Massimiliano Marzo

Liberisti e keynesiani di fronte alla tassa patrimoniale

Marco Revelli, Poveri Noi, Torino, Einaudi, 2010, pp. XII-127, € 10,00

Arnaldo Bagnasco (a cura di), Ceto Medio. Perché e come occuparsene. Una ricerca del Consiglio italiano per le Scienze Sociali, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 376, € 29,00

ECONOMIA: Che cos’è la tassa patrimoniale? A cosa può servire? È giusta? Il prof. Marzo affronta, con un linguaggio chiaro e pulito, tematiche di carattere economico, spiegando pro e contro di questo tipo di tassa, che ha sempre fatto molto discutere; cerca inoltre di superare le banali e sminuenti divisioni fra fazioni contrapposte, “keynesiani” e “liberisti”. Questo dualismo deve essere superato, perché le problematiche economiche sono assai più complesse e devono essere affrontate in maniera più approfondita, e non schierandosi dietro un’ideologia o una corrente politica.

Il tema della tassazione è stato recentemente portato alla ribalta, ancor di più di quanto non vi fosse già, per effetto del dibattito sulla cosiddetta “patrimoniale”.

Dispiace che, in un tema quanto mai delicato come quello della politica fiscale e della tassazione, vi sia una pletora di opinioni non sempre obiettiva. Anche nei blog in rete, opera di privati cittadini non sempre identificabili, si assiste a interminabili discussioni ammantate di tecnicismi fiscali, ma tutte velate da ideologismi totalmente fuori tempo massimo. Non parliamo, poi, dell’ideologismo accademico che vede tutti gli economisti contrapporsi, sempre e comunque, fra due fronti, “liberisti” e “keynesiani”, riducendo a una partita di calcetto tra due fazioni il dibattito sui temi economici.

Su temi così delicati è obbligatorio assumere un atteggiamento un po’ più complesso, in primo luogo perché da questo dipende strettamente il futuro di noi tutti e quello delle nuove generazioni. E, in secundis, perché i problemi gravi di finanza pubblica che oggi stiamo duramente scontando sono anche il risultato di un approccio alla politica fiscale che troppo spesso ha risentito di un atteggiamento “ideologico”.

L’occasione per parlare di tasse e patrimoniale ce la offre un interessante pamphlet scritto da Marco Revelli, Poveri Noi. La tesi di Revelli è molto suggestiva: l’impoverimento complessivo a cui da troppi anni soggiace la società italiana ha portato a una crescita dell’odio sociale tra diverse categorie, che è come un carbone ardente sotto la cenere. La crescita delle disuguaglianze, generata da politiche sbagliate (fiscali, sociali, per l’integrazione ecc.) sta pericolosamente minando il tessuto sociale del nostro paese, distruggendo gradualmente quel poco di concordia che era la cifra fondamentale che ci distingueva dalle altre democrazie occidentali, dove i problemi sociali relativi alla crescita delle disuguaglianze sono già da tempo una realtà.

Di fronte a una realtà così complessa non resta che chiedersi cosa fare. Vale la pena introdurre brevemente il tema della patrimoniale e poi guardare, molto laicamente, alla realtà. La tassa patrimoniale è stata, nella tradizione del pensiero economico, patrimonio dell’ala liberale per un tempo lunghissimo.

David Ricardo non era propriamente un acceso populista, bensì uno dei più grandi economisti di tutti i tempi. Egli, nei famosi Principles of Political Economy and Taxation1 introduce il tema della patrimoniale proprio parlando dell’onere del debito pubblico e del suo trasferimento sulle generazioni future. Al fine di ridurre il carico della pressione fiscale distorsiva, Ricardo sostiene con forza la superiorità dell’imposta straordinaria (termine correttamente utilizzato dagli economisti), in quanto non distorsiva e molto più efficace per la riduzione del debito. L’alternativa è mantenere una pressione fiscale molto elevata per un numero di anni significativo, col risultato che ciò non potrà che contribuire alla riduzione degli investimenti, della domanda interna, e a un graduale impoverimento dell’economia. Come è noto, l’Inghilterra dell’Ottocento era gravata da una serie di spese molto pesanti, derivanti dal capitolo della spesa militare, che avevano fatto lievitare il rapporto debito/PIL a circa il 250 per cento (il doppio di quanto ora non sia quello dell’Italia). L’Inghilterra impiegò circa un secolo per ridurre il proprio debito pubblico, per poi vederlo di nuovo risalire ai medesimi livelli tra gli anni Trenta e la fine dei Quaranta del XX secolo, a causa della grande depressione del 1929 e della seconda guerra mondiale.

