Charles Simic

Cioran – Il filosofo dell’insonnia

da ''The New York Review of Books''

Ilinca Zarifopol-Johnston, Searching for Cioran, Indiana University Press, pp. 284, $ 27.95

E.M. Cioran, Al culmine della disperazione, Milano, Adelphi, pp. 146, € 15,00

idem, Lacrime e santi, Milano, Adelphi, 1990, pp. 105, € 9,00

FILOSOFIA. E.M. Cioran è stato uno dei filosofi del Novecento più prolifici, nonostante sia poco studiato, rispetto ad altri suoi contemporanei. Charles Simic ci racconta di questa figura singolare, perennemente cupa, insonne, che abbracciò, per un certo periodo, certe idee naziste e ne scrisse alcuni testi, che poi rinnegò con tutto se stesso. La sua vita da eterno “parassita” e le sue opere più controverse, inserite all’interno di un saggio interessante che ci avvicina all’uomo Cioran, con le sue debolezze, le sue psicosi e la grandezza del suo intelletto.

Chi legge E.M. Cioran oggi? Qualcuno dovrà pur farlo, dal momento che la maggior parte dei suoi libri è stata tradotta ed è tuttora in catalogo. Nelle università, dove studenti e professori hanno familiarità con tutti i recenti filosofi francesi e teorici della letteratura, Cioran è praticamente sconosciuto, sebbene sia stato un pensatore molto più fine e abbia scritto una prosa assai migliore di un bel po’ di loro. Gran parte dell’oscurantismo di cui è oggetto è senza dubbio dovuto alla sua visione implacabilmente oscura della condizione umana; le sue denunce sia del Cristianesimo che della filosofia a tratti scorrono come il delirio di un pazzo. Per rendere il tutto ancora più confuso, ha avuto due vite e due identità: l’Emil Cioran della Romania degli anni ’30, che scriveva in rumeno, e il successivo (e più noto) E.M. Cioran che ha scritto in francese. Dalla sua morte, avvenuta nel 1995, le clamorose rivelazioni circa le sue simpatie giovanili per Hitler e la sua adesione al partito della Guardia di Ferro (movimento rumeno filofascista, nazionalista e antisemita) hanno ulteriormente contribuito alla sua marginalizzazione. Tuttavia, in seguito alla pubblicazione nel 1949 del primo libro interamente scritto in francese, è stato celebrato in Francia come un maestro e pensatore degno di essere paragonato ai grandi moralisti del XVII e XVIII secolo, come La Rochefoucauld, La Bruyère, Chamfort e Vauvenargues.

È questo a rendere tanto prezioso Searching for Cioran, della biografa Ilinca Zarifopol-Johnston, morta prima di riuscire a completarne la stesura. Il libro racconta la storia dei suoi anni rumeni e presenta un’analisi esaustiva della situazione personale e politica in cui si sono formate tanto le sue idee filosofiche quanto la sua concezione di nazionalismo. Successivamente Cioran ha ricordato di rado quel periodo pieno di ombre della sua vita, e mai – se non in vaghe allusioni a «follie di gioventù» – ha parlato apertamente del suo unico trattato politico, Schimbarea la fata a Romaniei (1936) (La Trasfigurazione della Romania, n.d.T.), un breve e sconclusionato saggio in cui preconizzava come la sua terra natia avrebbe potuto superare lo status storico di “paese di seconda classe” tramite la radicale applicazione di metodi totalitari. Con il filosofo e storico delle religioni Mircea Eliade, il drammaturgo Eugène Ionesco e molti altri, altrettanto illustri ma meno conosciuti all’estero, Cioran faceva parte della nuova generazione di intellettuali in Romania, «giovani uomini arrabbiati» responsabili di una rinascita culturale come di un nazionalismo apocalittico. Per capire cosa lo ha portato a lasciare il paese e a rinnegare gli ideali che ha abbracciato durante la giovinezza, è meglio cominciare dall’inizio.

