Charles Baxter

“Il suo dono e la sua maledizione”

da ''The New York Review of Books''

Jonathan Franzen, Libertà, Torino, Einaudi, 2011, pp. 626, € 22,00

LETTERATURA. Baxter recensisce l’ultimo lavoro di Jonathan Franzen, Libertà, edito da Einaudi quest’anno, che si preannuncia come uno dei libri più venduti e più attesi dal pubblico italiano. Un romanzo privato, ma anche sociale, che pone l’era Bush, quella della guerra in Iraq e delle difficoltà economiche e occupazionali delle nuove generazioni, come sfondo alla tormentata storia del matrimonio dei due protagonisti (prigionieri entro regole sociali e di virtù precise, e desiderosi di fuggirne) e a quella del loro figlio adolescente.

Nel saggio Mr. Difficult1, Jonathan Franzen raccontava, non senza una certa cupa soddisfazione, come, in seguito alla pubblicazione nel 2001 del suo terzo romanzo, Le Correzioni, avesse cominciato a ricevere grandi quantità di posta da parte di lettori furiosi. La rabbia era in parte di natura sociologica: «Si può sapere per chi è che stai scrivendo? Sicuramente non per l’uomo medio, quello che di solito legge un libro per il semplice piacere della lettura», e in parte semplicemente di natura personale. Un lettore, ad esempio, accusava Franzen di essere «un pomposo snob, e un vero e proprio stronzo»2.

Le Correzioni è rimasto per 29 settimane nella classifica dei best seller del ‘New York Times’ e ha vinto il National Book Award 2001, tuttavia, sembrava non esistere un’opinione unanime da parte dei lettori in materia dei meriti del libro. Il romanzo aveva colpito una serie di nervi scoperti e di conseguenza aveva diviso i suoi lettori in due categorie: chi l’aveva odiato con particolare acredine e chi invece pensava fosse un lavoro eccellente (io ero tra questi ultimi). Il rapporto conflittuale dell’autore verso i mass media non migliorava certo la situazione: dopo avere espresso un commento irrispettoso riguardo all’imprimatur di Oprah Winfrey sulla sovracoperta dell’ultima edizione, a Franzen è stato annullato l’invito ad apparire nel suo show. È stato uno scandalo per una settimana o due.

E le controversie erano appena cominciate. Nel recente pamphlet Fame di Realtà, l’autore David Shields stronca Le Correzioni senza neppure averlo letto: «Non riuscirei a leggere quel libro nemmeno se ne andasse della mia stessa vita»3. Per lui (ma a scatola chiusa), Le Correzioni si trova «Al centro della “cultura letteraria” […] il romanzo super venduto di scrittori che non sono né carne né pesce, il solito monnezzone di quattrocento pagine. Incredibile, la gente continua a sciropparsi roba simile»4. Curiosamente, quel che porta Shields a tenersi a distanza dall’opera di Franzen (la capacità di suscitare sentimenti unanimi nelle masse, la sua “medietà”) è esattamente ciò che i lettori infuriati sostenevano fosse completamente assente ne Le Correzioni. Il dibattito si è spostato su un altro piano: è ancora possibile per un best seller essere anche stilisticamente ricercato e tematicamente interessante? Su questo punto non si è riusciti a trovare un accordo, semplicemente perché per decenni non ce n’è stato alcuno.

Franzen scrive prevalentemente come se il modernismo letterario e il postmodernismo sperimentale non fossero mai esistiti. In tutti e quattro i suoi romanzi, incluso l’ultimo Libertà, la prosa è libera e abbondante, animata e motivata e contengono un’attenzione calda e indulgente verso le complessità del carattere umano. La realtà in quanto tale, nelle pagine dei suoi libri, è una fonte infinita di risorse. Magari alla base di tutto non c’è «un’indagine incessante sulle possibilità della forma», per usare le stesse parole che Gilbert Sorrentino ha utilizzato per descrivere la narrativa sperimentale5; tuttavia, i libri di Franzen si indirizzano verso diverse situazioni culturali. Forte Movimento6, il suo secondo romanzo, rientra nella nobile categoria della narrativa “eco catastrofica”; Le Correzioni comprende diverse sottotrame che hanno a che fare con argomenti come la depressione clinica, le biotecnologie o la ricapitalizzazione dell’Europa dell’Est.

