Radio3suCarta. Breve storia del denaro

PASSIONI – COME UN ROMANZO: BREVE STORIA DEL DENARO

Dal 26 dicembre al 6 gennaio, è andato in onda un ciclo speciale di Passioni, di 10 puntate, Come un romanzo, breve storia del denaro.
Il conduttore è Leonardo Martinelli, caporedattore di ‘Firstonline’.
Attraverso la letteratura e la cinematografia, Leonardo Martinelli si avvicina ai concetti più attuali dell’economia e della finanza: la speculazione finanziaria, la recessione, il default, il debito pubblico.
Romanzi come Bel Ami di Maupassant, La Coscienza di Zeno di Italo Svevo, Il Denaro di Zolà, o i più recenti Libertà di Jonathan Franzen e La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico, e ancora film come Wall Street o l’argentino Nove Regine servono ad avvicinare e a umanizzare la storia e la teoria dell’economia. E permettono di accostare mondi e fenomeni diversi. Questo confronto costante aiuta a comprendere anche la realtà di oggi in Italia e in Europa.

Wall Street nel suo splendore, fra assalti speculativi e derivati

Puntata del 6 gennaio 2012

Mi chiamo Leonardo Martinelli. Sono il caporedattore di un nuovo giornale economico-finanziario sulla rete, ‘Firstonline’. Per anni ho lavorato per il ‘Sole 24 Ore’. Il nostro obiettivo è spiegare gli arcani dell’economia e della finanza attraverso la letteratura e il cinema.
Questo viaggio lo faremo attraverso due film. Parlo di “viaggio” perché prima voleremo a New York, a Wall Street per la precisione, nel tempio della finanza mondiale. Poi dall’altra parte del mondo, a Melbourne, in Australia. Anche lì, come vedremo, esiste una borsa: il contesto nel quale si svolge un’angosciante storia di fantafinanza. La borsa, nel suo splendore (e anche con le sue miserie), è la protagonista di questa puntata. Tratteremo termini come trader, broker, un’operazione come il leveraged buy-out. Poi passeremo agli intrecci fra matematica e finanza. E quindi a concetti (ostici, lo ammetto), come gli strumenti derivati, future, opzioni.

Il primo film che ci accompagnerà in questo cammino è una scelta scontata, direi obbligatoria: si tratta di Wall Street, di Oliver Stone. Non la seconda puntata della saga (Wall Street, il denaro non dorme mai), arrivato nelle sale nel 2010. Sto parlando del primo Wall Street, che uscì nel 1987. Fu un anno difficile quello, alla borsa di New York: l’anno del tracollo finanziario negli ultimi anni del reaganismo rampante, quando ormai il decennio dell’iperfinanza volgeva al tramonto. Il film, però, si riferisce agli anni subito precedenti, quelli della sbornia senza ritegno. È la storia di un giovane e anonimo broker, Bud Fox, che sogna di diventare come Gordon Gekko, spregiudicato finanziere d’assalto, anche lui agli inizi broker, poi trader, idolo dei ragazzi di Wall Street.
Apro giusto una parentesi: chi sono il broker e il trader. Il primo gestisce direttamente il patrimonio finanziario di un privato. Il trader, invece, lo fa per conto terzi: non ha in genere un rapporto diretto con l’investitore. Il trader lavora all’interno di una banca d’investimenti e si ritrova a gestire in maniera anonima masse di soldi che possono velocemente lievitare, anche di miliardi di euro.
Ritornando al film, nella prima scena Bud arriva la mattina nella sua società finanziaria. Parla con uno dei suoi capi, Lou Mannheim, che ha i capelli bianchi, un look datato. E il suo è un discorso d’altri tempi.

