Diane Silvers Ravitch

Le scuole che possiamo invidiare

da ''The New York Review of Books''
PASI SAHLBERG,Finnish Lessons: What Can the World Learn from Educational Change in Finland?, con una introduzione di Andy Hargreaves, Teachers College Press, 167 pp., $34.95 (brossura)
ISTRUZIONE. La Finlandiaè considerato il Paese con il miglior sistema scolastico del mondo. Ma quali sono le peculiarità del sistema scolastico finlandese? Quali sono le sue differenze con quello americano? E soprattutto, cosa possiamo imparare dalle scuole finlandesi?

Negli ultimi anni, alcuni funzionari e uomini politici – come l’ex presidente George W. Bush, l’ex sovrintendente scolastico di New York City Joel Klein, l’ex sovrintendente di Washington, DC, Michelle Rhee e il segretario all’istruzione Arne Duncan – sono stati concordi nel ritenere che non esista “nessuna scusa” per le scuole che ottengono risultati bassi nei test standardizzati1. I riformatori che sostengono la politica del “nessuna scusa” asseriscono che tutti i ragazzi possano ottenere un buon rendimento scolastico, a prescindere dal livello di povertà, disabilità o altre condizioni, e che qualcuno debba essere ritenuto responsabile nel caso in cui ciò non avvenga. Quel qualcuno sono necessariamente gli insegnanti.

Niente si dice circa la responsabilità della direzione del dipartimento o dei funzionari che prendono decisioni cruciali, come lo stanziamento dei fondi, il dimensionamento delle classi e l’allocazione delle risorse. Questi riformatori sostengono che la nostra economia sia in difficoltà non a causa della povertà crescente, della sperequazione dei redditi o della delocalizzazione delle attività produttive, ma a causa dei cattivi insegnanti. Questi cattivi insegnanti devono essere individuati e allontanati. Qualsiasi legislazione, regolamento o contratto che protegga tali scellerati educatori deve essere rivisto, in modo che essi possano essere rimossi rapidamente dal loro incarico, a prescindere dall’esperienza e dall’anzianità, e senza nemmeno i dovuti accertamenti.

La convinzione che le scuole possano sconfiggere da sole gli effetti della povertà risale a molti decenni fa, ma la sua manifestazione più recente è stata un libricino pubblicato nel 2000 dall’organizzazione conservatrice Heritage Foundation di Washington, DC, intitolato No excuses. In questo libro Samuel Casey Carter individuava ventuno scuole che pur frequentate da studenti molto poveri ottenevano punteggi molto elevati nei test. Durante l’ultimo decennio, personalità influenti della vita pubblica hanno espresso la convinzione che la riforma della scuola fosse la chiave per risolvere il problema della povertà. Bill Gates ha dichiarato alla National Urban League: «Finiamola con la storia che dobbiamo risolvere il problema della povertà prima di migliorare il sistema scolastico. Io ritengo che sia vero piuttosto il contrario: perfezionare il sistema scolastico è il modo migliore per risolvere il problema della povertà». Gates non spiega mai per quale motivo una società ricca e potente come la nostra non possa affrontare allo stesso tempo il problema della povertà e il miglioramento del sistema scolastico.

Per un po’ di tempo, la Fondazione Gatesha sostenuto che la risposta fosse creare scuole superiori di piccole dimensioni, ma attualmente Gates ritiene che il meccanismo di valutazione dell’insegnante sia l’ingrediente principale della riforma della scuola. La Fondazione Gatesha erogato centinaia di milioni di dollari ai dipartimenti scolastici per sviluppare nuovi sistemi di valutazione dei docenti. Nel 2009, l’esponente nazionale più importante tra questi riformatori, il segretario all’istruzione Arne Duncan, ha lanciato una gara da 4.35 miliardi di dollari denominata Race to the Top, nella quale si richiedeva a ciascuno Stato di valutare gli insegnanti tramite i punteggi dei test ottenuti dagli studenti e di rimuovere le limitazioni imposte alle scuole paritarie2 gestite da privati.

Attualmente la strategia principale della riforma scolastica americana è quella di individuare gli insegnanti in grado di elevare ogni anno i punteggi degli studenti nei test. Questi riformatori asseriscono che se si riuscisse a far lievitare i punteggi, gli studenti potrebbero iscriversi al college e la povertà potrebbe finalmente scomparire. Costoro credono che ciò potrà accadere solo se in ogni classe ci sarà un “grande insegnante” e se sempre più scuole verranno affidate a manager privati, anche di organizzazioni a scopo di lucro.