L’intreccio di Libertà si sofferma invece su tematiche come l’estinzione di specie rare, la distruzione delle montagne per l’estrazione di carbone in West Virginia, la sovrappopolazione, i subappalti da parte dei privati per la guerra in Iraq. La componente personale è sempre invariabilmente interconnessa alla sfera sociale, ma anche questa volta, come nei romanzi precedenti (il ritratto di Enid Lambert, la madre in Le Correzioni, per esempio), sono le vicende personali a rimanere maggiormente impresse nella memoria.

Franzen è uno scrittore estremamente meticoloso; è questo il suo dono, ma anche la sua dannazione. Come Arnold Bennett e molti altri romanzieri dell’Ottocento inglese e russo, Franzen nutre un interesse eccessivo per la descrizione dei dettagli fisici, per la quale non ha problemi a prendersi tutto il tempo che gli serve. Quando un personaggio entra in una stanza, al lettore di solito verrà dato conoscere tutti i particolari: «I pavimenti, coperti da una moquette spugnosa, erano visibilmente inclinati verso il torrente che scorreva dietro l’edificio. Nel soggiorno / sala da pranzo c’era un portacenere di ceramica dall’orlo dentellato, grosso come un coprimozzo, accanto al divano dove Gene Berglund aveva letto le sue riviste di caccia e pesca e guardato tutti i programmi che l’antenna del motel (montata, notò Patty il mattino dopo, in cima a un pino decapitato dietro la fossa biologica) riusciva a captare dalle stazioni delle Città Gemelle e di Duluth».

Lettori come David Shields, il cui senso del tempo è maggiormente soggetto alla noia o perfino all’irritazione nell’imbattersi in lunghe descrizioni estetizzanti, considerano i lavori di Franzen troppo lenti ed esageratamente particolareggiati per rispecchiare in maniera efficace la vita quotidiana. Questa intolleranza verso l’amore per il dettaglio, caratteristica essenziale del realismo letterario, può essere ricondotta al celebre attacco che Virginia Woolf mosse nel 1919 al romanzo di Arnold Bennett, Storie di Vecchie Signore: «Dovremmo una volta per tutte applicare un’etichetta su questi libri, con scritto sopra “materialismo”, per avvertire il lettore che lì dentro l’autore ha scritto di cose senza importanza; che ha dissipato ingegno e sforzi in quantità incalcolabili per rendere profondo il banale e duraturo il transitorio»7.

In altre parole, le cose prendono il posto che lo spirito dovrebbe occupare e il risultato è ottundente nella sua esasperata attenzione verso oggetti insignificanti. Franzen, come la maggior parte dei romanzieri, vuole tenere presente il mondo fisico e anche quello spirituale, e in un certo senso riesce a trattare entrambi con uguale efficacia. Ma nel suo nuovo romanzo il mondo materiale fa del suo meglio per escludere e soffocare lo spirito, qui rappresentato come un uccello in via di estinzione, la dendroica cerulea. Sopravvive, ma a fatica.

L’incipit di Libertà è uno strano florilegio di retorica di stampo tardo-vittoriano: «Le notizie su Walter Berglund non vennero riprese dalla stampa locale – lui e Patty si erano trasferiti a Washington due anni prima, e ormai non contavano piú niente per St Paul –, ma la nuova borghesia urbana di Ramsey Hill non era cosí leale alla propria città da non leggere il “New York Times”».