Il dibattito tra debito pubblico e imposta straordinaria ha interessato anche la scuola italiana di finanza pubblica. Economisti di matrice liberale, come Einaudi e De Viti De Marco, erano tutti favorevoli all’imposta straordinaria. Ma è soprattutto grazie a loro e a economisti del calibro di Puviani, Borgatta e Griziotti (per una volta, non si tratta di americani) che vengono chiarite con molta precisione le ipotesi tecniche sottostanti le varie posizioni.

Il piano di rientro da un elevato debito pubblico è sostenibile nel corso del tempo (e quindi rende non preferibile il ricorso all’imposta straordinaria) se si verificano condizioni molto precise, ma quanto mai difficili da realizzare. Prima fra tutte, è necessario che i tassi d’interesse rimangano bassi: al minimo rialzo, l’onere per interessi passivi richiede un aggravio della pressione fiscale che potrebbe indurre effetti macroeconomici depressivi per la crescita. In secondo luogo, è necessario che la crescita sia sostenuta nel tempo, ma questa condizione sarà di difficile realizzazione, se la pressione fiscale da mantenere è elevata. Terzo, è doveroso attuare un piano di lungo periodo di riduzione della spesa. Quest’ultima condizione è molto importante, dal momento che, già di per sé, eliminerebbe gli incentivi a ricorrere eccessivamente alla tassazione per il rientro del debito.

Se trasferiamo queste considerazioni alla realtà dell’Italia contemporanea, come è possibile argomentare in relazione alla politica di gestione del debito pubblico? Uscendo dalla stucchevole contrapposizione keynesiani contro liberisti, è prima di tutto opportuno chiedersi se la spesa pubblica elevata che ha caratterizzato il nostro paese è servita veramente a realizzare politiche keynesiane. La risposta è no, dal momento che è sotto gli occhi di tutti il fatto che viviamo in un paese caratterizzato da infrastrutture obsolete, ospedali inefficienti e fatiscenti, assunzioni ispirate a logiche clientelari ecc. Non è colpa degli economisti se i politici non fanno il loro mestiere. L’aver creato un paese moderno quando le risorse non erano scarse eliminerebbe un problema in più, dal momento che l’Italia non è assolutamente attrezzata dal punto di vista del funzionamento dell’apparato statale e infrastrutturale per consentire al PIL di crescere come potrebbe e dovrebbe. Affinché ciò avvenga, sarebbero necessari investimenti, non in clientele o assunzioni, ma in opere pubbliche serie (sistema ferroviario, viario, portuale ecc.), che purtroppo non possiamo realizzare per via della necessaria contrazione fiscale. Tengo a sottolineare che la spesa per investimenti pubblici non è keynesismo di ritorno, ma semplicemente una pura necessità per un paese come il nostro che è veramente rimasto troppo indietro. Il finanziamento della spesa può anche avvenire con il concorso dei privati, ma il punto è che infrastrutture materiali e immateriali (tra cui inseriamo la giustizia) sono imprescindibili per assicurare un futuro dignitoso al nostro paese.

Il secondo tema riguarda la grande difficoltà che caratterizza lo stato italiano nel raccogliere il gettito fiscale. È noto a tutti che fino a pochi anni fa le tasse in Italia le pagavano in pochi: scarsi controlli, sistema fiscale largamente orientato all’elusione, trucchi e artifici hanno reso l’insieme delle politiche di entrata come inique e altamente inefficienti. I dati diffusi dall’Agenzia delle Entrate nel corso degli ultimi due anni hanno evidenziato una situazione al limite del ridicolo. I cittadini che guadagnano sopra i 100.000 euro annui sono una minoranza assai esigua. Non ci vuole un dottorato in economia per sapere che molti intestano tutti i propri beni a società di comodo e risultano così nullatenenti e con redditi al limite della soglia di sussistenza, pur trascorrendo una vita degna di un nobile del periodo preilluminista. Infine, ci sono i problemi che l’attuale crisi finanziaria ci ha lasciato: il drastico calo della domanda interna ed estera, la crescita della disoccupazione e della cassa integrazione, le pressioni inflazionistiche dovute all’enorme massa monetaria in USA e in Europa. Ciò spingerà verso l’alto i tassi d’interesse europei con la conseguenza che non farà altro che aggravare l’onere per interessi passivi già al limite.

