Radio3suCarta. Dialogo sulla figura del Libertino

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A cura di Susanna Tartaro.

 

 

 

Dialogo sulla figura del Libertino con Alberto Beniscelli

 

Nella trasmissione di oggi ci occupiamo di una figura che nelle sue ultime comparse, prima dell’epoca moderna, è stata presente nella cultura italiana fino all’epoca di Rossini, sto parlando del Podestà Libertino1. Ci occupiamo di libertini italiani, di letteratura e idee tra diciassettesimo e diciottesimo secolo, con Alberto Beniscelli. Alberto Beniscelli, insegna letteratura italiana presso l’Università di Genova, e ha dedicato un volume, che potremmo definire atteso perché va a riempire un vuoto nella pubblicistica sulla letteratura italiana, mi riferisco alla sua antologia sui libertini italiani del Seicento e del Settecento. Come esempio di tale figura ho fatto prima cenno al Podestà della “Gazza Ladra” di Rossini appunto, ma questa è una figura che attraversa ben più due secoli di cultura italiana. Con Beniscelli ci divertiremo anche a riflettere sulle carriere dei libertini di oggi. Intanto, Beniscelli, chi è il libertino?

Il libertino è una figura abbastanza sfuggente nel suo complesso, e certamente è la figura di colui che rifiuta l’intervento divino nelle vicende umane, che rifiuta ogni forma di trascendenza, che assume soprattutto intenti dissacratori nei confronti dei dogmi, di tutti i dogmi direi, sia quelli religiosi che quelli filosofici. Però nel corso della sua carriera, nel corso delle sue metamorfosi, il libertino ha conosciuto tante trasformazioni. C’è una forma di libertinismo che i francesi, da esperti maestri di libertinage, hanno recentemente definito il “libertino erudito”, cioè colui che si occupa di lavorare a stretto contatto con le fonti dogmatiche e rovesciarle, mediarle, mutarne i segni. Poi c’è un’altra forma di libertinismo, quella che a tutti noi è più nota, che potremmo definire di libertinismo mondano, di libertinismo letterario. La prima è più riconoscibile nella cultura seicentesca, la seconda, quella più nota (faccio un nome per tutti: Giacomo Casanova) è riconoscibile piuttosto nel Settecento, età che dalla reggenza conduce fino alla Rivoluzione francese.

 

Mi chiedo a questo punto, se il prevalere dei libertini eruditi nel seicento, fosse dovuto alla pressione della controriforma. Leggendo i testi di questa raccolta, sembra che i libertini siano stati una corrente intellettuale, non so se corrente sia un termine giusto, a sovranità limitata.

È senz’altro come dice lei. La corrente dei libertini è a sovranità limitata ed è una corrente, in Italia in particolare, di difficile definizione. Le cose cambiano se ci si sposta in Francia, proprio perché si è più lontani dall’ipoteca della Chiesa Romana e dei grandi papi, penso a Urbano VIII che è il nemico principe dei libertini, ma penso anche a Papa Chigi e ad altri. Bene, in Italia si è dovuto operare per via di camuffamento, mentre in Francia, proprio per questa distanza, è stato più semplice il costituirsi in gruppi riconosciuti di intellettuali, da Tètrade2 per esempio fino alle varie dèbauches3 francesi. Quindi il movimento francese è più riconoscibile, mentre il movimento italiano è più frastagliato, presuppone un’indagine che tenga conto delle operazioni di camuffamento.

 

C’era un pericolo reale secondo lei?

C’era un pericolo reale. Quel che poi non capita più nel Settecento, dove in fondo la protezione dei salotti, dei salons francesi non garantiva magari da fughe precipitose, ma garantiva certamente per quello che riguardava la propria vita, mentre nel Seicento la vita era a rischio. Un capitolo del mio lavoro è proprio dedicato alle carcerazioni, alle torture e alla morte. Alcuni libertini italiani, che poi divennero mito e contribuirono anche a formare appunto la mitologia libertina, con le loro vicende tragiche costituirono un elemento non secondario alla fortuna del genere: penso a un pensatore come Giordano Bruno, ma penso soprattutto a un autentico libertino radicale come Giulio Cesare Vanini4, o a un avventuriero come Ferrante Pallavicino5. Costoro, spesso in terra di Francia, come gli ultimi due, hanno perso la vita e subito torture e carcerazioni pesanti.

