Robert Pogue Harrison

Il libro da cui scaturisce la nostra letteratura

da ''The New York Review of Books''

Robert Alter, Pen of Iron: American Prose and the King James Bible Princeton University Press, 198 pp., $19.95
Idem,The Wisdom Books: Job, Proverbs, and Ecclesiastes
(tradotto dall’ebraico con commento), Norton, 394 pp., $17.95
Timothy Beal, The Rise and Fall of the Bible: The Unexpected History of an Accidental Book, Houghton Mifflin Harcourt, 244 pp., $25.00
Harold Bloom, The Shadow of a Great Rock: A Literary Appreciation of the King James Bible, YaleUniversity Press, 311 pp., $28.00
Gordon Campbell, Bible: The Story of the King James Version, 1611–2011, Oxford University Press, 354 pp., $24.95
Bart D. Ehrman and Zlatko Pleše, The Apocryphal Gospels: Texts and Translations, OxfordUniversity Press, 611 pp., $35.00
Liana Lupas, On Eagles’ Wings: The King James Bible Turns 400, MOBIA, 168 pp., $29.95
Helen Moore and Julian Reid, Manifold Greatness: The Making of the King James Bible, Bodleian Library, 208 pp., $35.00
David Teems, Majestie: The King Behind the King James Bible,
Thomas Nelson, 301 pp., $14.99

LETTERATURA. Il 2011 è stato l’anno del quattrocentesimo anniversario della pubblicazione della Bibbia di re Giacomo, libro che ha profondamente influenzato la lingua e la letteratura anglosassone nel corso dei secoli. Robert Pogue Harrison ci racconta la storia di questo testo fondamentale.

Anche se ha lasciato nella sua scia numerosi libri eccellenti, il quarto centenario dalla pubblicazione della Bibbia di re Giacomo (KJB1), è giunto, ed è passato, senza nessuna delle letture pubbliche di alto profilo e della fanfara che nel 1911 aveva contraddistinto il suo trecentesimo anniversario. Una sostanziale maggioranza di americani può ancora “credere in Dio”, eppure il libro che era approdato in America nel diciassettesimo secolo aiutando a generare su quel continente quella che Lincoln chiamava una “nuova nazione” sta rapidamente diventando una terra incognita. Sia nella versione di re Giacomo sia in una delle traduzioni più recenti, la Bibbia non viene letta, né in silenzio né ad alta voce, e tantomeno memorizzata in modo lontanamente paragonabile a quanto lo era un secolo fa, al tempo in cui Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson avevano esaltato la KJB come il “libro nazionale americano”. È lecito ipotizzare che tra un secolo il quinto centenario della Bibbia di re Giacomo – un capolavoro di prosa inglese e il libro più importante nella storia della lingua inglese – non sarà oggetto di nessun festeggiamento. Cosa perde la cultura occidentale se viene a mancare l’alfabetizzazione biblica? Come minimo gran parte dell’accesso alla propria letteratura. E questo non è vero soltanto per la letteratura medievale e rinascimentale, ma anche per gran parte del canone moderno. Quanto di Nietzsche è comprensibile senza una conoscenza di base delle sacre scritture? Quasi non c’è capitolo in Così parlò Zarathustra che non contenga scoperte allusioni o echi alla Bibbia. Le profondità spirituali di autori come Emerson, Thoreau e Dickinson sono in gran parte precluse a chi non abbia un orecchio interno in grado di percepire il basso continuo del dialogo che quei cittadini del New England avevano conla Bibbia. Lo stesso si può dire di un buon numero di modernisti – Yeats, Joyce, Stevens, Eliot, e il cupo Samuel Beckett – che impiegavano costantemente, non fosse che per sovvertirli, motivi e paradigmi biblici.

