Christian Caryl

Perché con WikiLeaks cambia tutto

da ''The New York Review of Books''
SCIENZA, SOCIETA’ E ATTUALITA’. Christian Caryl ripercorre la storia di Julian Assange. Come è riuscito ad accedere all’archivio di notizie che ha diffuso in rete? E per quale motivo lo ha fatto? Ma soprattutto: era veramente necessario? L’autore critica la condotta di Assange: con la fuga di notizie che WikiLeaks ha prodotto, egli ha sicuramente portato più danni che vantaggi, danni che subiranno non tanto i politici o gli organi di governo americani, quanto i privati i cui nomi sono comparsi in questi messaggi.

WikiLeaks cambia tutto. Possiamo comportarci come se i vecchi standard del giornalismo valessero ancora per il mondo di internet, ma WikiLeaks dimostra che questo è soltanto un pio desiderio.

Il 29 novembre scorso l’organizzazione di internet ha cominciato a mettere in rete esempi tratti da un deposito di 251.287 messaggi diplomatici del governo statunitense, un tempo segreti. Le poche migliaia di giornalisti americani che regolarmente seguono le iniziative e le decisioni del Dipartimento di Stato avrebbero avuto bisogno un paio di secoli per ottenere con metodi tradizionali una tale massa di informazioni: la connessione fra le diverse reti dei computer del governo (una reazione dettata da buone intenzioni alla separazione in compartimenti stagni dei dati vigente prima dell’11 settembre) aveva apparentemente permesso a un insoddisfatto membro dell’esercito di attingere a questo materiale in pochi istanti. WikiLeaks si vanta di essere «il più vasto insieme di documenti a carattere confidenziale che mai sia stato reso di pubblico dominio».

Le dimensioni del fenomeno sono senza precedenti. E così lo sono anche le intenzioni, o, più precisamente, la mancanza di esse. Raffi Khatchadourian, sul sito di ‘The New Yorker’, ipotizza che lo scopo di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, sia «non rivelare un singolo abuso […] ma rendere invece noti i meccanismi interni di un sistema chiuso e complesso, per chiedere al mondo intero di aiutarci a giudicarne la moralità»1. Questo potrebbe davvero essere il punto di vista di Assange, ma egli non sembra capace di esprimerlo con chiarezza. Il sito di WikiLeaks sostiene di denunciare «le contraddizioni tra il comportamento del cittadino medio degli Stati Uniti in pubblico e ciò che dice una volta chiuse le porte» (come se un’accusa di ipocrisia fosse una motivazione sufficiente per divulgare segreti d’ufficio) e di converso ci informa che «a ogni scolaro americano si insegna che George Washington, il primo presidente americano, non riusciva a dire una bugia».

Tra i comunicati resi pubblici finora si contano rivelazioni che hanno prodotto titoloni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma ci sono anche messaggi sui risultati delle elezioni in Baviera e sulla legislazione navale dell’Argentina. Se il fine dell’operazione fosse sferrare un colpo contro i progetti imperialistici statunitensi, come Assange ha indicato in alcune sue dichiarazioni, non vedo proprio come questi particolari comunicati potrebbero fornire un contributo utile. Assange ha dichiarato, nelle pagine del ‘Time’, che vuole «rendere il mondo più civile», rendendo più responsabili del loro operato organismi segreti quali il Dipartimento di Stato o il Dipartimento della Difesa degli USA; ha anche detto alla stessa rivista che, in alternativa, vorrebbe spingere queste strutture a «chiudersi in se stesse, balcanizzandosi», per proteggersi, divenendo così ancora meno trasparenti e dunque più «chiuse, cospirative e inefficienti». Si tratta, a dir poco, di un programma evidentemente contraddittorio; non so come si potrebbe dare un senso a tutto ciò. Nella pratica, sembra che tutto si riduca a una politica della rivelazione per il gusto della rivelazione. Questo la tecnologia consente di fare e Assange si è semplicemente adeguato. Non vedo affatto un lavoro basato su moralità o immoralità, articolato con coerenza, vedo solo un vuoto, amorale e tecnocratico.

