Jonathan Zimmerman

A cosa servono le scuole

da ''The New York Review of Books''

Martha Minow, In Brown’s Wake. Legacies of America’s Educational Landmark, Oxford, Oxford University Press, pp. 304, $ 24,95

SOCIETA’ E STORIA AMERICANE. Negli Stati Uniti, più che in molti altri paesi, le differenze fra razze, culture e classi sociali sono evidenti e perciò vengono sentite come un problema. Dagli anni Cinquanta sono stati varati, non senza difficoltà, una serie di provvedimenti, atti e leggi a favore dell’integrazione all’interno delle scuole di scolari di diverse provenienze etniche e culturali. Un passo notevole, considerando che fino allora non esistevano scuole “miste”, ma diverse e separate fra loro a seconda del genere, della razza, della lingua e della religione. Per non parlare della segregazione dei bambini diversamente abili in istituti specifici. La sentenza Brown v. Board of Education e il No Child Left Behind Act sono alcuni traguardi che il governo americano ha raggiunto. Ma la segregazione all’interno delle scuole è un fenomeno ancora presente.

Una delle prime cose che si imparano nelle scuole degli Stati Uniti è che l’America si fonda su un insieme di idee, non su legami razziali condivisi o ancestrali. Tutti gli uomini sono stati creati uguali. Libertà e giustizia per tutti. Da molti individui, uno (stato). La storia degli USA riflette i modi diversi e spesso conflittuali con cui gli americani hanno elaborato queste idee nel tempo. Così gli americani hanno posto enorme enfasi – un’enfasi eccezionale – su un patrimonio di parole, frasi e slogan. Partecipate alle manifestazioni del Tea Party e sentirete citare abbondantemente i Padri Pellegrini. Ma potete trovare le stesse parole nel discorso di Gettysburg di Lincoln – che generazioni di scolari americani hanno dovuto imparare a memoria – e in quello di Martin Luther King “I Have a Dream”.

Più di mezzo secolo dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, si può considerare che Brown v. Board of Education (Brown contro Ufficio Scolastico, n.d.T.) sia parte dell’eredità retorica americana1. Non molti americani sono in grado di citare le effettive parole della sentenza, che riflette le sobrie tradizioni analitiche della Corte Suprema più che le intonazioni influenzate dalla religione di Lincoln o di King. Ma il semplice nome della Brown v. Board of Education (abbreviato in Brown) è diventato esso stesso sinonimo dei valori e delle aspirazioni più care alla nazione.

Perciò il modo in cui le persone parlano della sentenza Brown ci dice molto su di loro. Pensate, ad esempio, all’affermazione del Segretario all’Istruzione Arne Duncan, dello scorso 17 maggio. «Oggi» ha dichiarato Duncan «nel cinquantaseiesimo anniversario della decisiva Brown v. Board of Education, festeggiamo il progresso che abbiamo fatto nel portare equità nell’istruzione di milioni di studenti americani. Ma rendiamo anche onore al sacrificio di tutti coloro che hanno lottato per l’uguaglianza riconoscendo che, nonostante i progressi, c’è ancora molta strada da fare. Riaffermiamo il nostro impegno collettivo per fornire un’istruzione di alto livello a tutti i bambini, indipendentemente dalla loro razza o background sociale, così che possano avere successo al college, nella carriera lavorativa e nella vita. L’istruzione è il punto centrale dei diritti civili dei nostri tempi. Io e il presidente Obama continuiamo a impegnarci a fondo per riformare le scuole in modo che tutti i bambini possano ricevere l’istruzione di prima classe che meritano»2.

Oggi, negli Stati Uniti, i principi contenuti in questo discorso sono indiscutibili, non riusciamo a immaginare che una persona ragionevole vi si possa opporre. Più di ogni altra cosa, la sentenza Brown simboleggia il nostro forte, e soprattutto recente, consenso nazionale a favore dell’ideale di uguaglianza razziale.