In Pen of Iron (Penna di ferro), l’insigne studioso biblico e traduttore Robert Alter rende conto di una piccola ma significativa porzione della storia della sintonia tra la letteratura americana e la Bibbia di re Giacomo. Esplorando i modi il cui la KJB ha influito sulla prosa e la visione del mondo di certi autori americani – nella fattispecie Lincoln, Melville, Faulkner, Hemingway, Bellow, e Cormac McCarthy – Alter mostra che perfino quando ne fanno la parodia o ne mettono in discussione l’eredità (come fecero Melville e Faulkner), la Bibbia di re Giacomo resta un costante punto di riferimento, se non un centro di gravità morale, nelle loro opere. Una delle affermazioni principali di Pen of Iron è che lo stile è qualcosa di più di un insieme di qualità estetiche e retoriche; è «il veicolo di una particolare visione della realtà». Così lo stile di quello che era un tempo il libro nazionale americano – la dizione, il tono, le cadenze, e soprattutto la combinazione unica di formalismo arcaico e immediata semplicità, o quello che Edmund Wilson chiamava «quella vecchia lingua, col suo clangore e la sua fragranza… col suo battito conciso e solido» – quello stile distintivo della Bibbia di re Giacomo che riecheggia così profondamente nei più memorabili discorsi di Martin Luther King, veicola nel suo tessuto linguistico valori e sensibilità che hanno permeato il senso di identità morale e spirituale dell’America.

Il discorso pronunciato da Lincoln a Gettysburg è entrato a far parte delle sacre scritture americane perché la sonorità delle sue parole, la dignità della sua dizione, e le cadenze delle sue frasi hanno ripreso e incorporato i ritmi e i toni della Bibbia di re Giacomo. La frase d’apertura di Lincoln, volutamente arcaica: «Quattro ventenni e sette anni fa», nella sua eco della Bibbia di re Giacomo del «tre ventenni e dieci anni», dà un peso retorico all’arco di tempo trascorso tra la fondazione della Repubblica e la sua guerra civile, con una efficacia che «ottantasette anni fa» non avrebbe avuto. Allo stesso modo, la frase di conclusione: «non scompariranno dalla terra», con i suoi echi di Giobbe, Geremia, Michea, conferisce al sacrificio dei soldati caduti a Gettysburg una statura morale che la loro causa, nella psiche americana del tempo, non avrebbe potuto ricavare ​​da migliore fonte.

Potrebbe arrivare il giorno in cui la stessa Bibbia di re Giacomo scomparirà, se non dalla terra, almeno dalla memoria culturale americana; eppure, nel frattempo, Alter scopre che continua a risuonare – seppure nei suoi toni più tetri – in un romanzo del ventunesimo secolo come La strada di Cormac McCarthy. Quel romanzo immagina una terra futura devastata che ricorda il Diluvio oppure, proiettate su scala collettiva, le catastrofi riversate su Giobbe. «Frase per frase parallela, parola per spigolosa parola», scrive Alter, «si attinge alle strutture e in parte alla dizione della Bibbia di re Giacomo per forgiare senza pathos una realtà la cui durezza supera ogni immaginazione». E tuttavia attinge alle stesse fonti anche per anticipare restaurazione e rinnovamento:

«Questa rappresentazione contemporanea di una terrificante fine del mondo e la speranza che può essere nutrita dopo l’apocalisse sono ancorate nella lingua e nelle idee al memorabile testo tradotto in un sonoro inglese nel 1611 e concepito prima in ebraico nell’età del ferro». Se la Bibbiarimane la porta d’accesso a secoli di storia letteraria occidentale, la versione di re Giacomo del 1611 rappresenta a buon diritto un vero miracolo letterario. Alter afferma che tutte le successive, più “accessibili” traduzioni inglesi «si dà il caso che siano stilisticamente inferiori in pressoché tutti gli aspetti». Il giudizio, da parte di chi ha pubblicato celebrate nuove versioni di molti libri delle scritture ebraiche, e recentemente The Wisdom Books: Job, Proverbs, and Ecclesiastes (“I libri della sapienza: Giobbe, Proverbi ed Ecclesiaste” 2010), è particolarmente significativo. La sua sontuosa approvazione è condivisa da Harold Bloom che, nel suo libro più recente, The Shadow of a Great Rock (“L’ombra di una grande roccia”), ci offre quello che il sottotitolo chiama «un apprezzamento letterario della Bibbia di re Giacomo». Citando a profusione da moltissimi brani della traduzione del 1611, Bloom mostra in minuziosi dettagli le ragioni per cui, nelle sue parole: «il vertice sublime della letteratura in inglese è condiviso da Shakespeare e dalla Bibbia di re Giacomo».