Mannheim: «Cristo, non si riesce a fare un soldo in borsa, il Paese va a rotoli, peggio di quando comandava quel figlio di puttana di Roosevelt. Troppo danaro scadente sta piovendo per il mondo. Lo sbaglio più grosso fu lasciare che Nixon abbandonasse la parità aurea. La Farma Putney, ragazzi, io vi consiglio di tenerla presente».
Marv: «No, ci vorranno 5 anni per venirne fuori».
Mannheim: «Ma hanno un buon farmaco nuovo. Vi basta guardare gli utili. Così sono state costruite l’Ibm e l’Hilton… le cose buone a volte richiedono un po’ di tempo». 

«In campana oggi, ragazzi! L’indice Nikkei ha chiuso a più di novanta punti ieri sera; ci aspettiamo pesanti acquisti giapponesi! L’azienda ha 2000 acciaio da vendere, un milione di Ibm, sentite al telefono le vostre banche e riferite con loro del loro appetito; questi titoli hanno il massimo della priorità oggi.»

Inizia una giornata frenetica, come tutte, d’altra parte. Il regista, Oliver Stone, conosceva molto bene il mondo di Wall Street. Suo padre, Louis Stone, lavorò tutta la vita come broker alla borsa di New York. Oliver Stone gli ha dedicato il suo film. Il regista ha ammesso di essersi ispirato al padre per il personaggio di Mannheim, il capo di Bud. Un broker diverso rispetto alle derive degli anni Ottanta.
Mannheim, lo abbiamo sentito, parla di investimenti sul lungo periodo. Di aziende sane, che crescono progressivamente. Gli anni Ottanta, invece, portano alla ribalta altri tipi di operazioni: scalate repentine e famelici raider all’azione. Come Gekko, appunto, interpretato da un magnifico Michael Douglas, con le sue camicie bicolori e i capelli lucidi, tirati all’indietro. Dopo averlo tartassato in ogni modo, Bud riuscirà a incontrarlo. I due iniziano a collaborare, con l’inevitabile rapporto mentore-discepolo. A un certo momento, Bud aiuta Gekko nella scalata di un gruppo del settore della carta,la Teldar. Lo squalo della finanza pronuncerà un discorso memorabile, l’apoteosi dell’avidità, davanti al consiglio di amministrazione dell’impresa, costituito da una serie di personaggi perlopiù anziani, poco dinamici, vere e proprie mummie.

«Beh, io apprezzo l’opportunità che lei mi dà, signor Cromwell, quale singolo grosso azionista della Teldar Carta, di parlare. Bene, signori, noi non siamo qui per abbandonarci a fantasie, qui c’è una realtà politica ed economica. L’America: l’America è diventata una potenza di secondo piano, il suo deficit commerciale e il suo deficit federale sono in proporzioni da incubo. Nei giorni di libero mercato, quando il Paese era una massima potenza industriale, era un obbligo inderogabile di dar conto agli azionisti. I Carrady, i Mellows, uomini che hanno costruito questo grande impero industriale, lo rendevano sicuro perché era in gioco il loro danaro. Oggi la direzione non rischia niente nella compagnia. Tutti insieme, quegli uomini seduti là sopra possiedono meno del 3% della Teldar Carta e il nostro signor Cromwell come ha investito il suo stipendio da un milione di dollari? Non in azioni Teldar: ne ha meno dell’1%. È vostra la compagnia, è vero, vostra, di voi azionisti, di voi sovranamente fregati da questi… questi burocrati, con i loro pranzi d’affari, caccia e pesca spesate, con jet della Teldar e liquidazioni d’oro […] La Teldar Carta, signor Cromwell, la Teldar Carta ha trentatré vicepresidenti assortiti e ognuno guadagna oltre i duecentomila dollari l’anno. Io ho passato gli ultimi due mesi ad analizzare cosa facciano tutti e ancora non riesco a capirlo. Una cosa so per certo: la nostra compagnia cartaria ha perso centodieci milioni di dollari l’anno scorso e scommetto che almeno la metà è andata in tutte le carte che vanno avanti e indietro fra tutti questi vicepresidenti. La nuova legge, per l’evoluzione dell’America societaria, sembra essere la sopravvivenza degli incapaci. Beh, secondo me o si funziona o si è eliminati. Io non sono un affossatore di compagnie, ne sono piuttosto un liberatore. Il punto è, signore e signori, che l’avidità – non trovo una parola migliore – è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America».