Questa frase straordinariamente macchinosa, addirittura disorientante con la sua quadrupla negazione, serve a mettere in guardia il lettore: tutto ciò che seguirà, gli eventi, la storia, sarà segnato dall’ipocrisia e dalla retorica asfissiante che ne consegue. È ovvio che Walter e Patty Berglund contano ancora qualcosa per Ramsey Hill, perché altrimenti la «nuova borghesia urbana» si sarebbe presa la briga di leggere di loro sul ‘New York Times’? Ma siamo stati avvertiti: la frase è una trappola sintattica. Come molte altre a seguire, il meccanismo è basato su due false negazioni, l’una seguita dall’altra.

Come ne Le Correzioni, il nucleo centrale del romanzo è la famiglia. Questa volta la famiglia è composta da Walter Berglund e sua moglie, Patty Emerson, il figlio Joey (la coppia ha anche una figlia, che però occupa un ruolo secondario), e il loro migliore amico, il musicista Richard Katz. Ancora come in Le Correzioni, Libertà pure si snoda attraverso due tipi diversi di tentazione: da un lato la lussuria, dall’altro il potere materiale. Uso il termine “tentazione” non a caso: tutto il romanzo si articola seguendo una sorta di dramma allegorico nel quale i protagonisti sono irresistibilmente spinti verso azioni che non dovrebbero commettere e obiettivi che non dovrebbero (o non potrebbero) perseguire.

Walter Berglund, «il più bravo ragazzo del Minnesota», mezzo campagnolo di origine, ha tutte le qualità tranne quelle che interessano a una donna: discreto, gentile, pieno di premure, devoto, affidabile, coscienzioso, e la lista di aggettivi potrebbe andare avanti. Patty lo definisce «una persona spontaneamente gentile» e non lo intende come un complimento (in due occasioni la figura di Walter viene accostata al goffo Pierre Bezuchov di Guerra e Pace, un altro amabile inetto dal cuore buono). La sfida più grande per ogni scrittore è riuscire a rendere interessanti anche le caratteristiche apparentemente più insipide di un personaggio, e Franzen inizialmente ci riesce collocando Walter in compagnia di Richard Katz, il suo «egocentrico, inaffidabile, scafato e tossicofilo» compagno di stanza al Macalester College; Katz diventa il terzo componente del triangolo amoroso che comincia a delinearsi.

L’esasperante, «miracolosa bontà» di Walter non suscita passione nelle donne; in effetti, la gentilezza da sola quasi mai basta a interessare. Il corteggiamento di Patty da parte di Walter è un tema centrale nella prima parte del romanzo; parallelamente alla discreta ma costante corte di Walter iniziano e si sviluppano i turbamenti interiori di Patty, che cerca con tutte le forze di innamorarsi e rimanere fedele a quel modello di virtù mentre quel che davvero vuole è – naturalmente – il “cattivo ragazzo” Richard Katz, rocker dissoluto, ribelle e decadente. Nei momenti di disperazione più nera, Patty arriva a considerare il sesso con Walter «un’attività piuttosto noiosa e inutile» e l’atteggiamento che sviluppa verso di lui mescola in parti uguali compassione e condiscendenza: «Povero Walter [è il pensiero di Patty, N.d.T.]. Prima aveva abbandonato il sogno di diventare attore e regista perché si sentiva in dovere di aiutare i genitori, e poi, quando la morte del padre lo aveva liberato da ogni obbligo, si era messo con Patty, aveva abbandonato l’aspirazione di salvare il pianeta ed era andato a lavorare per la 3m, perché Patty potesse avere la sua splendida casa antica e diventare una mamma a tempo pieno».

Rinunciando ai suoi sogni, Walter cade vittima della stessa illusione di cui è preda Gabriel Conroy, protagonista de I Morti, il racconto finale della raccolta Gente di Dublino di James Joyce: la convinzione che qualcuno ti amerà appassionatamente soltanto in virtù della tua affidabilità e del tuo buon senso. Ma non è così che funziona l’amore passionale, e questo sia lui che Patty avranno modo di impararlo. Intanto, la completa ottusità di Walter su questo punto, descritta nel libro come una autentica malattia comune a tutto il Midwest, avrà gravi conseguenze quando Walter incontra, per la prima volta, una donna che lo ama davvero; mentre Patty, quando inevitabilmente tradisce Walter con Richard Katz, da cui è sempre stata attratta, arriva a credere di averlo fatto quasi suo malgrado, nel sonno: «Il fatto che riuscisse a dire tutto questo, e non solo a dirlo ma anche a ricordarlo in seguito con grande chiarezza, getta senz’altro un dubbio sull’autenticità del suo stato di sonno. Ma l’autobiografa è irremovibile nel sostenere che non era sveglia nel momento in cui tradì Walter e sentì il suo amico aprirla in due».