Da queste considerazioni non è difficile concludere che una politica di gestione del debito basata su misure ordinarie, in assenza di interventi strutturalmente significativi su evasione fiscale e su leggi e automatismi di spesa, non è più sufficiente a contenere il debito pubblico. Spalmare l’onere del debito molto in avanti nel tempo non è facilmente sostenibile in un paese, come il nostro, dove la lotta politica è molto complessa. Si prenda, ad esempio, il caso delle pensioni: se si fossero riformate con decisione qualche anno fa, avremmo ridotto ben in anticipo l’onere del debito. È stato fatto solo l’anno scorso (con l’elevazione dell’età pensionabile ai livelli europei): in ritardo e sotto un’emergenza gravissima. Vi è inoltre un problema di rimborso del debito: la situazione macroeconomica internazionale ha visto molti stati emettere titoli del debito pubblico. Nel 2011 l’Italia dovrà rimborsare 223 miliardi di dollari di titoli di stato, facendo crescere il debito pubblico. Siccome nella stessa situazione si trovano molti altri stati che hanno una finanza pubblica più solida della nostra, come faremo a convincere gli investitori internazionali a comprare i nostri titoli di stato piuttosto che quelli emessi dal governo americano, britannico o tedesco? Solo se emetteremo titoli con rendimenti più elevati, peggiorando ulteriormente il nostro onere per interessi passivi.

Potremmo continuare ancora a elencare i problemi relativi alla gestione del debito pubblico, ma è chiarissimo che la situazione è tutt’altro che facile. La politica fiscale volta a “spalmare” nel tempo l’onere del rientro da un elevato debito pubblico che si è ormai assestato a valori attorno al 118 per cento del PIL, deve necessariamente fare un salto di qualità. D’altro canto, non è difficile constatare che una delle cause della bassa crescita degli ultimi anni è data proprio da una politica fiscale veramente opprimente, che non è mai andata alla radice del problema del debito pubblico, rinviandolo, e senza mai essere accompagnata da una seria politica di contenimento delle uscite, tradizionalmente poco lungimirante. In una situazione di emergenza come l’attuale, è necessaria una soluzione di emergenza. Già in altre occasioni ci siamo trovati in una situazione del genere: la famosa tassa per l’Europa del 1996-1997 fu un contributo straordinario (non patrimoniale) che ci permise di entrare nell’Unione Monetaria insieme ai paesi più solidi, come Germania e Francia.

La patrimoniale di cui si è discusso tanto e che tanto poco successo ha riscosso non deve essere intesa come una misura “punitiva”. Sarebbe un’imposta straordinaria da lasciare solo per un paio d’anni al fine di stabilizzare il rapporto debito/PIL e permettere una minore spesa per interessi passivi, con l’obiettivo di avviare un percorso virtuoso di riduzione dello stock di debito.

Prima di tutto, quali sono i numeri? Dal supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia del 16 dicembre 2009 leggiamo che la ricchezza immobiliare delle famiglie italiane in abitazioni assommava al valore di 4.667,4 miliardi di euro, mentre il totale delle attività reali assommava a ben 5.714,8 miliardi di euro. Il totale delle attività finanziarie era pari a 3.374,1 miliardi di euro. Il totale della ricchezza reale e finanziaria in capo alle famiglie era pari a 9.088,9 miliardi di euro. Se considerassimo solo la ricchezza reale, con un’aliquota media dello 0,3 per cento, sarebbe possibile raccogliere un ammontare pari a 14 miliardi di euro circa2. Se a questa somma si aggiungesse il gettito derivante dall’armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie, sicuramente il ricavato salirebbe a un livello ancora più alto.