Questo discorso è molto complesso. È pieno di sfumature. Non è necessariamente il discorso di un cattivo di fronte ai buoni, che buoni non lo sono per nulla. Rispecchia i ricordi di Oliver Stone riguardo al padre, che non era uno squalo come Gekko, ma che aveva lo stesso concetto evoluzionistico del libero mercato, anche se corretto da una certa etica.
Le parole di Gekko sono diventate il manifesto di una certa finanza d’assalto. Ma anche quei vecchi (vecchi in ogni senso) componenti del consiglio d’amministrazione, che ascoltano prostrati le sue parole, non ci fanno una bella figura. Prima che Gekko iniziasse a parlare, il presidente lo aveva accusato di voler smembrare l’azienda. Che poi è la verità, è quello che farà in seguito. Ma, anche loro, che fanno perla Teldar? Da questo punto di vista le accuse di Gekko sono giuste. Loro non sono più i padroni di una volta, coloro che possedevano davvero l’impresa, che ne volevano veramente il suo bene.
Con il boom dell’azionariato diffuso, questi figuri hanno in mano appena il 3% del capitale. Incassano i loro lauti stipendi, senza muovere un dito, senza quel dinamismo che solo l’avidità, secondo le parole di Gekko, la voglia spasmodica di crescere e il libero mercato al 100% possono generare. Con loro l’impresa non corre, non rimane al passo coi tempi, bensì muore: esempio lampante della crisi dell’industria manifatturiera dei Paesi maturi, particolarmente forte negli Stati Uniti proprio negli anni Ottanta. Gekko non è un affossatore di aziende, così dice, ma un liberatore.
Qual è il tipo di operazione che realizza? Si tratta di un Lbo, sigla che significa Leveraged buy-out. Un Lbo si realizza quando un’azienda viene comprata da un investitore o da un gruppo di investitori che finanziano tale acquisizione indebitandosi, facendo, appunto, leva sul debito (per questo leverage). È un tipo di operazione che deve poggiarsi su un progetto preciso di sviluppo dell’azienda, su una sua razionalizzazione, perché i ricavi possano tornare a crescere, e anche gli utili: perché si possa in questo modo ripagare una parte dei debiti contratti per prendere il controllo della società. Fin qui, insomma, tutto bene. Il problema è che l’Lbo può servire a smembrare un’azienda. Chi compra certo ripaga i debiti, ma può farlo vendendo le sue attività e il suo patrimonio, accessoriamente, chiudendo fabbriche e licenziando il personale, svuotando l’azienda in questione. È quello che nella realtà fa Gekko, al di là delle promesse del suo discorso. È la sua strategia per arricchirsi. L’applica anche alla Bluestar, una compagnia aerea.
Ritorniamo al giovane Bud. È figlio di un modesto meccanico della Bluestar, sindacalista della vecchia generazione. La famiglia di Bud vive «al di là del fiume», come dice lui, nel Queens. È Bud, sulla base di informazioni riservate ottenute dal padre, a consigliare a Gekko quell’investimento. Riesce anche a strappare l’appoggio del sindacato. Bud viene così nominato presidente della Bluestar. Varca la soglia della prestigiosa sala dove si svolge il primo consiglio d’amministrazione da lui presieduto. E scopre che anche stavolta l’Lbo portato avanti da Gekko ha lo stesso scopo di sempre: semplicemente pagare il mutuo attivato per coprire l’investimento. Bisogna smembrare. Scorporare. Vendere. Eliminare di fatto l’impresa. E quel che rimane dopo aver ripagato il prestito è tutta liquidità per Gekko. Come funziona lo spiega uno dei consiglieri dello squalo al banchiere che lo incalza durante la riunione.

