Franco Petroni

I particolarismi e la rivoluzione incompiuta

UGO DOTTI, La rivoluzione incompiuta. Società politica e cultura in Italia da Dante a Machiavelli, Torino, Nino Aragno, 2011, pp. 337, € 20,00

POLITICA E SOCIETA’: Com’è cambiata la figura dell’intellettuale nel corso della storia? Chi è oggi l’intellettuale e qual è il suo ruolo? Franco Petroni, partendo dallo studio di Ugo Dotti, traccia un percorso all’interno della storia analizzando questa particolare figura, dal Medioevo di Dante, Petrarca e Boccaccio alle ultime rivolte proletarie, passando per il periodo fervente del Rinascimento, quello di Machiavelli e Guicciardini.

La «rivoluzione incompiuta» alla quale Ugo Dotti dedica il suo ultimo volume è la mancata realizzazione, in Italia (a differenza di ciò che è accaduto in Francia, Inghilterra e Spagna) dello stato unitario, ma è anche, contestualmente, l’incompiuta lotta, condotta dagli intellettuali italiani, di liberazione «dal trascendente religioso per la conquista dell’umano e dell’immanente»1. Direi che questo è il secondo tema più importante e più innovativo del libro, almeno nell’ambito della recente critica di ispirazione marxista.

Siamo abituati, dagli anni ’60 in poi, a una costante riduzione del ruolo degli intellettuali, che non vengono più visti come indispensabile polo di una dialettica tra realtà data e realtà da conquistare attraverso una rivoluzione. Polo dialettico sembrano essere diventate le masse, diversamente ma sempre genericamente connotate (l’«operaio massa», oppure la «moltitudine» di «soggetti desideranti» che, in quanto tali, si opporrebbero all’«Impero» e lo modificherebbero dall’interno2).

Ma l’intellettuale che interagisce con la società è sempre stato, in Italia e in Europa, connotato dal suo specifico status e dal rapporto con una tradizione culturale. È dal rapporto con la tradizione culturale, anche e soprattutto umanistica, che i grandi intellettuali, poeti o filosofi, traggono la capacità di incidere nel contesto sociale della loro epoca. Questo si è verificato nel Trecento di Dante, Petrarca e Boccaccio, nel Quattrocento dell’Umanesimo, nel Rinascimento di Ariosto e di Machiavelli, nell’Ottocento romantico e anche in quello verista, nella prima metà del Novecento.

Nell’ambito del pensiero marxista, Gramsci, sulla linea di Lenin, oltre che di Marx, ha accolto apertamente tale eredità, dedicando i lunghi anni del carcere anche allo studio dei grandi testi del passato. Nella concezione gramsciana è fondamentale il passaggio da intellettuale come rappresentante organico della propria categoria d’appartenenza a intellettuale «collettivo» (il partito), che si fa carico dei problemi della collettività (naturalmente da un punto di vista parziale: nel caso del partito comunista, dal punto di vista del proletariato). Il partito politico – sono parole di Gramsci – «è il meccanismo che nella società civile compie la stessa funzione che compie lo Stato in misura più vasta e più sinteticamente nella società politica, cioè procura la saldatura tra intellettuali organici di un dato gruppo, quello dominante, e intellettuali tradizionali»3. Non si vede come, senza assolvere a una funzione così delicata e complessa, una forza rivoluzionaria possa sperare di incidere nel contesto sociale e di mantenersi attiva nel lungo periodo, tanto meno di fare la rivoluzione.

La dimostrazione di questa impossibilità si è avuta negli ultimi cinquanta anni. L’influenza dell’operaismo, che considerava una palla al piede la tradizione culturale, anche quella di lotta e anche quella proletaria, è stata devastante. Lo slogan «sempre più soldi», e la riduzione a questo dell’attività rivendicativa e politica di operai non più inquadrati in organizzazioni stabili come i sindacati, nell’illusione che una richiesta economica sempre più oltranzistica faccia inevitabilmente saltare il sistema capitalistico, ha condotto a sconfitte disastrose, in un momento storico in cui la classe operaia ha perso la sua centralità e il lavoro degli operai è stato sostituito dalle macchine.