Va rilevato che l’armonizzazione fiscale per i redditi da attività finanziarie non è una vera e propria patrimoniale, piuttosto rappresenta un adeguamento a quello che è già in vigore negli altri stati europei. Il timore della fuga degli investitori internazionali è relativo. La fuga dal nostro debito si realizzerebbe se il mercato percepisse l’Italia come la Grecia o la Spagna. Ovvero, se il livello di entrate fiscali non potesse garantire il rimborso e il servizio annuale del debito, allora sì che gli investitori prenderebbero il largo e molto difficilmente si affaccerebbero di nuovo a comprare titoli di stato emessi dal governo italiano. Il messaggio da lanciare ai mercati è esattamente il contrario: l’Italia intende fare sul serio per ridurre il proprio debito pubblico senza depauperare l’economia, come è invece avvenuto in passato. La fiscalità sulle rendite finanziarie dovrebbe essere costruita in modo da salvaguardare i fondi pensione e altre forme di risparmio protetto. Il mancato adeguamento della tassazione delle rendite finanziarie finisce, di fatto, con il penalizzare quelle forme di risparmio che sarebbero più “sicure” e desiderabili per le classi medie e medio basse. Mi riferisco, in particolare, ai fondi comuni, che rappresentano uno dei veicoli d’investimento più diffusi a livello di fruitori di servizi finanziari di base. Oggi, il meccanismo di tassazione dei fondi e la gestione del credito di imposta da parte delle Società di Gestione del Risparmio penalizza fortemente i fondi di diritto italiano, con il risultato che il risparmiatore preferisce acquistare fondi di diritto estero (irlandese o lussemburghese) o, peggio, dirigersi verso investimenti che hanno una tassazione più favorevole, ma che sono più rischiosi per il piccolo investitore (azioni). Il risultato ultimo è che l’industria dei fondi comuni in Italia rischi di scomparire (al netto della fusione, ancora eventuale per la verità, tra Eurizon e Pioneer), perdendo quella dose di capitale umano e di expertise che si era accumulata nel corso del tempo.

Ovviamente l’imposta straordinaria dovrebbe anche colpire il patrimonio immobiliare delle imprese: con aliquote blande, magari, e cercando di capire quali imprese usano effettivamente il proprio capitale e quali società si rivelano, invece, società “di comodo” per occultare ingenti ricchezze familiari.

Chiaramente una misura così pesante può essere politicamente accettabile se, e solo se, vengono rispettate certe condizioni. In primo luogo, la convergenza su tale misura dovrebbe essere larga: destra e sinistra dovrebbero capire che il sentiero ormai si è ristretto molto. In secondo luogo, Governo e Parlamento dovrebbero annunciare che questa tassa è temporanea e sarebbe imposta per due soli anni, durante i quali la classe politica dovrebbe prendere un impegno serio a varare una riforma fiscale generale nella quale vengano ridotti al minimo i meccanismi elusivi e venga abbassato il prelievo fiscale generale per famiglie e imprese, facendo salvo il principio: “pagare tutti per pagare meno”. Dovrebbero inoltre annunciare pubblicamente un piano drastico, ma credibile, di riduzione della spesa: taglio dei parlamentari, delle province, enti inutili, automatismi di spesa, riforme strutturali volte a contenere il clientelismo. Infine, il Governo dovrebbe annunciare che la lotta all’evasione da questa tassa sarà efficientissima e capillare, possibile anche grazie al catasto elettronico e altro. Ciò ridurrebbe l’iniquità intrinseca del nostro sistema fiscale in base al quale pagano davvero solo quelli che hanno i redditi bassi.

Con queste premesse, la “patrimoniale” o “imposta straordinaria” diverrebbe politicamente sostenibile e socialmente accettabile, con il risultato che, alla fine di quei fatidici due anni, l’Italia potrebbe essere un paese serio. Purtroppo, però, non si può chiedere agli economisti di risolvere i problemi che solo la politica deve affrontare in maniera credibile. Se vogliamo evitare la crisi sociale che il bel libro di Revelli evidenzia come forte e già in atto, abbiamo bisogno di non dividerci più in diatribe ideologiche tra guelfi e ghibellini (keynesiani e liberisti), ma di affrontare i problemi per quello che sono.

Un’ultima considerazione per gli amanti delle etichette: la patrimoniale è più di “destra” che di “sinistra”, in quanto presuppone una drastica riduzione della spesa e della tassazione, una volta che abbia assolto la funzione di abbassare e stabilizzare il debito pubblico. È un’ironia, ma è così: come testimoniano le posizioni dei grandi pensatori liberali del passato.