«Senta, noi abbiamo trenta banche che sono pronte a partecipare con credito quadriennale rotativo, ma dobbiamo avere la vostra garanzia che ci rimborserete la maggior parte del mutuo nei primi dodici mesi, e la sola possibilità che questo si verifichi è che vengano liquidati gli hangar e gli aerei. Voi, signori, potete garantire la liquidazione della Bluestar?»
«Garantire? Facilissimo, abbiamo [un’impresa edilizia] pronta a costruire condomini dove sono gli hangar; sbologniamo gli aerei ai messicani, che sono abbastanza coglioni da acquistarli, e ho quelli della Texas che mi sbavano addosso per l’acquisto di rotte e concessioni, non c’è problema, è fatta!»

«Ecco il valore in dollari degli aerei, concessioni, hangar, rotte: valori attuali calcolati fino alle macchine da scrivere.»

«Perché la bellezza di questo affare sono i fondi pensioni in eccesso; con quelli Gekko farà 75 milioni di dollari. Con 50 milioni liquida i premi minimi a seimila dipendenti e ne esce con il resto, calcolo che farà 60… in tutto verrà 60-70 milioni di dollari; non male per un mese di lavoro.»

Gekko: «Ma che diavolo vuoi?».
Bud: «Ho appena saputo che stai svendendo la Bluestar, perché? Tu parlavi di raddrizzare la Bluestar e non di capovolgerla e vuotarla, e questo usando me!».
Gekko: «Sei cieco e stai camminando senza bastone, e vai a sbattere contro le porte che si aprono con il denaro».
Bud: «Ma che bisogno hai di smontare la compagnia?».
Gekko: «Perché è smontabile, va bene? Ci ho dato un’altra occhiata e ho deciso di cambiare idea, va bene?».
Bud: «Se quella gente perde il lavoro non saprà dove andare; mio padre ha lavorato là dentro per ventiquattro anni; gli ho dato la mia parola!».
Gekko: «È tutta questione di soldi ragazzo, il resto è conversazione».

A questo punto Bud si sveglierà dal suo lungo sogno, dalla sua illusione. Penserà ai compagni di lavoro del padre, che lo hanno visto crescere. Si metterà contro Gekko, riuscirà a sottrargli l’impresa e a passarla sotto il controllo di un investitore con meno scrupoli. Denuncerà addirittura l’ex mentore, tanto idolatrato, alla giustizia. Questo the end molto buonista è stato anche un po’ criticato.
Ma è il lieto fine di un film che invece non è banale: ha molte sfumature, con personaggi come Gekko, che sono cattivi, ma non solo. Gekko (soprattutto per quel suo discorso sull’avidità) è diventato un mito per tanti negli Stati Uniti, non soltanto per la bieca fauna della finanza. Stone è stato addirittura accusato di aver creato un mostro, un esempio positivo per il mondo della borsa. Sia Gekko che Bud, alla fine, sono dei poveri cristi che come broker e trader hanno trovato il loro riscatto sociale. Anche per quello possono restare simpatici. Gekko lo dice a un certo punto: ho fatto un’università scadente e ora mi trovo, cito letteralmente, «i laureati di Harvard che mi leccano il culo».
Negli ultimi anni diversi «trader cosiddetti impazziti» hanno fatto vivere problemi non da poco ad alcune grandi banche. L’africano Kweku Adobu pochi mesi fa si è fatto prendere la mano con i giochini in borsa e ha fatto perdere più di due miliardi alla sua banca, la svizzera Ubs. Ebbene, anche lui era un giovane alla ricerca di riscatto. Come Jerome Kerviel, il trader della francese Société Générale, che nel 2008 arrivò addirittura a un’esposizione di 50 miliardi per la sua banca, e che alla fine ne ha persi la bellezza di cinque. Anche Kerviel era un laureato di un’università secondaria, che nel suo ambiente di lavoro aveva a che fare con laureati delle più prestigiose grandes écoles francesi; Kerviel veniva da un paesino della Bretagna, gli altri dai quartieri borghesi di Parigi.
I trader impazziti sono fatti spesso di questa pasta. Nel turbinio dei guadagni, nell’onnipotenza di questa professione sfogano anche antiche frustrazioni generazionali, soddisfazioni negate, fame di rivalsa.
Kerviel e gli altri si sono “esposti”, come si dice nel gergo, cioè sono rimasti in potenziale perdita (poi non più così tanto potenziale…) soprattutto abusando di particolari strumenti finanziari, che sono i derivati.

