Gian Arturo Ferrari

Il futuro del libro

Il Centro per il Libro e la Lettura ha promosso un sistema di rilevazioni trimestrali affidate alla Nielsen per avere una base conoscitiva affidabile e sistematicamente aggiornata, sulle abitudini di acquisto e di lettura degli italiani. Sulla base di queste rilevazioni qual è la fotografia dell’Italia che legge e compra libri?

Per ora disponiamo soltanto dei dati della prima rilevazione relativa all’ultimo trimestre 2011. Si stanno elaborando i dati del primo e del secondo trimestre 2011. Per avere un panorama completo occorrerà però disporre anche dei dati per il terzo trimestre 2011. Avremo così il quadro di un intero anno e disporremo quindi degli elementi per fare una valutazione approfondita della situazione. Aver rilevato i dati per trimestre ci consentirà di seguire anche l’andamento della stagionalità, che è importante perché la gente non acquista né legge libri uniformemente nel corso dell’anno. Oggi comunque disponiamo dei dati sull’ultimo trimestre 2010, da cui emerge che ha acquistato libri un terzo della popolazione italiana dai 14 anni in su, mentre i lettori di libri sono stati leggermente meno perché nel quarto trimestre dell’anno si compra più di quanto si legga, mentre nel resto dell’anno dovrebbe accadere il contrario.

L’Istat rileva la lettura e l’acquisto dei libri a partire dai sei anni di età, e il risultato è che la quota dei lettori è più elevata, ma si tratta di una lettura in larga misura coatta perché legata all’obbligo scolastico. Invece noi ci occupiamo di coloro che sono pienamente liberi di leggere. Dunque, grosso modo, acquista libri un terzo della popolazione. Emerge con chiarezza dall’inchiesta che l’acquisto e la lettura sono influenzate da moltissimi fattori, ma principalmente dal livello del reddito e dal livello dell’istruzione. Alle persone più colte e più abbienti corrisponde un maggiore consumo di libri (acquisto e lettura). È una situazione particolarmente sgradevole ed è un indice di grave arretratezza. Un paese in cui si legge così poco è un paese che ha scarse possibilità di poter sopravvivere dignitosamente in una competizione internazionale in cui il possesso di conoscenza e la capacità di usare questa conoscenza è già oggi, ma sarà sempre di più in futuro, il fattore decisivo per determinare chi potrà prevalere e chi invece soccomberà. Noi, per il momento, stiamo dalla parte di coloro che soccomberanno. Non è una bella posizione.

La lettura dunque è strettamente correlata al livello culturale e al livello di reddito, che sono variabili in cui è difficile intervenire in tempi brevi. Come si può pensare di ottenere risultati significativi in un arco di tempo ragionevolmente breve in termini di allargamento della base dei lettori e degli acquirenti di libri?

Non è possibile pensare a un significativo cambiamento della situazione attuale in un arco di tempo breve. Questo perché la lettura e le abitudini di lettura sono comportamenti profondi e radicati e fanno parte di un’identità che si sedimenta con il tempo. In parole povere la gente deve essere molto convinta di leggere libri, perché se non è convinta non lo fa. Leggere libri, contrariamente a quello che in generale si dice, è un comportamento attivo e non passivo, è un’attività faticosa, che richiede uno sforzo mentale considerevole ed è chiaro che bisogna avere una motivazione. Questa motivazione molto forte non è pensabile che venga data ai due terzi della popolazione adulta italiana in un lasso di tempo breve. Quindi tutte le considerazioni che riguardano l’allargamento della base di lettura nel nostro paese, e non la generica promozione del libro, vanno inquadrate nel lungo periodo. I risultati su questo terreno, dal momento in cui si parte, si vedranno dopo vent’anni. Se non facciamo nulla, però, il ritardo che già abbiamo e che avremo sempre di più rispetto a paesi simili al nostro si accentuerà, invece che diminuire. E il mondo del futuro non sembra essere un mondo molto disposto a perdonare ritardi di questo genere.

Il Centro sta portando avanti una serie di progetti. Ad esempio ce n’è uno molto importante, “In Vitro”, che vuole mettere a punto un modello in un contesto limitato che possa essere esteso ad altre realtà.

Sì, detto in sintesi forse un po’ eccessiva, ma chiara, “In Vitro” è un progetto per sapere quanto costa far leggere gli italiani. Vogliamo determinare con buona approssimazione qual è l’ammontare dell’investimento necessario per cambiare significativamente la situazione che abbiamo descritto prima. “Significativamente” vuol dire passare da un terzo della popolazione adulta italiana che acquista e legge i libri, alla metà della popolazione. Per ottenere questo risultato è necessario fare uno sforzo molto grande, affrontando anche una spesa rilevante, la cui consistenza però oggi nessuno conosce. Vogliamo costruire un modello di promozione della lettura su scala provinciale che possa poi essere applicato a tutto il territorio nazionale e determinare anche il costo che il Paese deve sostenere per applicare questo progetto in tutto il territorio. Perché questo non può essere l’obiettivo di un Governo o di un Ministro, ma solo dell’intero Paese.

