William Pfaff

Sfida alla Chiesa

da ''The New York Review of Books''

GARRY WILLS, Why Priests? A Failed Tradition, Viking, pp. 302, $27.95

RELIGIONE: Recensione del saggio dello studioso cattolico Garry Wills, che attacca con forza la classe sacerdotale cattolica, rea secondo l’autore, di essere una classe autoreferenziale e illegittima, che sfrutta a suo vantaggio e a danno di miliardi di fedeli il privilegio canonico della celebrazione della messa.

 1. 

L’ultimo libro di Gary Wills sul Cattolicesimo coincide con una crisi nella chiesa che si è sviluppata fin da quando Pio IX (1792-1878) diresse la barca di Pietro contro i venti dell’Illuminismo e della rivoluzione. Allontanato da Roma dopo i moti del 1848, il Papa vi fece ritorno sotto la protezione di Napoleone III e rifugiatosi in Vaticano, rifiutò di riconoscere il nuovo Regno d’Italia (riconoscimento che non avvenne fino ai Patti Lateranensi del 1929, firmati da Pio XI e Mussolini).

Dalla sua auto-imposta “prigione” Pio IX proclamò la sua sferzante condanna del “modernismo” nel 1864 con l’enciclica Quanta Cura, includendovi “Il Sillabo degli errori”1, che rimase fonte d’imbarazzo per molti se non per la maggior parte degli studiosi e degli intellettuali della chiesa per i successivi novantotto anni, fino al Concilio Vaticano Secondo di Giovanni XXIII. L’autorevole e ortodosso A Catholic Dictionary (Nihil Obstat più Imprimatur!) di Donald Attwater, conclude con cautela il capitolo sul Sillabo e sulla conseguente auto-dichiarata infallibilità di Pio IX nel momento in cui, parlando ex cathedra ai vescovi del mondo (una dottrina a cui si opponevano il Cardinale Newman, Lord Acton, il Barone von Hügel e altri eminenti intellettuali cattolici di quel periodo), dice del Sillabo che «non è certo che ogni affermazione sia dichiarata infallibile e quindi irriformabile». (Con tali contraddizioni vissero i Cattolici prima di Giovanni XXII.)

Wills ha già criticato la sua chiesa, in cui è nato nel 1934 (mezzo nato, per così dire, visto che sua madre era una cattolica irlandese e una sudista, dalla Georgia). Suo padre, i cui genitori erano un agnostico e una Cristiana Scientista, divenne col tempo Cattolico, ma non lo era mentre Wills era giovane. Dallo stesso racconto di Wills le più grandi influenze su di lui sono venute dalla famiglia di sua madre e dalla scuola elementare Cattolica di Adrian, Michigan, in cui crebbe (la scuola era gestita da una straordinaria comunità di suore Domenicane), e dal collegio dei Gesuiti che frequentò nel Wisconsin, entrambi di eccezionale qualità. (A quel tempo, la scuola Cattolica elementare e superiore istruzione metodica in grammatica e retorica alle elementari, con molta memorizzazione e introduzione ai classici alle superiori – era generalmente nel Midwest quantomeno superiore alle scuole pubbliche.)

La famiglia si ridusse a vivere in una pensione a causa della Depressione e il padre di Wills, prima di essere mandato al fronte durante la II Guerra Mondiale, vendeva bombole di Gas. L’impegno del giovane Wills negli studi classici (il soggetto del suo futuro dottorato a Yale) iniziò con il Latino e il Greco insegnato dai Gesuiti. Quando lasciò la scuola superiore iniziò il noviziato Gesuita in un seminario fuori Saint Louis. Lo lasciò dopo cinque anni (dei consueti dodici anni di studio necessari per l’ordinazione), decidendo che quella vita non faceva per lui.

Wills nel 2002 pubblicò un libro molto noto, intitolato Why I Am a Catholic (Perché sono Cattolico). I suoi critici potrebbero non gradire il fatto che il suo nuovo libro, Why Priests? A Failed Tradition (Perché preti? Una tradizione Fallita), equivalga a un rifiuto del suo Cattolicesimo, visto che attacca in maniera formidabile i preti cattolici come una classe autoreferenziale che sfrutta a suo vantaggio il privilegio canonico del celebrare Messa, che consiste essenzialmente nel mettere in scena la consacrazione del vino e del pane. Questo, nella concezione ortodossa attuale, ha come causa che loro diventino per “transustanziazione” la presenza reale della Divina Trinità (composta da Padre, Figlio – che si ritiene sia divenuto una persona totalmente reale nella persona di Gesù di Nazareth, che sia morto sulla croce a Gerusalemme, che sia risorto dalla morte dopo tre giorni, e che sia successivamente «asceso in paradiso» – e Spirito Santo presente e attivo oggi tra il genere umano).

