H. Allen Orr

L’equazione dell’altruismo

da ''The New York Review of Books''

OREN HARMAN, The Price of Altruism: George Price and the Search for the Origins of Kindness, New York, Norton, pp. 451, $ 27,95

SCIENZE BIOLOGICHE. L’altruismo, che caratterizza la nostra specie, è in netto contrasto con la legge darwiniana della selezione naturale (che è basata sulla sopravvivenza degli individui più forti e sulla competizione). Eppure esistono forme di altruismo anche in altre specie animali (vespe, scoiattoli, api e formiche, per esempio). Proprio questo ha portato alcuni importanti zoologi a pensare che questa caratteristica possa essere parte del corredo genetico di un individuo e che in qualche modo si sia affinato e trasmesso di generazione in generazione. Orr le tappe più importanti di questa ricerca, da Darwin fino a George Price, scienziato dalla vita curiosa e travagliata, che ricavò una vera e propria equazione per spiegare il fenomeno.

Prima di Darwin, l’unico problema con l’altruismo era che nel mondo non ce n’era abbastanza. Dopo Darwin, l’altruismo è emerso come autentico problema scientifico. Se gli animali, inclusa la specie umana, si sono evoluti per selezione naturale – un processo spietato in cui l’organismo lotta contro l’organismo e ciò che più conta è prevalere sugli altri – com’è potuto nascere l’altruismo? E come l’evoluzione avrebbe potuto promuovere, o anche solo permettere, un comportamento che implica dei costi per l’individuo che lo esegue e che al contempo arreca un vantaggio a un altro essere?

È questo il problema centrale affrontato nel nuovo libro di Oren Harman, The Price of Altruism. Il gioco di parole del titolo si riferisce al protagonista, George Price, brillante figura che negli anni Settanta eseguì studi fondamentali su diversi problemi della biologia evoluzionistica, incluso l’altruismo. Price, che nel 1975 si tolse la vita. Harman è professore all’Università Bar Ilan in Israele, dove dirige il programma per laureati in scienza, tecnologia e società. È anche l’autore di The Man Who Invented the Chromosome (Londra, 2004), una biografia intellettuale del botanico Cyril Darlington. In quel libro, come nel suo ultimo, Harman considera la storia di uno scienziato perlopiù sconosciuto al grande pubblico, ma ammirato dagli scienziati specialisti. L’argomento di The Price of Altruism fornisce del materiale scientifico e biografico particolarmente ricco per un simile progetto. Le ricerche di Price nel campo della biologia evoluzionistica, pur se astratte, furono estremamente originali e profonde. E l’uomo Price garantisce una storia affascinante benché spesso dolorosa e dall’epilogo tragico.

Pur essendo la scrittura di Harman irregolare in alcuni punti e nonostante il libro sembri talvolta scientemente ispirarsi a Il genio dei numeri1, il risultato è complessivamente ragguardevole. Harman è stato scrupoloso, perché non solo ha documentato in dettaglio le imprese scientifiche di Price, ma è andato a scavare nella sua corrispondenza privata e fra i ricordi dei colleghi e dei familiari. L’autore tratta poi con maestria alcune fra le idee più astratte emerse dalla biologia evoluzionistica, inclusa l’“equazione di Price”, notoriamente difficile2. Sebbene sosterrò che Harman si fa prendere qua e là dall’entusiasmo, il libro è indubbiamente un importante contributo alla conoscenza di uno scienziato a un tempo importante e misconosciuto.

The Price of Altruism non si limita a raccontare la storia di George Price e della sua scienza. Analizza anche l’intera storia degli sforzi dei biologi per spiegare le origini dell’altruismo, ponendo così gli studi di Price nel loro contesto intellettuale. Come sottolinea Harman, la storia di questi sforzi è lunga e complessa. Inizia in realtà dallo stesso Darwin, il quale riconobbe che l’altruismo avrebbe potuto minare la sua teoria della selezione naturale. Fu egli stesso ad ammettere che, sebbene spesso l’altruismo sia identificato con gli atti di bontà o con i sacrifici dell’uomo – il santo che rinuncia ai beni o il soldato che si lancia sulla granata –, alcuni esempi fra i più nitidi si trovano in altre specie, dove sono pochi i dubbi che il comportamento sia codificato geneticamente e non promosso dalla cultura. Per inciso, l’altruismo o una sua predisposizione, ammesso che abbiano una base genetica, devono essersi evoluti in qualche modo.