A questi promotori del cambiamento non interessa che i test standardizzati siano soggetti a errori di valutazione, di campionamento e ad altri di tipo statistico3. Non considerano che esperti del calibro di Robert L. Linn della University of Colorado, Linda Darling-Hammond della Stanford, e Helen F. Ladd della Duke, oltre alla commissione del National Research Council, abbiano dichiarato illegittimo l’uso dei test standardizzati per assegnare ai singoli docenti premi o sanzioni. E nemmeno si rendono conto dell’assurdità di misurare la qualità di un insegnante dal risultato di un test a risposta multipla assegnato agli studenti in un determinato giorno dell’anno.

L’uso dei test può fornire informazioni utili, poiché rivela a studenti e insegnanti cosa è stato imparato e cosa no, e i punteggi ottenuti possono essere usati per diagnosticare gli eventuali problemi di apprendimento. Ma attribuire un’eccessiva importanza ai test potrebbe avere delle conseguenze negative sugli studenti, sugli insegnanti e sulle scuole, che potrebbero limitare i programmi scolastici alle sole materie oggetto di test, imbrogliare durante gli esami, o abbassare gli standard per gonfiare i risultati. Come risposta alla richiesta da parte dello Stato di innalzare i punteggi, i dipartimenti scolastici di tutta la nazione stanno riducendo le ore di insegnamento dedicate all’arte, alla ginnastica, alla storia, all’educazione civica e ad altre materie che non sono oggetto di test. Ciò non migliorerà l’istruzione e sicuramente ne peggiorerà la qualità.

Nessuna nazione al mondo ha sconfitto la povertà licenziando insegnanti o affidando le  sue scuole pubbliche a manager privati, ne la ricerca supporta una di queste due strategie4. Ma tali obiezioni non riducono lo zelo dei riformatori. La nuova tipologia di riformatori scolastici è composta principalmente da responsabili finanziari di Wall Street, funzionari di fondazioni, dirigenti d’azienda, imprenditori, uomini politici, ma da pochi educatori esperti. Il distacco dei riformatori dalla realtà scolastica e la loro mancanza di volontà d’indagine, consente loro di ignorare l’importanza dell’influenza delle famiglie e della povertà. I riformatori sostengono che le scuole possano fare miracoli facendo affidamento sulla competizione, la liberalizzazione e su una gestione basata sull’analisi dei dati: strategie simili a quelle che hanno contribuito a provocare il crollo dell’economia nel 2008. A causa della propensione dei riformatori per queste strategie, i teorici dell’educazione tendono a definirli «riformatori modello corporate», per distinguerli da coloro che riconoscono la complessità del lavoro per migliorare la scuola.

La campagna di pubbliche relazioni portata avanti da questi “riformatori modello corporate”, anche grazie alle sostanziose sovvenzioni ricevute, ha convinto i funzionari di nomina elettiva che la scuola pubblica americana abbia bisogno di una terapia shock. Qualcuno potrebbe essere tentato di dimenticare che gli Stati Uniti sono la più grande economia del mondo e una tra quelle di maggior successo, e che una parte di questo successo è da attribuire proprio alle istituzioni che hanno educato il 90 per cento della gente in questo paese.

Di fronte alla campagna implacabile contro gli insegnanti e la scuola pubblica, i teorici dell’educazione sono andati alla ricerca di un altro modello, libero dall’ossessione dei test standardizzati e dei sistemi punitivi degli insegnanti sostenuto dai riformatori modello corporate. E l’hanno trovata in Finlandia. Anche i riformatori modello corporate ammiranola Finlandia, apparentemente non rendendosi conto che l’esperienza della Finlandia confuta ogni punto del loro programma.

Per gli americani non è insolito assumere un’altra nazione come esempio per una riforma scolastica. A metà del diciannovesimo secolo, i responsabili dell’istruzione americana accolsero il sistema Prussiano per la sua professionalità e struttura. Negli anni Sessanta, gli statunitensi rivolsero la loro attenzione all’Inghilterra, guardando con stupore l’evoluzione delle sue scuole. Negli anni Ottanta, invidiosi del successo economico del Giappone, lo attribuirono al suo sistema scolastico. Attualmente la nazione più ammirata èla Finlandia, e per quattro buoni motivi.

