Domenico Caringella

Fiction – IL PROTOCOLLO GOLDSTEIN

 

 

451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

Esattamente 25 minuti prima del capodanno e degli inspiegabili festeggiamenti conseguenti, Zachary Fischmann si lasciò dietro le voci e le luci che inondavano il salone e si diresse verso lo studio, nell’altra ala della casa. Uscendo, sentì lo sguardo severo di Judith che cercava di piantarglisi tra le scapole, producendogli soltanto un leggero solletico e nessun senso di colpa per aver abbandonato i loro ospiti; in realtà interessava solo a Judith, gli altri forse nemmeno si sarebbero accorti della sua assenza. Zachary contava comunque di tornare in sala prima che qualcuno iniziasse a sentire la sua mancanza. Aveva programmato di concedersi 3 o 4 minuti in più, ma non era riuscito a impedirsi dall’intervenire in una discussione sui veri motivi della nuova politica anticoloniale decisa dal governo di emergenza, non foss’altro che lui li conosceva per averli sentiti con le sue orecchie direttamente alla fonte, due mesi prima. In ogni caso il tempo che restava sarebbe stato più che sufficiente per sbrigare la pratica che lo attendeva. Poteva attendere anche il giorno successivo, ma sapeva che quello che  avevano scritto gli avrebbe consentito di tarare l’umore e le sensazioni con cui si sarebbe staccato dall’anno che moriva.

La porta di noce massiccio dello studio ridusse l’ultima eco della festa a un ronzio.
Il nome “Goldstein” e il timbro rosso significavano che il plico arrivava da Nathan e che andava aperto entro 24 ore dal recapito, che era stato effettuato quella mattina da un bambino dagli occhi cobalto e in tuta grigia.
Il timbro rappresentava una chimera, nella versione classica della Teogonia di Esiodo, quella con tre teste. Nella chimera di Nathan Smorawinski la testa di capra era visibilmente più grande di quelle del leone e del serpente, un modo per dire a se stesso, prima che agli altri, che è da dove non te lo aspetti che arriva il pericolo, in genere.
Dalla grande vetrata dietro la scrivania l’aeroporto Ben Gurion iniziava a brillare di un miliardo di luci e a Zachary questo fece pensare a un albero di Natale. Gli sembrò un paradosso – amava i paradossi – che solo in quel periodo facesse un paragone di quel tipo, perché l’aeroporto era forse la sola parte di tutta Tel Aviv illuminata allo stesso modo tutti i giorni dell’anno.
Si sedette alla scrivania, prese dal primo tiretto un fodero di pelle nera, ne estrasse una pipa caricata con Billy Bailey’s balkan blend nella medesima maniera con cui avrebbe fatto con una Luger col colpo in canna, se l’accese con calma studiata, diede due boccate, la posò e con un tagliacarte aprì il plico, che questa volta era insolitamente leggero. Dentro c’erano un foglio stampato e una busta più piccola.
Iniziò a leggere il foglio.

Da quanti anni ci conosciamo, Fischmann? Tanti, direi io. Troppi, direbbe lei, forse. Senza forse. Io la conosco meglio di chiunque altro. Non completamente però. C’è una sottile e preziosa porzione della sua persona e della sua mente che è riuscito a tenere al riparo da tutti, persino da me. È per questo che non c’è nessun altro che io consideri al di sopra di lei, per la specie di cose che ci lega. A parte i libri naturalmente.
Questa volta devo dirle qualcosa di diverso. Naturalmente uso il solito metodo: due parole, una manciata di lettere. Le lettere da distribuire nelle due parole sono otto. La prima è l’iniziale del mio nome. Le altre sette può trovarle come sempre nei nostri libri e in quello che significano per entrambi.
Le basterà cercare, trovare, la crocifissione al canto del cardellino, la vertigine che è solo paura di cedere alla tentazione di lanciarci nel vuoto, le isole dove il Re attende, l’usuraio asiatico nel quadro, il più bel diluvio mai descritto, quello che abbiamo concordato nel definire un classico prodotto in legno dell’artigianato americano, Valencia che cade per una marmitta.
Adesso ha le otto lettere. Il metodo di calcolo per trovarle e la stringa numerica per l’anagramma li conosce bene, dato che li ha inventati lei.
La saluto.
Smorawinski

Zachary aveva già la penna in mano e sul retro del foglio stava annotando i titoli. Mentre scriveva il settimo, diede un’occhiata di sfuggita al suo orologio.
Era un vecchio Casio a cristalli liquidi, con i numeri rossi su quadrante nero.
Vedere i minuti e i secondi scorrere in tempo reale gli infondeva un senso di precisione e di controllo che compensava la sua innata mancanza di disciplina.
Non restava molto tempo, ma quanto scritto nella lettera non era un enigma per lui.
Si alzò e con il foglio in mano andò alla libreria che occupava per intero due delle pareti dello studio. Si spostò sul settore della piccola biblioteca con le versioni in lingua originale, gemelle di quelle che Smorawinski aveva a casa sua, e scelse nell’ordine indicato: Il manoscritto di Brodie di Borges (che aprì già sul Vangelo secondo Marco), L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, Messaggio di Pessoa, Il ritratto di Gogol, Il Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo di Garcia Marquez, Bare intagliate a mano di Capote, Mattatoio n° 5 di Vonnegut.
Prese dal ripiano la piccola colonna che aveva formato con i libri e tornò alla scrivania. Ci vollero pochi minuti per estrapolare le lettere che insieme alla N di Nathan, formavano la parola “nonounab”. Utilizzò la stringa numerica che conosceva a memoria per l’anagramma.
Non si fece sfuggire, per un vezzo, non per altro, il sorriso che la situazione esigeva.
n semplice “Buon Anno” da Smorawinski non ricordava di averlo mai ricevuto.
I cristalli rossi gli comunicarono che sulla tabella di marcia del capodanno ebraico perfetto avanzavano due minuti. Nello stesso momento la porta si schiuse e Judith entrò per metà, quanto bastava per guardarlo e mormorare il suo nome, atona. Zachary regalò a lei il sorriso soffocato un attimo prima. Le fece un cenno con la mano per dirle che stava arrivando. Judith tornò di là.

Zachary spense la pipa, la ripose su un supporto che si trovava su un tavolino in un angolo della stanza e fece per seguirla. Si ricordò del plico più piccolo che era ormai sulla porta. Tornò alla scrivania. Lo aprì con le mani, stracciando sbrigativamente un lembo della busta. All’interno c’era un semplice biglietto con poche righe, scritte a mano questa volta, con una grafia piccola, senza incertezze.
Quelli erano gli auguri. Non te li facevo da tempo, Zach. Il resto te lo dico domani a voce. Solito posto, solita ora. Ti consiglio di preparare già stanotte il bagaglio. Abbigliamento leggero, Fischmann. Ti mandano al sole questa volta.
Nathan

Mancava meno di un minuto.

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