Arriviamo così alle relazioni fra la matematica e la finanza: la volontà di prevedere l’andamento dei titoli, del mercato in generale, mediante formule matematiche. I derivati sono, appunto, formule complesse che permettono la gestione di un investimento e la copertura di un rischio. Attraverso un algoritmo, ricavato da valori passati e certi, si cerca di prevedere l’andamento futuro di un’azione, di un’obbligazione, di una valuta, di una materia prima, che sia l’oro o il petrolio. L’azienda che utilizza queste materie prime, ad esempio, si cautela contro le oscillazioni possibili delle loro quotazioni. Si fissa così un livello da non superare. Secondo l’andamento futuro reale di quelle quotazioni, rispetto a quanto previsto mediante il derivato, chi ha investito in questo strumento potrà guadagnarci o meno. Il problema è che il proprietario del valore di cui si copre il rischio da una parte e il proprietario dello strumento che assicura la copertura non sono gli stessi.
Lo sviluppo dei derivati è iniziato alla fine degli anni Ottanta, per poi accelerare nell’ultimo decennio. Esistono vari tipi di derivati. I future sono contratti a termine, che scommettono su un certo livello futuro di un indice, di un’azione, di un’obbligazione. L’option (“opzione”, in italiano) permette a un investitore che ha acquisito una parte del capitale di una società di comprare, o vendere più tardi, azioni della stessa azienda a un prezzo fissato al momento in cui l’option è stata stipulata. È un mondo molto, molto complesso. Tanto più che si è iniziato a basare i derivati su altri derivati, e così via, a catena, rendendo questi investimenti sempre più rischiosi e opachi. Il risultato finale è il seguente: nati con lo scopo di coprire i rischi, anche di un imprenditore dell’economia reale, i derivati sono diventati, per chi ci investe, dei formidabili strumenti speculativi.
Per parlare di derivati, e più in generale dell’utilizzo della matematica nel campo finanziario, ho scelto un film australiano, uscito dieci anni fa. Si intitola The bank: il nemico pubblico numero uno, regista Robert Connoly. La storia si svolge prevalentemente in un’angosciante, asettica, lunare Melbourne. Quila Centabank è in difficoltà. E per risolvere i suoi problemi i dirigenti pensano di ingaggiare Jim Doyle, un matematico virtuoso.

«Che cos’è?»
«È la teoria dei frattali. Sta cercando di prevedere una variazione nell’andamento del mercato.»
«Può farlo?»
«Non ancora, ma se questi calcoli fossero esatti ci sta quasi arrivando.»
«Frena il tuo entusiasmo, un sistema del genere è già stato usato dalla Entx per un mese, prima di andare in tilt e bruciare mezzo milione di dollari.»
«Questo è un sistema molto più avanzato, e lui è un genio.»
«Anche quelli prima di lui lo erano; poi si è visto.»
«Questa è una tecnica basata sulla teoria caos, cerca di trovare una logica nella follia del mercato borsistico.»
«Veramente? E prevede anche la possibilità che un agente di borsa, dopo essersi bevuto una bottiglia, decida di affondare lo Yen perché sua moglie è andata a letto con un cuoco giapponese di Sushi? Questa è una cosa di cui nessun genio tiene mai conto: l’elemento umano, Vincent.»
«Io gli darei fiducia; vedi, lui sta elaborando un programma in grado di evolversi, di apprendere dalle precedenti esperienze di mercato; lo ha chiamato Betsy.»
«Splendido, mi sembra un nome che si adatta di più a una vacca, no? D’accordo, facciamolo venire.»