La difficoltà di gestione del debito pubblico rende iniquo il sistema fiscale italiano, dal momento che non è mai possibile riformare seriamente l’imposizione senza il timore di perdere gettito prezioso per il servizio del debito. Una riforma fiscale seria si può fare in presenza di un vero e proprio cambio di regime nella gestione della politica fiscale. La tassa patrimoniale – con i limiti e le premesse di cui sopra – consentirebbe proprio di procedere a realizzare una vera e propria rivoluzione fiscale: purché ve ne sia la volontà politica. La gestione fiscale delle entrate nel corso degli ultimi anni ha generato una serie di profonde iniquità. L’onere fiscale del riequilibrio dei conti pubblici poggia sempre sulle spalle di chi paga le tasse e non può o non riesce a evadere, visto il tipo di attività lavorativa che svolge. In un momento come quello attuale, in cui la necessità di reperire risorse diviene sempre più impellente, non è più ammissibile che siano sempre gli stessi a dover farsi carico del risanamento della finanza pubblica.

Nel dibattito che si è sviluppato riguardo alla patrimoniale, ciò che ha colpito di più è l’assenza di una discussione problematica sul tema: ci si è limitati solo a dire sì o no, senza argomenti veri. Anche molti economisti hanno esposto le loro ragioni senza vere argomentazioni di sostegno o contro. Forse la tesi più interessante tra i politici l’ha formulata l’on. Enrico Letta del PD, sostenendo che, in assenza di una seria riforma contro l’evasione e l’elusione, la patrimoniale andrebbe ad aggravare la pressione fiscale di chi già paga tasse molto salate, senza veramente colpire anche chi evade. L’on. Letta non contesta lo strumento, ma piuttosto la sua reale applicabilità pratica in Italia. Dario Di Vico, apprezzato giornalista economico del ‘Corriere della Sera’, ha duramente contestato la tassa patrimoniale e con lui molti economisti di fama, tra cui Nicola Rossi. Gli argomenti usati, però, non includono il problema che gran parte del reddito evaso è trasferito su società fantasma. Se la patrimoniale venisse imposta anche alle imprese (magari riducendo quelle tasse il cui gettito è negativo, al netto dei costi di amministrazione delle stesse), potrebbe catturare questa fetta di evasione. Oscar Giannino e altri commentatori si concentrano con veemenza sulle spese: l’argomento usato consiste nel sottolineare l’impossibilità di fermare la spesa. L’introduzione della patrimoniale darebbe l’alibi di continuare a spendere senza freni. Il ministro Tremonti, da ultimo, è sempre stato fermo nel non considerare nemmeno nel novero delle possibilità l’introduzione della patrimoniale. E il centro sinistra? L’on. Letta ha posto il problema della patrimoniale nei modi giusti: in assenza di profonde riforme strutturali, rischia di essere una cura peggiore del male. A parte questo, però, il centro sinistra ha criticato la patrimoniale, chiaramente per eliminare nell’elettorato il dubbio che un partito di sinistra è a favore degli espropri, cercando di lavarsi da dosso le accuse potenziali di “comunisti, statalisti”, e chi più ne ha più ne metta.

I vincoli che sono stati prima elencati, ai quali dovrebbe essere sottoposta l’adozione della patrimoniale, sono stringenti, ma non così tanto da evitare almeno di parlarne. Un paese con una classe dirigente veramente europea avrebbe certamente trovato il modo di accordarsi su di una misura del genere con il più ampio concorso di orientamenti politici e sociali. Il vero timore è quello di trovarsi a dover veramente adottare una patrimoniale in fretta e furia, senza un confronto serio sulla sua applicabilità, vanificandone totalmente l’impatto positivo disciplinatorio verso le politiche di spesa. La finanza pubblica italiana lavora sull’onda dell’emergenza da vent’anni. Prima o poi il conto si paga.