Emil Cioran nasce nel 1911, secondo di tre figli, nel remoto villaggio di montagna di Ra˘s¸inari vicino alla città di Sibiu, nella Transilvania del sud, che a quel tempo faceva ancora parte dell’impero austro-ungarico. Suo padre Emilian era un prete ortodosso rumeno che veniva da una lunga stirpe di sacerdoti, così come sua madre, Elvira. Emil ha amato molto il paesaggio natio, con i suoi torrenti, le colline e i boschi dove correva libero con gli altri bambini, tanto da rivelare a un intervistatore: «Non conosco nessuno che abbia avuto un’infanzia più felice della mia».

Altre volte, quando non era mosso dalla nostalgia, lo chiamava invece un «maledetto e splendido paradiso», dove la sua gente si era nascosta a dormire per secoli, vittima dei capricci e delle offese della storia, abituata a ogni tipo di tirannide. Come la Zarifopol-Johnston mostra, «Cioran ha ereditato alla nascita, un “problema di identità”». In Transilvania, che fu annessa all’Austria nel 1691, i rumeni, che costituivano la maggioranza della popolazione, erano per lo più contadini e servi della gleba dominati dagli ungheresi e dai tedeschi, e ridotti allo stato di “popolazione tollerata” sotto l’impero. La loro lotta per i diritti politici aveva reso la Transilvania e Ra˘s¸inari un centro organizzato di resistenza nazionale. Entrambi i genitori di Cioran passarono molto tempo nei campi di concentramento ungheresi come prigionieri politici a causa delle loro simpatie nazionaliste. Nessuna meraviglia che il figlio si sentisse libero di gironzolare: i suoi genitori erano in carcere.

Le umiliazioni, Cioran avrebbe detto più tardi, sono le più difficili da dimenticare. Se Ra˘s¸inari era il luogo della felicità perduta, Sibiu – la città dove era stato mandato alle scuole medie all’età di dieci anni e dove visse per i successivi otto anni, prima da solo in una pensione, poi di nuovo in famiglia in seguito al trasferimento dei genitori – era distante anni luce, con la sua architettura centro europea, i suoi parchi ben curati, le scuole e le biblioteche e la sua raffinata vita borghese. Non fu uno studente particolarmente brillante, ma leggeva molto, divorando Shakespeare, Novalis, Schlegel, Puskin, Tolstoj, Turgenev, Rozanov, Sestov e Dostoevskij, che ammirava sopra ogni altro. Quale lettura migliore poteva esserci per un adolescente ribelle – che aveva già rifiutato di recitare la preghiera con la famiglia prima di cena e che si alzava da tavola mentre loro pregavano – di Memorie dal sottosuolo, in cui Dostoevskij scrive: «Era un tormento tormentosissimo, un’umiliazione incessante e insopportabile il pensiero (che si trasformava in un’immediata, compatta sensazione) che io fossi una mosca di fronte a tutto quel mondo, una schifosa, fastidiosissima mosca – più intelligente, più evoluta, più nobile di tutti quanti – ne ero consapevole, e tuttavia una mosca che cedeva il passo continuamente a tutti, umiliata da tutti e da tutti offesa»1.

Anche se i genitori di Cioran erano una rispettata coppia della classe media, entrambi discendenti di antiche e illustri famiglie della Transilvania – suo padre un arciprete di nuova nomina e consigliere del vescovo di Sibiu, sua madre a capo della Lega Donne Cristiane –, il figlio si sentiva come un’anima persa, un estraneo nel proprio ambiente. Gli anni a Sibiu furono il preludio a quella che si sarebbe poi rivelata una crisi di identità permanente, aggravata da un’insonnia cronica di cui Cioran iniziò a soffrire dall’età di diciassette anni. L’unica via di fuga erano i libri e, più in là negli anni, le lunghe passeggiate notturne per le strade vuote e silenziose di Sibiu. La città vantava tre bordelli ben avviati, dove il giovane Emil divenne cliente abituale, dove portò una volta con sé una copia della Critica della Ragion Pura di Kant e dove incontrò non soltanto i suoi compagni di scuola, ma anche i suoi insegnanti. Eppure continuò a essere afflitto dalla sua segreta, misteriosa malattia – un’insonnia, disse poi, che avrebbe reso invidioso un martire – che condizionò tutto il suo pensiero e lo rese costantemente irritabile e con i nervi a fior di pelle. Anni dopo disse di aver scritto tutti i suoi libri durante le passeggiate notturne oppure a letto, quando non riusciva a dormire.