Come ha scritto Alan Cowell su ‘The New York Times’, le carriere di alcuni diplomatici stranieri o personaggi aventi incarichi ufficiali – e non necessariamente di alto livello – sono già state distrutte o compromesse da queste rivelazioni2. In un solo caso il nome della persona interessata non è stato riportato, tuttavia la sua identità risulta abbastanza chiara dal contesto. Sembra doveroso chiedersi: ci sarà qualche morto quando saranno pubblicate queste indiscrezioni? Non lo sappiamo e, anche se dovesse accadere, potremmo non saperne mai nulla. Quel che è certo è che ci saranno danni di varia natura. (Per parte sua, Assange sembra decisamente incapace di affrontare questi pericoli reali: nell’intervista pubblicata su ‘Time’ afferma infatti che «questa sorta di sciocchezza sulle vite messe in pericolo» è semplicemente una scusa.)

WikiLeaks può almeno dirci perché tutto ciò sia necessario?

Ai vecchi tempi, i giornalisti avrebbero fatto quello che i partner di WikiLeaks su carta stampata, come ‘The Guardian’ e ‘Der Spiegel’, stanno tentando di fare oggi: esprimere giudizi su quali documenti siano da render pubblici e se si debbano riferire o meno i nomi delle persone citate, tenendo conto sia del grande interesse del pubblico sia del rischio di danneggiare persone coinvolte, ma innocenti. È tuttavia difficile non provare la sensazione che questo proposito sia reso tragicomicamente superfluo dalla montagna di materia prima che incombe sullo sfondo, pronta a divenire accessibile in ogni caso.

Khatchadourian sostiene che WikiLeaks si stia evolvendo in qualcosa di più simile a un gruppo giornalistico tradizionale, tale cioè da esprimere giudizi di merito su ciò che fa piuttosto che semplicemente gettare documenti nel ciberspazio a casaccio. Le dimensioni smisurate di quanto il gruppo sta diffondendo sembrano però far supporre che questa sia una meta irraggiungibile. Assange dice che la sua organizzazione ha reso pubblici i documenti a un ritmo di circa ottanta al giorno. (Ciò significa che, fatti due conti alla svelta, mentre questo articolo va in stampa, ci aspettano ancora tremila giorni di rivelazioni.)

Il confronto che alcuni hanno stabilito tra la montagna di documenti di WikiLeaks e il caso dei Pentagon Papers all’inizio degli anni Settanta3 è illuminante, proprio perché dimostra quanto poco abbiano in comune le due faccende. Come ha rilevato Max Frankel, un ex-redattore del ‘New York Times’ che, all’epoca, verificava documenti per la pubblicazione, l’informatore di quel caso – il leaker –, Daniel Ellsberg, diversamente dai WikiLeakers attuali, «non stava violando un segreto di stato per il proprio interesse […] stava infatti cercando di sconfiggere una precisa politica del governo. Era perfettamente consapevole dei rischi legati alle rivelazioni e non aveva distribuito documenti che potevano compromettere gli sforzi diplomatici in atto per negoziare una conclusione del conflitto [in Vietnam, n.d.R.]. [Ellsberg] ha speso vari anni per cercare un mezzo credibile e affidabile per la distribuzione delle notizie, distribuzione che oggi invece è disponibile con la semplice pressione di un bottone»4.

So benissimo che Daniel Ellsberg ha offerto il suo appoggio a Julian Assange. È vero, ma ritengo che possa aver trascurato alcuni punti di vitale importanza. Uno dei più ovvi è costituito dal fatto che WikiLeaks mette questi documenti, senza filtri, su internet, il mezzo di comunicazione più permissivo che a oggi abbiamo inventato. Come risultato stiamo compiendo un altro salto dal mondo lento e poco eccitante dell’analogico, all’esplosivo mondo del digitale. Nello stesso modo in cui il concetto di “privacy” si fa opaco quando i sedicenni mostrano i loro più intimi pensieri a miliardi di persone, la distribuzione su internet di documenti ufficiali segreti in modo analogo cambia le regole del gioco. Una volta che tutti i documenti saranno disponibili in rete, non saranno soggetti solo alle elaborazioni spesso grossolane dei giornalisti e degli storici, ma anche agli assai più efficienti programmi per la raccolta di dati e ai software di analisi e classificazione dei dati stessi di nazioni straniere o di industrie private (la dimensione della cosa, nel caso ad esempio di come è stato trattato l’affare Google dalla Cina, è stata resa evidente dalle rivelazioni stesse). Le conseguenze per la gestione delle politiche governative (per non parlare della vita di singole persone) sono colossali. Vorrei poter prevedere quali saranno, ma non ne sono in grado. E non sono sicuro che qualcuno lo sia.