Per quanto noi siamo lontani dal realizzarlo nella pratica, questo ideale è divenuto condiviso in modi che avrebbero lasciato sbalorditi gli americani quando la Brown stessa fu emessa. Si dimentica facilmente che 19 senatori su 21, nel 1956, firmarono un manifesto che chiedeva di cambiare la sentenza, o che ‘The Atlantic Monthly’ – un baluardo del liberalismo del New England – pubblicò un articolo quello stesso anno in cui si affermava che la Brown avrebbe incentivato il sesso interraziale. («Solo pochi anni di scuole miste formerebbero un numero sempre maggiore di giovani del sud indottrinati, liberi da ogni “pregiudizio” contro le unioni miste» avvertiva l’articolo3.) Al nord, come al sud, sentimenti razzisti dichiarati così apertamente erano del tutto accettabili; solo mezzo secolo più tardi sono tabù.

Come però ci ricordano i sondaggisti e gli esperti di scienze sociali, è più probabile che i razzisti contemporanei tengano per sé i propri pregiudizi4. Ma la loro grande reticenza dimostra la questione più importante: nell’America contemporanea, l’uguaglianza razziale è stata proclamata una parte normativa dell’Americanismo stesso. La sentenza Brown incarna questa speranza, nella nostra questione razziale odierna, e il discorso del segretario Duncan ne è l’esempio.

Ma il suo discorso è notevole anche per ciò che non dice: che razze diverse dovrebbero andare a scuola insieme. Come ci ricorda Martha Minow nel suo utile libro, In Brown’s Wake, la sentenza fa due affermazioni legate tra loro ma diverse: che l’istruzione dovrebbe essere accessibile a tutti i bambini in modo egualitario, e che le strutture educative separate erano di per sé inique. Abbiamo ottenuto il consenso sulla prima aspirazione, anche se abbiamo dovuto lottare per ottenerlo. Ma per la seconda affermazione, circa l’integrazione razziale, non abbiamo assolutamente consenso. Conoscete un solo politico di oggi, di qualunque partito o razza, che abbia basato la sua campagna elettorale sulla semplice proposta che bambini di razze diverse frequentassero la stessa scuola? Di certo non l’hanno fatto Arne Duncan o Barack Obama. Nessuno direbbe che Obama, lui stesso prodotto di scuole profondamente integrate, “si oppone” all’integrazione razziale. Ma sarebbe altrettanto assurdo sostenere che per lui sia una priorità, o che lo sia per chiunque altro. Torniamo al discorso di Duncan: molto è stato detto sull’eguaglianza razziale, e niente sull’integrazione. Questo è il punto.

Oppure pensate al No Child Left Behind Act (atto del Congresso del 2001 sull’istruzione nelle scuole pubbliche), probabilmente la legge federale sull’istruzione più importante della storia americana, che rispecchia un cambiamento radicale nella relazione tra il governo nazionale e l’istruzione. Per molto tempo l’istruzione pubblica è stata appannaggio delle amministrazioni locali e statali più che del governo federale. Questa situazione iniziò a cambiare dopo la sentenza Brown, quando le corti federali cominciarono lentamente a richiedere ai distretti scolastici del sud di abolire la segregazione: oggi, grazie a questi sforzi, nelle scuole sotto la linea Mason-Dixon5 c’è molta più integrazione rispetto alle scuole del nord.

Al Congresso, nel frattempo, i legislatori della Great Society concepirono nuovi programmi di sostegno per bambini svantaggiati, compreso il più famoso Head Start6. Ma il No Child Left Behind, come dice lo stesso nome, è mirato a ogni bambino. Esso richiede che tutti i distretti scolastici verifichino la situazione di tutti gli studenti dal 3° all’8° grado (dagli 8 ai 14 anni) e penalizza le scuole che hanno fallito nel fare progressi. Anche se i critici del No Child Left Behind talvolta ne parlano come di qualcosa di imposto con una sorta di colpo di stato da George W. Bush, che firmò la legge nel 2002, esso ha avuto invece un grande sostegno da entrambe le parti, essendo passato alla Camera dei Rappresentanti con 384 voti favorevoli e 45 contrari e al Senato con 91 voti favorevoli e 8 contrari. Tra i sostenitori c’erano il senatore Edward Kennedy e il rappresentante dell’area della baia di San Francisco George Miller, uno dei legislatori più liberal di Washington.