L’argomentazione di Wills non è tanto che il sacerdozio Cattolico sia una tradizione “fallita” ma che sia illegittima, fondata su ciò che è paragonato (intenzionale o meno) a un coup d’eglis, che ha installato una leadership a cui manca il diritto di essere lì. Esso sostituisce ciò che era originariamente (e dovrebbe tornare ad essere, suggerisce Wills) una comunità informale di credenti e di fedeli senza una struttura o leadership fissa, benché Wills menzioni degli esempi all’inizio del secondo secolo, in cui un “preposto” – proestos (letteralmente “colui-che-sta-davanti”) – era incaricato delle preghiere di celebrazione e ringraziamento e beveva un misto di vino e acqua e concludeva con l’Ebraico “così sia” o “Amen”. (Wills sta riportando uno scritto di San Giustino Martire della prima metà del secondo secolo.)

Questo ed altri resoconti di pasti sacri cerimoniali, provenienti dalla stessa non costituivano secondo Wills delle Messe nel senso moderno del termine. Egli dice:

 

Successivamente, quando si sviluppò il sacerdozio – insieme al concetto di Eucarestia come come sacrificio più che come pasto [per esempio come ricostruzione della morte sacrificale di Gesù, che è rappresentata dal moderno concetto Cattolico ortodosso della transustanziazione del pane e del vino a Messa] – la comunità si era ridotta da partecipe a spettatrice, e procedure simili a quelle del Tempio Ebraico erano state adottate dalla Lettera agli Ebrei. Questo andò contro l’intera tradizione della tavola dell’amicizia di Gesù, e contro tutte le cene del Signore che avevano preceduto l’Ultima Cena.

 

Il concetto di transustanziazione fa uso della distinzione filosofica Aristotelica fra la“sostanza” e gli “accidenti” delle cose, adottata da Tommaso D’Aquino (1224-1274 circa) nella sua creazione del sistema filosofico adottato in seguito dalla Chiesa Cattolica e conosciuto come Tomismo. La sostanza è ciò che una cosa è fondamentalmente. L’ “accidente” di una cosa include la sua apparenza, forma, quantità, gusto e così via.

La consacrazione del pane e del vino da parte del prete a Messa, che è ciò che fa della Messa una Messa nella concezione contemporanea, motiva la sostanza del pane e del vino, che continuano ad essere in realtà pane e vino, e conservano gli “accidenti” fisici e materiali del pane e del vino, ma diventano allo stesso tempo la vera sostanza del corpo e del sangue di Cristo, il Messia che era stato promesso agli Ebrei da Dio. Nell’Eucarestia, il pane e il vino diventano delle nuove specie (di nuovo, un termine da Aristotele). Questa definizione (dal Concilio di Trento nel 1545-1563 in reazione alla Riforma Protestante) marca la differenza tra Cattolici Romani e Ortodossi dell’Est da una parte, e molte altre Chiese Cristiane dall’altra, per le quali l’Eucarestia è semplicemente simbolica o in memoria di Gesù.

 

2.

Wills dice che tutto ciò è un errore; la transustanziazione non avviene; e la manipolazione di questo errore ha reso possibile la formazione tra i primi seguaci di Gesù di Nazareth di una casta di leader che sarebbe divenuta la classe sacerdotale cristiana, e nel corso dei secoli avrebbe sviluppato quella gerarchia ecclesiastica che regna oggi sul Cattolicesimo e che a marzo ha eletto come suo capo il nuovo Papa Francesco.

Wills attribuisce la colpa di questa incomprensione o manipolazione a un documento del Nuovo Testamento chiamato “Lettera di San Paolo agli Ebrei”, o semplicemente “Lettera agli Ebrei” (a causa della controversia se sia stata scritta effettivamente da Paolo) che sembra sostenere lo sviluppo iniziale del sacerdozio Cristiano.