La rete informatica ha portato innumerevoli vantaggi all’umanità ma, come possiamo constatare ora, essa offre potenzialità incalcolabili per produrre danni: amplifica le minacce dei bulli nelle scuole, dà potere al terrorismo e alle sue frange, apre nuovi enormi spazi ai criminali tecnologicamente abili. Oggi che i dati possono essere condivisi, trasmessi e utilizzati facilmente e quasi istantaneamente, i rischi conseguenti alla pubblicazione delle informazioni crescono oltre ogni possibile previsione: puramente e semplicemente non esiste alcun modo in cui un giornalista, pur animato dalle migliori intenzioni, possa dare un giudizio documentato responsabile sulle potenziali ripercussioni causate dalla divulgazione di una massa così vasta di dati confidenziali. Questo è però il punto cui siamo giunti, e mi chiedo se predicare un atteggiamento responsabile possa avere un qualche effetto positivo. La tecnologia ha sorpassato l’etica e sembra giustificato chiedersi se questa riuscirà mai a rimettersi al passo.

I sostenitori della totale libertà di informazione potrebbero obiettarmi che sto trascurando un fatto importante: il tiro alla fune tra giornalisti e strutture di governo rimane profondamente squilibrato. I giornalisti potranno sempre sostenere che le burocrazie governative, con le loro enormi risorse e la propria chiusura culturale, dispongono ancora di un potere per controllare l’informazione ben più grande di quello di un qualunque Julian Assange. I leaker guerriglieri della rete stanno in realtà solo cercando di pareggiare il campo di gioco. Nutro una certa simpatia per chi propone questo ragionamento. La rivelazione di Wiki-Leaks che il Dipartimento di Stato degli USA sollecitava i propri dipendenti a raccogliere dati biometrici5 sui diplomatici stranieri operanti nell’ONU, pur essendo agghiacciante, conferma quanto già da tempo sapevamo: la sicurezza nazionale dispone, al giorno d’oggi, di tecnologie e risorse che consentono di descrivere punto per punto le nostre vite, con una forza e una precisione tali da rendere davvero difficile limitarne gli effetti con norme legislative. In effetti potrei essere particolarmente sensibile a questo tema, perché sono uno dei pochi cittadini statunitensi i cui dati biometrici sono stati registrati ufficialmente dal governo: si era trattato di una precondizione per ricevere un lasciapassare per la stampa durante la mia ultima visita in Iraq. Credo mi si possa concedere di essere scettico sul fatto che queste informazioni siano state poi cancellate dal Dipartimento della Difesa, quando il documento che mi accreditava era scaduto.

Dunque sì, i giornalisti devono certamente battersi per prevenire abusi dovuti alla cultura della segretezza. Fino a un certo punto, ovviamente, gli Stati Uniti lasciano ancora molto spazio proprio a ciò, rendendo possibile la concorrenza politica e il dover rendere conto dei propri comportamenti alla cittadinanza, questo anche attraverso la divulgazione di documenti segreti in base al Freedom of Information Act (Legge sulla libertà d’informazione, n.d.T.). Tuttavia i giornalisti (o comunque si decida di chiamarli) che compiono questo giustificato controllo possono farlo solo esercitando la chiarezza sui propri diritti riguardanti le loro motivazioni, i loro metodi e le loro intenzioni.