Jim, quindi, cerca di trovare una logica nella follia borsistica. In che modo? Con uno sviluppo della finanza frattale.
È un settore della matematica applicata alla finanza che ha avuto un grosso impulso soprattutto grazie al contributo di uno studioso francese, Benoit Mandelbrot. I frattali sono figure geometriche caratterizzate dal ripetersi di uno stesso motivo fino all’infinito su scala sempre più ridotta. Si vedono a più riprese (colorati, psichedelici) durante il film The bank, alternati alle scene vere e proprie. I frattali, applicati alla teoria del caos, vengono utilizzati per spiegare i tracolli borsistici. O, entro certi limiti, per prevederli. La finanza frattale si è sviluppata dopo il crollo di Wall Street nel 1987, anno di uscita del film di Stone, proprio nel tentativo di spiegare quel ribasso generalizzato. Da allora, le ricerche sono andate avanti, fino a oggi.
Jim, il protagonista di The bank, è il classico matematico puro: enigmatico, cerebrale, misterioso. Devo dire che mi ha sempre stupito quanto, almeno all’apparenza, i matematici che lavorano sulla finanza siano lontani dall’immaginario di Wall Street, di Gekko e compagnia. Ho vissuto diversi anni a Parigi. E lì, dopo la crisi finanziaria del 2008, dovuta all’uso e soprattutto all’abuso di derivati, ho intervistato Nicole El Karoui, la specialista numero uno a livello mondiale dei derivati. Questa signora, che in parallelo alle sue ricerche ha tirato su cinque figli, insegna a Paris VI, una delle università pubbliche di Parigi. Vive ancora in un piccolo appartamento di un quartiere popolare di Parigi. Mi confessò che quando, all’età di 44 anni, subito dopo il 1987, per caso aveva iniziato a lavorare sui derivati, lei, da matematica pura, era dovuta andare a cercare il termine “obbligazione” nel dizionario per scoprirne la definizione. Sembra quasi impossibile… Mi aveva anche detto, quasi a giustificarsi dopo il patatrac del 2008, che loro, i matematici della finanza, avevano creato degli strumenti che non erano né buoni, né cattivi. Dipende, poi, da come vengono utilizzati. Dipende da chi li utilizza.
Nel caso del film australiano The bank, si tratta del presidente della Centabank, Simon O’Reilly, il Gekko della situazione. Che vuole sfruttare il matematico Jim fino in fondo, come una gallina dalle uova d’oro. Non sa che Jim, in realtà, vuole vendicarsi di quella società. Suo padre, quando lui era ancora un bambino, nell’Australia profonda, si era impiccato per l’impossibilità di restituire un prestito alla Centabank. E per la guerra che questa banca gli aveva fatto. Le formule di Jim funzionano davvero per prevedere l’evoluzione della borsa. Ma lui le utilizzerà in senso contrario. Non per far guadagnare la banca di O’Reilly, ma per farla perdere. Per farla disintegrare, in pochi minuti. Si ritroverà alla fine, una volta portata a compimento la sua impresa, con Michelle, altra dipendente della Centabank, con cui ha una relazione. Lui credeva che Michelle fosse una spia di O’Reilly, ma non era vero. Ecco le loro parole, dopo il crollo.