L’argomentazione di Wills, che lui sostiene sia una fonte Agostiniana, è che la Messa abbia avuto origine come pasto comune senza leader consumato dai primi seguaci del Messia Ebreo, Gesù, celebrando se stessi e i propri discendenti e convertiti nella partecipazione comune in ciò che la Chiesa Cattolica oggi chiama il Corpo Mistico di Cristo. (Questo è così definito: «i membri della chiesa sono accomunati fra loro e con Cristo, il loro capo, in un corpo spirituale e allo stesso tempo reale dalla vita soprannaturale della grazia che hanno ricevuto col Battesimo2» Benchè pane e vino potessero essere parte di questo pasto, consumarli non era considerato una commemorazione dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli e non aveva una connotazione rituale.

Per come l’ho capito, Wills vorrebbe ripristinare un pasto comune e non formalizzato, che nella sua visione (e in quella di altri, che egli cita) costituisca esso stesso il sacramento, essendo stato la forma originaria di fedeltà Cristiana. Ma non è del tutto chiaro ciò che vuole Wills. Un pasto senza leader fatto in comune dai seguaci di Cristo, ma senza un “sacrificio” (un’idea di consacrazione Eucaristica che Wills non condivide), privata delle successive connotazioni? Se questo venisse accettato (e se fosse fattibile, e non penso lo sia), sospenderebbe la giustificazione per una classe di sacerdoti o un corpo speciale di uomini dedicati alle celebrazioni durante queste riunoni. Wills afferma che per lui attaccare la transustanziazione, il clero e il papato non è rinunciare al suo Cattolicesimo ma purgarlo dall’errore. Egli insiste nel suo credo nei fondamenti della chiesa. Cita la sua amicizia con preti e la sua devozione alla Vergine Maria e la sua recita meditativa e giornaliera del rosario.

 

3.

Wills descrive il suo punto di vista contrario come un ritorno ad Agostino, citando anche il supporto di diversi teologi contemporanei o quasi-contemporanei, incluso il Gesuita francese Henri de Lubac (alla cui memoria il libro è dedicato), che nel 1944 rintracciò l’esistenza di una tradizione concernente la natura dell’Eucarestia che va indietro fino al primo secolo Cristiano. Le autorità Gesuite bloccarono il libro di Lubac e lo fecero dimettere dal suo incarico di docente, ma dopo la sua nomina da parte di Giovanni XXIII come peritus, o consigliere esperto nel Concilio Vaticano Secondo, lui e altri dei così detti teologi della liberazione furono riabilitati. In seguito Giovanni Paolo II nominò Lubac cardinale3.

L’altro attacco di Wills al sacerdozio solleva una considerazione politica e storica semplice concernente le comunioni di persone. Come fa una religione a sopravvivere senza una struttura e una leadership auto-perpetuantesi? La pratica di nominare vescovi per guidare le chiese nelle varie comunità Cristiane è esistita fin dai tempi degli apostoli. Lasciando da parte le questioni riguardanti l’autorità sulla dottrina e la leadership nella pratica religiosa ci sono gli inevitabili problemi di sopravvivenza, protezione e finanziamento, propagazione del movimento, relazioni con le autorità politiche e così via. L’organizzazione del clero mi sembra la pragmatica e anzi inevitabile soluzione al problema delle comunità religiose e delle altre comunità spontanee che desiderino sopravvivere alla morte dei propri fondatori o leader carismatici.

Quest’ultimo fu un problema specifico della Chiesa Cristiana perché nel suo inizio appariva all’Impero Romano una setta politicamente sospetta e fu perseguitata per più di due secoli dalle autorità Romane. Nel 313 Costantino il Grande decretò che la religione Cristiana sarebbe stata tollerata nell’Impero. Subito dopo le diede una posizione di privilegio e convocò il primo concilio ecumenico a Nicea, benché egli sia stato battezzato solo nel suo letto di morte. Il Cristianesimo venne ben presto adottato dall’Impero Romano d’Oriente come religione di stato (che fu l’origine del cesaropapismo il controllo o interferenza dello stato nelle chiese Ortodosse dell’Est­ un problema che queste chiese continuano a sperimentare al giorno d’oggi).