Ma la sconfitta sul piano culturale non è stata meno disastrosa di quella sul piano economico: nella disattenzione dei sedicenti rivoluzionari, alla cultura proletaria, che esisteva ed era la forza che sosteneva le lotte al tempo del vecchio PCI, si è sostituita la cultura delle televisioni berlusconiane, che a livello di massa ha vinto su tutta la linea. Per non parlare di quel disastro epocale, non percepito nemmeno ora in tutta la sua gravità, che è stato il terrorismo di sinistra (figlio dello «spontaneismo» e del nietzschianesimo di alcuni capetti, e non già, come si vuole far credere, della tradizione leninista).

La rivoluzione incompiuta è un tema al quale gli italiani sono molto sensibili, perché sono consapevoli che mai in Italia una rivoluzione è stata veramente compiuta. In genere però si riferiscono agli ultimi due secoli, l’Ottocento e il Novecento; in particolare al Risorgimento, rivoluzione incompiuta perché non vi parteciparono le classi popolari, e alla rivoluzione socialista, incompiuta forse soprattutto perché chi affermava di volerla non seppe scegliere tra il massimalismo intransigente e all’occorrenza eversivo e un consapevole e intelligente riformismo.

Dotti ha scelto di affrontare il problema a monte, partendo dal Medioevo, dall’Umanesimo e dal Rinascimento, riconoscendo in questo periodo una costante che si è ripresentata nell’Ottocento e nel Novecento: all’azione critica dei grandi intellettuali, che si assumono il compito di ricostruire le basi etiche della società, si oppone, nel corso di vari secoli, la forza di conservazione rappresentata dalla Chiesa Cattolica, che fu sempre l’ostacolo principale all’unificazione dell’Italia sotto un potere centrale. Con una competenza da grande studioso, Dotti mostra l’articolarsi di questa dialettica.

Già Dante, auspicando l’intervento del Sacro Romano Impero a limitare la disgregazione prodotta nella civiltà comunale dal dilagare delle fazioni, usava un linguaggio medioevale per parlare di un problema attualissimo. La Commedia «ambì presentarsi e strutturarsi come un’opera universale mediante uno scibile altrettanto universale e ordinato», ma si propose anche «come un messaggio politico per l’avvenire e non come una summa, ancorché grandiosa, del passato». Dante, insomma, volle non tanto «rappresentare la Città di Dio eternamente fiorente in beatitudine», quanto «rinnovare la Città dell’uomo funestamente tradita dagli egoismi e dalle turpitudini terrene», e la sua voce «fu quella di chi volle alzare il proprio grido di battaglia per operare la riforma, sempre più urgente, tanto delle istituzioni quanto delle coscienze»4. Con voluto paradosso, questa voce «risuona più alta e vibrante, più polemica e più accesa», proprio nel regno dei beati, con la terribile invettiva (canto XXVII del Paradiso) di San Pietro contro la Chiesa.

La comparsa di una nuova figura, il mercante, e la sua evoluzione in banchiere, avevano cambiato la società e posto le premesse per una nuova cultura. Boccaccio rappresenta, da grande artista, la ricchezza e la varietà – e le contraddizioni – di un mondo ancora sospeso tra passato e presente, in cui la concretezza della mercatura poteva convivere con l’ideale di vita del passato feudale. Ma, in mancanza della mediazione di un potere centrale, la possibilità della rifeudalizzazione era sempre presente.

Petrarca avverte il problema, ed è consapevole del pericolo rappresentato dal papato avignonese che, pur di conservare i territori appartenenti allo Stato della Chiesa, non esita a intervenire nella penisola, ostacolando ogni tentativo espansionistico delle nascenti signorie. Avverte inoltre i gravi rischi di disumanizzazione insiti in una società mercantile che, nel pur conclamato ossequio alla moralità cristiana, appare esclusivamente dedita al piacere e al denaro. Il rimedio da lui proposto è quello che egli ricava dai suoi studi umanistici: affiancare a una moralità cristiana tutta esteriore e ormai decaduta l’antica etica stoica, che consigliava agli uomini il raccoglimento interiore, la vita solitaria, il continuo dialogo da mantenere con tutti per la realizzazione di una società terrena veramente civile. Petrarca, quindi, congiunge la condanna morale della Chiesa alla sua condanna politica, accostando il fallimento del suo magistero morale alla deleteria influenza sulla politica degli stati della penisola, della quale la Chiesa avversava in ogni modo la costituzione in uno stato nazionale italiano.