Riguardo al tema delle rendite finanziarie, è evidente che l’Italia ha creato un arbitraggio fiscale nei confronti dell’Europa, per la necessità di garantire una tassazione privilegiata ai nostri titoli del debito pubblico. Anche su questo punto l’armonizzazione fiscale sarà prima o poi richiesta anche dall’Europa, ma va sottolineato che non è con gli artifici che si conquista il mercato, che sa scontare benissimo il vantaggio fiscale in confronto con i rendimenti netti, nei quali il contributo maggiore è dato dal premio al rischio, quel rischio che ha piegato la Grecia e la Spagna. Il solo modo di scongiurare una crisi finanziaria è quello di fare riforme strutturali: meglio non essere costretti dall’emergenza.

Da quanto detto, credo che la patrimoniale in sé non sia né buona né cattiva: è semplicemente uno strumento che, essendo molto peculiare, può facilmente apparire (e forse lo è) particolarmente vessatorio nei confronti del contribuente. Tuttavia, se inserita contestualmente ad altre misure che, effettivamente e credibilmente, vincolino il Governo a limitare le spese, riformando seriamente i meccanismi che a esse presiedono, credo che possa anche essere accettabile politicamente. Nella situazione attuale sono i ceti medi che stanno risanando la finanza pubblica. Non è assolutamente difficile individuare le sacche di evasione: basta chiedere a qualunque commercialista quanto sia semplice (per chi ha denari e patrimoni importanti) eludere le tasse e risultare un nullatenente. In questa situazione il non fare rischia di produrre danni che – nel lungo periodo – saranno irreparabili.

La tenuta della coesione sociale deve essere la prima preoccupazione di chi governa. Il tema è affrontato, oltre che nel libro di Revelli, anche in un lavoro non recentissimo ma di grande interesse, il volume collettaneo curato da Arnaldo Bagnasco dal titolo Ceto medio. Perché e come occuparsene, nel quale sono raccolti sei saggi di sociologi prodotti nell’ambito di una ricerca promossa dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali. Anche in questo testo vengono registrati importanti segnali d’allarme per la capacità del ceto medio italiano di mantenere quello stile di vita e consumo, quelle aspettative per il futuro dei propri figli che sono alla base delle legittime aspirazioni di tutti. I risultati della ricerca evidenziano come, in rapporto ad altre economie avanzate (come gli USA), in Italia non si assista a un radicale peggioramento, ma alla presenza di segnali di gravi difficoltà di questa particolare classe sociale. Per prevenire tali situazioni, è necessario ridefinire la politica fiscale in modo da non deprimere ulteriormente i margini del ceto medio.

È tuttavia importante sottolineare anche che la spesa pubblica italiana sul PIL ha raggiunto livelli veramente elevati. Le ultime rilevazioni assestano tale dato attorno a oltre il 50 per cento (in rapporto al PIL). I margini per tagliare sprechi e ridurre la spesa ci sono, pur consentendo una riallocazione delle risorse pubbliche verso impieghi più produttivi. Se la politica non riuscirà a correggere questo problema, non potrà nemmeno credibilmente proporre rimedi urgenti per il risanamento della finanza pubblica.

Quali sono le esperienze del passato e di altri paesi al riguardo? In generale, come sottolineato da diversi studi, quando il debito pubblico giunge a un livello talmente alto da diventare ingestibile, si realizza un cambio di regime che comporta prima di tutto o il ripudio (totale o parziale) del debito o l’inserimento di una forma di tassazione straordinaria simile a quella discussa in questa sede. È il caso, ad esempio, della Francia degli anni Trenta del secolo scorso, quando venne approvato un piano di rientro molto pesante che prese nome dal suo ideatore Henry Poincaré, che, nella sostanza, era un mix di ripudio del debito e patrimoniale. Tali fenomeni sono generalmente associati a un profondo mutamento del sistema politico e degli equilibri politici.

Come alternativa a misure del genere vi è l’inflazione. Tutti gli episodi di iperinflazione che hanno contraddistinto i paesi latino-americani hanno come punto d’inizio la crescita eccessiva della spesa pubblica. Il ricorso al finanziamento monetario genera la crescita del tasso d’inflazione che, come effetto di medio termine, genera una forte riduzione in termini reali dello stock di debito. L’inflazione che si genera in questo modo ha l’effetto di pulire il livello di debito. Il problema che si pone, però, riguarda le conseguenze del rientro dal tasso d’inflazione. È chiaro che in Europa la politica monetaria è gestita direttamente dalla Banca Centrale Europea che non farà mai salire l’inflazione oltre la soglia di guardia del 2 per cento annuo. Tuttavia, è palese che una componente fiscale nell’evoluzione dell’inflazione è presente. Il controllo del debito pubblico assume importanza anche alla luce di queste problematiche.

