Radio3suCarta. Incontro con Moni Ovadia

Uomini e profeti. Leggere la Bibbia. Primo libro di Samuele, capitoli 4-8. Monarchia rapace”. Incontro con Moni Ovadia.

La conversazione qui riprodotta, tra Gabriella Caramore e Moni Ovadia, è andata in onda il 13 marzo 2011, nell’ambito della serie “Leggere la Bibbia”, all’interno del programma di cultura religiosa di Radio3 Uomini e Profeti. La lettura continuata del testo biblico si avvale ogni volta di diversi commentatori, provenienti dall’ebraismo, dal cattolicesimo, dal protestantesimo, dal mondo confessionale e da quello laico, in modo da garantire la pluralità e la libertà dell’interpretazione che sempre ha caratterizzato l’ascolto della Bibbia.

Uomini e Profeti è curato e condotto da Gabriella Caramore. Con Antonella Borghi, Cristiana Munzi, Paola Tagliolini.

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I due Libri di Samuele (Primo e Se-condo) raccontano la nascita, lo sviluppo e la decadenza della monarchia in Israele, dopo che il popolo uscì dalla schiavitù dell’Egitto (Esodo), dopo la conquista della terra di Canaan (Giosuè), e dopo l’insediamento delle dodici tribù sul territorio (Giudici). Le storie raccontate in Samuele narrano il passaggio dall’assetto tribale dell’antico Israele alla una struttura monarchica, che lo rende “come le altre nazioni”.

Moni Ovadia, il nostro tema di oggi racconta del difficile, ma necessario, rapporto con la libertà di que­sto popolo.

Assolutamente sì. Questa è la grande sfida dell’Ebraismo, la costruzione di un’identità nella libertà – la libertà più radicale – e racconta quanto sia difficile arrivarci, e quanto, malgrado 4000 anni di cammino, siamo ancora lontani da quella meta.

Siamo dunque nel Primo libro di Samuele. abbiamo visto la nascita di Samuele, la sua chiamata da parte del Signore, la sua nomina a profeta e giudice. Poi però abbiamo alcuni capitoli in cui Samuele resta sullo sfondo, e compare in primo piano invece un altro personaggio, che è l’arca del Signore: intorno a quest’arca c’è una storia di battaglie e sconfitte con i filistei.

Chiariamo che cos’è questa famosa arca: la parola arca sembra volere indicare alcunché di magniloquente, di mitico ma, per esempio, il grande traduttore francese delle Scritture, André Chouraqui, la rende con un termine molto comune coffre, cioè cassone, cassa. Questa cassa conteneva l’originale rotolo della Torah, e le due tavole di pietra: le famose “tavole” delle dieci parole del deserto. Quest’arca rappresenta l’alleanza fra gli ebrei e il Santo Benedetto. Ora, il libro di Samuele narra che gli ebrei vanno allo scontro con i filistei, combattendo senza avere l’arca con sé, e perdono. Perdono quattromila uomini. Scendono di conseguenza a più miti consigli con la propria origine, con il senso della propria identità di popolo. Gli Ebrei sono un popolo che si costituisce intorno a un codice etico-giuridico, che è contenuto dentro l’arca. Essi pensano: “se andiamo allo scontro avendo con noi l’Arca, gliela faremo vedere, con l’Arca siamo invincibili”. Invece le cose non vanno così. Al contrario, vengono sconfitti ancora più duramente. Questa volta perdono trentamila uomini, una sconfitta pesante. La prima sconfitta, le legnate subite non portano immediatamente a metabolizzarne il senso ma conducono ad una reazione primitiva: “senza l’arca abbiamo perso, per vincere abbiamo bisogno dell’arca”. Risultato: perdono ugualmente e con maggior danno.

Fermiamoci un momento su questa sconfitta “senza l’arca” e questa sconfitta “nonostante l’arca”. Che cosa ci vuole indicare il racconto?

La sintesi più folgorante, anche se parziale, di ciò che è l’Ebraismo: è l’antidolatria. Il rifiuto di ogni forma di idolatria, del fideismo cieco, soprattutto in un oggetto, perché, in quanto tale, l’arca è solo un oggetto. Ciò che è importante è il senso che essa racchiude in sé. Ma, se tu indirizzi la tua fede sull’oggetto e perdi la relazione di senso di cui essa è solo l’involucro, l’arca diventa un feticcio, un totem.