Nell’Europa Occidentale, il Vescovo di Roma si radicò in un debilitato Impero Romano. Nonostante tre secoli consecutivi di eresie (soprattutto l’Arianesimo) e altre dottrine divergenti, durante i quali emersero i “Padri della Chiesa” e si succedettero i concili dei vescovi stabilendo accordi sugli aspetti essenziali della dottrina Cristiana, dall’anno 800 un’alleanza tra il capo dei Franchi Carlo Magno e il papato divenne fattibile e vantaggiosa, e fu così fondato il “Sacro Romano Impero” – che durò fino al diciannovesimo secolo e giocò una ruolo cruciale nello sviluppo della cultura dell’Europa Occidentale. Nel Sacro Romano Impero, col conseguente vantaggio dell’Occidente, fu definita una separazione chiara fra l’autorità religiosa del papa e la legittimazione politica dell’imperatore, in modo da «dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare».

È difficile per me vedere come avrebbe potuto fiorire la civilizzazione politica Occidentale senza una classe clericale internazionale e una leadership parallela allo sviluppo secolare dell’Impero. L’Islam sta ancora lottando con il suo fallimento nel separare lo stato dall’autorità religiosa. Sicuramente la burocratizzazione clericale della chiesa è iniziata al tempo di Costantino.

 

4.

Senza perseguire i dettagli teologici dell’argomentazione di Wills sull’origine della Messa, che lascio agli studiosi del primo Cristianesimo e dello sviluppo della dottrina, sottolineerei che la sua proposta rimanda alla pratica di culto di altri tipi di tradizioni religiose, dentro o ai margini della canonica tradizione Cristiana Occidentale, come quella del diciassettesimo secolo della Società degli Amici, che «tremando alla parola del Signore» operava con i suoi incontri senza leader e i suoi testimoni spontanei,  e alle loro comunità religiose equivalenti o da loro derivate in cui la meditazione e la testimonianza individuale ispirata erano primarie per il culto di Dio, senza cerimonie formali o sacrifici. C’è da dire che le chiese Ortodosse Orientali e tutte le correnti principali delle confessioni Protestanti sorte dalla Riforma avevano mantenuto una leadership sacerdotale o clericale e condotto servizi formali, del genere cui Wills si oppone.

Il nuovo libro di Wills viene dopo La colpa dei Papi. Le strutture dell’inganno (Garzanti 2001), il suo ammirevole e convincente libro sulla disonestà intellettuale nel papato moderno, soprattutto nella resistenza ad accettare gli sbagli e gli errori del passato. Ciò ha coinciso con l’elezione del successore di Benedetto XVI, una procedura che ha mostrato in piena evidenza lo sfarzo e il tardo splendore ereditati dal papato che lo hanno allontanato dalla vita per com’è vissuta nel mondo moderno, e dimostra la precipitosa e pericolosa distanza dai comuni mortali in cui ha vissuto l’establishment clericale Cattolico.

Gli eletti e i funzionari amministrativi dei governi europei e di altri paesi passano spesso le loro ore di lavoro nella magnificenza architettonica e nello splendore del passato, simile ai palazzi di Città del Vaticano, ma rimangono funzionari ordinari. Città del Vaticano è un’eredità architettonica ed estetica ineguagliabile del passato Europeo, ma sembra anche una comunità e un monumento alla deriva nel tempo, le procedure cerimoniose dei suoi occupanti, l’abbigliamento, i modi del rivolgersi e la liturgia derivano per lo più dal Rinascimento.

Anche i cerimoniali delle monarchie europee è anacronistico, ma la volontà dei loro membri di sposare cittadini comuni e l’abilità nell’usare modi e gesti dei cittadini comuni sono essenziali per la loro sopravvivenza istituzionale come ornamenti della nazione. La Regina d’Inghilterra ha la propria cavalleria, che quando non deve fare foto a Trafalgar Square, è una leggera schiera corazzata. Il presidente francese il 14 luglio e in altre occasioni cerimoniali passa in rassegna con i suoi ufficiali l’ultima unità rimasta di cavalleria dell’esercito francese, tre squadroni della Garde Républicaine e la sua banda a cavallo, la cui vita reale ha a che fare con il giardinaggio e la gestione di edifici pubblici insieme ad alcuni incarichi per la sicurezza.