Da ultimo, ma non per questo meno importante, vi è la grande difficoltà del settore pubblico di adempiere alle sue essenziali funzioni, anzitutto quella redistributiva e quella stabilizzatrice. Se la quasi totalità degli sforzi e delle risorse raccolte devono essere indirizzate nella gestione del debito pubblico, attraverso la tassazione non è possibile esercitare nemmeno la più banale forma di redistribuzione del reddito, elemento necessario per il mantenimento della giusta coesione sociale. Al tempo stesso, proprio in una fase di recessione così grave che vede tutte le maggiori economie mondiali ricorrere alla spesa pubblica per uscirne più velocemente, l’Italia si trova nella situazione di dover limitare fortemente il proprio grado di libertà nel momento in cui ne avrebbe maggiormente bisogno. È per questo motivo che l’Italia molto probabilmente uscirà dalla crisi molto più debole di prima.

Da più parti si sottolinea la particolare posizione di debolezza di cui soffrono le giovani generazioni. Il debito pubblico è il ritratto di questa situazione. Sostenere un rientro graduale dal debito attraverso una politica di tassazione distribuita in avanti nel tempo implica, di fatto, un trasferimento intergenerazionale dell’onere del debito. Il debito pubblico è figlio di politiche di spesa che poggiano le loro radici nelle rivendicazioni post-sessantottesche: l’immissione di precari nei vari ruoli dell’amministrazione pubblica a partire dal 1969 ha generato una lievitazione abnorme della spesa, di cui oggi dobbiamo pagare le conseguenze. L’elevata conflittualità politica che ha caratterizzato il nostro paese ha lasciato in eredità proprio questo elevato carico di debito e la fiscalità a essa associata. L’introduzione di una tassa straordinaria, pur con tutte le cautele e i limiti di cui sopra si è discusso, dovrebbe permettere di evitare che tale onere si trasferisca così pesantemente alle generazioni future. Un’attenuazione di questo problema si sarebbe potuta verificare se nel corso degli ultimi anni avessimo ricorso a una seria integrazione della riforma delle pensioni varata dal governo Dini nel 1995, al fine di alzare l’età pensionabile, equiparandola ai livelli europei. Purtroppo tale riforma è stata realizzata solo nel 2009, ormai troppo tardi, con un effetto marginale sull’onere del debito. Non è più possibile continuare a rinviare riforme strutturali ormai ineludibili: i costi li paghiamo ora e li pagheranno le generazioni future. E tali costi saranno in termini di maggiore pressione fiscale, scarsi servizi e bassa crescita, dovendo continuamente onorare un debito che le generazioni future non avranno contribuito a creare.

In conclusione, un famoso economista diceva che il debito pubblico è come il mal di denti: è meglio non averlo, ma, se proprio ce l’abbiamo, è meglio liberarsene al più presto. Mantenere per così lungo tempo un fardello tanto pesante, comporta, come è testimoniato dall’esperienza recente del nostro paese, un graduale impoverimento. Per questo motivo, una decisa revisione delle politiche di spesa e di entrata è ormai non più rinviabile e deve essere attuata al netto degli ideologismi e delle contrapposizioni che contraddistinguono il dibattito politico in Italia. È strettamente necessario che la politica stringa un patto intergenerazionale e intragenerazionale tra elettori per evitare di perdere in maniera definitiva la possibilità di risollevare le sorti del nostro paese, una volta attenuata l’emergenza debito, attraverso efficaci politiche di investimento in settori strategici per il futuro.

1. John Murray, London, 1817; ultima edizione italiana: Principi di Economia Politica e dell’imposta, Milano, UTET, 2006.

2. Per un appartamento del valore catastale di 350.000 euro, ciò equivarrebbe a una tassa di € 1.050 l’anno.

Massimiliano Marzo è professore associato di Economia Politica nell’Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Svolge ricerca su temi di Economia Monetaria e Finanza (Microstrutture dei Mercati e Asset Management). È editorialista del ‘Corriere di Bologna’.

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