Uno degli esempi più sorprendenti di altruismo animale, che continuò a inquietare Darwin, si verifica fra gli insetti. In molte specie di vespe, di api e di formiche intere caste di individui sono infatti sterili e la riproduzione avviene esclusivamente tramite la regina. Se è difficile capire come la selezione naturale possa spingere un’ape operaia a faticare per il bene della colonia (e non per il suo), sfiora l’impossibile capire come la selezione naturale renda sterili interi gruppi di tali individui. Alla luce del darwinismo, sacrificare la propria fertilità sembra un sacrificio estremo. Sebbene Darwin avesse tentato alcune spiegazioni del fenomeno, esse furono tutt’altro che soddisfacenti.

Anche Thomas Henry Huxley3, il grande paladino di Darwin, era tormentato dall’altruismo, se pure riguardo alla moralità umana. Huxley concluse che fosse una stravaganza romantica aspettarsi che la bontà emergesse dalla logica del darwinismo, profondamente egoista. La nostra sfida – concluse – non è cercare la moralità nella natura, bensì elevarci al di sopra di essa. Come spiega Harman, questo è «il compito della civiltà, la sua vera raison d’être: combattere con ogni forza l’eredità evolutiva dell’uomo». Altre persone avevano una diversa visione delle cose. Come lo zoologo russo Peter Kropotkin, che riscontrò una stupefacente dose di altruismo in natura. Il suo libro Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione4 ha documentato molti casi di cooperazione, e non di competizione, fra gli animali in natura. È il caso dei pellicani, che chiudono in un angolo i pesci disponendosi collettivamente ad arco nell’acqua e nuotando verso riva. Contrariamente a Huxley, Kropotkin credeva dunque che la sfida morale fosse il ritorno alla natura e non l’elevarsi al di sopra di essa. Lo zoologo russo, aristocratico convertitosi all’anarchismo, credeva – e non è difficile immaginarlo – che questo ritorno avrebbe implicato un cambiamento economico radicale.

Nel XX secolo due grandi sviluppi segnarono i tentativi di capire la biologia dell’altruismo. Nel primo sviluppo, V.C. Wynne Edwards, l’autore di Animal Dispersion in Relation to Social Behavior (Edimburgo, 1962), sosteneva che gli evoluzionisti avessero in parte frainteso il livello biologico su cui agisce la selezione naturale. Per quanto la selezione implichi spesso la competizione tra i singoli organismi, Wynne-Edwards sosteneva che essa prevede il più delle volte la competizione tra popolazioni intere di questi ultimi. Alla luce di questa cosiddetta “selezione di gruppo”, l’altruismo sembra facilmente spiegabile. All’interno di un gruppo, gli individui egoisti – per esempio quelli che si riproducono rapidamente anche quando le risorse sono limitate – potrebbero prevalere sugli individui altruisti, su coloro, cioè, che quando i tempi si fanno duri rallentano la riproduzione. Ma fra le popolazioni le cose vanno diversamente. Una popolazione composta di individui egoisti esaurirà probabilmente le sue risorse e andrà incontro a estinzione; una popolazione composta da altruisti, invece, non le esaurirà, garantendosi così il domani. Pertanto la selezione naturale attiva al livello del gruppo favorirebbe l’altruismo fra gli animali. Benché molti biologi fossero scettici circa la selezione di gruppo – in particolare perché i modelli proposti erano essenzialmente descrittivi e non matematici – nessuna alternativa convincente era all’orizzonte.

Poi, a metà degli anni Sessanta, fu la volta del secondo grande passo in avanti, la teoria di W.D. Hamilton della fitness – idoneità – inclusiva. Hamilton, che scrisse articoli scientifici celebri per complessità e profondità, sosteneva che alla luce della selezione naturale conta non tanto l’idoneità di questo o di quell’individuo – dove una buona misura di idoneità è il numero di figli prodotti da un individuo – quanto la fitness di un individuo combinata, in un determinato modo, con quella dei suoi parenti. La fitness inclusiva poteva spiegare gli atti di altruismo animale, fino ad allora enigmatici.