La giustificazione principale del Vaticano per il mantenimento del Guardia Svizzera sono le loro meravigliose uniformi Rinascimentali, che come tutti gli abiti da cerimonia militari sono un risarcimento per la “schiavitù” alla vita militare – sofferta dietro le quinte persino dalla Guardia Svizzera. Ma a differenza degli ufficiali laici che in Europa lavorano in palazzi storici, i membri della Curia Romana e la gerarchia della Chiesa Cattolica che popolano la Città del Vaticano passano la propria vita lavorativa e privata con l’abito clericale che indica rango e posizione anche al di fuori delle cerimonie.

All’inizio di questo libro Wills descrive il suo stupore come chierichetto per la molteplicità degli indumenti simbolici che un semplice prete di parrocchia deve indossare per identificare la sua missione ecclesiastica e il suo status consacrato. In ciò che potrebbe essere letto come una presa in giro, descrive a lungo ciò che nel corso dei secoli è stato decretato come abbigliamento canonico e ornamentale del prete, in maniera particolare quando dice Messa. Racconta anche di come, quando era un giovane caddie, riconosceva la loro vanità terrena quando approfittavano della deferenza dei laici per parcheggiare al country club e nel modo di colpire la palla al corso di golf.

 

5.

Coloro che chiedono riforme alla dottrina o alla disciplina della chiesa Occidentale oggi, nella stampa e nel mondo accademico laico o religioso, di solito chiedono che i preti possano sposarsi, che donne e gay possano essere ordinati e che le persone divorziate o risposate possano essere ammesse ai sacramenti. Ci potrebbero essere preti sposati nell’immediato futuro visto che il celibato maschile è un’estensione arbitraria della disciplina monastica al clero laico, che in linea di principio potrebbe essere revocato. Ci sono preti sposati nelle chiese d’Oriente (inclusi gli Uniati – le chiese di rito Orientale collegate a Roma) e in alcuni riti dell’Asia e del Medio Oriente che hanno sempre accettato il primato del Vescovo di Roma, così come il clero Anglicano ed Episcopale conservatori in materia di dottrina recentemente convertiti a Roma.

Ci sono sempre stati preti omosessuali proprio come ci sono sempre stati marinai e soldati omosessuali (che probabilmente non chiedevano o dicevano4) ­– come sa chiunque abbia fatto il servizio militare o fatto parte del clero. La chiesa chiede solo castità, non il cambiamento della natura umana. (Secondo un articolo del 20 marzo del ‘New York Times’, l’attuale Papa in un’assemblea dei vescovi argentini nel 2010 ha parlato a favore della legalizzazione delle unioni civili omosessuali viste come un «male…minore» rispetto al matrimonio gay, considerato contrario all’ordine naturale. Venne messo in minoranza.) L’ordinazione delle donne è considerato proibito dalla Bibbia, e penserei che quest’interpretazione difficilmente sarà cambiata – ma chi può dirlo. L’ammissione di persone divorziate ai sacramenti è, nelle parrocchie europee ed americane, largamente praticata senza che ciò venisse rilevato, così come il controllo artificiale delle nascite.

La riforma essenziale è la fine della regola del celibato per i preti, una necessità che è stata ampiamente riconosciuta ben prima del recente scandalo pubblico degli abusi sessuali commessi da membri del clero. Il celibato dei preti venne imposto dal Secondo Concilio Laterano (1139) come reazione al grande dibattito sulla doppia posizione come autorità “temporali” (politiche) e “spirituali” di vescovi e abati. Questa conduceva a trasferire la proprietà ecclesiastica a laici o ai loro eredi, e alla simonia­ – la vendita o l’acquisto di servizi ecclesiastici o la riscossione di compensi, così come la vendita di cose spirituali come le indulgenze. Vietare il matrimonio del clero era un modo per porre fine a tutto questo.

Qualunque sia stata l’utilità del celibato a quel tempo, nel corso delle generazioni ha prodotto una cultura clericale allo stesso tempo ossessiva e repressiva, e spesso ipocrita, che ha imposto una indubbia e insensata infelicità a molte persone, e ha separato ulteriormente il clero dai laici. I Cattolici americani sono stati una vittima particolare di ciò, visto che la Chiesa americana è stata pesantemente influenzata dal clero e dai vescovi immigrati, e la Chiesa Cattolica irlandese fin dal diciottesimo secolo ha dovuto fare i conti con una virulenta forma di Giansenismo, nonostante il Giansenismo fosse stato dichiarato un’eresia nel 1653.