Uno degli aspetti tristi e vagamente ironici di questo capitolo della saga di WikiLeaks è la rivelazione che Assange ha scelto di punire il ‘New York Times’ negando al quotidiano l’accesso diretto ai messaggi, perché lo stesso giornale aveva pubblicato in precedenza un articolo in cui si esaminava il suo stile di gestione del lavoro e le sue controversie personali; presumibilmente proprio Assange denuncerebbe questo atteggiamento come una censura, se uno di coloro da lui preso di mira dovesse indulgere in un comportamento del genere. In conclusione il ‘Guardian’ ha finito per condividere le proprie copie dei documenti con il ‘Times’, di fatto dando vita a una fuga di notizie dal materiale derivante da una fuga di notizie.

Quali sono, precisamente, i criteri in base ai quali WikiLeaks decide di diffondere i messaggi che sceglie per la pubblicazione? Come seleziona i messaggi che decide di pubblicare per primi e come vengono redatti? Secondo una procedura di controllo descritto dal ‘Guardian’ e dal ‘New York Times’, WikiLeaks ha cancellato i nomi di alcune delle persone citate nei messaggi, ma non altri. Per quale motivo esattamente? Se scopo di WikiLeaks fosse semplicemente «rendere palesi i meccanismi interni di un sistema complesso» non dovrebbe pubblicare tutto? Ora veniamo a sapere oltretutto che Assange ha inviato un enorme file contenente documenti confidenziali a vari suoi sostenitori in tutto il mondo come “assicurazione”: questo file potrebbe essere reso pubblico nel caso in cui il governo di qualche nazione a lui ostile riuscisse a tappargli la bocca. Tra i bersagli di questa gigantesca fuga di notizie pare che compaiano anche la Bank of America e la BP. È possibile che le rivelazioni contenute in questi file comprendano dati di interesse commerciale dei clienti di tali istituti e società? Anche i loro numeri di conto corrente e i dati delle loro carte di credito? Ciò potrebbe essere giustificato se il fine fosse solo far luce sul modo di operare di questi sistemi chiusi, ma potrebbe comportare anche enormi danni.

Ciò che è realmente in gioco è se la tecnologia, con tutto il suo intrinseco potere e istantaneità, consentirà l’esame e l’osservazione dei processi mentali e dei comportamenti nella misura necessaria a un’impresa come quella a cui siamo di fronte ora. Per ora però non vedo alcuna risposta convincente. E questa è una questione ben più grande del destino di WikiLeaks o di Julian Assange.

15 dicembre 2010

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1. WikiLeaks Evolves (WikiLeaks si evolve, n.d.T.), www.newyorker.com, 1 dicembre 2010.

2. Leaked Cables Stir Resentment and Shrugs (I messaggi rivelati provocano risentimenti e minimizzazioni, n.d.T.), ‘The New York Times’, 3 dicembre 2010.

3. I Pentagon Papers erano dei documenti top-secret del Dipartimento di Difesa degli USA, che riportavano una serie di informazioni dettagliate sulle strategie e sui rapporti del governo con il Vietnam fra il 1945 e il 1967. Furono copiati dai ricercatori Daniel Ellsberg, che per un certo periodo lavorò alla stesura dei documenti stessi, e Antony Russo: volevano denunciare le menzogne e le atrocità commesse dagli Stati Uniti nel Sudest asiatico. Furono consegnati al ‘New York Times’ e pubblicati per la prima volta, in prima pagina, il 13 luglio 1971. N.d.R.

4. WikiLeaks: Secrets Shared With Millions Are Not Secret, (WikiLeaks: i segreti condivisi con milioni di persone non sono segreti, n.d.T.), ‘The Guardian’, 1 dicembre 2010.

5. I dati biometrici di un essere umano derivano dalla misurazione di alcune caratteristiche del corpo o del comportamento. Alcune applicazioni di questa scienza sono: lo studio delle associazioni genetiche fra specie, la diagnosi medica e l’identificazione degli individui. Le tecniche biometriche usate per identificare una persona mirano a registrare caratteristiche fisiologiche o comportamentali, difficili da alterare o simulare (impronte digitali, geometria della mano e del volto, conformazione della retina o dell’iride, timbro e tonalità di voce). N.d.R.

CHRISTIAN CARYL è Washington Chief Editor per Radio Free Europe/Radio Liberty. È anche Senior Fellow del Centro di Studi Internazionali del MIT.

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