Si noti come funziona qui la negazione. Indubbiamente, questa sezione di Libertà, intitolata Sono stati commessi degli errori, riecheggiando il quasi-da-confessionale cliché della forma grammaticale passiva, tipica del linguaggio burocratico pubblico della recente storia degli Stati Uniti, sposta gradualmente la narrazione dalla dimensione personale alla sfera politica. Franzen prende molto seriamente quel tipo di infelicità che nasce in un matrimonio dove, parafrasando Auden, non può esistere un uguale sentire. Per quanto buone siano le sue intenzioni, la disparità di affetto porta Patty a scivolare lentamente nella depressione («Eppure tante possibilità di scelta e tanta libertà sembravano solo renderla più infelice»). Il suo matrimonio, per usare una definizione impiegata in seguito in tutt’altro contesto (dal privato al politico), è una «nobile bugia», e come tale funziona da perno attorno al quale ruotano quasi tutte le vicende del libro.

Le prime duecento pagine raccontano del matrimonio e del conseguente tradimento di Patty, inizialmente seguendo il registro della narrazione onnisciente poi in forma di autobiografia in terza persona scritta da Patty su suggerimento del suo analista. Gli scenari di Minneapolis e St. Paul vengono descritti con grande accuratezza e senza alcuna condiscendenza autoriale nei confronti degli abitanti del Midwest («bifolchi di dubbia intelligenza», come li definiscono i parenti di Patty, provenienti da una contea ben più cool dello stato di New York) e senza alcun sentore di pastoralismo melenso stile Lake Wobegon8. I personaggi minori (Eliza, la folle coinquilina eroinomane di Patty, e lo stesso Richard Katz) sono piacevolmente eccessivi e incarnano quel tipo di pittoresca turbolenza che a Walter e Patty manca del tutto. Il corteggiamento e il matrimonio vengono raccontati con grande comprensione e senso dell’umana pietà, come se l’amato fosse in tutto e per tutto l’artefice del destino dell’amante.

A volte queste pagine arrivano a somigliare a un ipotetico quanto brillante incrocio tra la prosa di Jane Austen e un romanzo di D.H. Lawrence: sono scritte con la passione e il fervore di chi è convinto che il romanzo d’amore esista e sia ancora vivo, nonostante tutto. Lo stile attento e incisivamente arguto porta il lettore a dimenticare che Patty («non del tutto tonta, ma relativamente più tonta» dei suoi fratelli) difficilmente sarebbe capace di elaborare i periodi profondi che Franzen le attribuirà nella parte autobiografica del romanzo, come ad esempio: «C’è una pericolosa tristezza nei primi rumori delle attività mattutine altrui; sembra che il silenzio soffra, quando qualcuno lo rompe». Questa è una frase scritta da un’ex giocatrice prima scelta di pallacanestro femminile, ora casalinga del Minnesota? Sì, eh! Perché no?

Ma Franzen, almeno a giudicare dalla piega che prenderà il romanzo, non vuole essere Jane Austen; vuole essere Tolstoj. Corteggiamento e matrimonio prendono solo una parte del suo libro. I personaggi dovranno poi muoversi fino a raggiungere il nucleo del potere americano, le stanze dei bottoni, e per farlo dovranno uscire dal Midwest stabilendosi prima a Washington poi a New York City, dove verranno commessi gli errori e dove, da innocenti che erano, impareranno la lezione anche a loro spese. L’ambizione di Libertà è di essere l’affresco di un’epoca, il “nuovo romanzo classico americano”, un progetto allo stesso tempo eroico e disperato. Mai che l’autore lo dichiari apertamente, però; piuttosto, si serve della figura dell’ultraconservatore Walter come suo improbabile portavoce per la grande dichiarazione d’intenti che riassume tutto quanto.