 

Cerchiamo di capire meglio i contenuti, ciò che porta a condanne anche così gravi: c’è appunto la condanna a morte, ma ci sono mille altri modi per colpire i libertini. C’è una frase che colpisce, in un’intellettuale che non è a stretto rigore un libertino e cioè Metastasio6. Lei cita una sua frase in cui osserva come esista un’anima dell’anima e un’anima del corpo. Questo è il filone del materialismo libertino, il filone che afferma che l’anima possa avere una sua natura corporale. Questa ci pare un’acquisizione molto moderna, fa pensare in qualche modo alle conquiste delle neuroscienze.

È come dice lei. Una delle affermazioni più interessanti credo che consista proprio in questa: «l’anima dell’anima e l’anima del corpo». Questa affermazione era stata  ripresa da Edoardo Sanguineti, che ne aveva fatto un punto di forza per la sua analisi sull’empiria metastasiana e settecentesca in genere. E per inciso: Sanguineti conosceva perfettamente la cultura della palus putredinis, di quella sorta di antigenesi naturalistica, eterodossa appunto, su cui poggia la provocatoria modernità della cultura libertina. Applicata ad un grande analista delle passioni come Metastasio, la definizione che concerne «l’anima del corpo» consente di spiegare come non esista, diversamente da quanto sosteneva Cartesio – non a caso bersaglio di tanti pensatori libertini – una separazione fra anima e corpo, tra sfera della rex cogitans e quella della rex extensa, ma sia in realtà l’anima-corpo sia un unico viluppo, all’interno del quale gli elementi fisiologici, gli elementi che sulla scorta sensistica potremmo chiamare le fibre nervose del nostro essere, entrano a far parte di questo composto anima-corpo, unitario. È questo, mi pare, uno dei punti importanti della cultura libertina, l’aver favorito la demolizione della cultura dogmatica e l’aver agevolato così l’accesso alla modernità.

 

Quindi c’è un forte elemento di modernità in questi libertini. Come mai allora, sono stati un po’ dimenticati.

Perché i libertini hanno avuto una storia altalenante. I libertini sono sì degli intellettuali, ma soprattutto degli anticonformisti, in particolare di formazione e tendenza scettica, che anche biograficamente hanno avuto un percorso accidentato. Nel loro proporre una posizione antidogmatica, antiaristotelica e antiecclesiastica, sono stati certamente un veicolo della modernità. Penso ad alcune loro riflessioni sul problema della scienza, al recupero che hanno saputo fare di tutta una corrente naturalistica che asseriva il rapporto Deus sive Natura, «Dio, ossia la natura». Ma per il loro rifiuto verso ogni forma di pensiero organizzato in sistema, per il loro scetticismo radicale, non hanno sposato fino in fondo i punti decisivi dello spostamento in avanti operato dalla modernità. Si consideri in particolare il rapporto con l’illuminismo. Fra i libertini e gli illuministi enciclopedici ci sono state simpatie, convergenze, battaglie comuni, senza ombra di dubbio. Possiamo certo dire che i libertini abbiano contribuito alla nascita e allo sviluppo dell’illuminismo. Essi però, rifiutando ogni forma costruttiva, anche quelle di carattere utopico-sociali, si sono di fatto chiamati fuori dalle aspirazioni alle «magnifiche sorti progressive», che stanno alla base della prospettiva illuminista.

 

Quindi c’è un elemento, potremmo dire con un termine moderno ma non troppo, anarchico nel libertinismo?