Michelle: «Allora? Cosa si fa dopo aver messo in ginocchio una banca? Un viaggio a Rio? Un pranzo con Bill Gates? Giornata pesante eh, Paul?».
Jim: «Chiamami Jim, ormai mi ci sono abituato».
Michelle: «Jim non si fidava di me!».
Jim: «Lo so, era convinto che tu lavorassi per loro; che fossero stati loro a metterti vicino a lui».
Michelle: «Perché pensare una cosa del genere?».
Jim: «Il nostro incontro: è stato troppo facile».
Michelle: «È stato facile perché era giusto così».
Jim: «Sì, adesso lo so».
Michelle: «E comunque adesso dove sono finiti i soldi?».
Jim: «La maggior parte è stata assorbita dal mercato, perduti per sempre; il resto è stato ridistribuito. 50 miliardi spariti».
Michelle: «E tutto questo per vendicare la morte di tuo padre, di un solo uomo».
Jim: «Sì, tutto è cominciato con la morte di mio padre, di un solo uomo… eh! Ora che è finita mi sento molto meglio, solo che odio le banche».

La banca non c’è più. Si è letteralmente volatilizzata. La fine del film è assai apocalittica. Forse esagerata, ma neanche troppo, se si pensa a quello che è avvenuto in seguito, pochi anni dopo l’uscita del film: la deriva che queste applicazioni della matematica alla finanza hanno vissuto.
Del problema si parla molto anche in Italia, sempre di più. Perché oltre 400 Enti Locali hanno sottoscritto derivati per un totale di quasi 32 miliardi di euro. Si sono indebitati proprio ricorrendo a questi strumenti finanziari. Dopo il 2008, però, i tassi per il rimborso sono lievitati a dismisura: questi derivati sono diventati, da un apparente buon affare, prodotti tossici, una zavorra nei conti di queste amministrazioni. È successo anche in altri Paesi europei,la Franciain particolare: ci sono Comuni, Province, Regioni che rischiano il fallimento. C’è anche chi è partito al contrattacco, come la provincia di Pisa, che ha annullato i contratti firmati, contestando la banca che li aveva proposti. Il Tar della Toscana, fra l’altro, ha dato ragione a questa Provincia, anche se l’annosa vicenda non si è conclusa, né per Pisa, né per tante altre città italiane.
Qualcuno potrebbe pensare che dopo queste brutte esperienze il ricorso ai derivati si sia ridotto. Da parte degli Enti Locali, probabilmente sì. Ma, in generale, proprio per nulla. Anzi, negli ultimi mesi, fatti di spread in espansione e di titoli di Stato impazziti, il mercato dei derivati è di nuovo uno splendore: in forte aumento, ancora una volta.
L’Unione Europea ha già previsto norme per rendere più trasparente il mercato dei derivati, ma la strada per giungervi è ancora lunga. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, sono più avanti. Nel luglio 2010, è stata già approvata la legge Dodd-Frank, fortemente voluta da Obama, il più ambizioso tentativo di regolamentare il mercato finanziario dai tempi di Roosevelt (vi ricordate quello che diceva il vecchio Mannheim all’inizio del film Wall Street? Imprecava proprio contro Roosevelt per questo motivo). Ebbene,la Dodd-Frankmette mano anche ai derivati. Il problema di questa legge, però, è che viene applicata mediante regolamentazioni secondarie, in grave ritardo rispetto al programma previsto. E in particolare per i derivati, proprio per l’opposizione delle lobby di Wall Street. E se l’anno prossimo i repubblicani vinceranno alle presidenziali? E se otterranno la maggioranza al Senato? Washington, in questo caso, potrebbe anche rimangiarsila Dodd-Frankper intero. Per i derivati non è ancora stata pronunciata la parola fine.

LEONARDO MARTINELLI è giornalista professionista dal 1990. Ha vissuto a Bruxelles, Milano, Tokyo e Montevideo (da qui ha viaggiato in tutta l’America del Sud) e poi a Parigi, lavorando per il ‘Sole 24 Ore’ e per varie riviste, radio e settimanali italiani. Ha scritto sempre su vari argomenti, ma in particolare quelli economico-finanziari. Dirige ora l’ufficio romano di ‘Firstonline’. 

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