Consideriamo come esempio i richiami di allarme di alcune specie di scoiattoli. Se compare un predatore, lo scoiattolo che lo avvista per primo emette un richiamo che allarma i suoi simili, che possono scappare e mettersi in salvo. Il comportamento è probabilmente altruistico perché attira l’attenzione del predatore verso lo scoiattolo che emette il richiamo, facendo di lui un probabile pasto5. Per capire come questo comportamento possa evolversi, immaginate una variante genetica, inizialmente rara, che incoraggia un individuo a emettere il richiamo altruistico. Per inciso, non tutti gli individui portatori del gene emetteranno sempre il richiamo di allarme alla vista del predatore; semplicemente, devono mostrare una predisposizione verso questo comportamento di richiamo. Hamilton ha dimostrato matematicamente che, in una determinata condizione, la selezione naturale aumenterà la frequenza di questo gene altruista nella popolazione. E la condizione critica è semplice: gli individui salvati dall’atto di altruismo devono avere un rapporto di parentela con l’altruista. Per quale ragione? Perché è probabile che i parenti siano a loro volta portatori del gene per l’altruismo. (Ecco cosa significa essere parenti: essere portatore sostanzialmente degli stessi geni). Perciò l’altruista, pur sacrificando se stesso, salva, compiendo quell’atto, altre copie del gene dell’altruismo, garantendo la diffusione del gene nella popolazione.

La teoria di Hamilton della fitness inclusiva, che ha spostato il centro della selezione naturale dall’individuo al gene, ha offerto una nuova ardita spiegazione dell’altruismo, e negli anni Settanta stava per diventare ortodossa fra gli evoluzionisti. Le argomentazioni della selezione di gruppo apparivano sempre più stravaganti e, grazie agli sforzi di Hamilton e di altri eminenti evoluzionisti, furono perlopiù screditate. E, come sottolinea Harman, George Price fu tra i protagonisti del cambiamento.

Price era nato a New York nel 1922, si era diplomato alla Stuyvesant High School e aveva seguito gli studi universitari a Harvard e all’Università di Chicago. Qui rimase per conseguire il dottorato in chimica, svolgendo per il progetto Manhattan ricerche di notevole spessore sulla radiazione. Dopo un periodo di insegnamento ad Harvard – Price scoprì di detestare la vita accademica – cominciò le sue peregrinazioni intellettuali che ne avrebbero caratterizzato la carriera. Seguirono brevi periodi presso varie istituzioni, come i Bell Labs, la University of Minnesota Medical School e l’IBM. Durante questi anni Price si è sposato e ha avuto due figlie.

Fra la sorpresa delle persone della sua cerchia, a metà degli anni Cinquanta Price si dedicò alla divulgazione scientifica. Inaspettatamente, fece gran clamore un suo pezzo provocatorio sulla rivista ‘Science’ che attaccava la credibilità delle ricerche sulla percezione extrasensoriale. Per inciso Price, ateo convinto, disprezzava tutto ciò che si richiamava al soprannaturale. In articoli successivi, scritti per la stampa popolare, mise alla berlina la cattiva economia, spiegò come accelerare il processo dell’invenzione e inveì contro la minaccia comunista in America. Cominciando a definire se stesso ex-chimico, Price era un intelletto senza un interesse intellettuale.

Con la crisi del matrimonio Price lasciò la famiglia, per trasferirsi nel 1967 a Londra, dove aveva in animo di coltivare la sua ultima passione, la biologia evoluzionistica. Per ironia, Price dichiarò di essere interessato soprattutto alle origini evolutive della famiglia: perché – si domandava – gli atti di altruismo caratterizzano le interazioni parentali, e perché la selezione naturale dovrebbe favorire tali atti? Price affrontò questi problemi da una prospettiva teorica, concentrandosi sulla matematica della selezione naturale. Inizialmente lavorò per proprio conto qua e là nelle biblioteche londinesi, prima di garantirsi una temporanea e modesta posizione presso il Galton Laboratory dello University College di Londra. Nel periodo trascorso in questa sede pubblicò un numero sparuto di articoli sull’evoluzione. Buona parte di queste sue pubblicazioni ebbe inizialmente uno scarso seguito nella comunità dei biologi. Era in parte il riflesso dell’astrusità del suo linguaggio e in parte della sua impostazione teorica eretica. Per fortuna Price aveva avviato un rapporto epistolare con Hamilton, il quale, insieme all’eminente evoluzionista John Maynard Smith, cominciò ad apprezzare il valore dei suoi studi. Si garantì così un’ottima fama nella cerchia dei biologi evoluzionisti.