Se Bloom ha ragione dicendo che «un test per la grande poesia e la grande prosa è un’aura di inevitabilità nell’espressione», allorala Bibbia di re Giacomo passa l’esame brillantemente, grazie anche al modo in cui conclude la maggior parte dei suoi versetti con enfatici accenti metrici o parole altisonanti, siano esse nomi, verbi, pronomi, o altre parti del discorso. Riporto qui alcuni esempi che ho scelto più o meno a caso dalla serie di domande retoriche di Yahweh a Giobbe nei capitoli 38 e 39 del libro di Giobbe:

Chi chiuse con le porte il mare, quando eruppe come se fosse uscito da un grembo? (38:8)
In tutta la tua vita hai comandato al mattino, e fatto conoscere all’aurora il suo posto? (38:12)
Chi provvede al corvo il suo pasto? Quando i suoi piccoli gridano a Dio, errano per mancanza di cibo? (38:41)
Conosci il tempo in cui figliano le capre delle selvagge rocce? O sai stabilire quando partoriscono le cerve? (39:1)
Sai contare i mesi della loro gravidanza? O conosci il tempo in cui figlieranno? (39:2)

Paragonata alle vigorose caratteristiche di tali versetti, gran parte della poesia scritta in inglese oggi mostra ben poca “inevitabilità” nella propria espressione. Alcuni dei fattori che hanno contribuito al drastico declino dell’arte di portare le frasi a conclusione sono abbastanza evidenti. Essi includono la generale deformalizzazione della poesia del nostro tempo e il conseguente apprezzamento dell’enjambment; la nostra dogmatica insistenza sulla conclusione aperta e sui toni blandi del linguaggio quotidiano; l’attuale predilezione per l’understatement e il disagio verso l’ostentazione retorica; l’avversione per l’assertività e il culto per il sussurro. In Inghilterra l’arte della poesia raggiunse lo zenith nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo, lasciando il segno su tuttala Bibbia di re Giacomo.

La “musica cognitiva” della KJB, come la chiama Bloom, ha molto a che fare con gli sforzi dei traduttori inglesi di fornire una resa “letterale” delle scritture ebraiche. Come affermò Gerald Hammond nel suo magistrale studio del 1982, The Making of the English Bible, i traduttori lottarono per «riplasmare l’inglese in modo da poterlo adattare all’idioma ebraico». Robert Alter ribadisce lo stesso concetto quando sottolinea la «peculiare e produttiva decisione [da parte dei traduttori inglesi] di seguire i contorni dell’ebraico come lingua e spesso come sintassi». In modo analogo, Bloom parla della «magnifica esfoliazione dell’originale ebraico», anche se insiste, piuttosto prevedibilmente, che i traduttori inglesi avevano ingaggiato con esso un “agone estetico”. Bloom vede l’agone fra i traduttori inglesi e gli autori della Tanakh ebraica come una lotta tra pesi massimi letterari. Trova che non ci sia gara, invece, se si considerano gli autori del Nuovo Testamento, che egli ritiene sconsolatamente privi di meriti letterari. «Il greco del Nuovo Testamento», scrive Bloom, «è composto soprattutto da gente che pensava in aramaico o ebraico ma che scriveva in greco demotico». Come controparti letterarie, questa “gente” non era della stessa categoria dei coltissimi traduttori che avevano lottato con grande vigore – e vinto – con la sublime Tanakh. «Perlopiù», scrive Bloom della versione di re Giacomo del Nuovo Testamento, «la traduzione è un enorme miglioramento» rispetto all’originale.