Primo, la Finlandiaha uno dei sistemi scolastici con i rendimenti più alti del mondo, come stimato dal Programma per la valutazione internazionale dell’allievo (Programme for International Student Assessment, PISA), che misura il livello di alfabetizzazione letteraria, matematica e scientifica degli studenti di quindici anni in tutti i trentaquattro paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), compresi gli Stati Uniti. A differenza dei nostri test nazionali, non ci sono conseguenze dirette per i risultati dei test somministrati dal PISA. Nessun individuo e nessuna scuola conosce il punteggio del proprio test. Nessuno viene ricompensato o punito a causa di questi test. Nessuno si può preparare per essi, né c’è alcun incentivo a imbrogliare.

Secondo, da una prospettiva americana, la Finlandiaè un universo alternativo. Essa rifiuta ogni aspetto delle “riforme” attualmente in voga negli Stati Uniti, come i test standardizzati, le scuole paritarie, i voucher5, gli assegni di merito6, la competizione e la valutazione dei docenti in base ai punteggi nei test dei loro studenti.

Terzo, tra tutte le nazioni dell’OCSE,la Finlandiavanta il livello minimo di variazione della qualità tra una scuola e l’altra, il che significa che essa giunge assai vicino all’uguaglianza nelle opportunità educative: uno degli ideali fondanti del modello americano tradizionale.

Quarto, la Finlandiaha preso in prestito molte delle sue idee così apprezzate dagli Stati Uniti (quegli Stati Uniti in cui quell’ideale fondante era ancora presente): l’uguaglianza nelle opportunità educative, l’istruzione personalizzata, la valutazione alternativa7 e l’apprendimento cooperativo8. La maggior parte di questi principi deriva dall’opera del filosofo John Dewey9.

In Finnish Lessons: What Can the World Learn from Educational Change in Finland?, Pasi Sahlberg spiega in che modo le scuole della propria nazione abbiano ottenuto il loro successo. Funzionario governativo, ricercatore ed ex insegnante di matematica e scienze, Sahlberg attribuisce il miglioramento delle scuole finlandesi a delle ardite decisioni prese dal suo paese negli anni Sessanta e Settanta. Quanto avvenuto in Finlandia è importante, scrive, perché «dà speranza a quelli che stanno perdendo la loro fiducia nell’istruzione pubblica».

I detrattori di questo sistema sostengono che la Finlandiaottiene buoni risultati scolastici perché etnicamente omogenea, ma Sahlberg replica che «la stessa omogeneità etnica è vera per il Giappone, Shangai e la Corea», paesi ammirati dai riformatori modello corporate per l’importanza che attribuiscono ai test. A coloro che affermano chela Finlandia, con i suoi cinque milioni e mezzo di abitanti, è troppo piccola per costituire un modello, Sahlberg risponde che circa trenta stati degli USA hanno una popolazione vicina se non inferiore a quella della Finlandia».

Sahlberg mette direttamente in evidenza le motivazioni della crisi dei risultati scolastici negli Stati Uniti e in molte altre nazioni. I politici americani hanno virato verso soluzioni ispirate all’ideologia di un mercato libero, come «la competizione più dura, la maggiore raccolta e valutazione dei dati, l’abolizione dei sindacati degli insegnanti, l’apertura di un maggior numero di scuole paritarie, o l’impiego di modelli di management presi a prestito dal mondo delle corporation». Per contrasto,la Finlandia ha speso gli ultimi quarant’anni nello sviluppo di un diverso sistema educativo, i cui punti di forza sono:

 

Il miglioramento dell’efficacia didattica, la limitazione dei test per gli studenti al minimo necessario, il porre il senso di responsabilità e la fiducia prima della sottomissione a valutazioni statistiche, e l’affidare l’amministrazione della scuola e dei distretti scolastici a professionisti dell’educazione.

 

Per un osservatore americano, il fatto più rimarchevole riguardante l’istruzione finlandese è che gli studenti non vengono sottoposti a nessun test standardizzato fino al termine della scuola media superiore. Essi si sottopongono sì a dei test, che però sono concepiti dai loro insegnanti e non da un’impresa multinazionale specializzata10. La scuola dell’obbligo finlandese, della durata di nove anni, è una «zona libera dai test standardizzati», nella quale i ragazzi sono incoraggiati «a conoscere, a creare e a sostenere la loro innata curiosità».

