Paolo Trovato

Medioevo e Rinascimento – Marzo 2012

Con la collaborazione di Fabio Romanini

Dennis Looney, Freedom Readers. The African American Reception of Dante Alighieri and the Divine Comedy, Notre Dame (Ind.), University of Notre Dame Press, 2011, “The Devers Series in Dante and Medieval Italian Literature”, pp. xiv-280, $ 30.00
A dispetto delle difficoltà in cui si dibattono lingue (e tradizioni culturali) come la nostra, un tempo prestigiosissime, ma oggi di nicchia (un effetto collaterale della globalizzazione!), la fortuna di Dante, che continua a essere tradotto anche in lingue dai nomi per noi impronunciabili, non accenna a diminuire. Il sorprendente e appassionante libro di Dennis Looney (fino a oggi noto soprattutto come raffinato studioso della fortuna dei classici nel Medioevo e nel Rinascimento italiano) ricostruisce, in un affresco solidamente documentato ma leggibilissimo, le diverse modalità con le quali gli afroamericani hanno letto e interpretato Dante dall’Ottocento al giorno d’oggi, ovvero da romanzi come Miralda (1861) di William Wells Brown a un rap come Inferno Rap (2005) dell’Eternal Kool Project. p.t.

Davide Colussi, Figure della diligenza. Costanti e varianti del Tasso lirico nel canzoniere Chigiano L VIII 302, Roma-Padova, Antenore, 2011, “Miscellanea erudita”, 79, pp. 434, € 28,00
Durante gli anni di reclusione a Ferrara, Tasso progettò una sistemazione organica delle proprie rime, servendosi come base di stampe edite a sua insaputa, spesso portatrici di lezioni erronee. Questo lavoro di riordino e riscrittura, confluito in una raccolta manoscritta degli anni ’80 oggi alla Vaticana (il Chigiano L VIII 302), è la base sulla quale Davide Colussi fonda la sua analisi delle tendenze rielaborative di Tasso, individuando in quel “canzoniere” un filo narrativo a un’altezza precoce rispetto alla tappa successiva, la stampa Osanna del 1591. Lo studioso verifica, sui testi del Chigiano, assenze, connessioni e ruolo delle “fonti”, per poi passare al setaccio la fonomorfologia, la sintassi, gli aspetti retorici e metrici, e il lessico delle rime. L’analisi di Colussi rivela la coerenza delle riscritture tassiane, nel quadro complessivo di un ragionato ritorno al classicismo petrarchesco. Ed è notevole che molte scelte inizialmente destinate alla lirica fossero poi trasferite dall’autore alla sua produzione epica, come risulta dalla Liberata e dalla Conquistata. f.r.

Nicola Catelli, «Parodiae Libertas». Sulla parodia italiana nel Cinquecento, Milano, Franco Angeli, 2011, “Critica letteraria e linguistica”, € 23,00
Dopo aver offerto una definizione di parodia nella letteratura, Nicola Catelli si sofferma sulla sua presenza nel XVI secolo, tenendo conto anche delle riflessioni teoriche del tempo. Prima dei significati, l’autore verifica le strutture formali della parodia (a partire, per esempio, dalla citazione letterale) e la sua natura non di “genere” letterario, ma piuttosto di metagenere, che svela i meccanismi di funzionamento degli altri “generi” (così, in particolare, nel paragrafo Due Petrarca di meno e nel successivo Un Ariosto di più e un quinto Vangelo). Il saggio si sofferma poi sul ruolo della comicità nel funzionamento della parodia, analizzando vari espedienti, tra cui i preziosismi verbali o le permutazioni di elementi lessicali, e si chiude con uno studio sui “parodismi”, testimonianza ineludibile della forza evocativa del metagenere parodistico, unificato da una serie di procedimenti che minano la coerenza delle opere parodiate: in tal senso, per esempio, la Cortigiana di Aretino richiama e stravolge il messaggio del Cortegiano di Castiglione, e la Cazzaria di Vignali presuppone e sovverte il ricordo della Cassaria ariostesca. f.r.

Bertrando Spaventa, Scritti sul Rinascimento (1852-1872), con appendice e materiali testuali a cura di Giuseppe Landolfi Petrone, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2011, “Bruniana & Campanelliana”, Supplementi, 30 – Testi, 9, pp. 390, € 120,00
I frutti dell’enorme impegno di Bertrando Spaventa per restituire, nel pieno del Risorgimento, dignità e valore all’opera filosofica di Bruno e Campanella sono nuovamente riuniti in un corposo ed elegante volume, che raccoglie vent’anni di saggi dedicati al Rinascimento italiano. Come avverte Landolfi Petrone, sono qui accostati scritti di natura e di finalità diverse, dai testi scritti dallo Spaventa esule a Torino negli anni Cinquanta (dopo il fallimento dei moti di Napoli del ’48) a quelli del docente napoletano di Logica e Metafisica, “chiamato” dal neoministro De Sanctis tra fine ’60 e inizio ’61. Si tratta, come è naturale, di una raccolta utile soprattutto per la messa a fuoco critica di uno dei massimi pensatori italiani dell’Ottocento, che identifica nel pensiero italiano del Cinquecento la fonte primaria della rinascita, anche politica, del nostro Paese, in cui non ha ancora attecchito l’idealismo tedesco; e non occorre dire che il sistema di pensiero di Spaventa finisce per forzare al disegno complessivo le posizioni degli autori indagati e dei critici contemporanei. Oltre a riproporre il testo della princeps (1867) dei Saggi, Landolfi Petrone offre al confronto un prezioso extratesto di appendici, cioè le prime versioni dei saggi, uscite in rivista. f.r.

Daniele Baglioni, L’italiano delle cancellerie tunisine (1590-1703). Edizione e commento linguistico delle “Carte Cremona”, Roma, Scienze e Lettere, 2010, “Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze Morali Storiche e Filologiche, Memorie”, pp. 540, € 100,00
«L’anno millo sei ciento vinte septe el journo vintte trei d’apprille… se fa notto [e] manifesto a touti… commo Gean Gautier… de Nissa [Nizza], in presentia de me cancelliero de la nation francesa de questo regno de Tunizi… de sua libra et espontana volontà… à confessato e confessa di essere vero legitimo debitore [e] realle [leale] pagatore dal sig.re Regep aagà [comandante] nisardo, chaja [luogotenente] de l’ex.mo sig.re. s.ro Abdy baissat [pascià] de Tunis…» Con l’eccezione di pochi specialisti, l’uso sei-settecentesco dell’italiano come lingua internazionale della diplomazia e del commercio nell’impero ottomano e specialmente nell’Africa del Nord (un uso protrattosi almeno fino alla fine del XVIII secolo) è stato fin qui ignorato o almeno molto sottovalutato. Per ovviare a questa lacuna, Baglioni pubblica e analizza molto accuratamente un corpus di 132 testi “tunisini” del tipo appena riportato, che documentano l’impiego consolidato (al di là di pochi verosimili francesismi grafici e di alcuni turchismi e iberismi lessicali) di una lingua saldamente ancorata alle strutture sintattiche e fonomorfologiche dell’italiano. La ricerca, tecnicamente complessa e di grande interesse, fa luce sull’intensità e sulla sostanziale “modernità” delle relazioni diplomatiche e commerciali seicentesche tra le due sponde del Mediterraneo. p.t.

 

PAOLO TROVATO insegna Storia della lingua italiana all’Università di Ferrara e condirige la rivista ‘Filologia italiana’. Sta curando, con Elisabetta Tonello, una raccolta di studi sulla tradizione manoscritta della Commedia in vista di una nuova edizione del poema dantesco.

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