«Perché il problema è lo stesso dappertutto. È come internet, o la tv via cavo: non c’è mai un centro, non c’è un’intesa comune, ci sono solo mille miliardi di piccoli bit di rumore disturbante. Non riusciamo a sostenere una conversazione prolungata, siamo circondati da robaccia da quattro soldi e costruzioni di merda. Tutte le cose vere, le cose autentiche, le cose oneste stanno morendo una dopo l’altra.»

La parte in cui iniziano a dipanarsi le problematiche sociali è intitolata 2004 e il lettore percepisce subito che sta per essere tratteggiata una sorta di parabola dell’era di George W. Bush. Walter viene assunto da un misterioso «repubblicano della vecchia guardia» di nome Vin Haven, che ha istituito un’organizzazione, la Fondazione del Monte Ceruleo, dedicata alla salvaguardia della dendroica, «l’uccello canoro a più alto rischio d’estinzione nel Nord America». Ma c’è un tranello: «Per contribuire alla salvaguardia della dendroica cerulea, spiegò Walter, la Fondazione mirava a creare una distesa di duecentocinquanta chilometri quadrati priva di strade – soprannominata per il momento Rifugio Ceruleo – nella contea di Wyoming, in West Virginia, circondata da una “zona cuscinetto” aperta alla caccia e allo svago motorizzato. Per potersi permettere i diritti di superficie e minerari su un’area così vasta, la Fondazione doveva prima autorizzare l’estrazione del carbone in quasi un terzo del terreno, tramite la rimozione delle cime».

Suona ambiguo, non trovate? In effetti, per credere davvero che un piano tanto strampalato possa funzionare senza portare alla rovina chiunque finisca coinvolto nel processo bisogna essere incredibilmente ingenui o incrollabilmente idealisti. Ed è qui che il romanzo di Franzen rivela le prime difficoltà strutturali: qualsiasi lettore attento, non soltanto i più cinici o i più smaliziati, si accorgerà molto prima del protagonista che un’equazione del genere presenta notevoli problemi nel rapporto fine/mezzi, con Walter in balia degli eventi a fare la parte del credulone. Perché Walter non si accorge (non può accorgersi) di quelle difficoltà fino a quando non è troppo tardi, e per questo passa dall’essere la versione aggiornata del Pierre Bezuchov di Tolstoj alla reincarnazione del giovane James Stewart in uno dei film di Frank Capra degli anni Trenta. In breve, Walter diventa proprio quel tipo di «bifolco di dubbia intelligenza» che i suoi suoceri fin dall’inizio sospettavano fosse. Al tempo stesso, comincia a innamorarsi della sua assistente personale, Lalitha: un’attrazione che da entrambe le parti non ha nulla a che vedere con la gentilezza o le buone maniere, e che lo espone per la prima volta all’amore corrisposto e di conseguenza lo costringe a una scelta che non è caratterialmente attrezzato a sostenere.

La passione di Walter per i volatili è il biglietto d’ingresso per il pasticcio etico architettato da Vin Haven; una passione condivisa dallo stesso Franzen, che ne Il Mio Problema Ornitologico9 ha scritto diffusamente del suo amore per il bird watching e la sincerità indifesa di chi lo pratica. Ma la sincerità di Walter non può funzionare nel mondo finché continua a mancare di una certa praticità di base, fino a quando cioè non riesce a decifrare la vera natura delle persone e cosa siano disposte a fare esclusivamente per il proprio tornaconto. In ultima analisi, Walter è un idealista oltre che un sentimentale: crede che il genere umano sia migliore di quello che è.