Come non detto. Price perse presto interesse per l’evoluzione. D’improvviso, fra lo stupore del ristretto gruppo di colleghi, scoprì, attraverso un’evidente esperienza religiosa, una nuova passione: il Cristianesimo. L’interesse di Price per questa religione fu in parte intellettuale, in parte spirituale e totalmente radicale. Considerava la Bibbia il testo che, pur pervaso di codici e cifre, era da intendersi per buona parte alla lettera. (Il suo letteralismo biblico generò una sorprendente corrispondenza epistolare con Henry Morris, un fondamentalista della Terra Giovane, cioè una forma particolare di Creazionismo, e leader del movimento creazionista scientifico. Incredibilmente, Price concluse che il genere di Cristianesimo di Morris era troppo liberale). Nella sua chiesa di Londra, i mentori di Price lo esortarono a frenare e a temperare il suo letteralismo. Com’era prevedibile, egli ignorò le richieste e mise mano a un lungo documento che rivelava, a suo dire, errori nella cronologia tradizionale della Passione.

Come evidenzia Harman, il Cristianesimo radicale di Price ebbe un effetto ancora più profondo e sconvolgente sulla sua vita. Sentito il richiamo a donare i suoi beni ai poveri, cominciò a dare assistenza e spesso rifugio ai senzatetto londinesi, molti dei quali alcolizzati. Lui stesso si sarebbe presto ridotto in miseria6. Sembra inoltre che fosse afflitto da problemi psicologici sempre più gravi. Harman ipotizza che Price fosse lievemente autistico e che, più avanti nella vita, abbia sofferto di depressione, causata forse dalla mancata assunzione dei farmaci per i problemi alla tiroide.

Essendosi la sua vita personale ulteriormente disgregata, Price concluse che avrebbe dovuto affrontare una vita più cristiana nel senso tradizionale del termine. Del resto, come ammise con riluttanza, il suo straordinario esperimento con l’altruismo non aveva salvato una singola anima. Decise inoltre che era il momento di dedicarsi al suo ultimo interesse intellettuale, l’economia. Ma era troppo tardi. Nel 1975, a cinquantadue anni e ridotto a vivere abusivamente in un edificio abbandonato di Londra, Price soccombette alle molte difficoltà e commise un suicidio da granguignol, tagliandosi la gola con un paio di forbici da sarto. Il funerale fu un raduno insolito, che attirò qualche senzatetto e due fra i maggiori biologi evoluzionisti dell’epoca, Hamilton e Maynard Smith.

Allora, quale fu il contributo di questa figura tragica allo studio dell’evoluzione? Per cominciare – cosa già sufficiente per garantirne la fama – Price ha introdotto insieme a Maynard Smith la teoria dei giochi in biologia. Questa consente ai biologi di rispondere a domande del tipo: in quali condizioni un animale dovrebbe intensificare o stemperare la sua aggressività verso un altro animale? Price chiarì poi un risultato controverso nella genetica delle popolazioni, il cosiddetto Teorema Fondamentale della Selezione Naturale. Ma il suo contributo decisivo, che ritroviamo al centro del libro di Harman, è il risultato matematico conosciuto come equazione di Price. Benché a un primo impatto appaia astrusa, l’equazione è piuttosto semplice7.

Per cogliere l’essenza dell’equazione, sarà utile cominciare da una versione semplificata, scoperta indipendentemente da tre evoluzionisti – incluso lo stesso Price – tra il 1966 e il 1970. I loro risultati illustrano che il grado in cui qualsiasi tratto biologico, come la statura, cambia di generazione in generazione mediante la selezione naturale è uguale all’associazione statistica fra il tratto e la fitness8. Per esempio, se esiste una forte correlazione positiva tra la statura e la fitness, ossia gli individui alti producono una progenie più numerosa degli individui più bassi, l’individuo medio della generazione successiva sarà più alto dell’individuo medio della generazione attuale secondo un valore prevedibile in base all’equazione. Questo risultato, oggi conosciuto come Teorema Secondario della Selezione Naturale, è così semplice che suscita stupore la sua formulazione con tale ritardo nella storia della genetica evoluzionistica.