A Bucarest, dove era andato nel 1928 a studiare Filosofia all’università, dormì ancora meno. Fortunatamente per lui, poteva fuggire dalla sua piccola stanza fredda e grigia e andare a leggere per quindici ore al giorno alla biblioteca della Fondazione Re Carlo, situata sulla via principale della città proprio di fronte al palazzo reale. Era arrivato nella capitale in un momento di grande fermento politico. Il partito liberale, responsabile per la stabilità politica e la prosperità economica dopo la creazione nel 1918 della Grande Romania, era scosso dalla crisi economica a livello europeo, dagli scioperi locali e dalle proteste violente degli studenti, così come dal sorgere di un movimento filofascista, la Guardia di Ferro, che concorreva con il re per il potere.

Leggere nella biblioteca di un paese nel caos, con la sua popolazione mista di rumeni, ungheresi, ebrei, slavi, greci, russi, bulgari e turchi, con i loro modi metà orientali e metà occidentali, rafforzò in Cioran la convinzione che ogni uomo fosse solo, costretto a trovare un senso in un universo privo di significato. Rigido e impacciato nel suo logoro vestito scuro, il viso tozzo, gli occhi verdi e penetranti e un permanente cipiglio a solcargli la fronte, parlava con un accento transilvano ed evitava la compagnia degli altri. «Sono stato per tre anni qui a Bucarest e nessuno mi conosce; perché non ci ho neanche provato, certamente» scrisse a un amico.

Esagerava, naturalmente. All’università aveva frequentato i seminari del professore di Filosofia Nae Ionescu, una figura carismatica che inculcava ai suoi studenti un nazionalismo messianico di ispirazione religiosa. Lì conobbe molti degli uomini che stavano per occupare ruoli di primo piano nel minare lo stato democratico, respingendo le idee del liberalismo e sostituendole con entusiasmo con altre di natura totalitaria. Come scrive Marta Petreu in An Infamous Past. E.M. Cioran and the Rise of Fascism in Romania, la redenzione attraverso una morte sacrificale nel nome della nazione era diventata l’idea principale alla base dell’estrema destra. «Eravamo un branco di miserabili idioti» dirà più tardi Eugène Ionesco2.

Per Cioran, il momento di diventare un idiota politico doveva ancora arrivare. Anche se stava preparando una tesi di laurea su Henri Bergson, il tipo di filosofia che egli preferiva era quella improntata all’attacco e alla provocazione, alla maniera di Nietzsche. Aveva respinto la credenza cartesiana del primato dell’intelletto e della ragione nell’uomo, e dunque non era interessato a speculazioni astratte sulla natura dell’essere e della verità. Come Schopenhauer, aborriva la tendenza all’ottimismo nella considerazione della storia e della società, e anzi immaginava il genere umano condannato a un ciclo eterno di tormento e miseria. La maggior parte dei filosofi, secondo lui, fingeva che i problemi insolubili non esistessero. Essi non avevano il coraggio di affrontare i propri dubbi interiori e ammettere di condurre un’esistenza piena di contraddizioni inconciliabili. Nel suo primo libro, Al culmine della disperazione, pubblicato a Bucarest nel 1934 all’età di 23 anni, scriveva: «Amo il pensiero che conserva un profumo di sangue e di carne, e a una vuota astrazione preferisco mille volte una riflessione sorta da un’esaltazione dei sensi o da una depressione nervosa. Non si sono ancora persuasi, gli uomini, che il tempo delle preoccupazioni superficiali e cerebrali è trascorso, e che il problema della sofferenza è infinitamente più importante del sillogismo, che un grido di disperazione è ben più rivelatore della più sofistica delle sottigliezze, e che una lacrima ha radici più profonde di un sorriso?».