E cosa dice il No Child Left Behind sulla razza? Molto. La legge richiede alle scuole di classificare i risultati dei propri test sulla base della razza: se uno dei gruppi razziali rappresentati non mostra alcun progresso, anche una scuola che ha ottenuto in generale buoni risultati (come misurato dai test) può essere penalizzata. Non sorprende che gli architetti del No Child Left Behind abbiano fermamente radicato questi provvedimenti nella sentenza Brown. «Il messaggio della Brown v. Board era: le scuole separate sono di per sé inique» dichiarò Rod Paige, il primo segretario all’Istruzione di Bush, quando giurò come membro della Commissione per il Cinquantesimo Anniversario della sentenza Brown, nel 2002. «Il messaggio del No Child Left Behind è: l’istruzione separata – un’istruzione, cioè, che è basata sull’assunto che alcuni bambini non possano imparare – è di per sé iniqua.»7

Quello che Paige non disse, ovviamente, è che la segregazione razziale all’interno delle scuole americane è ancora incredibilmente diffusa. Perciò se la Brown aveva ragione nell’affermare che la segregazione è iniqua, il No Child Left Behind è condannato al fallimento. Nel 2000, il 72% dei bambini neri frequentavano soprattutto scuole per le minoranze, più di un terzo degli studenti neri e ispanici frequentavano scuole in cui il 90% dell’utenza apparteneva a minoranze. Il No Child Left Behind non richiede alle scuole di monitorare o misurare l’integrazione razziale. In effetti, la legge non fa menzione affatto dell’integrazione. Non lo fanno nemmeno gli emendamenti proposti dall’amministrazione Obama al No Child Left Behind, che sono previsti nella recente “Race to the top”, una grande competizione tra tutte le scuole d’America. Le riforme incoraggiano gli stati a mettere a punto test più sistematici e a basare gli stipendi dei professori, almeno in parte, sui punteggi degli studenti in questi test, cosa che, com’era prevedibile, ha scatenato il panico fra gli insegnanti.

Così come i suoi promotori, gli oppositori del No Child Left Behind parlano tanto di razza ma quasi mai di integrazione razziale. Invece di favorire i progressi dei bambini appartenenti alle minoranze, dicono i critici, il No Child Left Behind li danneggia incoraggiando un’istruzione a passo di marcia o “con un insegnamento finalizzato ai test”. Da sempre i bambini più benestanti ricevono un’istruzione migliore rispetto ai bambini più poveri. Il No Child Left Behind, probabilmente, ha contribuito ad aumentare tale distanza, perché le scuole più disagiate corrono un rischio maggiore di non riportare grandi progressi e incorrono, quindi, nelle sanzioni della legge. Di conseguenza, queste scuole ritagliano i propri programmi il più precisamente possibile sui test, e, pratica molto criticata, fornendo anche agli insegnanti programmi dettagliati al minuto8.

E non è neanche chiaro se le scuole che hanno mostrato un miglioramento nel punteggio dei test abbiano effettivamente aumentato il profitto dei loro studenti. Alcune scuole hanno raggirato il sistema camuffando il numero degli studenti che si sono ritirati, eliminando in questo modo gli studenti con punteggi più bassi dall’insieme dei risultati dei test. Altre sono ricorse a una vera e propria truffa, suggerendo le risposte agli studenti durante il test o correggendo dopo le risposte sbagliate. A livello statale, infine, i responsabili hanno attenuato sistematicamente la difficoltà dei test o abbassato il livello richiesto per superarli9. In conclusione, come sottolineano correttamente i critici del No Child Left Behind, tutti questi raggiri e queste scorciatoie danneggiano gli studenti delle minoranze più di ogni altro; raggruppati nelle scuole con basso rendimento delle comunità povere, essi subiscono l’impatto maggiore della mano pesante del No Child Left Behind. L’analista di lunga data del sistema educativo Jonathan Kozol, nel 2007, è giunto anche a una protesta contro «il violento danno che è stato fatto ai bambini dei quartieri degradati della città» dal No Child Left Behind10.