Incontrai Pasi Sahlberg nel dicembre 2010. Ero in mezzo a una dozzina di teorici dell’educazione invitati a casa del console finlandese a New York City, per imparare qualcosa sul loro sistema di istruzione, il giorno dopo la divulgazione dei risultati degli ultimi test internazionali. Ancora una voltala Finlandiaera tra le nazioni meglio posizionate, come era sempre accaduto nell’ultimo decennio. Sahlberg assicurò agli invitati che ai teorici dell’educazione finlandesi non importava l’esito dei test, e apprezzavano il buon livello raggiunto su scala mondiale solo perché proteggeva le scuole contro le richieste conservatrici di eseguire test standardizzati e di sottomerle a valutazioni statistiche.

Gli insegnati finlandesi, disse Sahlberg, sono ben istruiti, ben preparati e molto rispettati. In confronto agli altri neolaureati, sono pagati quanto negli Stati Uniti, ma gli insegnanti con quindici anni di esperienza in classe sono pagati più dei loro colleghi americani. Chiesi a Sahlberg come fosse possibile valutare gli insegnanti o le scuole in assenza di test standardizzati. Rispose che i teorici dell’educazione finlandesi non parlano di valutazioni statistiche ma di senso di responsabilità. Mi disse: «I nostri insegnanti sono molto responsabili; sono dei professionisti». Quando gli fu chiesto cosa succede agli insegnanti incompetenti, Sahlberg sostenne che non avrebbero mai potuto essere assunti; una volta che dei docenti qualificati vengono nominati, è molto difficile che siano rimossi dall’incarico. Quando gli fu chiesto come avrebbero reagito gli insegnanti finlandesi se qualcuno gli avesse detto che sarebbero stati valutati in base all’esito dei test standardizzati sui loro studenti, rispose: «Se ne andrebbero via e non ritornerebbero fino a quando le autorità non abbandonassero quest’idea folle».

Sahlberg mi invitò in Finlandia per effettuare un tour nelle loro scuole, cosa che alla fine ho fatto nel settembre 2011. Con Sahlberg a farmi da guida, ho visitato scuole vivaci e allegre dove gli studenti erano impegnati in attività musicali, teatrali, ludiche e strettamente curricolari, con quindici minuti di pausa tra una lezione e l’altra. Ho parlato a lungo con insegnanti e dirigenti scolastici in sale spaziose e confortevoli. Libero dall’ossessione dei test che attualmente occupa gran parte delle giornate nelle scuole americane, il personale ha il tempo per pianificare e discutere riguardo agli studenti e al programma.

Prima che io lasciassi la Finlandia, Sahlberg mi regalò un libro intitolato The Best School in the World: Seven Finnish Examples from the 21st Century11, che tratta dell’architettura delle scuole finlandesi. Il libro è basato su una mostra presentata alla Biennale di Architettura di Venezia del 2010. Quando visitammo una delle scuole menzionate nel libro, pensai quanto fosse meraviglioso scoprire una nazione alla quale importa così tanto dell’ambiente fisico in cui i ragazzi imparano e gli adulti lavorano.

Certamente la Finlandiaè un paese insolito. Le sue scuole sono progettate attentamente per venire incontro ai bisogni didattici, sociali, emotivi e fisici dei ragazzi, a cominciare dalla loro tenera età. I programmi del pre-scuola12 non sono obbligatori, ma vengono frequentati dal 98 per cento dei bambini. La fase dell’istruzione obbligatoria inizia all’età di sette anni. Gli insegnanti finlandesi si preoccupano di non bocciare nessuno durante il periodo della scuola dell’obbligo, e di non dare valutazioni insufficienti, poiché questi provvedimenti provocherebbero un blocco nello studente, abbasserebbero la sua motivazione e aumenterebbero la disuguaglianza sociale. Dopo nove anni di scuola dell’obbligo, durante i quali gli allievi non vengono mai suddivisi per livello di abilità13, gli studenti finlandesi scelgono se iscriversi alla scuola superiore per la preparazione universitaria o a quella di formazione professionale. Circa il 42 per cento sceglie quest’ultima. Il tasso di laureati è del 93 percento, in confronto a circa l’80 per cento negli Stati Uniti.

Il programma altamente sviluppato di formazione degli insegnanti è il pezzo forte nella strategia di riforma scolastica finlandese. Solamente a otto università è consentita la preparazione dei docenti, e l’ammissione a tali elitari programmi di formazione è fortemente selettiva: tra coloro che ne fanno richiesta viene accettato solamente un candidato su dieci. Non esistono altri sistemi per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Coloro che vengono ammessi hanno già frequentato durante la scuola superiore i corsi obbligatori di fisica, chimica, filosofia, musica e almeno di due lingue straniere. I futuri insegnanti ricevono per tre anni una cospicua formazione accademica, e poi accedono a un master della durata di due anni. Gli insegnanti di una determinata materia conseguono il master presso gli specifici dipartimenti universitari, e non – come avviene negli Stati Uniti – presso il dipartimento di scienze della formazione o in scuole speciali per l’addestramento degli insegnanti. Ogni candidato è formato per insegnare a qualsiasi tipo di studente, compresi quelli con disabilità o altre esigenze particolari. Ogni insegnante deve ottenere una laurea triennale e un master in formazione.

