Agenzia Internazionale per l’Energia, i numeri sono significativi: le loro proiezioni di uno scenario da «Età dell’Oro del Gas» prevedono concentrazioni atmosferiche di CO2 che raggiungono il picco a 650 parti per milione e una temperatura in aumento di 3,5 gradi centigradi: ben superiore a quella che gli esperti considerano sicura. A settembre, il National Center for Atmospheric Research ha cercato di combinare tutti i dati conosciuti – dalla dispersione di metano nelle miniere di carbone agli effetti raffreddanti dell’inquinamento da zolfo prodotto dalle centrali a carbone – e ha tratto la conclusione, come ha spiegato lo scienziato Tom Wigley, che il passaggio al gas naturale «sarebbe di ben scarso aiuto per risolvere il problema climatico».

Come risultato di questi dati, e di tutti i problemi sul terreno rilevati in Pennsylvania e nell’ovest, i gruppi ambientalisti stanno facendo marcia indietro rispetto al sostegno iniziale a favore del gas. Robert F. Kennedy Jr. per esempio è sempre più critico; e a livello popolare, decine di migliaia di attivisti bene organizzati con portavoce riconosciuti ed eloquenti – fra i quali si è distinto l’attore Mark Ruffalo – stanno opponendo una strenua resistenza contro ulteriori perforazioni4. I loro sforzi si sono scontrati con gli ingenti capitali dell’industria dei combustibili fossili, usati in maniera scorretta per vincere le battaglia. Piegandosi a questa pressione, e cercando di mitigare l’appeal della retorica del Partito Repubblicano in stile «drill, baby, drill» (trapana, bambina, trapana), nel discorso sullo Stato dell’Unione il presidente Obama ha parlato bene del fracking, promettendo però di «sviluppare questa risorsa senza mettere a repentaglio la salute e la sicurezza dei nostri cittadini».

La corsa a sfruttare l’«energia estrema» e a fare a pezzi la terra per raggiungerla, non conosce confini nazionali. L’anno scorso, Urbina riferiva che le grandi compagnie dell’energia hanno diffuso la tecnologia della fratturazione in tutto il pianeta, trovando nuovi depositi di scisti in più di trenta paesi.

È ragionevole aspettarsi che, se le istituzioni di controllo sono state scavalcate in Pennsylvania, lo saranno a maggior ragione le istituzioni di controlli sui depositi di scisti in Papua Nuova Guinea. Comunque, dovrebbe da subito essere chiaro che il gas ottenuto per fratturazione non è un «combustibile di transizione» verso un’era più pulita, bensì un pontile traballante proteso indefinitamente verso un futuro più caldo. È uno di quei (non rari) casi dove l’abbondanza potrebbe rivelarsi un grande problema.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Le scisti sono rocce metamorfiche a grana medio-grossa caratterizzate da una tessitura scistosa abbastanza marcata, cioè tendente a sfaldarsi facilmente in lastre sottili. N.d.R. [Fonte Wikipedia]

2. Revere fu un incisore e patriota statunitense, vissuto tra il 1735 e il 1818, che interpretò e immortalò gli avvenimenti della guerra d’indipendenza in una celebre incisione a stampa. N.d.T.

3. L’elenco delle conseguenze ambientali associate al fracking sembra a volte senza fine. Lo scorso gennaio, il Chicago Tribune riportava che la stessa sabbia fine, ideale per includerla nell’acqua di perforazione pompata nei pozzi, è criticata perché proviene da una formazione rocciosa di 425 milioni di anni, residente appena fuori dai cancelli di un parco statale dell’Illinois, con grandi proteste degli abitanti e degli ambientalisti.

4. Kennedy non è l’unico ad avere compiuto questo passaggio. Io stesso sono stato inizialmente indotto a pensare in positivo sulla scoperta di quantità importanti di gas naturale, perché sembravano – come ho accennato in Eaarth, un mio libro del 2010 – estendere leggermente il breve tempo di cui disponiamo per rinunciare ai combustibili fossili senza arrecare ulteriori danni al clima. Ma quando ho studiato il metodo, la sua attrattiva è immediatamente diminuita, e nell’ultimo anno mi sono unito ad altri nell’oppormi attivamente al fracking.

ERNEST WILLAM “BILL” MCKIBBEN è un ambientalista americano, autore e giornalista. Ha vinto il Premio Letterario Lannan per la scrittura saggistica nel 2000. Nel 2010 il ‘Utne Reader Magazine’ lo inserisce nell’elenco dei 25 visionari che stanno cambiando il mondo. In Italia è stato pubblicato Teraa,  Edizioni Ambiente, 2010.

 

 

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