Petrarca, soprattutto nel suo epistolario, getta i fondamenti della nuova cultura umanistica, centrata sui grandi temi della filosofia morale classica: il dominio delle passioni, la conoscenza di sé, la proposizione del modello eroico del saggio e la convinzione della possibilità di dirigere le grandi scelte della società umana.

Ma, un secolo e mezzo dopo l’impeto innovatore del primo Umanesimo, ecco che già assistiamo, nei primi decenni del Cinquecento, a un ridimensionamento di questi ideali, o quanto meno all’esigenza di fare chiarezza tra cosa è possibile e cosa è sogno utopistico.

In questo senso, afferma Dotti, il Principe di Machiavelli rappresenta la pietra miliare di un percorso della cui direzione avevano già dato segni non equivoci lo scetticismo problematico di Leon Battista Alberti e l’ironia di Ludovico Ariosto. Il panorama della società del tardo umanesimo presenta «gerarchizzazione dei compiti; il merito posposto alla presunta importanza degli uffici; la sempre crescente monetizzazione dei rapporti umani; i grandi valori dell’umanesimo, cui ci si era pure educati, negati nella realtà delle cose; irrisa la poesia e, al contrario, in auge la falsificazione, l’ipocrisia, la menzogna, il brutale carrierismo». C’era crisi, certamente, ma anche consapevolezza di tale crisi. «L’uomo di Petrarca» si domanda Dotti «il suo savio modellato sull’esempio senecano, non era stato dunque che una costruzione dell’intelletto in totale dissonanza con la verità storica? Oppure quell’impetuoso e variegato bagaglio di acquisizioni conoscitive e di posizioni morali, o di assunzioni di responsabilità anche politiche, dopo avere esaurito il proprio compito, andava diversamente modellato e posto in una nuova consonanza coi tempi?»5. La risposta la dà Machiavelli dopo che, nel 1494, Carlo VIII, disceso nella penisola, aveva preso l’Italia «col gesso» per segnare gli accampamenti (come suona la celebre espressione di Philippe de Comnynes, che Machiavelli fa sua nel Principe). Il disastro dell’Italia è il prodotto della disunione degli italiani, in un’epoca in cui la forza è dalla parte delle monarchie centralizzate. Chi vuole la disunione degli italiani? La Chiesa, i cui territori dividono l’Italia in due. Ma la colpa, oltre che della Chiesa che soffia sul fuoco delle discordie, è degli ottimati, cioè i più ricchi (nei comuni come quello fiorentino, in cui esiste un ceto di lavoratori salariati che tumultua per difendere i suoi diritti e che quindi deve essere represso) e i principi e i principotti (nel resto d’Italia, gente che ha fatto la sua fortuna col mestiere delle armi ed è favorevole alla restaurazione di fatto di un sistema feudale per sua natura anarchico). Al di sotto di tutti, comunque, è destinata a restare quella che sempre è stata la base della piramide feudale: il ceto dei contadini, che è il vero produttore del reddito ed è angariato da chiunque e per di più irriso, nelle novelle e nelle commedie come nelle chiacchiere e negli scherzi degli abitanti delle città.

Dotti, da vero marxista ammiratore dei grandi intellettuali che, sciogliendo i nodi gordiani e dando ordine alla realtà, sanno passare dalla teoria alla prassi, e pertanto ammiratore di Machiavelli, mette in rilievo che proprio i contadini sono la base su cui Machiavelli punta, realisticamente, per il suo progetto.

Il cancro più visibile dell’Italia era l’anarchia militare prodotta dalle compagnie di ventura, fonte di continuo disordine, dal momento che esse rispondevano solo ai comandi di chi le aveva costituite e le appaltava ai signori che pagavano di più. Era quindi da una riforma radicale della milizia che poteva iniziare la rinascita dell’Italia. Il novello principe, cui l’opera di Machiavelli è destinata, doveva lui stesso assoldare le truppe, non affidandosi alle compagnie di ventura, per loro natura infide, e i suoi soldati potevano essere proprio i villani. Questo era del resto il modello che offrivano i più forti eserciti del tempo, svizzeri e tedeschi, composti nella loro quasi totalità da contadini. Era un progetto, quello del segretario fiorentino, che nasceva dalla sua esperienza politica, ma anche, e forse soprattutto, dalla sua intelligenza di intellettuale che aveva riflettuto sulle testimonianze del passato fornite dai grandi storici dell’antichità.