La sua ingenuità è aggravata e appesantita dalla pazienza che Franzen dimostra verso di lui, al punto da impiegare oltre 280 pagine per spiegare i suoi contorcimenti morali, i compromessi a cui scende e i malintesi che si creano nel rapporto con Vin Haven. Certo, sono pagine ben scritte e assolutamente coinvolgenti, ma non è la forma che mettiamo in discussione: quando le illusioni di Walter si sfaldano ed egli, in uno slancio di brutale sincerità dopo tanta affettazione, si rende finalmente conto in che razza di assurdo ginepraio si è cacciato, il lettore si chiederà perché mai ci abbia messo così tanto tempo ad accorgersene. Il che a dire che quasi tutti i lettori di Libertà sono in fin dei conti ben più smaliziati del goffo protagonista, e avranno previsto molti dei momenti-chiave del romanzo molto prima che accadano.

Nella sua critica a Le Correzioni, James Wood ha sostenuto che le incursioni di Franzen nel sociale sono sempre molto meno incisive rispetto alla trattazione di problematiche personali e private; l’indirizzarsi verso il sociale diventa così «qualcosa di meramente estetico, un puro gesto metaforico»10. Il convincimento di Wood su questo problema ha un suo punto fermo, ma non ha sicuramente niente a che fare con la cultura che condanna qualsiasi trattazione di finzione di questo muoversi verso il sociale, ma piuttosto con la sua tendenza a creare polarizzazioni del comportamento sociale, quello completamente virtuoso da una parte e quello completamente cattivo dall’altra, generando un paesaggio in cui non esistono territori intermedi da occupare per i personaggi.

Si può vedere evocata ripetutamente questa estenuante polarizzazione questa radicale assenza di mezze misure, nella cornice socio-politica in cui i personaggi di Libertà tentano di vivere; quando finalmente Richard Katz, il compagno di stanza di Walter al college, ottiene un considerevole successo di pubblico cerca in tutti i modi di allontanarsene, lo considera un “incidente”, come se ogni concessione alla cultura di massa fosse necessariamente da rigettare (vedi l’affaire Oprah di cui si accennava all’inizio). Ma il contrappunto più efficace alla vicenda umana di Walter è la figura del figlio adolescente Joey, sessualmente precoce, intellettualmente dotato, pragmatico e decisamente bello, oltre che «cool per natura, rude e sicuro di sé, concentrato sui propri obiettivi, indifferente alla morale, intrepido con le ragazze». In altre parole: l’opposto di Walter. Joey fin quasi dall’infanzia ha una fidanzata, Connie, che lo venera ciecamente e viene ricambiata da un amore genuino. Tutti gli dèi gli hanno sorriso.

Ma quel che accadrà a Joey ricalca in maniera praticamente identica quel che accade al padre, il che suggerisce un certo schematismo alla base degli eventi. In un lungo excursus articolato e in una certa maniera perversamente divertente, viene analizzata l’ascesa di Joey da speranzoso e inoffensivo frequentatore del jet set a giovane imprenditore specializzato nella fornitura di pezzi di ricambio per i camion utilizzati nella guerra in Iraq, una svolta nella sua vita motivata in parte dal desiderio di rivestire un ruolo nella scena mondiale, in parte dalla noia: l’amore e la devozione costante di Connie l’hanno stancato e lo spingono sempre più verso la sorella del suo compagno di stanza, minacciosamente battezzata Jenna (come la figlia di W. Bush). Jenna, incredibilmente attraente quanto moralmente ripugnante, è figlia di un esperto di politica, in stile Paul Wolfowitz, «fondatore e illustre presidente di un think tank che propugnava l’esercizio unilaterale della supremazia militare americana, per rendere il mondo più libero e sicuro».

A questo punto del romanzo, la propaganda dell’era Bush entra prepotentemente in gioco, e Joey ne viene immediatamente sedotto. A capotavola durante una cena, il padre di Jenna, che dà la sensazione di chi stia leggendo ogni giorno Leo Strauss11, comincia il suo sermone: «Gli attacchi terroristici “ci” hanno fornito un’occasione d’oro, la prima dalla fine della Guerra Fredda, per permettere al “filosofo” (Joey non capiva di quale filosofo si trattasse, o forse si era perso qualcosa) di intervenire, unendo il paese nella missione che la sua filosofia aveva dimostrato giusta e necessaria».