C’è un elemento distonico, anarchico potrebbe essere forse eccessivo, ma in certi casi è senz’altro così, soprattutto se si seguono certe vite errabonde di avventurieri, di scapigliati avant lettre, di personaggi che l’antologia ha cercato di cogliere anche nella loro vita epicurea e politicamente ribellistica. C’è anche quest’aspetto, non c’è dubbio.

 

Ci sono anche molti autori divertenti da leggere, curiosi, c’è quel gran matto di Girolamo Cardano7, se mi permette questo approccio un po’ informale, c’è Ferdinando Galiani8, brillantissimo, c’è Casanova, c’è Lorenzo Da Ponte9 con le memorie scritte a New York. Insomma c’è tutta una serie di personaggi molto particolari e molto divertenti anche. Ovviamente oltre al libertinismo c’è il libertinaggio. Questo tema della liberazione sessuale viene quasi automatico confrontarlo con la liberazione sessuale degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, che però aveva una base teorica alle spalle, una ridefinizione della famiglia, dei ruoli di genere, delle forme mentali, eccetera. Il libertinismo/libertinaggio che vediamo in azione in questi testi storici, è pieno di provocazioni, di dubbi bizzarri, di casi limite. Ma c’è dietro una teoria della sessualità, dell’eros?

Si sta formando, con quale consapevolezza è difficile dirlo. Certamente con una consapevolezza che nel Settecento viene crescendo e che poi si stabilizza soprattutto nella tesi di de Sade. In Italia probabilmente non c’è un intellettuale consapevole della provocazione come lo è de Sade in Francia. Certamente nella stessa direzione si trovano alcuni elementi teorici che sono stati poi recuperati dalla cultura novecentesca. C’è però prima di questi, un’immersione assai interessante, nella Parigi salonnière, nella cultura edonistica, mondana, erotica, e quindi libera, scettica e incredula, che caratterizza l’età della Reggenza francese e del periodo immediatamente successivo e che sta alla base della consapevolezza teorica, poi recuperata dalla cultura novecentesca. Indubbiamente, anche nel campo dell’eros esiste una evidente diversità tra gli esiti del libertinismo secentesco e quelli propri del Settecento maturo. Nei testi seicenteschi vi è una forte caratura erotica, per certi aspetti persino superiore alla mondana caratura erotica di Casanova o di Da Ponte, più fortemente drammatizzata, direi: basti pensare al prorompente eros di alcuni testi seicenteschi, legati fondamentalmente alle sperimentazioni narrative dell’Accademia degli Incogniti10. Per molti libertini secenteschi, calati nella cupezza controiriformistica del secolo, nella vita resa difficile da questa cupezza, era necessario proporre l’eros come forma ultima di una trasgressione tale da mettere in discussione la stessa sacralità dell’amore. L’approccio settecentesco parte invece da presupposti che definirei desacralizzati, in grado magari di recuperare elementi malinconici che il Seicento non poteva ancora conoscere.

 

Ci può fare un esempio di questo passaggio?

Ci sono dei testi dell’eros seicentesco, per esempio la Messalina, romanzo che ricalca le vicende dell’impunita imperatrice romana, scritto da Francesco Pona11, personalità fra le più rilevanti del periodo, o ad alcune novelle della Lucerna, sempre del Pona. Alcune pagine di questi romanzi a chiave contengono vicende amorose ad alto contenuto erotico-trasgressivo. In questi e in altri testi partecipi dalla stessa cultura, narrativi od accademici che siano, c’è sempre una polemica radicale nei confronti della prospettiva che tende a sacralizzare e a spiritualizzare l’amore. C’è in essi una forte polemica a difesa dell’istinto, in contrapposizione alla teoria platonica che prevedeva comunque un recupero dell’elemento spirituale, potremmo quasi dire petrarchesco. Nei settecentisti invece c’è una misura, una moderazione, che è più dichiaratamente laica, più dichiaratamente mondana.

 

Siamo alle origini della laicità moderna?

Direi di sì. Quella è la via che porta ad una laicità moderna.