Della difesa a oltranza del particolarismo italiano fu protagonista nel Cinquecento il Guicciardini, che del particolarismo dette la giustificazione più intelligente: esso permetteva il sorgere in ogni città, in ogni centro locale (della periferia dell’Impero, si direbbe oggi) di un complesso organico, originale nelle sue caratteristiche specifiche, di cultura, e in questo modo, per questa ragione, si sarebbero formate la civiltà e la cultura grandissima del Rinascimento. Una simile giustificazione funziona per il Cinquecento, quando ancora l’Italia aveva un ruolo primario in Europa. Non funziona per le epoche successive, quando questo ruolo lo perse.

Ma il particolarismo ha trovato difensori anche in tempi più recenti: col Primato del Gioberti, ad esempio. Adesso, col prosperare nel Nord Italia delle Leghe, è più virulento che mai. Esso fa leva sempre su disparità e lacerazioni, e si presenta come un dato immodificabile ma, soprattutto e in modo più veritiero, come un fenomeno da mantenere, in vista di un complesso di utili particolari e privati. «Non il bene particolare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città» aveva ammonito Machiavelli nei Discorsi6 e, anche in base a questo assunto, s’era schierato contro il principato «per una città-repubblica che, al modo dell’antica Roma repubblicana, avesse per obiettivo fondamentale il voler fare “uno imperio”»7. Ma fu anche questo un ammonimento inascoltato, precisa Dotti, e pour cause: «Era infatti un fine che esigeva […] la soluzione di quella lacerazione mediante la partecipazione attiva della “plebe”, ossia del contado, nella comune gestione dello Stato»8.

La proposta di Machiavelli non fu quindi accolta da nessuno. La comune intellighenzia del tempo, osserva Gramsci, rimaneva prigioniera di quella mentalità «economico-corporativa» che costituiva «la peggiore delle forme di società feudale», quella «meno progressiva e più stagnante». Anche oggi il particolarismo è lacerazione di un tessuto che un tempo è stato organico e funzionante (basti pensare al ruolo di civilizzazione che la scuola pubblica statale ha avuto in Italia; basti pensare alle tante lotte condotte dai lavoratori sul piano nazionale, e per questo vincenti; basti pensare al ruolo di garanzia esercitato finora, a vantaggio di tutti, dalla Costituzione). Anche oggi un signore che non vuole fare «uno imperio», ma semplicemente proteggere i suoi interessi, difende i rappresentanti di tutti i localismi e i particolarismi, e si fa difendere da loro.

1. Ugo Dotti, La rivoluzione incompiuta. Società politica e cultura in Italia da Dante a Machiavelli, Torino, Nino Aragno, 2010, p. 11.

2. Si vedano in proposito, per citare i testi più emblematici, scritti a quattro mani da Michael Hardt e Antonio Negri: Impero, Milano, Rizzoli, 2003, e Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Milano, Rizzoli, 2004.

3. Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Torino, Einaudi, 1953, p. 12.

4. Ugo Dotti, op. cit., p. 40.

5. Ivi, p. 218.

6. Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 2 2.

7. Ugo Dotti, op. cit., p. 262.

8. Ivi, p. 262.

[box] FRANCO PETRONI è ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea nell’Università di Perugia.È redattore di ‘Allegoria’ e di ‘Moderna’. I suoi libri più importanti sono: L’inconscio e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo (Liviana, 1979), Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo Novecento (Jaca Book, 1998) e Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi (Manni, 2006). È stato direttore di ‘Nuovo Impegno’, che nel ’68 pubblicò le Tesi della Sapienza. Manifesto del movimento studentesco. Ha collaborato alle pagine culturali del ‘Messaggero’.[/box]

POLITICA E SOCIETA’: Com’è cambiata la figura dell’intellettuale nel corso della storia? Chi è oggi l’intellettuale e qual è il suo ruolo? Franco Petroni, partendo dallo studio di

Ugo Dotti, traccia un percorso all’interno della storia analizzando questa particolare figura, dal Medioevo di Dante, Petrarca e Boccaccio alle ultime rivolte proletarie, passando per il periodo fervente del Rinascimento, quello di Machiavelli e Guicciardini.

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