“Danno”, naturalmente, è una parola che arriva direttamente dalla sentenza Brown v. Board of Education. Ma gli avvocati che ne avevano portato avanti la linea di difesa affermavano che i bambini neri venivano danneggiati dalla segregazione razziale, e non solo dalla povertà o da un’istruzione di scarso livello. In effetti, come ci ricorda Martha Minow, dovevano fare quell’affermazione per supportare il loro caso. «Ho considerato il principio base che se hai avuto un incidente stradale e hai subito “lesioni”, devi provare le tue lesioni, devi quindi chiamare a deporre un medico e il medico spiegherà quali sono le tue lesioni e come sei stato danneggiato» ricordava Thurgood Marshall, il rappresentante dei querelanti alla Corte Suprema nel processo Brown, prima di entrare a far parte lui stesso della Corte. «Perciò dico che questi bambini Negri sono stati danneggiati, dovremo provarlo.»

La Minow cita questo passaggio all’inizio di un lungo capitolo su scienze sociali e legge, che si conclude con un appello piuttosto tiepido alla “integrazione sociale” nelle scuole. Lei è a favore dell’integrazione in astratto ma non mette mai in piedi un’argomentazione convincente su come, o perché, la si dovrebbe promuovere. E anche questo ci dice qualcosa di significativo sugli attuali politici americani. La Minow, preside della Harvard Law School, comincia il suo libro ringraziando Elena Kagan, che prima di lei occupava quel posto e adesso è giudice della Corte Suprema. Quando Obama ha nominato la Kagan suo procuratore generale, ha chiesto alla Minow di sostituirla all’ufficio della Legal Service Corporation. La Minow, che Obama descrive come l’insegnante più autorevole tra quelle che ha avuto a Harvard, era, secondo i resoconti, nella sua ristretta lista per il posto libero alla Corte Suprema prima che Obama scegliesse la Kagan. Si può supporre che se il presidente riuscisse a fare qualche altra nomina alla Corte Suprema, la Minow verrebbe presa in considerazione. Perciò tutti noi dovremmo ascoltare la sua opinione sulla sentenza Brown, sulla razza e su molto altro.

Come risulta, l’opinione più importante della Minow è che la sentenza Brown ha avuto influenza su altre cose più che sull’atteggiamento nei confronti della razza. «Lo stato dell’integrazione razziale nell’istruzione potrebbe essere considerata deludente in maniera sbalorditiva» scrive la Minow «ma la Brown ha anche prodotto dei vantaggi inaspettati occupandosi dei trascorsi svantaggi educativi basati sul genere, sulla disabilità, sul linguaggio, sulla condizione di immigrato, sulla povertà, sull’orientamento sessuale e sulla religione». Per ognuno di questi ambiti, lei afferma, gli attivisti hanno usato il linguaggio, lo spirito e l’autorità della sentenza Brown allo scopo di trasformare le scuole e la società. Eppure, anche in questo caso, la doppia asserzione della Brown – l’istruzione deve essere uguale per tutti, e non può esserlo se si mantiene separata – ha portato a risultati diversi, spesso confusi. Tra gli americani si sta diffondendo un ampio consenso sul fatto che le ragazze e i disabili, così come le minoranze razziali, meritino un’istruzione equa. C’è meno accordo su questo ideale quando si parla di immigrati e omosessuali, ambito in cui persiste un forte sentimento più apertamente pregiudiziale e di esclusione.

Non c’è, invece, alcun consenso sul concetto secondo il quale un’istruzione dello stesso livello per questi sottogruppi debba anche avvenire in una situazione di integrazione. Può una ragazza ricevere un’istruzione adeguata in una scuola femminile? O uno studente non madrelingua inglese in una classe non integrata? O un disabile in una struttura specializzata? Se i ragazzi gay vengono maltrattati e presi in giro dai compagni etero e dagli insegnanti, si dovrebbero istituire delle strutture speciali anche per loro? E se i membri di una minoranza religiosa sono vittime di discriminazione nelle scuole normali, come afferma la setta ultraortodossa di ebrei chassidici di Kiryas Joel (NY), dovrebbero avere la possibilità di frequentare anche loro una scuola separata? Dichiarando che l’istruzione separata non può essere paritaria, la Brown suggerirebbe un’unica risposta a tutte queste domande: no. Ma gli americani oggi non sono certi di come rispondere a questa domanda.

E non lo è neanche la Minow. Analizzando scrupolosamente le ricerche più rilevanti, la Minow ammette quanto poco sappiamo su come i bambini imparano e su quali sia l’ambiente migliore per aiutarli in questo. Il suo discorso sulle scuole maschili o femminili è esemplare a questo proposito, e merita di essere citato per intero: «Per quanto attraente sia immaginare che la ricerca nelle scienze sociali possa fornire risposte circa uguaglianza e istruzione, è maggiormente rilevabile l’inconcludenza della ricerca empirica sul rapporto tra scuola e genere. Le scoperte delle scienze sociali su ragazzi e ragazze sono ambigue e complesse. Anche gli studi che vogliono riassumere altri studi sono inconcludenti. In realtà, i sostenitori di entrambe le parti possono basarsi, e lo fanno, sull’incertezza dei dati di fatto per supportare la propria posizione nel dibattito sull’istruzione non mista, data l’assenza di prove affidabili del fatto che tale rivalutazione della divisione tra i generi funzionerà meglio o peggio delle scuole miste.

Lo stesso si applica alle questioni riguardanti l’istruzione bilingue (per esempio, la separazione degli studenti non madrelingua inglese che apprendono l’inglese per una parte o per tutta la giornata scolastica) e la disabilità, in cui la maggior parte dei bambini diversamente abili rientra nelle pratiche educative standard. Sono stati ampiamente dimostrati i vantaggi di far frequentare ai bambini disabili le classi regolari, sia per loro stessi che per i compagni sani. Ma è altrettanto chiaro, comunque, che alcuni bambini disabili imparerebbero meglio stando separati, e potrebbero dover affrontare, e anche creare, sfide insormontabili in un ambiente tradizionale. «Questo dovrebbe servire per ricordarci che l’integrazione non è l’unico modo per avere pari opportunità; trattare allo stesso modo persone diverse non è un trattamento equo» scrive la Minow.

Quando, allora, bisogna promuovere l’integrazione e quando no? La Minow non lo dice mai chiaramente, ma la sua risposta è implicita durante tutto il corso del libro: dovremmo attenerci alle scoperte delle scienze sociali. Questa posizione è, in un certo senso, sorprendente, se si tiene conto dei suoi ammonimenti circa le richieste contrastanti e una conoscenza della materia non sicura. Ma anche questa è un’eredità della Brown v. Board of Education. Quel caso era una pietra miliare non solo per la legge americana e le relazioni tra razze, ma anche perché ha spinto a intraprendere nuove ricerche in ambito sociale – specialmente in psicologia – per sostenere la causa della giustizia sociale.

La ricerca di Thurgood Marshall su una teoria del “danno” – paragonabile alle lesioni causate da un incidente stradale – porta direttamente a Kenneth e Mamie Clark, due brillanti psicologi di Harlem i cui studi sugli scolari e le bambole divennero tristemente famosi perché pieni di difetti. Anche se i Clark avevano rilevato che i bambini neri preferivano le bambole bianche rispetto a quelle di colore, non avevano però dimostrato che tale tendenza aumentava tra i bambini neri che vivevano in ambienti ghettizzati.

Di fatto alcune delle loro ricerche suggerivano esattamente l’opposto: i bambini neri nelle scuole miste sceglievano le bambole bianche con più frequenza rispetto a quelli che vivevano in ambienti ghettizzati. Proprio come nel suo esempio delle vittime di incidenti stradali, Marshall aveva bisogno di medici per dimostrare le ferite che la gente di colore aveva subito. E li trovò nei lavori dei Clark.

Altri avrebbero schierato i propri medici. Per rispondere agli studi dei Clark e ad altre prove scientifiche introdotte al processo Brown, John W. Davis, difensore principale del sud segregato, criticò il fatto che gli scienziati sociali «di solito sono in grado di trovare […] quello che stanno cercando». A proposito della più importante questione morale della sua vita, Davis si sbagliava di grosso. Ma aveva ragione – ed era stato eccezionalmente lungimirante – sul rapporto tra le scienze sociali e la legge. Il processo Brown contribuì a diffondere la pratica di ricorrere alle conoscenze degli esperti in tutto il sistema politico americano: in ogni battaglia, sia legislativa che giudiziale, ogni parte schiera ormai le sue autorità accademiche come fossero tanti gladiatori. La conseguenza è spesso uno stallo politico, e una polarizzazione fra esperti, mentre gli studiosi adattano le proprie ricerche a una causa politica o improvvisamente si svegliano e si rendono conto che la causa ha falsato le loro ricerche11.

Tale processo non è mai tanto palpabile, o più intenso, come nel campo dell’istruzione. Anche se il No Child Left Behind Act comprende una clausola che chiede alle scuole di basare le proprie esercitazioni su «ricerche scientificamente fondate», l’istruzione non è, e non sarà mai, una “scienza”. Nella maggior parte delle ricerche nel campo dell’istruzione ci sono semplicemente troppi attori diversi e troppe variabili per rendere riproducibile e generalizzabile la conoscenza12. Forse perché ha un’ampiezza e una validità scientifica così limitata, la competenza nel campo dell’istruzione è forse quella che più di ogni altra subisce influenze politiche e ideologiche.

Paragonate, ad esempio, ciò che insegnano oggi molte scuole di scienza dell’educazione a proposito dell’integrazione dei bambini disabili e di quelli non madrelingua inglese. A proposito della disabilità, come abbiamo visto, l’integrazione è diventata la soluzione universalmente riconosciuta. Chiamata anche “inclusione”, essa presumibilmente amplia l’apprendimento degli studenti disabili e favorisce l’amicizia, la tolleranza, e l’accettazione tra gruppi con abilità differenti. Non si vuole negare che alcuni bambini abbiano un tipo di handicap che richiede strutture specializzate, ma l’idea prevalente è di mantenere queste strutture in numero minimo.

Eppure, quando analizzano studenti non madrelingua inglese, molti professori rifiutano decisamente l’integrazione. Di fatto, non userebbero nemmeno quella parola: far frequentare a questi studenti soltanto le classi ordinarie è deriso in quanto metodo nuoti o affoghi” o “dell’immersione”, che fa affogare i giovani immigrati curiosi in un mare di incomprensione. Perché l’integrazione è senza dubbio un “bene” per una categoria di studenti, ma un “male” per altri? È vero che ci sono degli studi che supportano ognuna di queste posizioni. Ma tali studi non sono ancora in grado di sostenere la certezza con cui gli insegnanti ne parlano. Effettivamente, più debole è la nostra prova su una data procedura, con più forza sembriamo attaccarci a essa. Questo suggerisce che è l’ideologia – non la scienza, né l’evidenza, né la conoscenza – che sta guidando le politiche dell’istruzione.

È inevitabile. Per quanto cerchiamo di renderla “scientificamente fondata”, l’istruzione è sempre ideologica: che sia in maniera implicita o esplicita, riguarda ciò che Aristotele chiama la concezione della “vita buona”. Qual è il modo migliore di vivere? E come possono le scuole favorirlo? Nessuna ricerca alla cieca ci aiuterà a rispondere a questa domanda, che riguarda il significato e lo scopo dell’istruzione stessa. Ma su questi argomenti la Minow non ha quasi niente da dire.

Secondo la visione del mondo di Martha Minow – e a quanto pare anche secondo quella di Arne Duncan e Barack Obama – le scuole esistono fondamentalmente per fornire capacità e opportunità a ogni individuo. È per questo che la legge federale sull’istruzione si chiama “No Child Left Behind”. Soprattutto in un’economia basata sulla conoscenza degli esperti, con nuovi avversari e sfide globali, ogni persona dovrebbe essere in grado di ottenere quello che Duncan non a caso chiama «un’istruzione di prima classe». Perciò, quando i nostri leader si appellano alla sentenza Brown v. Borad of Education, citano inevitabilmente anche le sue promesse di diritti uguali per tutti gli americani. «In questo periodo, è poco probabile che possiamo aspettarci da ogni bambino che abbia successo nella vita, se gli si nega la possibilità di avere un’istruzione» dice la sentenza Brown. «Tale opportunità, nel caso in cui lo stato si sia assunto il compito di fornirla, è un diritto a cui devono avere accesso tutti allo stesso modo.» Ci opponiamo, giustamente, quando a qualcuno viene negato questo diritto a causa di caratteristiche ereditarie: razza, genere, povertà, disabilità e così via.

Ma la sentenza Brown parla di uno scopo collettivo delle scuole che tutti sembrano aver dimenticato. «La legge sulla frequenza obbligatoria della scuola e le grosse spese per l’istruzione dimostrano che si riconosce l’importanza dell’istruzione nella nostra società democratica» dichiarava la corte. «È richiesto avere un’istruzione nell’adempimento delle nostre responsabilità pubbliche più basilari, perfino per fare il servizio militare. È quello su cui si fonda la buona cittadinanza.» Questo significa che l’istruzione è più di un semplice diritto dell’individuo. È anche, o dovrebbe essere, centrale per la nostra vita civica, insegnandoci le capacità e le abitudini della democrazia: la ragionevolezza, la riflessione, la tolleranza, l’onestà, il compromesso e molto altro13. Sicuramente, in una società sempre più multietnica, una di queste capacità è quella di interagire e comunicare con persone di razza, di religione e cultura diverse.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto, in effetti, tale imperativo quando ha sostenuto il piano di azione della scuola di legge nel caso Grutter v. Bollinger (2003), confermando «l’interesse urgente della scuola nell’ottenere i benefici che arrivano da un corpo di studenti multietnico». Ma nel caso Parents Involved in Community Schools v. Seattle School District n. 1 (2007), la Corte impedì al distretto di tenere in considerazione la razza nell’assegnare gli studenti alle scuole dell’obbligo. «L’equilibrio tra le razze non viene trasformato […] in un interesse urgente dello stato semplicemente rinominandolo “diversità razziale”» scrisse il presidente della Corte Suprema John Roberts. Roberts continuò notando che gli esperti di scienze sociali erano sorprendentemente divisi a proposito degli effetti che si supponevano positivi nelle diverse scuole. Nel verbale di amicus curiae, scrive che le due parti in causa nel caso Gutter «discussero se la diversità razziale avesse in effetti un impatto sui risultati dei test e su altri parametri oggettivi, o se ottenesse benefici intangibili di socializzazione».

Vivere secondo le scienze sociali, morire per mano delle scienze sociali. La Minow ovviamente si oppone all’opinione di Roberts, citandola ogni volta che lamenta la “seccante” persistenza della segregazione razziale nelle scuole americane. Senza una reale teoria dell’educazione civica, però, lei non può respingere l’opinione di Roberts. Secondo l’attuale modello educativo, che valorizza i diritti dell’individuo più di ogni altra cosa, l’integrazione tra le razze – tra i generi, della disabilità o di qualunque altra cosa – può essere giustificata se porta benefici tangibili all’individuo. E di certo alcuni individui ne beneficeranno di più, o di meno, di altri.

Ma le scuole hanno anche uno scopo civico, che potrebbe aiutarci a immaginare una nuova linea di dibattito. Forse l’istruzione mista sarebbe la cosa migliore per ognuno di noi, come cittadini di una politica comune, a prescindere da qualunque vantaggio personale ne possa derivare. Qualunque cosa se ne pensi, le scuole pubbliche americane rimangono il veicolo principale per deliberare e trasmettere i valori che le generazioni future dovranno assorbire e in cui dovranno credere. In questo momento, i valori fondamentali sono l’uguaglianza degli individui e la realizzazione di sé. Ma le scuole dovrebbero promuovere anche obiettivi collettivi che non possono essere misurati da test standardizzati. Per creare una nuova situazione per le scuole in cui le razze siano integrate, in particolare, abbiamo bisogno di pensare meno alla razza e più alla scuola.

(Traduzione di Sara Anselmi)

1. Il Board of Education è il consiglio scolastico, cioè il consiglio di amministrazione (o di fondazione) di una scuola. Può anche indicare un distretto scolastico, locale o di più alto livello amministrativo. Il consiglio determina la politica educativa in una scuola o in un’area, come una città, una provincia, una regione, o uno stato.

2. Statement by US Secretary of Education Arne Duncan on the 56th Anniversary of the Landmark Brown v. Board of Education Ruling, 17 maggio 2010, ww.ed.gov.

3. Herbert Ravenel Sass, Mixed Schools and Mixed Blood, ‘The Atlantic Monthly’, novembre 1956, p. 49; citato in James T. Patterson, Brown v. Board of Education: A Civil Rights Milestone and Its Troubled Legacy, Oxford, Oxford University Press, 2001, p. 6.

4. Rebecca M. Blank et al., Measuring Racial Discrimination, Washington, National Academies Press, 2004, p. 164.

5. La linea Mason Dixon era una linea di confine tra i quattro stati americani della Pennsylvania, del Maryland, del Delaware e del West Virginia. Fu tracciata tra il 1763 e il 1767 dagli astronomi inglesi Charles Mason e Jeremiah Dixon per risolvere una disputa di confini tra Pennsylvania e Maryland. Oggi viene usata per indicare il confine culturale tra il nordest e il sud degli Stati Uniti.

6. Lo Head Start Program è un programma del Dipartimento della Sanità e dei Servizi Sociali degli Stati Uniti che offre una formazione completa, assistenza sanitaria, nutrizione e servizi sociali a famiglie indigenti. Questo programma venne fondato da Jule Sugarman durante la presidenza di Lyndon Johnson, che promosse una vera e propria campagna contro la povertà. In origine prevedeva l’organizzazione di corsi di recupero estivi per preparare i bambini provenienti da famiglie a basso reddito ad affrontare la scuola materna (3-5 anni) e per offrire loro servizi sanitari e sociali adeguati. Fu poi progressivamente ampliato. Oggi è un programma inserito all’interno dell’Amministrazione per i Bambini e le Famiglie (ACF) nello HHS (Health and Human Services: il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Sociali). I programmi sono gestiti a livello locale da organizzazioni non profit e dalle strutture educative del territorio.

7. Secretary Paige Swears in Members of Brown v. Board of Education 50th Anniversary Commission, 13 novembre 2002, at .

8. Per un resoconto vivido e inquietante di questa tendenza in una scuola elementare nei bassifondi della città, vedi Linda Perlstein, Tested. One American School Struggles to Make the Grade, New York, Holt, 2007.

9. Sharon L. Nichols and David C. Berliner, Collateral Damage. How High-Stakes Testing Corrupts America’s Schools, New York, Harvard Education Press, 2007; Diane Ravitch, The Death and Life of the Great American School System. How Testing and Choice Are Undermining Education, New York, Basic Books, 2010, capitolo 8.

10. Jonathan Kozol, Why I Am Fasting: An Explanation to My Friends, ‘The Huffington Post’, 10 settembre 2007.

11. Per il miglior resoconto storico di questi sviluppi, vedi Brian Balogh, Chain Reaction. Expert Debate and Public Participation in American Commercial Nuclear Power, 1945–1975, New York, Cambridge University Press, 1991.

12. David F. Labaree, The Trouble with Ed Schools, New York, Yale University Press, 2004, capitolo 4; per la storia della ricerca in scienza dell’educazione, vedi Ellen Condliffe Lagemann, An Elusive Science. The Troubling History of Educational Research, Chicago, University of Chicago Press, 2000.

13. Per un breve e suggestivo studio su come la scuola potrebbe insegnare queste abilità, vedi Ronald Dworkin, Three Questions for America, ‘The New York Review’, 21 settembre 2006.

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JONATHAN ZIMMERMAN è professore di Storia dell’Educazione presso la Steinhardt School of Culture, Education, and Human Development. Il suo libro più recente è Small Wonder. The Little Red Schoolhouse in History and Memory (Yale University Press, 2010).[/box]

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