Si può parlare quindi di una critica a una visione deterministico-meccanicistica delle cose: non è automatico che, se porto con me l’arca, io vinco. Esiste un imponderabile nella storia, non tutto trova spiegazione. Ed è straordinario che un pensiero, che ci appare così moderno, appartenga invece all’antichità.

Però forse c’è qualcosa di ancora più sottile. È vero che l’arca non è tout court il Signore, ma è vero che anche il Signore, in qualche modo, è stato sconfitto.

Il Signore può essere sconfitto? Qui si aprirebbe una riflessione vertiginosa dal punto di vista teologico e da quello ermeneutico; noi non dobbiamo dimenticare mai che la formazione dell’identità di Israel, espressa dal nome che Dio dà a Giacobbe, prende avvio da una lotta con l’angelo di Dio. Il nome Israel significa “colui che ha combattuto con Dio”, probabilmente nel senso di “contro Dio”, e ha vinto. Questa sorta di relazione dialettica, anche polemico-conflittuale, mostra una dimensione del divino che, nella sua onnipotenza, nel suo essere infinito, nel suo essere eterno, è comunque un divino che ha accettato, con ritrosia e modestia, di lasciare spazio all’uomo e di ritrarsi. A mio parere il “gioco” proposto non è: “siate con me in modo totalizzante e acritico”, ma, “traete dalla relazione con me lo stimolo ad un cammino di senso, perché altrimenti io posso essere sconfitto, o, devo ‘farmi sconfitto’, per farvi entrare nella dura cervice, l’orizzonte e la visione del cimento inaudito al quale vi ho proposto di partecipare. Noi giochiamo alla libertà, la libertà è rischio, la relazione con me è rischio, non può essere data per scontata”. E quindi anche senza idolatrare l’arca, si può idolatrare il Santo Benedetto, pervertendone lo statuto di maestà e dignità, trasformandolo nel grande idolo.

Ha fatto bene a usare l’espressione “formazione dell’identità”, perché tante volte leggendo questi testi noi stessi li cristallizziamo in un versetto, in una frase che troviamo significativa, in un’immagine. E non teniamo conto del fatto che invece si è trattato di un processo lungo, lento, contraddittorio, e questo va certamente tenuto presente.

 

Decisamente. E ciò perché noi siamo figli di una lettura scorretta della scrittura biblica, che ha fissato nella forma del presente ciò che è invece nella dimensione del continuo divenire, del futuro. Noi continuiamo a definire il divino col termine Dio (parola di matrice politeista) – noi ebrei preferiamo dire Santo Benedetto, i protestanti l’Eterno – dimentichiamo che Dio stesso si è presentato con il proprio nome a Mosè. Quando Mosè, in difficoltà di fronte al grave compito che lo attende, chiede all’Eterno un aiuto per andare a liberare gli ebrei, il Santo Benedetto gli risponde «di’ agli ebrei e a Faraone che ti manda eheyè asher eheyè...», in italiano «sarò colui che sarò». Il divino presentandosi ci dice che noi siamo chiamati a costruire un’identità e una relazione che si inverino nella continua trasformazione verso il futuro, che non sono date una volta per tutte. Forse il messaggio è ancora più radicale: Il divino si può solo cercare, se per ventura lo si trovasse, verosimilmente, è un idolo che si è trovato. Naturalmente siamo nell’ambito del paradosso. Ma sappiamo che l’identità spirituale che promana dalla libertà di Israel, del monoteismo e quindi di tutti i monoteismi, si genera e si rigenera in una ricerca continua e in un rischio continuo.

Qui possiamo citare l’episodio alla fine di questa seconda battaglia in cui gli ebrei sono vinti dai filistei, nonostante la presenza dell’arca, al versetto 19 del capitolo 4.

È una sorta di cronaca eccentrica rispetto alla narrazione principale, come si fa di regola nelle grandi narrazioni. L’ebreo Proust insegna, abbiamo qui una digressione degna delle celebri madeleine. Prima del versetto 19 compare la figura di un certo Eli.

Sì, egli era il sacerdote del santua-rio presso il quale era cresciuto Samuele.

E poi nella sottonarrazione si arriva alla nuora: «La nuora di lui – Eli – moglie di Fineas, era incinta e prossima al parto quando udì la nuova che l’arca di Dio era presa e che il suo suocero e il suo marito erano morti» (tra l’altro, erano morti uno a causa dell’altro, nel senso che il marito muore in guerra, il suocero muore di crepacuore per la sua morte cadendo all’indietro e fracassandosi la nuca). «Si curvò e partorì perché sorpresa a un tratto dai dolori, e nel momento in cui stava per morire le donne che la assistevano le dissero “non temere poiché hai partorito un figliuolo”, ma ella non rispose e non ne fece caso, e al suo bambino pose nome Icabod dicendo “la gloria se n’è andata da Israele”, perché l’arca di Dio era stata presa, e a motivo del suo suocero e del suo marito».

È molto significativo innanzitutto che le donne cerchino di rassicurarla dicendo «hai dato alla luce un figlio». Invece per lei è più importante la sconfitta d’Israele. Questo fa capire come nelle società arcaiche fosse più importante il gruppo che il piccolo individuo.

Possiamo ardire un’interpretazione anche per il fatto che, essendo la vita il centro radiante dell’ethos ebraico, e dato che la vita ha senso se collocata in una dimensione etica, evidentemente l’angoscia della madre consiste nel sapere che questo figlio nasce nel momento in cui quell’ethos, che dà vita, è sequestrato. Ecco quindi perché quella madre dà priorità al fatto che se ne sia andata la gloria di Dio.

Questo è un altro tema di grande modernità: la gloria di Dio se n’è andata, in un certo senso Dio è lontano.

Questa è una figurazione mistica potente e terribile, non un artificio teologico. Ricorre spesso nel mondo ebraico, fino ad Auschwitz: l’ango-scia per il celamento dei volti del divino. In questo caso ciò è accaduto a causa della sottrazione dell’arca, ma la scomparsa della gloria del divino dalla presenza di Israel è un evento che purtroppo è si è prodotto e si produce ripetutamente.

È impressionante ritrovare questo dramma disseminato qua e là nei testi antichi: non è solo una que-stione della modernità questo allontanarsi del volto di Dio.

Poi, al capitolo 5, i filistei, catturata l’arca, la portano e la introducono nel loro tempio, nel tempio del dio Dagon.

Certo, loro la introducono lì perché pensano che quello sia il luogo na-turale per le reliquie divine; per loro un dio vale l’altro, l’unione fa la forza, se poi ce n’è uno più potente degli altri, tanto meglio. Ma con il divino del monoteismo ebraico questa logica idolatrica non funziona e succedono cose sciaguratissime, perché il divino è anche dolorosamente disposto ad abbandonare il suo popolo pro tempore, ma non accetta a nessun titolo di trovarsi in mezzo agli idoli. Il potente idolo Dagon viene trovato a faccia in giù, caduto. Lo rialzano, e lo ritrovano un’altra volta a faccia in giù.

Qui si evoca la mano del Signore che si abbatte su questo idolo.

La potentissima mano. E si evoca anche la seconda parola – il secondo “comandamento” «non avrai altri idoli al di fuori di me». Non c’è un idolo che possa stare di fronte al divino: crolla, si sbriciola.

Se avessero conosciuto il famoso detto dei romani “Timeo Danaos et dona ferentes” (“Temo i greci anche quando portano doni”, n.d.R.) non avrebbero portato l’arca nel loro santuario. D’accordo non era un dono ma un bottino: eppure non puoi pensare impunemente di introdurre nel tuo tempio il senso di una cultura così straordinaria pensando di omologarla col tuo idolo di pietra. E invece i filistei imprudentemente lo fecero e mal gliene incolse: non solo furono colpiti a morte, ma anche da penosissimi dolori. E qui possiamo leggere qualcosa di drammatico ma insieme anche di sapidamente grottesco, il versetto 9 del capitolo 5: «E trasportaron quivi l’arca dell’Iddio di Israele e l’Eterno si volse contro la città e vi fu un’immensa costernazione. L’Eterno colpì gli uomini della città, piccoli e grandi, e un flagello d’emorroidi scoppiò fra loro».

E allora cosa fanno questi filistei in preda ai dolori più atroci? «Allora mandarono l’arca di Dio a Ekron e, come l’arca di Dio giunse a Ekron, cominciarono a gridare dicendo: “hanno trasportato l’arca dell’Iddio di Israele da noi per far morire noi e il nostro popolo”».

Quindi l’arca diventa una cosa ingombrante presso i filistei, che fanno di tutto per liberarsene.

Questo ce la dice lunga: il mono-teismo, la Torah, i grandi testi andrebbero trasportati con l’indicazione “maneggiare con cura”; per questo gli ebrei hanno costruito il Talmud intorno alla Torah, hanno costruito la siepe ermeneutica perché il pensiero della Torah è pericoloso e incendiario se non si sa maneggiarlo. Ebbene dunque «mandaron quindi a convocare tutti i principi dei filistei e dissero: “rimandate l’arca dell’Iddio d’Israel, torni essa al suo posto e non faccia morir noi e il nostro popolo”, perché tutta la città era in preda a un terrore di morte e la mano di Dio s’aggravava grandemente su di essa. Quelli che non morivano eran colpiti d’emorroidi e le grida della città salivano fino al cielo».

Qui c’è una vena ironica, se non comica. I filistei cercano di rinviare l’arca presso Israele facendola, accompagnare da doni, e i doni sono due vacche che portano dei bubboni, o emorroidi secondo un’altra lettura, d’oro…

… Insieme a topi d’oro. Cioè, con la tipica mentalità idolatrica pensano di dare valore col danaro a ciò che è immondo. È una pratica diffusissima anche nei nostri tempi; i vizi non sono cambiati, peccato che non ci sia l’arca del Santo Benedetto a ricondurre alle ragioni della vita certi potenti e soloni dei nostri giorni.

Al capitolo 7 ritorna in gioco Samuele, giudice e intercessore. Samuele è un po’ come Mosè: intercede sempre presso il Signore per il suo popolo. Accompagna Israele in battaglia e Israele sconfigge i filistei.

Sì, i profeti hanno il compito di ammonire con la massima durezza, ma siccome sono coloro che possono ascoltare e rivolgere la parola al divino e si fanno tramite della parola del divino rivolta all’uomo e vice-versa, svolgono un ruolo straordinario simultaneamente di duro ammonimento e di cura materna nei confronti della fragilità umana. Mosè ha dato al proprosito una lezione indimenticabile, come racconta un meraviglioso midrash biblico di commento al tragico episodio del Vitello D’oro. Il Santo Benedetto è intenzionato a distruggere l’intero popolo e Mosè per difenderlo prende quasi a male parole l’Eterno dicendogli: «Non sapevi dove raccattavi questo popolo? cosa ti aspettavi da questa gente promiscua? da quest’accozzaglia di malmessi insieme, eterodossi, meticci, furfanti, schiavi che hanno vissuto 400 anni nel degrado?». Lo racconta bene il grande rabbino Chaim Potok, in una sua opera sulla loro storia, chi fossero gli ebrei al momento dell’uscita dall’Egitto: «erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici male in arnese, ed erano israeliti discendenti di Giacobbe, accadi, mesopotamici, ittiti, transfughi egizi e molti habiru», la parola indicava i fuorilegge dell’epoca. E così Samuele, con la consapevolezza che il processo identitario sarà molto lungo­ – probabilmente richiederà millenni e millenni – intercede per gli ebrei, però facendo capire perché gli ebrei siano stati sconfitti sia senz’arca che con l’arca. Lo fa capire nel capitolo 7, prendo dal versetto 3: «Samuele parlò a tutta la casa d’Israel dicendo: “Tornate all’Eterno con tutto il vostro cuore, togliete di mezzo a voi gli dei stranieri e gli idoli di Astàrte, volgete risolutamente il cuor vostro verso l’Eterno e servite a Lui solo, ed egli vi libererà dalle mani dei Filistei”. E i figluoli d’Israel tolsero gli idoli di Baal e di Astàrte, e servirono all’Eterno soltanto». Dunque ecco perché erano stati sconfitti anche con l’arca, perché avevan fatto la stessa cosa che faranno in seguito i filistei quando hanno l’arca come bottino: la mettono insieme ai loro idoli per aggiungere potenza a potenza. Non funziona così: eppure è quello in cui crediamo ancora noi oggi, ci rica-schiamo di continuo. Faccio riferimento al presente perché noi siamo tuttora pieni di vocazioni idolatriche, crediamo nella potenza e nella forza. Il problema non è avere la forza tout court, ma avere la forza nell’anima. La vera questione è l’edificazione di una spiritualità che ti rende forte al di là di tutte le armi. Il Santo Benedetto non si può usare come un’arma, non è un kalashnikov e neanche una bomba atomica.

Siamo lontani da una spiritualità di questo genere.

Anni luce.

Moni Ovadia, arriviamo però a una svolta, a quella svolta importante che è la richiesta della monarchia da parte del popolo. Evidentemente c’erano delle tensioni in questo Isra-ele dell’undicesimo secolo, c’erano delle dispute tra una vecchia tradizione, che si basava sulla fiducia tribale in Dio, e la nuova ideologia delle monarchie, cioè di quel sistema di governo che vedevano negli altri popoli.

In mezzo c’è qualcos’altro: quando Mosè lascia la leadership, su suggerimento di Ietro, suo suocero, la lascia perché Ietro gli dice “tu devi delegare”. Cosa fa Mosè? Si ritrae dal potere per dedicarsi alla formazione e quindi allo studio e all’insegnamento della Torah. In un bellissimo libro di Michael Walzer intitolato Esodo e rivoluzione, viene detto che Mosè fu un grande leader rivoluzionario, perché dopo essere stato il leader che guida la rivoluzione, sa diventare il formatore “socialdemocratico”. Si impegna nel consolidamento della “utopia” monoteista attraverso l’educazione alla cultura e alla spiritualità, cosa che ai grandi leader rivoluzionari non è mai successo, vuoi per narcisismo, vuoi per cupio dominandi.

Si tenta quindi di costituire una sorta di democrazia spirituale, le tribù eleggono i loro rappresentanti, e questi rappresentanti regolano la cosa pubblica con l’intento di formare un popolo all’interno di un’idea di “democrazia” spirituale. A questo punto, come accade in tutti i sistemi sociali, si formano una linea progressista e una linea conservatrice-reazionaria. Coloro che sono stati sconfitti come idolatri, capendo che il nuovo pensiero è troppo grandioso per contrastarlo con il pensiero idolatrico, abbandonano formalmente l’idolatria ed entrano nel nuovo pensiero, allo scopo di pervertirlo dall’interno, e con l’intento di ritornare al vertice del potere. Questo è quello che penso io, è un po’ quello che è successo al poderoso sistema di pensiero critico elaborato dal genio di Marx nelle mani di Stalin. Se posso esprimerlo in un modo un po’ rude funziona così: si entra nel più grande pensiero di liberazione sociale mai concepito, lo si corrode dal di dentro e lo si trasforma in un pensiero idola-trico liberticida e pietrificato.

Quindi la richiesta della monarchia consiste nella richiesta di una autorità diversa dall’autorità di Dio.

Certo. Il perché ce lo spiega Samuele, rappresentante dell’ala progressivo-democratica, come la definiremmo in termini moderni. Egli è sconvolto alla richiesta di un re, perché lo pensa antagonistico all’identità della libertà monoteista che si sta cercando di costruire.

L’ala progressivo-democratica però era quella più antica, diciamo, quella che aveva il rapporto diretto con Dio e non riteneva di avere bisogno di una autorità terrena.

Certo. Ma che cos’è il Dio d’Israel? Lo dice la prima dicitura (comandamento), nella lezione ebraica: «Io sono il Santo Benedetto, il nome ineffabile, colui che ti ha tratto dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi, per esserti guida». Cioè “Io sono la libertà assoluta, quella che libera dalla schiavitù, dall’oppressione interna ed esterna, da tutti gli Egitti, quelli di ieri, di oggi e del futuro”; ecco perché il profeta che ascolta quella voce è tutore di quella dimensione che qui viene ribadita da Dio stesso.

Proviamo a leggere allora questo capitolo 8, perché è drammaticamente “contemporaneo” di ogni dimensione del potere, e anche perché mostra – tragicamente – la debolezza dei popoli che si affidano ai potenti e la nostra intrinseca difficoltà a vivere liberamente.

«Orquando Samuele fu diventato vecchio costituì giudici d’Israel i suoi figlioli. Il suo figliolo primogenito si chiamava Ioèl e il secondo Abià e facevano le funzioni di giudici a Be’er Sheva. I suoi figlioli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dalla cupidigia, accettavano regali e pervertivano la giustizia». Questo è l’elemento usato capziosamente dai reazionari di sempre per screditare la democrazia: la corruzione, che è uno dei grandi pericoli della democrazia, una delle sue fragilità, non è tuttavia la democrazia. «Allora tutti gli anziani di Israel si radunarono, vennero da Samuele a Rama e gli dissero: “Ecco tu sei oramai vecchio e i tuoi figliuoli non seguono le tue orme, ordunque stabilisci su di noi un re che ci amministri la giustizia come l’hanno tutte le nazioni”».

Da sottolineare questo «come hanno tutte le nazioni».

La vocazione di Israel a diventare “normale” è antica. E nella contemporaneità ha avuto una paurosa accelerata. Francamente, per come la vedo io, non era il caso di farsi massacrare per 4000 anni per diventare “normali”. Forse non ne valeva la pena.

«A Samuele dispiacque questo loro dire “dacci un re che amministri la giustizia fra noi”, e Samuele pregò l’Eterno, e l’Eterno disse a Samuele: “Da’ ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi hanno rigettato non te ma me, perché io non regni su di loro”» e questo versetto, secondo me, è uno dei versetti più grandiosi dell’intera scrittura, drammatico, uno sconvolgente appello ultimale del divino.

Sottolineiamo ancora: chiedendo un’altra forma di governo, un re che li rappresenti, non è semplicemente un mutamento di governo che chiedono: rigettano il Signore stesso, e, in fondo, la libertà di essere go-vernati solo da lui.

Questo è quello che dice il Signore, e quello che modestissimamente penso anch’io, e vorrei dirlo in modo radicale: il monoteismo, cioè riconoscere un solo Dio, il Dio dell’assoluta libertà è inconciliabile radicalmente sia con un potere verticista sia con il nazionalismo: monoteismo e potere sono antagonisti. È solo la mia povera opinione, ma la sostengo con tutta la passione di cui sono capace.

Il testo stesso dimostra questa ipotesi.

«“Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci uscire dall’Egitto ad oggi. M’hanno abbandonato per servire altri dei, ora dunque dà ascolto alla loro voce, abbi cura però di avvertirli solennemente e di far loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro.” Samuele riferì tutte le parole dell’Eterno al popolo che gli domandava un re e disse: “Questo sarà il modo d’agire del re che regnerà su di voi: egli prenderà i vostri figliuoli e li metterà sui suoi carri e fra i suoi cavalieri, e dovranno correre davanti al suo carro se ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine. Li metterà ad arare i suoi campi, a mieter le sue biade, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri, prenderà le vostre figliuole per farsene delle profumiere”» molto ottimista qui «“delle cuoche e delle fornaie, prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori, prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darli ai suoi eunuchi e ai suoi servitori” veramente inquietante qui “prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoprarli nei suoi lavori, prenderà la decima dei vostri greggi e voi sarete suoi schiavi, e allora griderete per cagione del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno l’Eterno non vi risponderà”. Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: “No, ci sarà un re su di noi, e anche noi saremo come tutte le nazioni, il nostro re amministrerà la giustizia fra noi, marcerà alla nostra testa e condurrà le nostre guerre”. Samuele, udite tutte le parole del popolo, le riferì all’Eterno, e l’Eterno disse a Samuele: “Da’ ascolto alla loro voce, e stabilisci su di loro un re” e Samuele disse agli uomini di Isra-ele: “Ognuno se ne torni alla sua città”.»

Questa pagina andrebbe meditata in ogni pubblica assemblea. Non finisce mai di darci un ritratto di che cos’è la tirannia dei popoli. Mi colpisce, in particolare, la ripetizione di questo verbo: “prendere”. Come se ci fosse una incontenibile “rapa-cità” ne sovrano.

Il potere è per definizione rapinoso. Dunque, il Santo Benedetto, come sempre, sa bene ciò che vuole far intendere, Samuele riferisce perfettamente il suo sentire e, malgrado questo, la seduzione per l’uomo che risolve tutti i problemi, l’uomo “unico”, costi quel che costi, è una seduzione che continua ad affascinare ancora oggi gli esseri umani in varie forme.

Questo testo io l’avrei inserito nella Costituzione repubblicana, se fosse stato possibile. È il testo che tutti dovrebbero conoscere, credenti e non credenti, ebrei, cristiani, musulmani… È anche un testo che dimostra come tutti noi, che siamo appassionati di questa Scrittura, abbiamo ottime ragioni per esserlo.

In queste pagine ci sono molti pro-blemi che riguardano la modernità. Uno è, per esempio, fino a che punto è lecito che una comunità religiosa – possiamo parlare di Israele ma anche della Chiesa Cattolica – eserciti un potere terreno, per assicurarsi la propria sussistenza. Può una comunità religiosa costituirsi come “forza” allo stesso modo delle “altre nazioni”?

Certo, può, ma allora smette di essere quello che è. La grande sfida lanciata dal monoteismo è di rispondere all’idolatria con la libertà. Se la libertà che ti è stata data la pieghi in una forma di idolatria, camuffandola oltretutto in un modo miserabile, il monoteismo è sconfitto. È per questo che il Padreterno dice: “o me o loro, tertium non datur”. Quel tertium che viene perseguito da alcuni “riformisti” è il diabulus, lì si nasconde la pretesa di salvare capra e cavoli. Questo è impossibile! Qui siamo di fronte a una scelta radicale: o la libertà o l’idolatria. Davanti a questa scelta non si può che essere radicali. Altrimenti è la libertà che muore. Non c’è mediazione possibile nel merito. La mediazione è proponibile sui modi e sui tempi per arrivarci, ma non si può mediare sui valori, proprio perché il divino afferma se stesso come portatore di libertà assoluta. Per questo ci dice “non puoi avere altri idoli di fronte a me”. Questo capitolo lo dimostra ad eternum: o l’uno o l’altro. Bisogna scegliere. Le conseguenze della scelta sono evidenti, sono sotto gli occhi di tutti: ogni volta che si abbandona il cammino della libertà si imbocca il cammino della tirannia, e le comunità religiose che pensano di piegare questi testi o il Vangelo o il Corano all’uso del dominio del potere hanno scelto la strada di Lucifero, diventano sacerdoti luciferini, per dirla con le immagini religiose. Lo so che costa caro essere liberi, ma bisogna pagarne il prezzo, perché altrimenti la libertà non arriva. Io capisco che la debolezza degli uomini, soprattutto dopo immense catastrofi, porti alla forte tentazione di affidarsi alla protezione perversa, ma in qualche modo calda, di quel potere che ti dice: “me ne occupo io”. Ma in realtà non si occupa di te. Ti illude, poi ti depreda e ti fa schiavo.

Sì, la tirannia è descritta proprio come una tentazione degli schiavi. Ma c’è un’ultima cosa che mi colpisce: non pare anche a lei di avvertire come una sorta di “tristezza” di Dio nelle parole con cui concede al popolo la monarchia?

Sì. Infinita. Ti muove a un sentimento di profondo accoramento simpatetico nei confronti del divino. C’è un immenso dolore in queste parole, perché il divino vede molto lontano: che fine farà la monarchia? Cosa saranno questi re? Cominciamo col dire che Saul era un nevrotico avvinghiato sul proprio ego, David, il grande David, il pastorello, prima di diventare il grande salmista è stato uno dei peggiori mascalzoni che si ricordino, mandò a morire il suo migliore amico per rubargli la moglie. Poi arriva il radioso Salomone, l’edificatore mitico dell’apoteosi della dimensione “regno”, ma che padre è Salomone? I suoi figli prima litigano, poi si massacrano, e da quel momento in avanti si passa di disgrazia in disgrazia, fino all’esilio bimillenario. Queste sono le conseguenze ineludibili per chi si affida alla mistica della dimensione regno.

Il regno non è la dimensione progettuale dell’identità Israel a mio parere. La grande sfida che l’identità monoteista propone è quella di riu-scire a vivere da stranieri fra gli stranieri nella tua terra, praticando un’economia di giustizia. Così e solo così la terra diventa santa.

Un bel programma politico, che è anche un bel programma di fede nell’umano. Grazie, Moni Ovadia.

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