L’equazione completa di Price si spinge oltre. La versione semplificata appena descritta assume che la selezione naturale (attiva a un certo livello biologico) sia l’unica forza capace di modificare un tratto, un fatto però non necessariamente vero. I tratti possono infatti modificarsi per le ragioni più diverse, inclusa una nuova mutazione genetica. L’equazione completa di Price, pubblicata nel 1970, considera queste possibilità includendo un termine matematico supplementare, di solito definito termine di “trasmissione”.

E ora viene la parte profonda. Price immaginò – e tradotto in parole è tutt’altro che ovvio – che il termine di trasmissione si potesse riscrivere matematicamente in modo da ammettere la selezione naturale a un livello biologico differente. Perciò, facendo un esempio semplice, l’evoluzione della statura potrebbe riflettere la selezione naturale tra individui all’interno di popolazioni e tra popolazioni di individui. In realtà questa operazione matematica può essere eseguita ricorsivamente, su molteplici livelli della gerarchia biologica. In sostanza l’equazione di Price consente di suddividere il cambiamento evolutivo di un tratto nei possibili effetti della selezione naturale attiva simultaneamente su molteplici livelli biologici, come la specie, la popolazione, l’organismo, il gamete (lo spermatozoo o l’ovocita) e il gene.

Il risultato è così sorprendente nella sua semplicità che Price lo definì «un vero miracolo». E Hamilton, il grande paladino della visione genocentrica dell’evoluzione, ne fu sedotto al punto da dire a un ancora sconosciuto Price: «Sono incantato dalla sua formula». In effetti, Hamilton cominciò a capire che il suo approccio all’altruismo tramite la fitness inclusiva poteva essere equivalente dal punto di vista matematico a quello di Price. Benché i biologi siano stati lenti nel coglierne il valore, Price aveva scoperto una verità profonda sulla selezione naturale.

Naturalmente non c’è nulla di speciale in un tratto (come la statura) che caratterizza l’aspetto di un organismo. È possibile usare l’equazione di Price anche per studiare il comportamento animale, incluso quello altruistico. Questa operazione rivela che spiegare biologicamente l’altruismo non implica la scelta tra credere che la selezione naturale agisca all’interno di gruppi o invece tra gruppi. La selezione potrebbe invece agire simultaneamente su entrambi i livelli: la selezione all’interno dei gruppi favorisce l’egoismo (gli individui egoisti hanno competitivamente la meglio sugli individui virtuosi) e la selezione tra gruppi, che favorisce l’altruismo (gruppi che includono molti individui cooperativi se la caveranno meglio, in quanto gruppi, di quelli che includono molti individui non cooperativi). Che l’altruismo evolva o meno dipenderà dalla forza relativa di queste forme di selezione in conflitto.

Ma la cosa fondamentale è che l’equazione di Price ha dimostrato che le argomentazioni della selezione di gruppo a favore dell’altruismo non devono essere proposte in via approssimativa o apologetica: potevano essere proposte con precisione matematica.

La storia biografica e scientifica raccontata da Harman è affascinante, ed egli ce la racconta con bravura. Il suo racconto soffre tuttavia di alcuni problemi, uno dei quali è che sembra sfuggirgli appena la caratteristica più interessante della equazione di Price. Pur essendo vera la centralità dell’equazione nello studio dell’altruismo, essa ha – come suggerivamo – una portata più ampia. Applicandosi a qualunque tratto, essa è interessante più per ciò che dice sulla selezione naturale in generale – per esempio che potrebbe agire su molteplici livelli biologici – che per quanto afferma sull’altruismo in particolare.