Anche se questo è vero, l’affermazione di Bloom rimane estremamente discutibile nel caso di testi come le Epistole di San Paolo, non foss’altro perché Paolo cercò aggressivamente di ribaltare gli standard gerarchici che esaltano il sublime sul semplice, il saggio sul folle, e il nobile sull’umile. Il seguente brano, tratto dalla prima lettera ai Corinzi mette in chiaro cosa ci sia in palio per Paolo nel tentativo di realizzare ciò che Nietzsche avrebbe in seguito chiamato una cristiana “trasvalutazione dei valori”:

 

Poiché Cristo non mi mandò per battezzare, ma per predicare il Vangelo: non con sapienza di parole, per paura che la croce di Cristo debba essere resa di nessun effetto.
Poiché la predicazione della croce è follia per quelli che periscono, ma per noi, che siamo salvati, è potenza di Dio.
Poiché è scritto: distruggerò la sapienza dei saggi e porterò a nulla la comprensione dei prudenti.
Dov’è il saggio? Dov’è lo scriba? Dov’è lo scettico di questo mondo? Non ha forse Dio reso folle la sapienza di questo mondo?
Poiché il mondo non ha conosciuto Dio nella sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, salvare i credenti con la follia della predicazione. (1:17–21)

 

È possibile che Paolo risulti più eloquente nelle parole dei suoi traduttori rinascimentali inglesi di quanto non lo sia nel suo “greco demotico”, in ogni caso questa apologia a favore della santa follia non è certo un esempio di folle retorica. È un uso altamente elaborato di linguaggio figurativo che trasforma la croce in agente di contraddizione. Nel proclama di Paolo, “questo mondo” è un mondo sottosopra che l’avvento di Cristo ha capovolto (dal punto di vista cristiano, lo ha riportato nella posizione giusta). È questo l’“effetto” della croce: sovvertire l’ordine delle cose, in modo che l’alto diventi il basso, la saggezza diventi follia, e la follia saggezza.

Richiamo l’attenzione su questo brano dalla prima epistola ai Corinzi perché elabora un’inversione cristiana dei valori che aveva molto a che fare con la traduzione della Bibbia in inglese nel corso del sedicesimo e del diciassettesimo secolo. Per capirne le ragioni, dobbiamo ripercorrere la storia che molti dei libri qui recensiti ripropongono da una varietà di prospettive – in altre parole, la genesi della Bibbia di re Giacomo.

Se genio c’era dietrola Bibbiadi re Giacomo, quello fu il sacerdote inglese William Tyndale. Poco dopo aver preso gli ordini nel 1521, egli prese la decisione di tradurrela Bibbia, malgrado l’opposizione sia del clero inglese sia della monarchia, che al tempo osteggiavano la traduzione in inglese della Bibbia. In una disputa verbale con un religioso che aveva sollevato questa obiezione: «È meglio fare a meno delle leggi di Dio piuttosto che di quelle del Papa», si dice che Tyndale avesse replicato: «Sfido il Papa e tutte le sue leggi; e se Dio mi concede di vivere abbastanza a lungo, farò in modo che il ragazzo che spinge l’aratro conoscerà le Sacre Scritture più di quanto le conosca tu». Nella mente dei riformatori inglesi come Tyndale, l’impulso a renderela Bibbiaaccessibile al giovane aratore, e in tal modo delegittimare il clero della tradizionale autorità sulle scritture, era coerente con l’esaltazione di Paolo della follia contro la presunzione degli “scribi” e della saggezza degli “scettici”. Fu la dottrina riformista del “sacerdozio di tutti i credenti” che rese necessarie le traduzioni vernacolari della Bibbia.

Prima che Tyndale finisse al rogo come eretico nel 1536 riuscì a tradurre in inglese l’intero Nuovo Testamento e circa metà delle scritture ebraiche della Bibbia cristiana. Ne esistevano precedenti versioni inglesi, tuttavia Tyndale – straordinario linguista dotato di un notevole orecchio letterario – fu il primo a basare le sue traduzioni sui testi greci ed ebraici. La sua traduzione del Nuovo Testamento greco, che era stata messa a disposizione da Erasmo nel 1516, diventò la prima edizione di questo genere in inglese. Stampata a Worms nel 1526, fu condannata nello stesso anno dall’arcivescovo Cuthbert Tunstall e bandita per regio decreto nel 1530. Ciò nonostante, ebbe una considerevole diffusione e popolarità in Inghilterra. (Chi ha interesse nell’affascinante convergenza di traduzioni dai testi originali greci ed ebraici, nei progressi della filologia biblica del tempo, e nell’espansione delle tecniche di stampa trarrà grande profitto dalla lettura dei due cataloghi di mostra qui recensiti, Manifold Greatness e Under Eagle’s Wings, come del resto dagli eccellenti volumi di Timothy Beal e Gordon Campbell).