E ancora: «Dobbiamo imparare a non temere di forzare un po’ la verità, – rispose, con il suo classico sorriso, a uno zio che aveva espresso qualche dubbio sul potenziale nucleare iracheno. – I media moderni sono ombre confuse sulla parete, e il filosofo deve essere pronto a manovrare quelle ombre al servizio di una verità più grande».

Eccola dunque di nuovo: la «nobile bugia». Vagamente attratto dal flusso di idee per lui assolutamente nuove, più che altro desideroso di far colpo su Jenna, Joey entra così nel mondo del lavoro. La sua irrefrenabile scalata al successo presenta una somiglianza quasi totale con il percorso di JR Vansant nel JR di William Gaddis, una delle “ossessioni” di Franzen; ma come gli sforzi del padre, anche quelli del figlio sono destinati al fallimento. Perlomeno Joey è lungimirante abbastanza per non finire del tutto dentro la trappola che gli è stata apparecchiata. Seguendo le orme del padre, Joey finalmente vede gli errori delle sue scelte sia nella sfera pubblica che in quella privata. Lascia il lavoro e Jenna, per giunta, per un’occupazione più soddisfacente, il commercio di una particolare specie di caffè (quello cresciuto all’ombra di tettoie) e per la più adeguata Connie. Dopo un lungo lavoro di autoanalisi finisce per recuperare, letteralmente, l’anello nuziale dal suo bidone della spazzatura.

Il tono delle ultime duecento pagine di Libertà oscilla tra la disperazione e l’indignazione morale, in quanto a essere attraversata è l’intera mappa dell’America contemporanea. Lo sdegno nasce dalla contemplazione, da parte dei personaggi, di una ferita pubblica dopo l’altra: il West Virginia («la repubblica delle banane della nazione, il suo Congo, la sua Guyana, il suo Honduras»), la rabbia dei conservatori di destra, il malgoverno, le pubbliche menzogne, fino al «danno ecologico causato dalla gente che si diverte a girare in quad» e perfino da chi indossa ciabatte infradito («è come se il mondo fosse la loro camera da letto. E loro neanche lo sentono, tutto quel ciabattare, perché hanno un sacco di gadget, girano sempre con gli auricolari infilati nelle orecchie»). L’indignazione aumenta via via di livello, perché sembra non esistere alcun rimedio.

Quel che è successo, credo, è che la sfera pubblica viene qui considerata come una sconfitta totale cosicché tutti i grandi problemi vengono immaginati come irrisolvibili. Il risultato è una particolare qualità di disperazione, del tipo che nasce dalla rabbia senza sbocchi, la sensazione di fondo di una larga fetta di lettori istruiti durante l’amministrazione di George W. Bush: irrimediabilmente corrotto da rovinose quantità di denaro e da un esercizio del potere cinico e sfacciato, il mondo pubblico qui dipinto sembra incapace di salvare alcun valore. Quale che sia il momento in cui un cittadino tenta di entrare in quel mondo, incontrerà comunque soltanto bugie e raggiri che (seguendo il punto di vista del romanzo) faranno di lui un collaboratore magari inconsapevole ma comunque attivo. Franzen non è un conservatore, è un ambientalista, e in questo senso il suo romanzo è un resoconto, impotente quanto furioso, di come habitat ben conservati e una certa maniera di stare al mondo stiano cominciando a scomparire.