The Price of Altruism è poi vittima di qualche esagerazione. Un esempio riguarda il ruolo dell’equazione di Price nella biologia evoluzionistica contemporanea. Sarebbe facile congedarci dal libro di Harman convinti che Price e la sua equazione siano centrali in questo campo. Ma non è così. Sebbene l’equazione di Price sia innegabilmente importante, dubito che il biologo evoluzionista medio sappia dirvi di che cosa si tratta. È il riflesso di due caratteristiche: la prima riguardante la biologia evoluzionistica, la seconda l’equazione. Quella della biologia evoluzionistica è l’inveterata ossessione di quest’ultima per i dati a scapito della teoria. In particolare, la marea di dati della sequenza completa del genoma ha dominato l’attenzione di molti evoluzionisti, i quali pensano a tutto meno che a equazioni astratte, simili più alla teoria degli insiemi che alle sequenze di DNA. Quella dell’equazione di Price è che, curiosamente, essa non risponde a domande di natura biologica. Piuttosto, come ha sottolineato Steven Frank, si limita a presentare un sistema di notazione insolito che ci costringe a pensare con maggiore chiarezza alla selezione naturale. Corre tuttavia una differenza fra il pensare in modo chiaro e l’ottenere risposte concrete a domande biologiche specifiche.

Ciò mi porta a un altro caso di esagerazione in The Price of Altruism. Harman sostiene che l’equazione di Price «ha risolto il problema dell’altruismo». Ma tale linguaggio maschera un aspetto più profondo. Nessuna equazione, per quanto raffinata, può risolvere il problema dell’altruismo, perché il problema, come la maggior parte dei problemi scientifici, è in parte empirico. L’equazione di Price mostra che il cambiamento evolutivo in un tratto può essere suddiviso negli effetti della selezione naturale a differenti livelli biologici. Tuttavia è reticente sulla dimensione degli effetti a questi livelli. Alcuni effetti (magari a livello individuale) potrebbero essere enormi, e altri invece (magari a livello di gruppo) trascurabili. In questo caso, la selezione individuale prevarrebbe sulla selezione di gruppo e l’altruismo non si evolverebbe. Nessun formalismo matematico può determinare questi coefficienti critici. Alla fine Harman lo ammette, ma è un’ammissione che arriva ormai sul finire del libro.

Harman sopravvaluta poi l’entusiasmo dei biologi evoluzionisti per la selezione di gruppo. È vero che questa è invocata talvolta per spiegare i fenomeni biologici. Ma è ancora più vero che le invocazioni sono rare, e di nuovo per ragioni in parte empiriche. Particolari fenomeni biologici sono stati spiegati con successo ben più spesso con argomentazioni basate sulla fitness inclusiva che sulla selezione di gruppo. Per molti evoluzionisti, dunque, le titubanze verso la selezione di gruppo sono più di principio che di natura pratica. Semplicemente, la selezione di gruppo manca di una documentazione esplicativa altrettanto corposa9.

Sarebbe tuttavia eccessivo sostenere che questi pochi difetti sminuiscano in modo significativo The Price of Altruism. Harman ha fatto molte cose giuste nel libro. Una delle più importanti – anzi la più importante delle questioni appena sollevate – è la trattazione dell’altruismo umano. Del resto, che cosa ha a che spartire questa biologia esoterica con la nostra specie?

I libri sulle basi biologiche del comportamento traboccano spesso di entusiasmo quando si parla degli esseri umani. Un numero eccessivo di questi libri lascia intendere, e con una facilità irragionevole, che se un’ape operaia rinuncia alla fertilità per ordine dei geni, allora il boy scout che aiuta la vecchietta ad attraversare la strada agisce a sua volta come risposta al DNA. Per fortuna, il libro di Harman ci risparmia tali assurdità. E ci evita pure l’assurdità di segno contrario, ossia che il nostro comportamento non abbia alcun vincolo con la biologia.

La visione di Harman, espressa con la massima chiarezza verso la fine del libro, è ricca di sfumature, ragionevole e quasi certamente giusta: la verità sul comportamento umano, incluso quello morale, si trova da qualche parte nel mezzo. Sarebbe del resto singolare che il nostro sudato retaggio culturale, di cui fanno parte anche le tradizioni religiose, fosse svincolato dai nostri giudizi o inclinazioni morali ad agire altruisticamente. Ma sarebbe altrettanto miracoloso se le nostre origini biologiche non lasciassero il minimo segno sul pensiero o sul comportamento umano. Il boy scout potrebbe agire in parte come risposta alla sua cultura (per questa ragione i genitori esortano i figli a frequentare gli scout, la sinagoga o i gruppi di chiesa) e in parte come risposta ai suoi geni (del resto, è possibile immaginare una specie che, contrariamente agli esseri umani, sia malvagia per natura al punto che il comportamento dello scout sia inconcepibile).