In Finlandia l’insegnamento è una professione rispettata e prestigiosa proprio perché la selezione è così competitiva e l’addestramento così impegnativo. La procedura di selezione è talmente severa ed esigente che ogni docente è necessariamente ben preparato. Sahlberg scrive che gli insegnanti entrano nella professione con un senso di missione morale da compiere, e che la sola ragione per cui potrebbero abbandonarla sarebbe «se dovessero perdere la loro autonomia professionale» o se «gli fosse loro imposta una politica di ricompensa basata sul merito [legata ai test standardizzati]». Attualmente, gli Stati Uniti stanno facendo ai docenti proprio ciò che gli insegnanti finlandesi troverebbero professionalmente intollerabile: giudicare il loro valore dai risultati dei test standardizzati sugli studenti.

I programmi nazionali finlandesi delle materie umanistiche e scientifiche forniscono indicazioni su cosa debba essere studiato, ma non danno direttive sui dettagli di ciò che si debba insegnare o su come insegnarlo. Il programma nazionale richiede l’insegnamento di una madre lingua (il finlandese o lo svedese), della matematica, di lingue straniere, storia, biologia, scienze ambientali, religione, etica, geografia, chimica, fisica, musica, arti visuali, artigianato, educazione fisica, igiene e altre discipline.

Gli insegnanti hanno ampio margine in ogni scuola per decidere cosa insegnare, come insegnarlo e come misurare i progressi dei loro allievi. Gli educatori finlandesi sono d’accordo nel ritenere che «ogni bambino abbia il diritto a un sostegno personalizzato, fornito fin da subito da professionisti addestrati, nell’ambito delle normali attività scolastiche». Sahlberg stima che un buon 50 per cento degli studenti riceve un’attenzione particolare da parte di specialisti (nel trattamento dei loro bisogni e carenze emergenti) già nei primi anni di scuola. Gli insegnanti e i dirigenti scolastici collaborano spesso per discutere i bisogni degli studenti a scuola. Come risultato di questa politica, Sahlberg scrive:

 

La maggior parte di coloro che visitano la Finlandia scopre edifici scolastici eleganti, pieni di bambini tranquilli e insegnanti preparati. Ci si accorge anche della grande autonomia di cui godono le scuole: scarsa interferenza nella vita scolastica di tutti i giorni da parte dell’amministrazione centrale dell’istruzione, metodi sistematizzati per affrontare i problemi nella vita degli studenti, e aiuti professionali mirati per aiutare coloro in stato di bisogno.

 

I ragazzi della Finlandia godono di alcuni vantaggi importanti in confronto ai nostri bambini. La nazione ha una forte rete di protezione sociale, per la quale paga delle tasse elevate. Più del 20 per cento dei nostri bambini vivono nella povertà, contro i meno del 4 per cento in Finlandia. Negli Stati Uniti molti bambini non hanno accesso a regolari cure mediche14, mentre tutti i bambini finlandesi ricevono servizi sanitari completi e un pasto gratuito ogni giorno15. E non è prevista una retta per l’istruzione superiore.

Sahlberg riconosce che la Finlandiarimane al di fuori di ciò che egli chiama Global Education Reform Movement (movimento di riforma globale dell’istruzione), abbreviato con l’acronimo “GERM”. Il GERM, osserva, è un virus che ha infettato non soltanto gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito, l’Australia e molte altre nazioni. La legge denominata No Child Left Behind del presidente George W. Bush e il programma chiamato Race to the Top di Barack Obama sono esempi del movimento di riforma globale dell’istruzione. Entrambi promuovono i test standardizzati come lo strumento più affidabile per misurare la riuscita di studenti, insegnanti e scuole; la privatizzazione, ottenuta delegando la privatizzazione della gestione delle scuole; la standardizzazione dei programmi; e l’obbligo di rendere conto dei risultati ottenuti tramite i test, con l’erogazione di assegni di merito in seguito a punteggi elevati, o la chiusura delle scuole e il licenziamento degli insegnanti in seguito a punteggi bassi.