 

Ci sono anche degli elementi di nichilismo. A un certo punto, uno degli autori che lei antologizza scrive addirittura elogi del niente. Scrive cose come: “Non si può da voi negare la nobiltà e la perfezione del niente, superiori anche a Dio”.

Questo è un tema interessante, perché all’interno del Seicento c’è questa riflessione, che  affronta la condizione di precarietà in un momento di fondamentale ripensamento sull’antropologia. Una riflessione che riguarda l’incertezza delle posizioni, il relativismo delle opinioni, la condizione di un uomo in stato di abbandono, immerso in un universo che non necessariamente presuppone un ente che guida, ma che talvolta lascia addirittura immaginare un non-ente che lo fascia e lo annulla. Ciò porta inevitabilmente ad una visione del «niente». Esistono nessi, immagini, descrizioni che riconducono direttamente la definizione secentesca del «niente» a quelle che del «nulla» darà Leopardi, attentissimo lettore di quei testi. Certo, il «nulla» di Leopardi non è più il «niente» degli eruditi libertini del Seicento, è qualcosa di più dirompente, di più radicalmente moderno: ma è possibile ricostruire un collegamento.

 

Teniamo un attimo in sospeso Leopardi. Tra i messaggi che ci arrivano qualcuno ci chiede se Spinoza possa essere messo in correlazione con la corrente dei libertini, altri ci segnalano il libro “La storia del libertinaggio e dei libertini” di Didier Foucault. Un ascoltatore scrive: “Casanova semplicemente seguiva i propri sensi. Visse da filosofo per convenienza”. È una diagnosi molto severa o è accurata secondo lei?

Secondo me è accurata perché Casanova in realtà non è un philosophe, frequenta i salotti ma in una dimensione che esclude l’approccio di interpretazione dei dati comportamentali che era propria di un philosophe come lo era l’abate Ferdinando Galiani, per esempio. Però è vero che nei salotti Casanova riesce a trovare elementi di riflessione. Magari non riflette sul culto della religione, di una religione strumentale al mondo degli uomini, però riflette comunque sulla precarietà dell’uomo, riflette sulla malinconia che attanaglia questa sua posizione precaria. Quanto a Didier Foucault e al suo libro, come a quelli di Michel Delon, devo molto.

 

Qual è il rapporto secondo lei fra i due grandi libertini italiani, che hanno scritto troppo poco in italiano, Casanova e Don Giovanni?

Il rapporto tra Casanova e Don Giovanni è di sintesi, di accostamenti e di differenze. Non è un rapporto pacifico: Casanova attraversa con leggerezza, potremmo dire così, i salotti, ma poi esce dai salotti, è un avventuriero, non assume mai la dimensione luciferina e intellettualmente così stimolante, così grande, che assume il Don Giovanni. Voglio dire che Casanova può essere talvolta cinico ma non è il simbolo definitivo del cinismo, soprattutto nella sua variante dell’apatista, cioè di colui che non si separa stoicamente dalla vita, ma che si tuffa nelle passioni altrui per sfruttarle. Il personaggio di Da Ponte è un violentatore che ha poi il coraggio di misurarsi in un tesissimo conflitto finale con l’oltremondo. Casanova non arriva a queste altezze.

 

Arriviamo invece a Leopardi, perché un’appendice della sua introduzione all’antologia dei libertini italiani, è dedicata proprio a questa figura. Per certi versi Leopardi sembra molto diverso dal libertinismo, però ci sono degli elementi che a suo giudizio derivano con forza da esso. 