Non è una prova di scientismo affermare che la biologia è importante, benché potrebbe esserlo il sostenere che tutto si risolve nella biologia. Harman coglie la differenza e resiste alla tentazione di rendere gli esseri umani, e il loro altruismo, più semplici di quanto non siano.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

* Il titolo originale dell’articolo americano è Is Goodness in your Genes?, cioè La bontà è nei vostri geni? È stato preferito L’equazione dell’altruismo, che è il titolo di un libro sullo stesso argomento, apparso qualche anno fa: Lee Alan Dugatkin, The Altruism Equation. Seven Scientists Search for the Origins of Goodness, Princeton, Princeton University Press, 2006. Questa espressione ha avuto molto successo, tanto da essere stata usata da riviste e da blog scientifici. N.d.T.

1. Il libro, scritto da Sylvia Nasar (Rizzoli, 2000), racconta la storia del matematico John Forbes Nash Jr., che diede un contributo fondamentale alla teoria dei giochi e ricevette nel 1994 il premio Nobel per l’economia. Tuttavia la sua mente non era normale e lo scienziato precipitò negli abissi della schizofrenia.

Dal libro è stato tratto il film A Beautiful Mind – che conserva il titolo originale del libro – diretto da Ron Howard e interpretato da Russell Crowe. Nel 2002 il film ha vinto quattro premi Oscar, come miglior film, miglior regia, migliore attrice non protagonista e miglior sceneggiatura non originale (n.d.T.).

2. L’equazione di Price, che verrà ampiamente trattata più avanti, in effetti può sembrare un po’ complessa e talvolta Harman incespica qua e là in questioni tecniche ma sono passi falsi quasi insignificanti nel suo racconto.

3. Thomas Henry Huxley (Ealing, 4 maggio 1825 – Eastbourne, 29 giugno 1895) è stato un biologo e filosofo inglese. Convinto sostenitore dell’evoluzionismo darwiniano, fu soprannominato il “mastino di Darwin” (n.d.R.).

4. Trieste, Anarchismo, 2008. Prima edizione italiana: Milano, Casa editrice sociale, 1925.

5. Questo esempio non è accettato universalmente dai biologi. Coglie comunque la logica argomentativa della fitness inclusiva.

2. L’equazione di Price, che verrà ampiamente trattata più avanti, in effetti può sembrare un po’ complessa e talvolta Harman incespica qua e là in questioni tecniche ma sono passi falsi quasi insignificanti nel suo racconto.

3. Thomas Henry Huxley (Ealing, 4 maggio 1825 – Eastbourne, 29 giugno 1895) è stato un biologo e filosofo inglese. Convinto sostenitore dell’evoluzionismo darwiniano, fu soprannominato il “mastino di Darwin” (n.d.R.).

4. Trieste, Anarchismo, 2008. Prima edizione italiana: Milano, Casa editrice sociale, 1925.

5. Questo esempio non è accettato universalmente dai biologi. Coglie comunque la logica argomentativa della fitness inclusiva.

9. Alcuni biologi evidenziano anche ragioni teoriche per preferire gli approcci basati sulla fitness inclusiva. Formalmente, i modelli della fitness inclusiva e della selezione di gruppo (o, più esattamente, multilivello) sembrano equivalenti. Tuttavia i primi sono spesso matematicamente più semplici dei secondi. Questa mi pare in parte, seppure non totalmente, una ragione persuasiva per preferire i modelli della fitness inclusiva. Certamente, il fatto che i due tipi di modello siano equivalenti è più significativo del fatto che uno dei due sembri più semplice. Questi temi, teorici ed empirici, sono considerati molto più in dettaglio in una serie di lezioni ospitate dalla London Evolutionary Research Network; le videoregistrazioni delle lezioni si trovano sul sito vimeo.com/user2795743. Per una energica difesa della selezione di gruppo e della sua rilevanza per l’altruismo si veda anche Unto Others (Harvard University Press, 1998) di Elliott Sober e David Sloan Wilson.

[box]H. ALLEN ORR è professore di Biologia alla University of Rochester. È autore, con Jerry A. Coyne, di Speciation (Sinauer Associates, 2010). [/box]

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