Radio3suCarta. Intervista a Edward O. Wilson

Da questo numero riproponiamo su carta alcune delle trasmissioni di Radio 3 (con la possibilità di allargare l’iniziativa ad altre emittenti radiofoniche) che ci sono parse più adeguate, per qualità e novità, ad un trasferimento da un medium all’altro. Inserendoci nella logica che ci ha portato a realizzare una versione video degli articoli della New York Review e la versione televisiva della nostra rivista con il titolo “Readership“, in onda il 17 aprile alle 17.00 su RAI 5.

Questa intervista è andata in onda a Radio3scienza nel luglio del 2010, in occasione della presenza in Italia di Edward O. Wilson, per ricevere il premio letterario Merck Serono dedicato alle pubblicazioni scientifiche.

Il premio gli è stato assegnato per il volume La creazione. Si ringrazia la casa editrice Adelphi e Olga Fernando che ha interpretato la conversazione radiofonica.

Radio3scienza è il quotidiano scientifico di Radio3. A cura di Rossella Panarese. Con Silvia Bencivelli, Costanza Confessore e Marco Motta.

– Professor Wilson, nel suo libro La Creazione (Adelphi 2008) lei si rivolge alla religione, con la speranza di trovare aiuto per salvare il pianeta. Ma i rapporti tra scienza e religione non sono stati sempre facili. A duecento anni dalla nascita di Darwin, sono ancora molteplici le polemiche intorno al darwinismo proprio in relazione all’origine dell’universo e alle eventuali finalità della sua creazione

– Si tratta di un dibattito che non è stato ancora superato e ha radici molto lontane che derivano dal modo in cui le religioni hanno sempre fatto riferimento a un mito della creazione, a una spiegazione dell’origine dell’universo e della vita. Questa mitologia della creazione è ben diversa dalla spiegazione scientifica, risultato di studi e ricerche, e ovviamente, a tal proposito, non possiamo non ricordare l’opera di Darwin che è stato il primo a dare un’indicazione di come si sia giunti all’origine della razza umana e di come si sia svolto il percorso dell’evoluzione. Una spiegazione ben diversa rispetto a quella assunta dal dogma religioso. Si tratta di un dibattito che non è stato ancora superato e dubito che lo sarà mai. L’unica via d’uscita, pertanto, è quella di far sì che scienziati e uomini di fede in qualche modo si mettano d’accordo su come cercare di salvare quello che è l’oggetto della creazione, qualunque sia la tesi da loro sostenuta riguardo alle sue origini.

– I suoi libri si presentano come racconti di avventura, il suo obiettivo è dare importanza a ogni singolarità, ogni specie dell’esistente. Ognuna, lei scrive, vive e muore a modo suo. Ognuna è un capolavoro, una sorta di leggenda. Le è capitato di pensare che la natura sbagli?

– La natura non fa mai errori. La natura è e basta.

– Invece l’uomo sbaglia tantissimo. Lei scrive che la specie umana è stata capace, in modo perverso, di far leva sugli elementi di vulnerabilità degli ecosistemi. Ma non è natura anche l’uomo?

– L’uomo è natura. Forse si potrebbe sostenere che, se di errori ve ne sono stati, il principale è costituito dalla razza umana, perché in fondo la razza umana è una specie dominante e così potente nel cammino dell’evoluzione che possiamo parlare proprio di un errore della natura, ma solo in questo senso, nel senso della singolarità di questo aspetto.

– L’uomo con la globalizzazione dei suoi traffici commerciali, con la sua facilità nel muoversi attraverso gli ecosistemi ha delle responsabilità nell’estinzione di molte specie.

Per esempio introducendo specie aliene come il serpente arboreo bruno, portato dall’uomo nell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico occidentale, all’epoca della seconda guerra mondiale. Il suo arrivo portò alla sparizione di tutti gli uccelli presenti sull’isola. Com’è avvenuto? Attraverso quale meccanismo?

– L’uomo, introducendo specie nuove in aree dove queste non erano contrastate da nemici, ha provocato squilibri negli ecosistemi locali. Un caso tipico è quello del serpente arboreo bruno che ha provocato la scomparsa degli uccelli nell’area di Guam.