L’uomo, per Cioran, è una bestia infelice, bandita dal regno animale, con quel che basta in termini di immaginazione per rendere la propria esistenza miserabile. La sua accusa ai filosofi è di ignorare la realtà del corpo, che è la più terribile di tutte le realtà, e la sua sofferenza fisica e mentale. Cioran è più vicino a un poeta come Baudelaire, che continuava a insistere che l’inferno in cui aveva trovato se stesso era rappresentativo della condizione umana: «Come potresti dedicarti alla filosofia astratta quando dentro di te si dispiega un dramma complesso in cui si mescolano il presentimento erotico con un’inquietudine metafisica opprimente, la paura della morte con l’aspirazione all’ingenuità, la rinuncia totale con un eroismo paradossale, la disperazione con l’orgoglio, il presentimento della follia con il desiderio dell’anonimato, il grido con il silenzio, lo slancio con il nulla? […] Com’è possibile dunque fare della filosofia sistematica […]?».

Come, in effetti? Cioran nei suoi scritti affronta tutti i grandi temi filosofici, ma da quella prospettiva angustiata e personale. Nonostante momenti di spavalderia romantica e autocommiserazione minata da cinismo e humour nero, Al culmine della disperazione è un’opera di ambizione e coraggio mozzafiato. Composta da sessantasei capitoli, la maggior parte non più lunghi di un paio di pagine, esplora la morale, l’amore, il male, la passione per l’assurdo, l’ossessione per l’assoluto, la sofferenza, la malinconia, il tempo e l’eternità, la solitudine e la morte, in formulazioni che sono al tempo stesso incendiarie e hanno una profondità e originalità stupefacenti per una persona così giovane. Al libro venne assegnato il prestigioso premio per giovani autori dalla Fondazione Re Carlo nella categoria della letteratura e delle arti. Colui che lo ricevette, nel frattempo, era in Germania grazie a una borsa di studio Humboldt, assegnata dal governo tedesco a studenti brillanti provenienti dall’estero, dove studiò prima a Berlino e poi a Monaco. Il suo scopo dichiarato era proseguire i suoi studi di dottorato, ma non partecipò a una sola lezione in entrambi gli atenei.

Cioran rimase in Germania dal novembre 1933 al luglio 1935. In quei due anni scarsi, scrisse e spedì in Romania per la pubblicazione molti articoli contenenti le sue impressioni riguardo al paese che lo ospitava. I suoi detrattori mettono in evidenza i passaggi nei quali egli è più acriticamente entusiasta del nuovo regime nazista, mentre i suoi difensori cercano di ignorarli o di minimizzare la loro importanza. Alcuni articoli, anche se non tutti, comparvero all’interno di pubblicazioni di destra. Molti sono di impronta politica, ma non la maggior parte. Eppure, in un pezzo datato 15 luglio 1934, Cioran affermava che «non c’è uomo politico oggi che mi ispiri più simpatia e ammirazione di Hitler» e continuava a sostenere che l’alone mistico del Führer in Germania fosse del tutto giustificato.

Il merito di Hitler, sosteneva Cioran, consisteva nell’aver sottratto lo spirito critico della nazione con la sua capacità di seduzione. Questo, affermava inoltre, era «il drammatico destino e la responsabilità di ogni visionario, dittatore e profeta». Ciò a cui stava assistendo lo atterriva e incantava al tempo stesso, oltre a farlo riflettere sulla fragilità dell’istinto di libertà nel genere umano. Gli esseri umani, avrebbe detto ai suoi lettori, aspirano alla libertà e contemporaneamente esultano ogni volta che la perdono. Cioran vide i tedeschi alzare le mani verso il loro leader, chiedendogli con impazienza di essere schiavizzati e di venire condotti verso la loro rovina collettiva.

Benché non fosse mai un ammiratore acritico di Hitler, come Zarifopol-Johnston mostra, Cioran fu qualcosa di ancora peggiore. Anche se vide chiaramente quel che stava accadendo in Germania, egli ebbe una strana sintonia con cose che altrimenti detestava. Si era convinto che soltanto mostri del genere potessero condurre una nazione alla grandezza. Pensava che la Romania avesse bisogno di un leader simile per essere sollevata dalla sua arretratezza, mentre al tempo stesso dichiarava apertamente in un’altra occasione che trovava impossibile provare un qualsiasi entusiasmo a livello teorico per la dittatura. Il suo libro successivo, La Trasfigurazione della Romania, era un tentativo, che già sapeva perso in partenza, di dimostrare come tale trasformazione potesse essere realizzata. Si tratta di un’opera di cui si sarebbe vergognato per tutta la vita, anche se poco prima di morire, già affetto dal morbo di Alzheimer, ne permise la ripubblicazione in Romania ma senza i due capitoli più controversi.

Nell’eccellente e dettagliato studio di quel discutibile pamphlet, Marta Petreu osserva con intelligenza come Cioran avesse sempre fatto in modo che ogni sua posizione su un dato argomento fosse solo sua; facendo seguito a ciò egli non mancò di oltraggiare ogni singolo gruppo etnico in Romania. La sua obiezione agli stranieri e agli ebrei in particolare era che essi ostacolavano l’emergere della nazione rumena. Tuttavia, a differenza degli altri intellettuali collegati alla Guardia di Ferro, che accusavano gli ebrei di tutti i fallimenti della Romania, Cioran considerava gli ebrei superiori ai rumeni, che erano i soli responsabili del proprio sfacelo. Quanto agli ungheresi, confessò il suo «odio nazionalistico assolutamente naturale» verso di loro, mescolato però a un senso di «tenerezza verso questo popolo incompleto» che aveva governato la Romania per un millennio3. La Trasfigurazione della Romania è il lavoro di un nazionalista che disprezza il suo stesso popolo, un fanatico senza una dottrina razziale.

Il libro non fu bene accolto tra i leader e gli intellettuali della Guardia di Ferro; il motivo, credo, era che l’autore aveva fatto trapelare la vera ragione alla base del suo lavoro. Se voleva vedere il mondo capovolto, era per tentare di placare la sua disperazione religiosa e metafisica. Come scrisse in L’inganno attraverso l’azione, un articolo pubblicato nel dicembre 1940, dopo che la Guardia di Ferro era entrata al governo: «Al fine di migliorare la situazione di una nazione o di una categoria sociale, alcuni sono disposti a compiere il sacrificio supremo. Ma non lo fanno per il bene di quella particolare nazione o categoria sociale, quanto piuttosto perché la vita sarebbe impossibile da sopportare senza le vibrazioni scatenate da quei pretesti […] La necessità di distruggere tutto e poi ricostruirlo nasce da un vuoto con cui è impossibile convivere».

È una confessione vile che viene da un uomo che, nel suo primo libro, aveva espresso cautela nel sostenere un qualsiasi movimento politico. E tuttavia l’ha fatto. Dopo aver lasciato la Germania nel 1937 per Parigi, dove a eccezione di una breve visita a casa nel 1940 sarebbe rimasto per il resto della sua vita, Cioran scrisse alcuni altri articoli esecrabili in cui sosteneva le cause della destra. In uno di essi accusava la vecchia generazione di senilità, degrado morale e tradimento degli interessi nazionali, e affermava che il sistema parlamentare da loro istituito aveva demoralizzato la nazione, e che pertanto ogni mezzo per distruggerlo sarebbe stato legittimo. Un quotidiano concluse che quella era istigazione all’omicidio, e chiese al Ministero della Giustizia di intervenire. Non successe nulla, ma lo scandalo e la situazione politica instabile in Romania, dove re Carlo II aveva abolito tutti i partiti politici e arrestato i leader e alcuni degli intellettuali associati con la Guardia di Ferro, lo convinse a prolungare il suo soggiorno in Francia.

Nemmeno il lavoro successivo, Lacrime e Santi (stampato a spese proprie in seguito alle preoccupazioni dell’editore riguardanti il contenuto blasfemo, e pubblicato quando ormai Cioran era fuori dalla Romania) venne accolto bene, pur non avendo questa volta nulla a che fare con la politica. Amici e critici rimasero sconvolti dalla sua analisi del Cristianesimo. Concepito a Sibiu, dove Cioran studiò scrupolosamente le vite dei mistici e dei santi, in una delle biblioteche della città, il libro è una brillante riflessione sull’estasi religiosa da parte di un uomo che ammette, anche dopo aver letto e ammirato le vite e gli scritti di questi uomini virtuosi, di non riuscire a credere in Dio.

Eppure la sofferenza autoinflitta di santi e mistici, i modi in cui avevano seppellito le loro sofferenze nel silenzio e nell’abbandono, tutto quanto lo aveva commosso immensamente. Cioran prediligeva i mistici puri, in maggioranza laici e per lo più donne, una categoria di emarginati esistenziali che lui chiamava «gli insonni di Dio», il cui approccio alla fede cristiana era profondamente antiteologico e antistituzionale, e i cui soli desideri consistevano nello sconfiggere il tempo e l’ego individuale col rifiuto del mondo delle apparenze. Rispetto alla filosofia, pensava, le loro rivelazioni mistiche davano risposte precise a domande che i filosofi non osavano nemmeno prendere in considerazione. «Non c’è calore, se non vicino a Dio. Ecco perché la Siberia della nostra anima reclama i santi» scrive. Quanto alla sua mancanza di fede, nella sua visione sia lo scetticismo che il misticismo sono espressioni della nostra disperazione di fronte alla mancanza di conoscenza.

Il libro, come la maggior parte dei lavori futuri di Cioran, è un collage di brevi paragrafi che rimandano ai “frammenti filosofici” di Schlegel e Nietzsche. Come i suoi predecessori, egli è capace non solo di grandi intuizioni, ma anche di irriverenti e meravigliosi voli pindarici: «Dio ha creato il mondo per paura della solitudine; è questa l’unica spiegazione possibile della Creazione. La sola ragion d’essere di noi creature è di distrarre il Creatore. Poveri buffoni, dimentichiamo che stiamo vivendo i nostri drammi per divertire uno spettatore di cui finora nessuno al mondo ha sentito gli applausi. E se Dio ha inventato i santi – come pretesti di dialogo – lo ha fatto per alleggerire un po’ di più il peso del suo isolamento».

«La più grande fortuna di Gesù è stata morire giovane. Fosse vissuto fino a sessant’anni, ci avrebbe dato le sue memorie al posto della croce. Ancora oggi staremmo soffiando via la polvere dallo sfortunato figlio di Dio.»

«Il battito del nostro cuore ci ha cacciati fuori dal paradiso; quando poi abbiamo compreso il suo significato siamo precipitati dentro il Tempo.»

«Tutti i savi riuniti non valgono un’imprecazione di Re Lear o una divagazione di Ivan Karamazov.»

La partecipazione di Cioran alla vita politica in Romania durò otto anni. Gradualmente, dopo essersi trasferito in Francia, perse interesse: a differenza di altri intellettuali della sua generazione che ebbero vari incarichi diplomatici durante la guerra, il solo impiego che egli ottenne, all’ambasciata romena a Vichy, durò dal 1° febbraio al 16 maggio 1941. Non è chiaro se abbia lasciato spontaneamente il ruolo di basso profilo che ricopriva o se sia invece stato licenziato dopo un alterco con i superiori. Comunque non avrebbe lavorato mai più. Visse a Parigi grazie a una borsa di studio assegnatagli dal governo francese, al denaro che i suoi genitori continuavano a mandargli e a prestiti e donazioni di amici benestanti, lottando per rimanere fedele al suo ideale di eterno parassita.

Simone Boué, una francese incontrata nel 1942 con cui stette fino alla morte, pure fu di aiuto. Lei era insegnante di inglese e ogni tanto traduceva, il che le garantiva un reddito fisso. La coppia alloggiava in piccoli alberghi e mangiava alle mense universitarie e perfino nei refettori delle scuole superiori. Non ebbero un appartamento fino al 1960, quando si trasferirono nella modesta soffitta di un palazzo sulla rive gauche, dove rimasero per il resto della loro vita.

Nel dicembre del 1946 Cioran in una lettera menzionò il fatto che stava lavorando a un libro in francese intitolato Exercices Négatifs, opera descritta come un addio al passato e a tutte le fedi. Il testo, ribattezzato Sommario di decomposizione, non uscì fino al settembre del 1949. Venne abbondantemente lodato dai critici e ricevette il Premio Rivarol l’anno successivo per unanime decisione di un’illustre commissione composta da André Gide, Jules Romain, Jules Supervielle e Jean Paulhan. Più di tutto, Sommario di decomposizione diede a Cioran una nuova identità di scrittore francese, anche se egli continuò a vivere nella paura che i segreti del suo passato sarebbero un giorno venuti alla luce. Il libro affronta il suo fanatismo di quegli anni, seppure indirettamente, senza dire nulla circa la sua biografia e senza riferimenti specifici alla recente guerra e alle morti di milioni di esseri umani innocenti: «La storia non è che una sfilata di falsi Assoluti, una successione di templi innalzati a dei pretesti, un avvilimento dello spirito dinnanzi all’Improbabile. Anche quando si allontana dalla religione, l’uomo vi rimane assoggettato; si affanna a creare simulacri di dèi, e si precipita poi ad adottarli: il suo bisogno di finzione, di mitologia, trionfa sull’evidenza e sul ridicolo. […] Forche, galere, penitenziari prosperano solo all’ombra di una fede – di quel bisogno di credere che ha infestato per sempre lo spirito. Il diavolo appare assai scialbo rispetto a colui che dispone di una verità, della sua verità. […] In uno spirito ardente si ritrova mascherato il predatore […] Non ci si difenderà mai abbastanza dalle grinfie di un profeta»4.

C’è stato chi ha messo in dubbio la sincerità alla base del cambiamento di convinzioni di Cioran. Non io, e nemmeno Ilinca Zarifopol-Johnston e Marta Petreu, che conoscono bene i suoi scritti rumeni come quelli francesi. Quando egli scrisse «I giovani, sempre e ovunque, hanno idealizzato i carnefici, purché svolgessero il loro compito nel nome del vago e del pomposo»5 stava descrivendo se stesso.

Ciò che, piuttosto, deve essere conosciuto meglio è il ricco contenuto, filosofico e letterario, dei nove libri che Cioran avrebbe scritto in seguito, con le aspre critiche ai filosofi, da Platone a Heidegger, e i saggi sulla storia, la tirannia, l’utopia, la Russia, e molti altri argomenti, nonché su figure come Joseph de Maistre, Valéry, Beckett, Borges, e Scott Fitzgerald. Cioran si interessava a tutto. Ha scritto di musica che ascoltava alla radio, del suo punto di vista su molti libri che aveva letto, della sua attrazione infinita verso il taoismo e il buddhismo, del suo amore per poeti come Shelley ed Emily Dickinson, delle conversazioni con le prostitute che incontrava durante le sue passeggiate notturne per Parigi. Quel che mostrano i suoi libri ultimi è quanto Cioran fosse cresciuto e cambiato come pensatore, cosa mantenne dalla sua gioventù e cosa invece scartò, mentre continuava a vivere la sua vita tranquilla, rifiutando ogni premio e onorificenza che occasionalmente incrociava la sua strada.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

1. Fedor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Milano, Bur, 1995, p. 74.

2. Marta Petreu, An Infamous Past, p. 141.

3. Tradotto dal romeno da Bogdan Aldea, con una prefazione di Norman Manea (Ivan R. Dee, 2005), p. 58.

4. E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Milano, Adelphi, 1996, pp. 13-15.

5. Idem, Anathemas and Admirations, translated from the French by Richard Howard (Arcade, 1991), p. 148.

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CHARLES SIMIC è saggista, poeta e traduttore. Ha ricevuto molti premi letterari sia per le poesie che le traduzioni, tra cui il Premio Pulitzer, il premio Griffin e la MacArthur Fellowship. In Italia sono stati pubblicati, da Adelphi: Club midnight (2008), Il cacciatore di immagini. L’arte di Joseph Cornell (2005), Hotel Insonnia (2002).

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