Ci sono però dei comportamenti delle singole persone che possono contribuire alla diffusione del libro. Regalare un libro è per molti una pratica consueta e importante. Voi state cercando di consolidare e diffondere questa pratica?

Sì, lo facciamo insieme all’Associazione Italiana Editori. Abbiamo iniziato nel 2010, cercando di introdurre un’abitudine simile, per così dire, alla festa della mamma. Abbiamo cioè fissato un giorno, il 23 maggio, in cui tutti sono invitati a regalare un libro alle persone a cui vogliono bene così come, nella festa della mamma, tutti fanno un regalo alla mamma. Anche questa festa per affermarsi ha impiegato del tempo, eppure aveva un oggetto di attrazione assolutamente insuperabile, che è la mamma. Il libro, per quanto sia attraente, non lo è quanto le mamme e quindi impiegheremo più tempo. Abbiamo scelto inoltre, d’accordo con l’AIE, una modalità per effettuare la festa del libro che la distinguesse nettamente da un’operazione commerciale e che quindi non prevedesse sconti. Non avendo il vantaggio dello sconto, l’operazione sarà più lenta. È difficile cambiare le abitudini profonde. Il nostro Paese ha una tradizione culturale unica e assolutamente eccezionale, tuttavia è un Paese profondamente diffidente nei confronti della cultura e del libro; per troppo tempo i libri e la cultura sono stati segno di discriminazione, qualcosa che apparteneva ai signori, mentre gli altri ne restavano esclusi. Vi è quindi questa eredità negativa da superare per cominciare poi mano a mano a costruire. È un’operazione lenta, ma bisogna avere la perseveranza, l’ostinazione, la tenacia per andare avanti e fare le cose che si ritiene giusto fare.

Uno dei problemi sotto gli occhi di tutti oggi è certamente quello di diffondere la nostra cultura contemporanea nel mondo. È questo un terreno in cui il Centro per il Libro e la Lettura è impegnato?

Siamo convinti che la cultura italiana sia sottorappresentata oggi sulla scena mondiale del libro, intendendo per tale la scena dei dieci paesi che hanno un mercato del libro degno di questo nome. Su questa scena noi siamo al settimo posto, quindi in una buona posizione, però i frutti della nostra cultura di oggi hanno una udienza molto inferiore a quella che hanno invece i prodotti di paesi comparabili con il nostro, come Regno Unito, Francia, Spagna e Germania. Anche considerando solo questi paesi la nostra cultura è quella che oggi riesce ad affermarsi con maggiore difficoltà in ambito internazionale. Ciascuno dei quattro paesi che ho citato fa però per la propria cultura molto di più di quanto facciamo noi. La conseguenza è che i nostri autori e la nostra produzione intellettuale, letteraria e culturale in genere hanno grandi difficoltà a uscire dai confini italiani e a diventare patrimonio internazionale. I nostri scrittori, tranne rarissime eccezioni, non hanno in realtà peso in ambito mondiale. Vorrei quasi arrivare a dire che forse l’unico autore italiano di prima fascia in tutto il mondo è Umberto Eco. Gli altri fanno molta fatica. Il problema della promozione della nostra cultura all’estero è però di politica nazionale. Nell’allargamento della base di lettura possiamo pensare alla sperimentazione. Nella distribuzione dei libri ai ceti sociali svantaggiati possiamo sperare che in futuro vi sia una condizione più favorevole a permettere la donazione di libri, ma per la promozione della cultura italiana all’estero occorre che il Paese, in quanto tale, e la sua politica nazionale e internazionale si sobbarchino il compito.

Il libro ha sostanzialmente tremila anni e il libro stampato ne ha cinquecento. Oggi il libro, che fino a ieri ci è sembrato immortale, sta attraversando una fase particolarmente delicata perché vi sono nuove tecnologie che mettono a disposizione del pubblico nuovi mezzi. Proprio sulla base della forte innovazione tecnologica degli ultimi anni che ha portato ad esempio agli ebook e agli evook, che futuro prevede per il libro? Tra vent’anni quale sarà lo spazio del libro e come sarà il libro?

Alla maggior parte delle domande si deve rispondere “non so”, perché questa è la verità, anche se ognuno può far finta di sapere. Alcune considerazioni le possiamo però fare estrapolando quello che è successo quando, nella storia del libro, intervenne quella frattura terribile e unica che è stata l’introduzione della stampa su carta a caratteri mobili. In Occidente molti pensano che il primo libro stampato nel mondo sia la Bibbia di Gutenberg; in effetti non è così. Il primo libro stampato a caratteri mobili è un testo buddista, Il Sutra del Diamante, che risale all’860 dopo Cristo. Questo significa che l’introduzione dell’innovazione tecnologica per quanto riguarda la stampa ha comportato effetti significativi soltanto dopo 700/800 anni.