– Nei suoi racconti si avverte la meraviglia che prova di fronte ad alcuni animali da lei studiati. La formica forcone è uno di questi. È talmente rara che lei ne possiede solo due esemplari? Ci parla di questa strana formica?

– Ci sono delle specie che per me simboleggiano proprio la natura, la cosiddetta wilderness. Una di queste è per esempio il ghiottone e un’altra proprio la formica forcone, formica molto rara che ho studiato per cercare di capirne le abitudini. Secondo me è un simbolo di quante cose ancora non conosciamo della natura.

– La formica forcone è dotata di due enormi mandibole dotate di una velocità di movimento ineguagliabile nel mondo animale. È riuscito a scoprire la funzione di queste mandibole?

– Ho deciso di concentrarmi su questa particolare formica tenendo presente che noi conosciamo quattordicimila tipi diversi di formiche e riteniamo che il totale possa addirittura arrivare a trentamila. Questo ci dà la misura di quanto poco sappiamo delle specie esistenti. In particolare, la formica forcone è affascinante proprio per questa enorme mandibola, dotata di denti molto acuminati, così lunghi che addirittura sporgono oltre il corpo della formica quando questa serra la bocca. Studiandola non riuscivo a capire il motivo di una struttura così originale.

– È in grado di svelarci questo mistero?

– Questo caso è esemplare di quanto poco, in fondo, si sappia attraverso la ricerca scientifica. Non riuscivo a trovare una spiegazione a quei denti così lunghi. Un giorno sono arrivati due giovani scienziati brasiliani che sono riusciti a dare una spiegazione, tra l’altro piuttosto semplice. Questa particolare formica si ciba esclusivamente di una minuscola creatura che a sua volta è ricoperta da lunghissimi aculei e quindi questi denti così lunghi della formica forcone servono per uccidere la preda senza essere ferita dagli aculei. È l’unica giustificazione per la loro lunghezza.

– Tornando al rapporto uomo-natura, lei parla di tradimento da parte dell’uomo. È iniziato nel neolitico quando l’uomo ha scoperto, per esempio, l’agricoltura ed è continuato con le attuali rivoluzioni tecnologiche. Secondo lei anche i computer costituiscono un tradimento della natura. Ma non è improprio separare l’uomo dalla natura? E se l’uomo è qualcosa di diverso dalla natura il libero arbitrio in cosa consiste?

– Tutto dipende da come noi definiamo l’uomo e la natura. È chiaro che la specie umana è una specie biologica in un mondo biologico. Però è una specie totalmente diversa da tutte le altre. È chiaro che l’evoluzione è avvenuta secondo gli stessi meccanismi che governano l’evoluzione di tutte le specie, ovverossia attraverso il cercare di accaparrarsi quanto più possibile e nel riprodursi il più possibile. Questa è la legge della natura. Fino all’avvento della razza umana, la natura ha mantenuto un perfetto equilibrio garantito dal fatto che nessuna singola specie poteva dominare le altre. Poi la razza umana, attraverso la cultura e la tecnologia sviluppata grazie a un cervello enorme rispetto alle altre specie, ha introdotto uno squilibrio nella natura.

– Il suo La diversità della vita (Bur 2009) comincia con una descrizione bellissima. Lei si trova nel buio profondo della foresta pluviale amazzonica prima di un temporale e racconta – la sua scrittura è stata premiata con un premio Pulitzer d’altra parte – questo assoluto silenzio come se fosse una deprivazione dei sensi. In questo silenzio gli uomini non sentono il pullulare della vita. Eppure proprio lì è tutta la biodiversità che la Terra contiene, che in gran parte neanche conosciamo.

– La vita nella foresta amazzonica è caratterizzata da una diversità straordinaria. Ma, tutto sommato, se riusciamo a guardarci intorno, questa stessa diversità la possiamo ritrovare anche in posti insospettabili, senza dover andare nella foresta amazzonica. Anche nei campi e nei boschi nei dintorni di Roma o in qualunque altro luogo. Ovunque si ritrova una straordinaria biodiversità che è ancora da scoprire, che è ancora un ignoto. Soltanto prendendo, per esempio, una manciata di terriccio possiamo scoprire creature minuscole, alcune delle quali ancora non ufficialmente scoperte. La foresta amazzonica in fondo ci permette di aprire gli occhi, e l’entusiasmo che suscita un’esperienza del genere ci insegna quanto sia importante la diversità e quanto questo mondo sia molteplice in qualunque luogo.