Tyndale, che per portare avanti i suoi progetti di traduzione dovette fuggire all’estero, provocò l’ira di importanti figure come l’arcivescovo Tunstall, il cardinale Wolsey, e di Sir Thomas More, quest’ultimo autore di una “confutazione” di duemila pagine della risposta di Tyndale al suo Dialogo sulle eresie. More criticò, tra le altre cose, la traduzione di Tyndale del termine greco ecclesia con la parola “congregazione” piuttosto che con “chiesa”, e anche gli usi delle parole “anziano” invece di “prete”, e di “amore” in luogo di “carità”. Malgrado il veleno di More (egli accusò Tyndale di «vomitare una schiuma putrida di bestemmie dalla sua rozza animalesca bocca»), le traduzioni di Tyndale si dimostrarono così straordinarie nel loro inglese chiaro e diretto, così risolute nell’espressione, e così risonanti alla lettura a voce alta che sarebbe stato impossibile ignorarne le qualità. In effetti, la Bibbia di Tyndale venne inglobata, pur con varie revisioni ed emendamenti, in tutte le successive versioni inglesi fino, e includendola alla versione di re Giacomo. «È stato calcolato», scrive Gordon Campbell in Bible riguardo al Nuovo Testamento della versione di Re Giacomo, «che l’83 per cento di questa versione pubblicata nel 1611 deriva da Tyndale, sia direttamente sia in modo indiretto attraverso altre Bibbie». Alcune di queste altre Bibbie svolsero un ruolo importante nella costruzione della versione di re Giacomo del 1611. Dopo la condanna a morte di Tyndale, il suo progetto fu continuato da Miles Coverdale, che effettuò la traduzione delle parti dei testi ebraici che Tyndale non era riuscito a portare a termine. Coverdale, a differenza di Tyndale, si basò in gran parte sulle nuove traduzioni latine e tedesche piuttosto che sull’originale ebraico. Cambiò alcune delle controverse trascrizioni di Tyndale, ma per il resto gran parte della Bibbia di Coverdale, pubblicata nel 1535, non fece che adottare parola per parola le traduzioni di Tyndale.

Un’edizione rivista della Bibbia di Coverdale apparve nel 1537 sotto un altro nome – la cosiddetta Bibbia di Matthew – e due anni più tardi uscì una versione modificata della stessa Bibbia, pubblicata con l’autorizzazione del re Enrico VIII. A causa delle ampie dimensioni (grossomodo38 centimetriper 23), fu nota come la “grande Bibbia”. La grande Bibbia, a sua volta, fu riveduta e riedita nel 1568. Poiché la commissione di revisori era in gran parte costituita da vescovi, venne chiamatala Bibbiadel Vescovo. Quest’ultima rimase la traduzione ufficiale in inglese fino alla versione di re Giacomo del 1611. La più importante e amata tra le bibbie inglesi che apparvero in questo periodo fu la non autorizzata Bibbia di Ginevra, chiamata così perché Ginevra, in Svizzera – al tempo repubblica autonoma e roccaforte del calvinismo – era diventata il luogo in cui molti protestanti inglesi trovarono rifugio quando la regina cattolica Maria I ascese al trono nel 1553. Fu là che il filologo biblico William Whittingham, in collaborazione con Miles Coverdale e altri studiosi, coordinò la traduzione e la produzione della decisamente protestante Bibbia di Ginevra. Pubblicata mezzo secolo prima della versione di Re Giacomo, fu la versione che i primi puritani si portarono dietro in America e fu quella usata da Shakespeare, Milton, Donne, e altri autorevoli letterati. Prodotta in serie in edizioni a buon mercato, e dallo stile molto più vigoroso della Bibbia del Vescovo, era provvista di note, introduzioni ai diversi libri, e ausili scritturali di vario genere, che la resero essenzialmente la prima “Bibbia di studio” della storia. Tuttavia Tyndale continuò a far pesare i suoi diritti. Circa l’80 per cento delle sue traduzioni si trasferirono nella Bibbia di Ginevra, a ulteriore conferma che Tyndale era davvero “il padre della Bibbia inglese”, come ancora oggi è chiamato.