Al contrario, lo scopo principale dell’istruzione finlandese è lo sviluppo di ogni bambino come persona pensante, attiva e creativa; non il raggiungimento di punteggi più elevati nei test; e la strategia più importante dell’istruzione finlandese è la cooperazione, non la competizione. In un prossimo articolo parlerò dell’organizzazione Teach for America – l’argomento del libro A Chance to Make History di Wendy Kopp – paragonata al modello finlandese.

 Questo è il primo di due articoli.

(Traduzione di Luca Alvino)

1. I test standardizzati sono delle prove somministrate e valutate secondo procedure standard, e costituiscono un meccanismo di rilevazione del livello di apprendimento degli studenti utilizzato in alcuni paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Da alcuni anni in Italia si usa una metodologia analoga con i test Invalsi. N.d.T.

2. L’espressione usata negli Stati Uniti è charter schools, ovvero scuole private riconosciute e sovvenzionate dallo Stato. N.d.T.

3. La migliore spiegazione dei test standardizzati è il libro di Daniel Koretz, Measuring Up: What Educational Testing Really Tells Us (Harvard University Press, 2008).

4.Vedi Incentives and Test-Based Accountability in Education, a cura di Michael Hout e Stuart W. Elliott (National Academies Press, 2011); Economic Policy Institute, «Problems with the Use of Test Scores to Evaluate Teachers», 29 agosto 2010; e Center for Research on Education Outcomes, «Multiple Choice: Charter School Performance in 16 States», Stanford University, giugno 2009.

5. Uno school voucher consiste in un certificato rilasciato dal governo che consente ai genitori di richiedere l’iscrizione del figlio presso una scuola paritaria. N.d.T.

6. Un merit pay consiste nel pagamento agli insegnanti di una somma aggiuntiva rispetto alla paga base in relazione al raggiungimento di determinate prestazioni misurabili attraverso criteri stabiliti. N.d.T.

7. La valutazione alternativa è un sistema di valutazione che si oppone alla valutazione tradizionale del rendimento. Nel modello di valutazione alternativa gli studenti, gli insegnanti e i genitori sono tenuti a confrontare gli elaborati prodotti dall’allievo durante i vari anni di scuola. Ciò costituisce uno stimolo per lo studente, che può constatare con i propri occhi i miglioramenti compiuti nel corso del tempo. N.d.T.

8. Adifferenza della tradizionale lezione frontale, l’apprendimento cooperativo – basato sull’interazione all’interno di un gruppo di allievi che collaborano per cercare di raggiungere un fine comune – utilizza il coinvolgimento emotivo e cognitivo del gruppo come strumento di apprendimento. N.d.T.

9. John Dewey (1859-1952), filosofo e pedagogista statunitense. Secondo Dewey, le esperienze degli alunni non si basano su posizioni imposte dagli insegnanti, ma nascono dagli interessi naturali degli allievi ed il compito dell’educatore è quello di assecondare tali interessi per sviluppare il senso della socialità. N.d.R. [Fonte Wikipedia]

10. Anche l’Italia ha vissuto polemiche simili, quando l’allora Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, introdusse i test obbligatori Invalsi per valutare la qualità formativa delle scuole.  In base ai risultati di questo test, il Ministero della Pubblica Istruzione, può “disegnare un sistema di incentivazione che premi i singoli operatori della scuola in funzione del conseguimento di obiettivi relativi agli studenti”. Inoltre può decidere il ”reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta … e il reclutamento e rimozione degli insegnanti” fino “all’accorpamento o alla chiusura della scuola”. Molte critiche si sollevarono soprattutto perché il redattore del documento era Giorgio Vittadini, leader di Comunione e Liberazione, fondatore e presidente della Compagnia delle Opere, collegata a circa 400 scuole paritarie. Per approfondire l’argomento, si veda l’articolo di Massimo Pedretti I test invalsi del sistema scolastico: verso un miglioramento, 451, n.7. N.d.R.

DIANE SILVERS RAVITCH è una storica, analista di politica educativa, e docente di ricerca presso la New York University Steinhardt School of Culture, Education and Human Development. Ha vinto il Premio Daniel Patrick Moynihan dell’Accademia Americana delle Scienze Politiche e Sociali nel 2011 per il suo Uso attento di ricerca in scienze sociali per il bene pubblico. Il suo ultimo libro è The Death and Life of the Great American School System: How Testing and Choice Are Undermining Education, Basic Books, 2010.

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico