Andrea Segrè

451 parole: rifiuto

Rifiuto dunque (non) sono. La civiltà moderna tende a rimuovere i rifiuti, fisicamente ma soprattutto mentalmente. È il rifiuto del rifiuto. Che poi ci porta a rifiutare non solo le “cose”, ma anche le persone: l’altro, il diverso, alla fine noi stessi.

La rimozione mentale implica, a monte, la volontà di rinunciare alla consapevolezza del problema, uno dei principali in tutto il mondo. Infatti, molte persone non conoscono la quantità di rifiuti prodotta nei paesi industrializzati annualmente – ogni cittadino europeo produce mediamente più di 500 kg di rifiuti urbani ogni anno – e l’impatto ambientale, economico, sociale che ne deriva. Soprattutto non sanno che i rifiuti continuano ad aumentare anche dove la loro gestione è molto migliorata, figuriamoci dove invece ciò non avviene: come in Italia nel caso della Campania, dove il ri-fiuto si fiuta praticamente da sempre.

Ormai il nostro paese, assieme ai tanti altri che una volta si (auto)definivano avanzati – oggi probabilmente più nel senso letterale del termine: economie dove avanza troppo –, assomiglia più che mai a una delle “Città invisibili” di Italo Calvino. Precisamente a Leonia, dove l’opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono via per far posto alle nuove, «che più espelle roba» scriveva l’immaginifico e lungimirante Calvino quarant’anni fa «più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri»1. Un paese in cui si consuma, si spreca più cibo di cui si ha bisogno, più risorse naturali di quelle che servono, e si produce più immondizia, spazzatura e rifiuti di quelli che si riescono a smaltire, riciclare, recuperare. C’è da restar sbalorditi nel leggere di Leonia, niente affatto invisibile, che non riesce a respingere oltre i suoi confini le repellenti montagnole circostanti composte dai resti abbandonati della civiltà quotidiana d’uso giornaliero, ed è in attesa di un immane cataclisma. C’è molta Leonia in Italia e altrove nel mondo cosiddetto avanzato, sempre nel senso letterale del termine.

Non a caso fin dal 1975, riprendendo un indirizzo già formulato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), la gerarchia fissata dall’Unione Europea per la gestione dei rifiuti pone al primo posto la prevenzione, seguita dal riuso, dal riciclaggio e da altre forme di recupero. Gerarchia obbligatoriamente ripresa in tutte le norme ambientali degli stati membri, ma mai veramente applicata in questa forma, neppure nei paesi più virtuosi.

Anche se la raccolta differenziata rappresenta ormai la base del riciclaggio, è sempre più complesso gestire l’aumentata eterogeneità di materiali molto diversi e difficili da trattare tutti insieme, per la presenza di sostanze pericolose e inquinanti. Il consumo delle risorse è inesorabilmente legato alla produzione di rifiuti. È impossibile fabbricare alcunché senza lasciare tracce. Meno scorie si lasciano e più il processo produttivo è efficiente. In Italia la produzione di rifiuti continua ad aumentare e non soltanto perché i rifiuti sono il rovescio della produzione: aumentano se questa aumenta. Con i prodotti aumentano anche gli imballaggi, le confezioni, che spesso valgono di più del bene stesso e non sono consumabili. Pensiamo a un profumo: spesso la confezione, che gettiamo via immediatamente nonostante la sua “bellezza”, costa di più del profumo stesso. Eppure non ce ne facciamo nulla.

I consumatori maturi non fanno i pignoli quando si tratta di relegare gli oggetti nella spazzatura, di regola accettano la brevità di vita delle cose e la loro fine prestabilita con serenità, spesso con piacere appena dissimulato, in qualche caso con autentica gioia, celebrandola come una vittoria. I più abili sanno che liberarsi delle cose che hanno superato la loro data-limite di utilizzo è un evento di cui rallegrarsi. Per i maestri dell’arte consumistica il valore di ogni oggetto non sta tanto nella sua virtù, quanto nei suoi limiti. In una società dell’eccesso e dello sperpero, raggiungere una situazione più equilibrata significa rivedere non un solo aspetto, ma prendere iniziative riguardo a tutte le fasi del ciclo di produzione, consumo e gestione dei rifiuti. Perciò è indispensabile che i consumatori siano più consapevoli e ripensino i loro stili di vita.

Il mercato finalizzato al profitto cerca di far moltiplicare gli acquisti dei consumatori. Un modo per farlo è accorciare la vita dei prodotti. Le automobili di oggi durano molto meno di quelle di una volta. E comunque poi vengono rottamate, dando degli incentivi. È così anche per molti altri beni, come i vestiti e le scarpe che la moda spinge ogni anno a rinnovare. Poi ci sono i computer, sostituiti spesso per l’innovazione della tecnologia e dei programmi. Un’altra ragione del continuo aumento di rifiuti è che la vita è sempre più frenetica e la gente acquista alimenti in porzioni già pronte, poi butta via una gran quantità di confezioni e imballaggi. Tutto ciò ha a monte un intenso lavoro industriale con immissione di scarti nell’ambiente (ossidi di azoto e zolfo, idrocarburi aromatici, polveri sottili, metalli pesanti), e a valle un altro lavoro di trattamento dei rifiuti con ulteriori impatti ecologici. Le polveri e le ceneri dei termovalorizzatori sono a loro volta classificate tra i rifiuti pericolosi.

È vero che l’immondizia può diventare ricchezza: legale (ecoefficienza) e illegale (ecomafia). Tuttavia è meglio agire a monte. In teoria il modello del buon governo dei rifiuti è semplice. L’Unione Europea lo ha riassunto in 4 R, infilate – come detto – secondo una precisa gerarchia. Al primo posto c’è la prevenzione attraverso il Risparmio delle materie prime. Poi viene il Riuso dei prodotti. Quindi il Riciclo degli oggetti. Da ultimo il Recupero dell’energia contenuta negli oggetti. Insomma un terzo dei rifiuti può alimentare la macchina del riciclo, un terzo può essere trasformato in energia con incenerimento o attraverso i processi di digestione anaerobica (che creano gas combustibili) e un terzo può finire in una discarica ben impermeabilizzata e monitorata.

Insomma dobbiamo costruire quella “società del riciclaggio” che l’Unione Europea pone come obiettivo strategico nel quadro di un impiego più efficiente delle risorse: occorre essere dunque consapevoli che la gestione dei rifiuti mette in discussione tutto il sistema di produzione e di consumo della nostra società2.

Dalla società dell’usa e getta bisogna passare a quella dell’usa e riusa. L’uso delle risorse non dovrebbe essere soltanto una scelta etica ma anche razionale, scientifica. Se le risorse sono limitate e siamo sommersi dai rifiuti, i prodotti usa e getta devono lasciare il posto ai prodotti usa e riusa o ecoscomponibili, cioè l’evoluzione del prodotto ecocompatibile. Un approccio corretto della gestione dei rifiuti dovrebbe partire proprio da un’analisi dell’intero ciclo di vita dei prodotti, il life cycle assessment. Fin dalla progettazione si possono perseguire le riduzioni di materiali, energia e pericolosità dei beni: è l’ecodesign industriale, l’industrial ecology.

Dunque, possiamo affrontare il problema in due modi: il primo, più diffuso, è affermare che i rifiuti sono una conseguenza inevitabile del nostro sistema produttivo e dunque, non potendo (o non volendo) intervenire in maniera decisa per ridurli, bisogna capire come smaltirli. L’altro modo, che per fortuna è sempre più oggetto dell’attenzione generale, è la strategia Rifiuti Zero (Zero Waste Strategy). Perché – come dice il suo teorico Paul Connet – il problema non è come eliminare i rifiuti ma semmai come evitare di produrli. Nella strategia Rifiuti Zero si comincia con la raccolta porta e porta, che è solo il primo fondamentale passaggio, ma c’è ben altro: i Centri di Ricerca sulla Riprogettazione del Prodotto Industriale e i Centri Comunali per la Riparazione, Riuso e Decostruzione.

Per citare qualche esempio concreto, vicino e lontano, con il primo passo di Zero Waste si sono già raggiunti, in molte città italiane, risultati più che significativi in termini di quantitativi di raccolta differenziata che superano il 90% e da questa riorganizzazione dello smaltimento/trasformazione dei rifiuti sono sorti già nuovi posti di lavoro e piccole forme di autoimprenditorialità. Altro esempio viene dall’Oregon, dove è nata la Zero Waste Alliance, associazione pubblico/privata che ha lo scopo di studiare casi di produzione sostenibile, diffonderli attraverso l’Accademia Zero Waste, supportare azioni di educazione e di marketing sul riuso e compostaggio, formare manager e coinvolgere a 360° le aziende che applicano questa formula. Il successivo passaggio consiste nel riciclare e inserire correttamente sul mercato i prodotti del riciclo, supportare la ricerca tecnica e logistica, creare conoscenza attraverso corsi universitari con lo scopo di diffondere un clima creativo e una cultura ecologica tra i cittadini e, di conseguenza, nell’economia. Così i rifiuti diventano risorse economiche e non costi. I costi della produzione di scarti non devono ricadere sulle comunità. Gli imballaggi ad esempio sono responsabili del 40% del peso dei rifiuti solidi urbani prodotti e del 55% del loro volume. Sono la frazione più consistente, in aumento ed eterogenea, per questo dovrebbero essere usati solo in caso di stretta necessità, ripensati nella riusabilità e decomponibilità. In quest’ottica sono quattro le strategie proposte per eliminare gli imballaggi: utilizzare l’acqua del rubinetto, vendere direttamente i prodotti alla spina, non usare le borse di plastica per la spesa, rendere obbligatorio il “vuoto a rendere”, usare imballaggi completamente biodegradabili e realizzati con biomasse. Dunque lo scarto come risorsa e riutilizzo di ogni parte di prodotto che possa essere recuperata. In questo modo possiamo diffondere la cultura del prodotto da migliorare affinché lo scarto o il rifiuto diventino una percentuale sempre minore, addirittura inesistente. E poiché prima o poi tutti i prodotti, se non altro per deterioramento, diventano rifiuti, si deve pensare e produrre tutto con materiali il più possibile riassorbibili in un ciclo ininterrotto.

I rifiuti non sono dunque un problema tecnologico, sono un problema di strategia. Abbiamo bisogno di migliorare l’organizzazione, l’educazione e la progettazione industriale. Insomma dobbiamo sapere come si originano e che fine fanno i prodotti che consumiamo o che semplicemente gettiamo via.

Allora nel capitolo prevenzione, a monte di tutto cioè, andrebbero eliminati o quantomeno ridotti gli sprechi inutili. Anche quelli di cibo, che invece aumentano: per dire in un anno (2009) le perdite lungo la filiera agroalimentare dell’Italia sono ammontate a 20 milioni di tonnellate. Trasformate in nutrienti significa l’equivalente per alimentare una popolazione di 44 milioni di persone, in valore sono 37 miliardi di euro per non dire dell’impatto ambientale, economico e sociale di questo spreco. Abbiamo consumato risorse (suolo, acqua, lavoro, mezzi tecnici…) per produrre, trasformare e distribuire gli alimenti che poi non vengono consumati. E per smaltirli dobbiamo consumare altre risorse3.

Assurdo, certamente. Però vale la pena promuovere il recupero di queste eccedenze perché lo spreco, ciò che si getta via inutilmente, si può trasformare in risorsa, almeno per qualcuno. I prodotti invenduti possono essere considerati infatti come una potenziale offerta di prodotti. Così come, dall’altra parte, esiste – e cresce – una domanda inespressa proprio per quegli stessi prodotti. Pensiamo solo agli indigenti, i poveri: consumatori senza potere di acquisto. Ecco un ossimoro: lo spreco utile. Ciò che per tanti è abbondanza, e quindi spreco, per qualcun altro è scarsità e quindi opportunità. Lo spreco può dunque trasformarsi veramente in risorsa. Ma soprattutto può diventare il paradigma di una nuova società che si fonda sulle relazioni fra le persone. Fra chi dona un’eccedenza (tipicamente un’impresa) e chi la riceve (un ente caritativo). Due mondi – le imprese for profit e gli enti no profit – apparentemente lontani e antitetici. Eppure la relazione donatore-beneficiario va oltre il bene recuperato. Anzi è proprio il bene recuperato il mezzo che stimola la relazione diretta fra chi dona e chi riceve. Un sistema di recupero dei beni invenduti che coniuga, per davvero, solidarietà (più aiuti) con sostenibilità (meno rifiuti). Più aiuti meno rifiuti significa anche prolungare la vita dei beni e vuol dire anche allungare quella di chi li utilizza: cestinare e distruggere i prodotti prima del loro uso o della loro fine naturale è un po’ come farli morire, e con loro eliminare le persone che invece potrebbero consumarli4.

Così la premessa di un prolungamento della vita di un oggetto o di uno strumento – per passare ai beni non alimentari – diventa l’attenzione verso il suo stato: in molti casi la manutenzione vuol dire riparazione. Riparazione che vuol dire uscire dalla società dell’usa e getta, dalla sua logica. Tuttavia riparare un oggetto vuol dire conoscerlo a fondo, sapere come funziona, saperci mettere le mani dentro, trovare o disporre delle parti che richiedono una sostituzione. Stiamo perdendo queste conoscenze e abilità. Dobbiamo invece modernizzare l’uomo artigiano5: le modalità di un approccio al lavoro dove si intravede un’alternativa radicale alla spersonalizzazione e allo svuotamento dell’attività lavorativa, alle sue merci e al loro consumo.

Allora anche il rifiuto potrebbe diventare – solo a volerlo – relazione e lavoro: un modo per allungare la vita dei beni, dell’ambiente che ci circonda e, in fondo, di noi stessi.

1. Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori, 2002, p. 114.

2. ‘Ecoscienza. Sostenibilità e controllo ambientale’, n.1, anno II, marzo 2011.

3. Andrea Segrè e Luca Falasconi (a cura di), Il libro nero dello spreco. Il cibo, Milano, Edizioni Ambiente, 2011.

4. Andrea Segrè, Last Minute Market. La banalità del bene e altre storie contro lo spreco, Bologna, Pendragon, 2010.

5. Richard Sennett, L’uomo artigiano, Milano, Feltrinelli, 2008.

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ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e presidente della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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