Subito dopo la sua ascesa al trono nel 1603, re Giacomo I – un monarca eccentrico ma piuttosto erudito (vedi la vivace biografia di David Teems, Majestie) – ricevette una petizione firmata da oltre mille puritani. Nota come la “Petizione millenaria”, esprimeva sia preoccupazioni su un certo numero di argomenti come i paramenti liturgici e le cerimonie cosiddette “papesche”, sia il desiderio dei Puritani che il clero fosse adeguatamente educato e che la dottrina della chiesa fosse ben radicata nelle scritture. Appassionato di discussioni teologiche, Giacomo convocò nel 1604la Conferenza di Hampton Court per discutere la petizione. Respinse virtualmente tutte le richieste dei puritani tranne una. Acconsentì alla pubblicazione di una nuova Bibbia inglese, con la parziale motivazione della sua avversione per la molto diffusa Bibbia di Ginevra che egli considerava antimonarchica a causa del contenuto di alcune note.

L’incontro produsse la seguente risoluzione:

 

Che sia realizzata una traduzione dell’intera Bibbia, più conforme possibile agli originali greci e ebraici; e che sia composta e stampata, senza note a margine, e con l’unico scopo di essere usata nelle chiese d’Inghilterra in tempo di servizio divino.

 

Cinquantaquattro uomini – tra cui i migliori studiosi biblici e linguisti d’Inghilterra – furono incaricati del progetto. Almeno quarantasette di loro presero parte attiva al lavoro, che ebbe inizio nel 1604 e si concluse nel 1611.

Il grande merito di quella commissione di traduttori fu la determinazione di non intraprendere una traduzione completamente nuova, ma piuttosto quella di «rendere migliore una già buona, o ricavare da molte buone versioni, una che spicchi tra le altre». Con tutte le precedenti versioni inglesi a disposizione, gli studiosi non esitarono a consultarle per adottare o adattare qualunque cosa ritenessero degna. Il risultato del loro giudizioso lavoro di appropriazione e revisione fu una versione che davvero “spiccava tra le altre”, tra le molte buone Bibbie che c’erano già.

Porterò un unico esempio di comela Bibbiadi re Giacomo abbia migliorato delle traduzioni già buone. Ecco la versione di Tyndale (nell’ortografia moderna) della famosa definizione di fede che compare nel primo versetto del capitolo 11 della pseudo-paolina lettera agli Ebrei (“pseudo-paolina” perché San Paolo non ne era il vero autore):

 

La fede è la sicura fiducia nelle cose che si sperano, e la certezza delle cose che non si vedono.

 

Che diventa, nella versione della Bibbia di Ginevra:

 

Ora la fede è il terreno delle cose che si sperano, e l’evidenza delle cose che non si vedono.

 

Così la versione della Bibbia di re Giacomo:

 

Ora la fede è la sostanza delle cose sperate, e l’evidenza delle cose non viste.

 

La versione di re Giacomo è fedele e migliora le precedenti bibbie in due modi. Elimina i “che” relativi – che si ripetono due volte nelle precedenti versioni – dando una resa molto più pulita e poeticamente compatta del versetto. La “sicura fiducia” di Tyndale è una traduzione molto libera del greco hypostasis, che letteralmente significa “stare sotto”. La scelta della parola “terreno” nella versione di Ginevra si avvicina molto di più all’originale, ma la scelta della KJB della parola “sostanza” è più intelligente. Non solo perché la parola “sostanza” significa letteralmente “stare sotto”, ma perché porta con sé una serie di connotazioni e associazioni religiose – specialmente inquadrandola nel contesto dei controversi dibattiti della Riforma sulla “transustanziazione” dell’ostia eucaristica da parte del prete durantela Messa.

Mentre la KJBmantiene l“evidence” della Bibbia di Ginevra (“prova”, una parola inglese che amplia il significato dal greco elenchus)  per esseri sicuri, elenchus significa, tra le altre cose, la confutazione di un ragionamento dimostrando il contrario della conclusione a cui arriva. Inoltre la parola “evidence” conserva, anche se in modo latente, l’interazione dinamica tra la prova e la confutazione in un contesto di una definizione di fede. La fede è la prova di una verità che la fede non può mostrare essere vera, dal momento che non può essere vista in modo dimostrativo. Da questo punto di vista è la prova di quello che non può né essere provato né confutato da ciò che Paolo, nel passaggio citato dalla lettera ai Corinzi, chiama «la saggezza del saggio» e la «comprensione del prudente».