– Alcuni ascoltatori ci chiedono, provocatoriamente, se l’uomo possa essere considerato una sorta di virus o di parassita nei confronti della natura.

– La razza umana ha la possibilità di scegliere se comportarsi come un virus o come una cellula tumorale. La regola di queste cellule è quella di crescere, assorbire e svilupparsi, al contrario l’uomo dovrebbe cercare di compiere quello che, forse, è il suo destino: essere la mente dell’universo. Il nostro è il primo esempio di un organismo in grado di capire la sua essenza, di capire chi è, cosa stia facendo. Se saremo in grado di fare questo, essere la mente dell’universo, probabilmente saremo in grado di adempiere al nostro ruolo: assumerci la responsabilità della sussistenza e del vivere armonico di tutte le altre forme viventi.

– Nel 1975 pubblica un libro che ha fatto epoca e scalpore. Si chiama Sociobiologia, la nuova sintesi ed è stato un sasso buttato nello stagno che ha provocato un grande dibattito. I sostenitori della sociobiologia sono stati accusati di essere riduzionisti, di non dare spessore storico e culturale all’essere umano. Tra chi la criticava c’erano esimi suoi colleghi, dal biologo paleontologo Stephen J. Gould al genetista Richard Lewontin e i dibattiti sono stati molto accesi. A oltre trentacinque anni da quel libro, i suoi critici sono ancora così agguerriti? Lei si rimprovera qualcosa di quel libro?

– Quando è uscito Sociobiologia, il dibattito si è acceso tra biologi, come il sottoscritto, i quali ritenevano che l’uomo avesse una natura umana, che esistesse un istinto umano e quindi che i geni contassero, e gli intellettuali che credevano che il cervello, in fondo, fosse come una lavagna vuota senza programmi, senza istruzioni, quindi che fosse prodotto solo ed esclusivamente dalla cultura. Ci fu questo alla base dei dibattiti e delle polemiche. Già all’epoca sapevamo che le cose non stavano così, che non è solo la cultura a formarci. Questi critici non si fanno più sentire e gli studi nei campi delle neuroscienze, della genetica, delle scienze comportamentali e dell’antropologia hanno dimostrato che l’istinto esiste, che esiste la natura umana.

– Scelgo una domanda fra quelle poste dai nostri ascoltatori. Lei ha affermato più volte: attenzione a come educhiamo i nostri bambini. Quale indicazione darebbe a un genitore su come crescere il proprio figlio?

– Vorrei dare un solo consiglio: permettete ai vostri bambini di essere, in qualche modo, dei selvaggi. Di esplorare la natura, di fare scoperte in libertà. Lì si sviluppa e ha origine la specificità del nostro comportamento.

Edward Osborne Wilson 81 anni, nato a Birmingham, Alabama (Usa), biologo, naturalista, ha insegnato per 40 anni all’Università di Harvard. È considerato il più grande entomologo vivente, ha vinto due premi Pulitzer, uno dei quali per il saggio Formiche, scritto con il biologo tedesco Bert Hölldobler nel 1990, tradotto in italiano da Adelphi. Fondatore della sociobiologia con l’omonimo testo del 1975 (in Italia pubblicato da Zanichelli), strenuo difensore dell’etica ambientalista, il suo amore per la natura è descritto in Biofilia (1984, tradotto l’anno successivo da Mondadori). Considera l’essere umano responsabile delle peggiori estinzioni degli ultimi 65 milioni di anni (dalla scomparsa dei dinosauri in poi), ha introdotto per primo in La diversità della vita (1992, ripubblicato di recente da Rizzoli) il termine biodiversità, diventando una bandiera dell’ambientalismo e dei biologi conservazionisti. I suoi libri più recenti sono il saggio Creazione (Adelphi, 2008) e il romanzo Anthill (Elliot, 2010), un vero e proprio caso letterario negli Stati Uniti.

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