L’ho detto un po’ come provocazione e precisando che Leopardi è talmente grande che può essere letto in tante direzioni. Certamente Leopardi è il grande poeta che riesce a interpretare, rinvigorire la tradizione sentimentale, malinconica, cui in fondo i libertini più di tanto non aderiscono, anche se Casanova conosce tonalità malinconiche. Ma Leopardi è anche colui che, aldilà dei Canti, o come rovescio dei Canti, scrive un libro definito terribile, i Paralipomeni. Quello che trovo straordinariamente efficace, nell’immagine di un Leopardi «ultimo dei libertini» – ultimo esponente della corrente erudita del libertinismo, intendo – è la capacità onnivora di attraversare tutte le fonti antiche e moderne, come anche i libertini avevano fatto, e la volontà di recuperarle in chiave antidogmatica. Faccio solo un esempio, riferendomi alla sua straordinaria e per certi aspetti machiavelliana insistenza nel leggereil problema della religione in chiave storico-antropologica. Penso alla Storia del genere umano nelle Operette morali. Penso anche al suo grande e ultimo lavoro, testamentario per certi aspetti, i Paralipomeni, penso alle discese ad inferos che qui compie, toccando con mano l’essenza materialistica della realtà. Leopardi, beninteso, è però anche colui che con uno splendido ribaltamento dei presupposti logici riapre il discorso verso le domande ultime, metafisiche.

L’ultima domanda sulla legittimità dell’inserimento di Rossini nel filone del pensiero e dell’esperienza del libertinismo, gliela devo fare: è un inserimento plausibile?

Penso di sì, penso ci possa essere un nesso, soprattutto pensando alla figura del Podestà libertino. La tradizione del libertinismo continua, nell’Otto-Novecento, ma credo che una cesura importante sia costituita dalla fine dell’Ancien régime. Ciò è già documentabile nello choc causato dalla Rivoluzione Francese e nell’opera di quel grande studioso del passato che fu Leopardi. Ma le cose rinascono, ripartono, mi verrebbe da dire che un’altra storia sarebbe da scrivere per giungere alle carriere dei libertini novecenteschi, che tutti noi conosciamo.

1. Uno dei personaggi de La gazza ladra, opera lirica di Gioacchino Rossini del 1817. N.d.R.

2. Gruppo di “libertini eruditi” creato nel 1625 e composto dagli studiosi Gassendi, Naundè,La Mothele Vayer ed Elia Diodati. N.d.R.

3. Gruppi di libertini francesi, N.d.R.

4. Giulio Cesare Vanini (1585- 1619), filosofo, astrologo e naturalista, fra i primi esponenti del libertinismo erudito. Condannato al rogo con le accuse di ateismo e bestemmie contro il nome di Dio. N.d.R

5. Ferrante Pallavicino (1615-1644), scrittore. Giustiziato mediante decapitazione per aver scritto libelli offensivi nei confronti del papa Urbano VIII. N.d.R.

6. Pietro Metastasio (1698-1782), poeta, librettista, sacerdote e drammaturgo italiano. Considerato il riformatore del melodramma italiano.

7. Girolamo Cardano (1501-1576), matematico, medico e astrologo. Fra le figure di punta del Rinascimento Italiano. N.d.R.

8. Ferdinando Galiani (1728-1787), economista e scrittore. Autore del trattato Della Moneta, in cui anticipò alcune tesi dell’utilitarismo economico. N.d.R.

9. Lorenzo Da Ponte (1749-1838), librettista e poeta. Autore di libretti come Le nozze di Figaro e Così fan tutte di Mozart. N.d.R.

10. Fondata a Venezia nel 1623 da Giovanni Francesco Loredano, fu un centro di produzione e diffusione libraria, di lettura e di dibattito e riunì al suo interno praticamente tutti i principali esponenti delle varie correnti barocche. N.d.R. [Fonte Wikipedia].

11. Francesco Pona (1595-1655), filosofo e medico veronese. N.d.R.

Alberto Beniscelli è professore ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Genova. Ha scritto monografie su Carlo Gozzi, di cui ha edito tra l’altro le Fiabe teatrali, e su Pietro Metastasio. Ha dedicato inoltre due volumi al tema dei rapporti tra fantasia e ragione nell’età dei lumi e al tema delle “passioni evidenti”, esaminando i nessi tra parola, pittura e scena. Un profilo della letteratura del secolo XVIII è offerto dal volume Il Settecento, edito da il Mulino, 2005. è autore dei Libertini italiani. Letteratura e idee tra il XVII e il XVIII secolo, Milano, BUR, 2011.

 

 

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