Con gli ebook oggi siamo di fronte a una cesura di pari importanza rispetto all’introduzione della stampa con caratteri mobili e nessuno sa quello che avverrà. Ma quello che è certo è che l’Italia è un paese lentissimo anche nell’adottare le innovazioni tecnologiche. Già oggi siamo in una condizione di grave ritardo rispetto agli USA: il mercato del libro elettronico vale da noi meno dell’1% del mercato totale. Gli editori, il mondo del libro, continuano tranquillamente a leggere su carta. In tutto questo l’Italia è più indietro, anche rispetto agli altri paesi europei, ma va detto che un po’ tutti i paesi europei sono più lenti rispetto agli USA. E quindi tutti coloro che hanno la mia età finiranno tranquillamente i loro giorni impugnando un libro di carta stampata. Per alcuni è un conforto, per altri una cattiva notizia, ma è così.

Quello che succederà in un arco di tempo più lungo è molto difficile da prevedere. Con l’introduzione della stampa a caratteri mobili la conseguenza principale fu una drammatica diminuzione del costo del libro. Prima un libro costava come un’opera d’arte, costava quanto un gregge di pecore e il lavoro di due o tre persone per anni. Il primo interrogativo da porsi è dunque se succederà qualcosa di analogo anche con il libro elettronico. Una risposta ragionevole è “sì, in misura molto minore”. Ci sarà anche per il libro elettronico una diminuzione del prezzo rispetto al libro a stampa, ma il divario non sarà così grande come lo fu tra i codici miniati e il libro a stampa. Altre questioni riguardano le conseguenze che potrebbero esservi nel mondo dei libri e della cultura. La figura dell’editore è nata con il libro a stampa. Potrà sopravvivere nel mondo del libro elettronico? Un altro quesito riguarda lo scrittore professionale che, vendendo quello che ha scritto, può ricavare di che campare: in alcuni casi lautamente, in altri casi decorosamente, in altri casi stentatamente, ma comunque vi è chi campa scrivendo. Non è detto che questo meccanismo funzioni nello stesso modo in cui ha funzionato con il libro su carta. L’ideologia del mondo internettiano è un’ideologia della parità, per cui viene negata la differenza tra l’autore e il fruitore, tra chi scrive un testo e chi lo legge: tutti scrivono e tutti leggono e quindi è difficile capire che cosa potrà mai essere la figura dell’autore. Questo comporta che vada in discussione anche la nozione stessa di libro. Il libro in quanto tale, così come lo conosciamo noi, è una forma chiusa. Il libro è un libro, fatto una volta per tutte. Per il mondo che ci si prospetta davanti non è detto che il libro rimanga con questa caratteristica. È molto probabile, al contrario, che si muova nel tempo, che subisca aggiunte, che si modifichi, che cambi, che venga rifatto, che venga riplasmato. In altre parole la comunicazione scritta potrebbe assumere caratteri della comunicazione orale, come che già sta avvenendo per i blog.

Un’ultima domanda per confortare chi ama il libro come oggetto. Negli ultimi due secoli abbiamo visto apparire una serie di nuovi mezzi. Nessuno di questi mezzi ha però eliminato i precedenti, così la radio non ha eliminato i giornali, la televisione non ha eliminato la radio, internet sta convivendo con radio, giornali e televisione. È quindi pensabile che in futuro conviva il libro, così come oggi noi lo concepiamo, con l’ebook e con eventuali altre evoluzioni?

Gli esempi sono molto calzanti, ma con l’arrivo dell’automobile le carrozze e i cavalli sono spariti. Non è stato un processo rapido (basti pensare che durante la Seconda Guerra Mondiale l’esercito tedesco per circa il 90% usava ancora la trazione animale) ma alla fine i cavalli sono scomparsi. Si dovrebbe capire se il libro è un cavallo o se è invece una radio, e questo è difficile stabilirlo, nessuno sa se sia una cosa o l’altra. Quello che io penso è che le carrozze e i cavalli sono sparite, ma l’equitazione è rimasta. Nessuno va a più a vela tra Genova e New York, ma le barche d’epoca a vela ci sono. Io credo che i libri faranno la stessa fine. Si metteranno accanto alle vele d’epoca e all’equitazione. Saranno cioè un “relitto” del passato diventato di pregio. Con una funzionalità perduta, perché io credo che lo sviluppo dei mezzi elettronici determinerà una comodità d’impiego, una facilità d’uso e un’economicità tale per cui inevitabilmente sbaraglierà tutto il resto. Non credo che la mia nipotina, che ha un anno, guarderà dei libri di carta.

Possiamo comunque dire che il libro di carta potrebbe non scomparire, o che, comunque, i nostri lettori non faranno in tempo a vederne la eventuale scomparsa.

Anche se la vita si allunga non credo che si allunghi tanto da consentire agli attuali lettori di vedere la scomparsa di un oggetto meraviglioso come il libro di carta.

Guarda la registrazione integrale dell’intervista nella sezione video del nostro sito

Gian Arturo ferrari laureato in Lettere Classiche all’Università di Pavia, si è dedicato all’insegnamento universitario fino al 1988. Dal 1970 ha iniziato a lavorare in Mondadori e, dal 1974 al 1984, presso l’editore Paolo Boringhieri.  È stato direttore editoriale della Rizzoli e direttore generale della Divisione Libri di Mondadori. Dal luglio 2010 è presidente del Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Nel 2011 ha curato la mostra L’Italia dei libri presso il Salone Internazionale del Libro di Torino.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico