Gian Primo Quagliano

Quando usciremo dalla crisi?

ECONOMIA: la crisi economica che ha investito negli ultimi anni il nostro paese e che ha creato problemi a livello globale sembra non avere fine. Eppure numeri e statistiche ci dicono già quali saranno le prospettive future. L’economista Gian Primo Quagliano analizza questa situazione con chiarezza e lucidità.

Quando e come usciremo dalla crisi economica in cui il mondo è precipitato nel 2008 e quando e come ne uscirà l’Italia che, dopo il grande crollo, nella ripresa delineatasi già nella primavera del 2009, sta procedendo con tassi di sviluppo tra i più deboli del mondo? Le risposte non sono naturalmente scontate, anche perché l’arco temporale da considerare per una previsione non è certo breve e vi è la concreta possibilità che si verifichino eventi oggi assolutamente imprevedibili, come alcuni mesi fa imprevedibili erano la catastrofe atomica in Giappone e le tensioni nel mondo arabo, eventi questi ultimi di cui è difficile valutare l’impatto economico anche nel solo 2011. Ragionando comunque sui dati e sulle informazioni attualmente disponibili è utile innanzitutto definire correttamente quella che è stata denominata “la crisi globale”.

Non vi è più alcun dubbio ormai che si tratti di una grande depressione. Nella storia dello sviluppo economico moderno vi sono altre due grandi depressioni. La prima è quella del 1873-1895 e la seconda è quella iniziata nel 1929. Nel 1873, al termine di una fase di sviluppo accelerato dei Paesi economicamente avanzati, la crescita della capacità produttiva di beni agricoli e industriali trovò un limite nella capacità di assorbimento del mercato in un contesto caratterizzato da politiche economiche protezionistiche. Da questa situazione si uscì a partire dal 1895 soprattutto per l’effetto dell’apertura di nuovi mercati dovuta al colonialismo e si entrò così in quella che è stata definita la Belle Époque anche dal punto di vista economico.

Anche la crisi del ’29 esplose al culmine di una fase di forte sviluppo. Le sue cause sono state oggetto di studio praticamente da parte di tutti gli economisti successivi. J.K. Galbraith ha identificato cinque cause principali che sono schematizzate nella tabella e che conviene esaminare anche con riferimento alle analogie e alle differenze con le cause della crisi attuale.

Galbraith colloca al primo posto la “cattiva distribuzione del reddito”. Questo è certamente un punto centrale che merita un approfondimento anche perché è tra le cause strutturali pure della crisi attuale. Sul problema della distribuzione del reddito vi è una sterminata pubblicistica economica, politica e sociale. In termini statistici la questione è stata correttamente impostata fin dal 1905 dallo statistico americano Lorenz. Si parla di concentrazione del reddito quando una certa quota della popolazione, costituita dalle persone più ricche, possiede una quota superiore del reddito prodotto. Se il 20% della popolazione possiede il 40% del reddito siamo in presenza di concentrazione. Se la quota di reddito è del 60% la concentrazione è forte, se è dell’80%, come avviene in molti Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, la concentrazione è tale da ostacolare fortemente la crescita.

Una misura sintetica della concentrazione, il rapporto di concentrazione (R), è stata introdotta dallo statistico italiano Corrado Gini nel 1912. Nello sviluppo economico una certa concentrazione del reddito (e della ricchezza) è necessaria perché alimenta la formazione del capitale indispensabile per gli investimenti in infrastrutture e nell’apparato produttivo. È però essenziale che alle famiglie rimanga una quota di reddito sufficiente per acquistare (o affittare) le abitazioni, i beni di consumo durevoli e non durevoli e i servizi che vengono offerti in quantità crescente da un sistema economico in sviluppo.

Se la concentrazione del reddito sale oltre una certa soglia (che varia nelle diverse situazioni) accade che la quota destinata ai consumatori non è più sufficiente per assicurare la crescita dei mercati. Si crea così una frattura nello sviluppo economico, che in genere si manifesta improvvisamente con un evento dirompente (crollo della borsa di New York nell’ottobre del 1929; fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008). Crisi di questo tipo, cioè grandi depressioni, hanno in genere durate molto lunghe perché esistono forti resistenze per ripristinare un efficace rapporto tra concentrazione del reddito e sviluppo.

Negli anni ’20 la concentrazione del reddito era aumentata fortemente per le innovazioni tecnologiche introdotte nell’attività produttiva (catena di montaggio, taylorismo, ecc.) e per la crescente affermazione della finanza in situazioni di sostanziale costanza dei salari e del potere d’acquisto delle masse. Nel 1929 le risorse destinate ai consumatori non erano ormai più sufficienti a sostenere lo sviluppo e si produsse così la frattura che diede inizio alla grande depressione. Per ristabilire un rapporto di concentrazione del reddito che consentisse la ripresa dello sviluppo, si dovette arrivare alla seconda guerra mondiale e al dopoguerra che, con il piano Marshall, operò una consistente ridistribuzione del reddito anche sul piano internazionale.

Nella situazione che stiamo oggi vivendo abbiamo assistito a formidabili incrementi di produttività legati alla liberalizzazione dei movimenti dei capitali e in grande misura anche di quelli delle persone, alla quasi completa eliminazione dei dazi doganali, alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alle privatizzazioni, alla globalizzazione in genere e anche, in misura rilevantissima, alla rivoluzione della Information and Communication Technology (ICT). I grandi incrementi di produttività che ne sono derivati sono andati soprattutto a vantaggio delle attività finanziarie e delle imprese, mentre il potere di acquisto dei consumatori è rimasto sostanzialmente invariato, se non è addirittura calato. Il punto di rottura sarebbe stato raggiunto già negli anni ’90, ma la resa dei conti è stata rinviata attraverso massicce iniezioni di credito al consumo e di mutui (subprime e non) che hanno consentito alle famiglie di acquistare e consumare ben al di là delle loro risorse. Anche questo meccanismo si è però inceppato. La spia è stata, come è noto, il fallimento di Lehman Brothers.

Se questo è il quadro in cui va inserita la crisi iniziata nel 2008, qual è la situazione dell’Italia? Nel crollo che ha dato inizio a questa grande depressione il prodotto interno lordo italiano è calato di 6,8 punti percentuali. La produzione industriale del 26%. La ripresa, come si è detto all’inizio, è cominciata già nella primavera del 2009, ma è tanto lenta che, se si dovesse procedere con il tasso di crescita del 2010, per tornare ai livelli di prodotto interno lordo antecrisi occorrerebbe attendere fino al 2015.

Colmare la voragine aperta dalla crisi è però soltanto il primo obiettivo. Occorre anche creare condizioni di crescita duratura e possibilmente robusta per gli anni successivi. Come si è appena detto, l’Italia sta recuperando molto più lentamente degli altri paesi ad economia matura ed una accelerazione della crescita sarebbe altamente necessaria. Pesano però per il nostro Paese una macchina burocratica costosa quanto inefficiente e il pauroso ritardo infrastrutturale accumulato in anni di sterili dibattiti. Ma pesa pure il grande debito pubblico che, date anche le regole dell’Unione Europea, a cui fortunatamente apparteniamo, rende molto esigui i margini per una politica economica volta a sostenere e accelerare la crescita. Massimiliano Marzo nel numero di aprile di ‘451’ affronta con grande lucidità e senza pregiudizi ideologici la questione della tassa patrimoniale. L’Italia è un Paese con un grande debito pubblico, ma anche con una grande ricchezza privata. Una modesta tassazione straordinaria (per non più di due anni) potrebbe dare un gettito sufficiente per rendere meno critico il rapporto tra debito pubblico e Pil e lasciare quindi spazio per politiche fortemente votate a stimolare l’economia. Massimiliano Marzo indica le condizioni che Governo e Parlamento dovrebbero garantire per rendere accettabile un’imposta, come la patrimoniale, che ha il difetto di sapere di esproprio. Si tratta però di condizioni difficilmente realizzabili come una forte riduzione dell’elusione e dell’evasione fiscale, il taglio della spesa inutile, del numero dei parlamentari, degli enti inutili, delle province, ecc.

In aggiunta ad una eventuale imposta patrimoniale, un’altra misura che prima o poi dovremo adottare, perché ci verrà richiesta dall’Europa, è l’aumento sulla tassazione delle rendite finanziarie per equipararla agli standard della UE. Anche con questa soluzione si genererebbe un gettito che potrebbe essere investito nello sviluppo. Una terza misura che dovrebbe essere presa in considerazione (e che potrebbe avere un effetto immediato sulla capacità di spesa della gente per beni di consumo durevole e non durevole) è una rimodulazione delle aliquote della tassazione sui redditi, elevando la fascia esente e aumentando moderatamente la progressività dell’imposta a partire da un livello non molto alto di reddito. Tassa patrimoniale, aumento della tassazione sulle rendite finanziarie e rimodulazione delle aliquote dell’Irpef sono tutti provvedimenti che vanno nella direzione della riduzione della concentrazione della ricchezza. D’altra parte, se la causa di fondo della crisi è l’aumento del rapporto di concentrazione della ricchezza al di là della soglia critica, è inevitabile che la politica fiscale sposi prima o poi una o più di queste soluzioni, essendo impensabile che l’onere di ridare ai consumatori le risorse sufficienti per imprimere slancio ai consumi e all’economia possa ricadere sulle imprese che non sono certo in grado in questa fase di sostenere l’impatto di rivendicazioni salariali significative. In fin dei conti si tratterebbe di chiedere qualche sacrificio a coloro che possono farlo e che facendolo investirebbero sul loro futuro e su quello dei loro figli. La crisi del 1873 è durata 22 anni, quella del 1929 è durata 11 anni, senza considerare il periodo della seconda guerra mondiale. Quanto durerà la crisi attuale nessuno è in grado di dire. Sarebbe però veramente drammatico se in Italia durasse di più che nel resto del mondo. Avremmo perso una ulteriore occasione per imparare dai nostri errori.

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Gian Primo Quagliano direttore responsabile di ‘451’, è presidente di Econometrica e del Centro Studi Promotor. Insegna comunicazione all’Università di Bologna, è giornalista e collaboratore del Sole24Ore e di altre pubblicazioni.

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Quando usciremo dalla crisi?

gian primo quagliano

Quando e come usciremo dalla crisi economica in cui il mondo è precipitato nel 2008 e quando e come ne uscirà l’Italia che, dopo il grande crollo, nella ripresa delineatasi già nella primavera del 2009, sta procedendo con tassi di sviluppo tra i più deboli del mondo? Le risposte non sono naturalmente scontate, anche perché l’arco temporale da considerare per una previsione non è certo breve e vi è la concreta possibilità che si verifichino eventi oggi assolutamente imprevedibili, come alcuni mesi fa imprevedibili erano la catastrofe atomica in Giappone e le tensioni nel mondo arabo, eventi questi ultimi di cui è difficile valutare l’impatto economico anche nel solo 2011. Ragionando comunque sui dati e sulle informazioni attualmente disponibili è utile innanzitutto definire correttamente quella che è stata denominata “la crisi globale”.

Non vi è più alcun dubbio ormai che si tratti di una grande depressione. Nella storia dello sviluppo economico moderno vi sono altre due grandi depressioni. La prima è quella del 1873-1895 e la seconda è quella iniziata nel 1929. Nel 1873, al termine di una fase di sviluppo accelerato dei Paesi economicamente avanzati, la crescita della capacità produttiva di beni agricoli e industriali trovò un limite nella capacità di assorbimento del mercato in un contesto caratterizzato da politiche economiche protezionistiche. Da questa situazione si uscì a partire dal 1895 soprattutto per l’effetto dell’apertura di nuovi mercati dovuta al colonialismo e si entrò così in quella che è stata definita la Belle Époque anche dal punto di vista economico.

Anche la crisi del ’29 esplose al culmine di una fase di forte sviluppo. Le sue cause sono state oggetto di studio praticamente da parte di tutti gli economisti successivi. J.K. Galbraith ha identificato cinque cause principali che sono schematizzate nella tabella e che conviene esaminare anche con riferimento alle analogie e alle differenze con le cause della crisi attuale.

Galbraith colloca al primo posto la “cattiva distribuzione del reddito”. Questo è certamente un punto centrale che merita un approfondimento anche perché è tra le cause strutturali pure della crisi attuale. Sul problema della distribuzione del reddito vi è una sterminata pubblicistica economica, politica e sociale. In termini statistici la questione è stata correttamente impostata fin dal 1905 dallo statistico americano Lorenz. Si parla di concentrazione del reddito quando una certa quota della popolazione, costituita dalle persone più ricche, possiede una quota superiore del reddito prodotto. Se il 20% della popolazione possiede il 40% del reddito siamo in presenza di concentrazione. Se la quota di reddito è del 60% la concentrazione è forte, se è dell’80%, come avviene in molti Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, la concentrazione è tale da ostacolare fortemente la crescita.

Una misura sintetica della concentrazione, il rapporto di concentrazione (R), è stata introdotta dallo statistico italiano Corrado Gini nel 1912. Nello sviluppo economico una certa concentrazione del reddito (e della ricchezza) è necessaria perché alimenta la formazione del capitale indispensabile per gli investimenti in infrastrutture e nell’apparato produttivo. È però essenziale che alle famiglie rimanga una quota di reddito sufficiente per acquistare (o affittare) le abitazioni, i beni di consumo durevoli e non durevoli e i servizi che vengono offerti in quantità crescente da un sistema economico in sviluppo.

Se la concentrazione del reddito sale oltre una certa soglia (che varia nelle diverse situazioni) accade che la quota destinata ai consumatori non è più sufficiente per assicurare la crescita dei mercati. Si crea così una frattura nello sviluppo economico, che in genere si manifesta improvvisamente con un evento dirompente (crollo della borsa di New York nell’ottobre del 1929; fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008). Crisi di questo tipo, cioè grandi depressioni, hanno in genere durate molto lunghe perché esistono forti resistenze per ripristinare un efficace rapporto tra concentrazione del reddito e sviluppo.

Negli anni ’20 la concentrazione del reddito era aumentata fortemente per le innovazioni tecnologiche introdotte nell’attività produttiva (catena di montaggio, taylorismo, ecc.) e per la crescente affermazione della finanza in situazioni di sostanziale costanza dei salari e del potere d’acquisto delle masse. Nel 1929 le risorse destinate ai consumatori non erano ormai più sufficienti a sostenere lo sviluppo e si produsse così la frattura che diede inizio alla grande depressione. Per ristabilire un rapporto di concentrazione del reddito che consentisse la ripresa dello sviluppo, si dovette arrivare alla seconda guerra mondiale e al dopoguerra che, con il piano Marshall, operò una consistente ridistribuzione del reddito anche sul piano internazionale.

Nella situazione che stiamo oggi vivendo abbiamo assistito a formidabili incrementi di produttività legati alla liberalizzazione dei movimenti dei capitali e in grande misura anche di quelli delle persone, alla quasi completa eliminazione dei dazi doganali, alla liberalizzazione del mercato del lavoro, alle privatizzazioni, alla globalizzazione in genere e anche, in misura rilevantissima, alla rivoluzione della Information and Communication Technology (ICT). I grandi incrementi di produttività che ne sono derivati sono andati soprattutto a vantaggio delle attività finanziarie e delle imprese, mentre il potere di acquisto dei consumatori è rimasto sostanzialmente invariato, se non è addirittura calato. Il punto di rottura sarebbe stato raggiunto già negli anni ’90, ma la resa dei conti è stata rinviata attraverso massicce iniezioni di credito al consumo e di mutui (subprime e non) che hanno consentito alle famiglie di acquistare e consumare ben al di là delle loro risorse. Anche questo meccanismo si è però inceppato. La spia è stata, come è noto, il fallimento di Lehman Brothers.

Se questo è il quadro in cui va inserita la crisi iniziata nel 2008, qual è la situazione dell’Italia? Nel crollo che ha dato inizio a questa grande depressione il prodotto interno lordo italiano è calato di 6,8 punti percentuali. La produzione industriale del 26%. La ripresa, come si è detto all’inizio, è cominciata già nella primavera del 2009, ma è tanto lenta che, se si dovesse procedere con il tasso di crescita del 2010, per tornare ai livelli di prodotto interno lordo antecrisi occorrerebbe attendere fino al 2015.

Colmare la voragine aperta dalla crisi è però soltanto il primo obiettivo. Occorre anche creare condizioni di crescita duratura e possibilmente robusta per gli anni successivi. Come si è appena detto, l’Italia sta recuperando molto più lentamente degli altri paesi ad economia matura ed una accelerazione della crescita sarebbe altamente necessaria. Pesano però per il nostro Paese una macchina burocratica costosa quanto inefficiente e il pauroso ritardo infrastrutturale accumulato in anni di sterili dibattiti. Ma pesa pure il grande debito pubblico che, date anche le regole dell’Unione Europea, a cui fortunatamente apparteniamo, rende molto esigui i margini per una politica economica volta a sostenere e accelerare la crescita. Massimiliano Marzo nel numero di aprile di ‘451’ affronta con grande lucidità e senza pregiudizi ideologici la questione della tassa patrimoniale. L’Italia è un Paese con un grande debito pubblico, ma anche con una grande ricchezza privata. Una modesta tassazione straordinaria (per non più di due anni) potrebbe dare un gettito sufficiente per rendere meno critico il rapporto tra debito pubblico e Pil e lasciare quindi spazio per politiche fortemente votate a stimolare l’economia. Massimiliano Marzo indica le condizioni che Governo e Parlamento dovrebbero garantire per rendere accettabile un’imposta, come la patrimoniale, che ha il difetto di sapere di esproprio. Si tratta però di condizioni difficilmente realizzabili come una forte riduzione dell’elusione e dell’evasione fiscale, il taglio della spesa inutile, del numero dei parlamentari, degli enti inutili, delle province, ecc.

In aggiunta ad una eventuale imposta patrimoniale, un’altra misura che prima o poi dovremo adottare, perché ci verrà richiesta dall’Europa, è l’aumento sulla tassazione delle rendite finanziarie per equipararla agli standard della UE. Anche con questa soluzione si genererebbe un gettito che potrebbe essere investito nello sviluppo. Una terza misura che dovrebbe essere presa in considerazione (e che potrebbe avere un effetto immediato sulla capacità di spesa della gente per beni di consumo durevole e non durevole) è una rimodulazione delle aliquote della tassazione sui redditi, elevando la fascia esente e aumentando moderatamente la progressività dell’imposta a partire da un livello non molto alto di reddito. Tassa patrimoniale, aumento della tassazione sulle rendite finanziarie e rimodulazione delle aliquote dell’Irpef sono tutti provvedimenti che vanno nella direzione della riduzione della concentrazione della ricchezza. D’altra parte, se la causa di fondo della crisi è l’aumento del rapporto di concentrazione della ricchezza al di là della soglia critica, è inevitabile che la politica fiscale sposi prima o poi una o più di queste soluzioni, essendo impensabile che l’onere di ridare ai consumatori le risorse sufficienti per imprimere slancio ai consumi e all’economia possa ricadere sulle imprese che non sono certo in grado in questa fase di sostenere l’impatto di rivendicazioni salariali significative. In fin dei conti si tratterebbe di chiedere qualche sacrificio a coloro che possono farlo e che facendolo investirebbero sul loro futuro e su quello dei loro figli. La crisi del 1873 è durata 22 anni, quella del 1929 è durata 11 anni, senza considerare il periodo della seconda guerra mondiale. Quanto durerà la crisi attuale nessuno è in grado di dire. Sarebbe però veramente drammatico se in Italia durasse di più che nel resto del mondo. Avremmo perso una ulteriore occasione per imparare dai nostri errori.

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