Tutti i personaggi principali del romanzo ottengono in breve tempo quel che loro (incautamente) vogliono; solo a quel punto vedono i loro errori e tornano indietro. Patty, per esempio, per un certo periodo si trasferisce a vivere da Richard Katz. Come coppia non possono durare per più di tre mesi. Ma allora, perché avevano speso così tanto tempo dedicando i loro sforzi alla ricerca l’uno dell’altro? In altri snodi narrativi, grazie alla casualità del destino i personaggi di Libertà perdono quello che pensavano di poter possedere; tutti loro – Walter, Patty, Joey e Richard – finiscono contaminati da ciò che hanno desiderato, ma non ne vengono mai corrotti. Franzen è uno scrittore generoso, e apparentemente non può sopportare di vedere i suoi personaggi distrutti da quelle che in fondo sono soltanto esigenze che cercano di soddisfare. Probabilmente la morale è che nessuno è irredimibile, e la redenzione è in realtà l’unica condizione che i personaggi riescono a raggiungere.

Per salvare la dendroica cerulea, il simbolo emblematico nel libro di bellezza e di spiritualità, possono funzionare soltanto piccoli gesti privati, non plateali o di grandi dimensioni né tantomeno di tipo politico; di conseguenza, l’epilogo di Libertà è pervaso da un clima di quiete, il silenzio di un distacco glaciale che lentamente si trasforma in disperazione. Questa quiete finale è la risposta del romanzo alla sua stessa rabbia, ma è una calma forzata, incredibilmente trattenuta, come se tutte le battaglie più importanti alla fine fossero state perse, e le uniche consolazioni possibili fossero nelle piccole vittorie.

Libertà tenta di venire a patti con gli anni del governo Bush e ne esce definitivamente sconfitto. Detto questo, va comunque aggiunto che il romanzo è spesso ispirato e stimolante; le sue ambizioni sono lodevoli, così come la sua collera. Il cuore dell’opera rimane costantemente esposto, meravigliosamente vulnerabile per la maggior parte del tempo. Il grande pubblico cui Libertà è rivolto lo troverà senza dubbio scritto con grande intelligenza ed energia. Ma il romanzo non può risolvere i problemi che pone come cruciali, che sono il nostro senso di vuoto e di inevitabilità dell’esito ultimo.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

1. Saggio sullo scrittore William Gaddis, pubblicato sul ‘New Yorker’ del 30 settembre 2002, in seguito incluso nell’edizione tascabile americana di Come Stare Soli (New York, Picador, 2002) nelle ristampe successive al 2003. N.d.T.

2. Jonathan Franzen, Mr. Difficult, in Come Stare Soli, cit., p. 239.

3. David Shields, Fame di Realtà. Un manifesto, Roma, Fazi, 2010, p. 237.

4. Ivi, p. XIV.

5. Gilbert Sorrentino, Something Said, New York, North Point Press, 1984, p. 264.

6. Torino, Einaudi, 2004.

7. Virginia Woolf, The Common Reader: First Series, New York, Harcourt, 1925, 1984, p. 148.

8. Lake Wobegon è un paese, collocato nello stato del Minnesota, inventato dal popolare autore e conduttore radiofonico americano Garrison Keillor e usato come ambientazione per gran parte dei racconti sulla sua infanzia, narrati all’interno del programma A Prairie Home Companion, di cui era ideatore e presentatore; Keillor è in realtà nato e cresciuto ad Anoka, in Minnesota. N.d.T.

9. Saggio contenuto nella raccolta del 2006, edita da Einaudi, Zona Disagio.

10. The Irresponsible Self: On Laughter and the Novel, New York, Picador, 2005, p. 205.

11. Leo Strauss (Kirchhain, 1899 – Annapolis, 1973) è stato un filosofo della politica tedesco di origini ebraiche, che divenne cittadino statunitense in seguito alla fuga dalla Germania a causa delle persecuzioni razziali. Il suo cammino intellettuale fu influenzato dal clima culturale della Germania di Weimar e si concentrò sull’analisi della crisi dell’Occidente, influenzato dall’interpretazione nietzschiana della crisi della modernità.

CHARLES BAXTER insegna alla University of Minnesota. Ha scritto Gryphon. New and Selected Stories (Pantheon, 2011) e The Soul Thief (Vintage Books, 2009).

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