Avendo citato il fatto che la Bibbiadi Ginevra fosse stata usata da Shakespeare, lasciatemi cogliere questa occasione per esprimere il mio convincimento che l’Otello sia un esteso gioco verbale su questa pseudo-Paolina definizione di fede. La parola “fede” – in una varietà di contesti semantici – punteggia quella tragedia dall’inizio alla fine, con maggiore intensità man mano che i dubbi di Otello sulla fedeltà di Desdemona si trasformano in falsa certezza. Attraverso la manipolazione delle prove da parte di Iago, Otello vede qualcosa che non c’è. Eppure è proprio la mancanza di fede di Otello in Desdemona che fa sì che lui veda nel fazzoletto trafugato l’evidenza materiale delle cose non viste, vale a dire il tradimento di lei, che non è mai avvenuto.

Sono convinto che il verso in questione dalla Lettera agli Ebrei sia penetrato anche nei recessi nascosti della frase d’apertura del secondo capoverso della Dichiarazione d’Indipendenza: «Noi riteniamo che siano per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini siano creati eguali; che essi siano dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti vi sianola Vita,la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti siano istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati». È il caso di ricordare qui che Jefferson e i suoi colleghi fecero una piccola revisione di quella frase prima di presentare la bozza al Congresso. La versione precedente suonava così: «Riteniamo sacre e inconfutabili queste verità…». La differenza tra “per se stesse evidenti” e “sacre” è considerevole. Dal punto di vista della ragione illuminata, una verità autoevidente è vera in modo manifesto. La sua veridicità non ha bisogno di appellarsi a un’autorità esterna. Una verità sacra, per contro, si appella a una fonte trascendente che si colloca oltre i limiti della conferma tramite ragione.

Che cosa vi era di meno “evidente per se stesso” – se guardiamo alla storia, alla natura, o alla società umana nel diciottesimo secolo – dell’uguaglianza degli uomini o di un governo ottenuto con il consenso dei governati? Dovunque si guardasse, si sarebbero viste solo ineguaglianze e oppressione, e da nessuna parte vi erano diritti inalienabili e consenso dei governati. Per chi, dunque, risultano autoevidenti le verità della Dichiarazione? Per coloro che scrivono la dichiarazione; per chi sta dichiarando la propria fede in verità che considera “per se stesse evidenti”.La Dichiarazione di Indipendenza è in fondo una dichiarazione di fede in un certo tipo di governo che ancora non si era visto sulla terra.

Lo scrittore italiano Italo Calvino una volta definì un classico come «un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». In The Rise e Fall of the Bible, Timothy Beal ci ricorda che la Bibbia non è affatto un libro, ma piuttosto «una raccolta di testi scritti da molte persone diverse, perlopiù anonime, in molte traduzioni differenti, e in molti contesti storici e sociali diversi». La Bibbia di re Giacomo è solo una versione di questa grande biblioteca, o bibliotheca, come San Gerolamo chiamò la sacra scrittura nel quinto secolo. Tuttavia, libro o no, la versione di re Giacomo si attaglia in pieno alla definizione di Calvino su cosa sia un classico. Sia che parli con voce propria, sia per mezzo delle innumerevoli altre voci che ne hanno mantenuto vive le parole, essa non ha ancora finito di dire quel che ha da dire.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

1. Acronimo per indicare King James Bible (Bibbia di re Giacomo)

Robert Pogue Harrison è professore di Letteratura italiana presso l’università di Stanford. In Italia è noto per: Giardini. Riflessioni sulla condizione umana (Fazi, 2009), Il dominio dei morti (Fazi, 2004), Roma, la pioggia… A che cosa serve la letteratura (Garzanti, 1995) e Foreste. L’ombra della civiltà (Garzanti, 1992). Il suo ultimo libro Gardens: An Essay on the Human Condition è ancora inedito in Italia.

 

 

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