Il Giansenismo, nacque con Cornelius Jansen (1585-1638) e fiorì all’Università di Louvain, dove egli insegnava, divenendo vescovo di Ypres nel 1636. Il Giansenismo era una sorta di ritorno alla pietà Augustiniana e la ricerca di un’estrema santità personale, che divenne alla fine la negazione del libero arbitrio e che predicava la predestinazione e l’incapacità della grazia di produrre una conversione. Non c’era giustificazione attraverso la fede in se. (Ciò è stato descritto come un Calvinismo Cattolico, ma sembra che in realtà non ci sia stata nessuna vera influenza). Il suo effetto in Irlanda avvenne tramite l’educazione dei preti nei seminari irlandesi in Francia (causato dalla repressione britannica del Cattolicesimo in Irlanda). L’estremo puritanesimo sessuale del Giansenismo influenzò la cultura Cattolica nel paese natale, e venne trasmessa fin dal diciannovesimo secolo dagli immigrati irlandesi-americani sotto la forma di una disorientante se non nevrotica scrupolosità circa il sesso, che sopravvisse molto bene fino a tutto il ventesimo secolo.

In Francia il Giansenismo fu un importante fenomeno storico e culturale la cui promulgazione avvenne tramite le suore intellettuali di Port-Royal vicino Parigi e le elite Cattoliche con cui erano in contatto. Il più grande scrittore e moralista Giansenista (come pure scienziato e matematico) fu Blaise Pascal (1623-1662). L’influenza del Giansenismo nel ventesimo secolo è evidente nel lavoro degli scrittori Cattolici François Mauriac, Georges Bernanos e Graham Green, fra i molti altri.

 

6.

Il papa recentemente eletto, Francesco, è un Gesuita, un ordine senza abiti religiosi i cui membri fanno l’abituale voto di povertà. La stampa ha entusiasticamente riportato che quando era un vescovo, Francesco lasciò libero il palazzo episcopale di Buenos Aires per vivere in un piccolo appartamento, come sembra voler fare adesso a Roma. Secondo la stampa francese, egli si è rifiutato di vivere nel palazzo papale ed è stato preparato un insieme di stanze di 42 metri quadri in una residenza per il clero già esistente, dove egli si godrà l’espresso desiderio di avere una compagnia «collegiale e conviviale» e che eviterà l’isolamento. Lo stesso atteggiamento antimonarchico è evidente nel suo rifiuto di indossare il riccamente ornato abbigliamento “papale” e i preziosi vestimenti del suo predecessore, il suo uso continuo del semplice abito talare e dello staff di vescovi che si è portato da Buenos Aires. Parla raramente del “papa” ma descrive se stesso come vescovo di Roma, cosa che in effetti è. Conversando nelle lingue latine usa spesso l’informale tu (o il suo corrispettivo) anziché il formale vous. Gli elementi conservatori della Curia deplorano tutto questo come una “desacralizzazione” del suo officio. La stessa obiezione fu espressa per la sua rottura con diversi secoli di tradizione nel compiere la liturgia del Martedì Santo preso la cattedrale papale di San Giovanni in Laterano, l’ha invece celebrato presso un carcere minorile, eseguendo il rituale lavaggio e bacio dei piedi di una dozzina di prigionieri (come fece Gesù nell’Ultima Cena), inclusi due Musulmani e due donne, offrendo un’umile omelia ai giovani detenuti riuniti.

È chiaro da quello che già ha fatto che Francesco intende compiere un’importante declericalizzazione della Chiesa, vuole riconcentrarsi sul povero come colui amato da Dio, in una Chiesa e in un Clero misericordiosi e compassionevoli. Durante le cerimonie Pasquali ha messo in guardia il clero dal diventare semplici «manager» o «collezionisti di antichità» ossessionati dalle finezze liturgiche, sollecitandoli a guardare al di là della Chiesa e a vedere loro stessi come «guardiani della creazione», lasciando le loro sacrestie per cambiare il mondo laico.

È davvero sorprendente che durante il fine settimana Pasquale Francesco abbia citato il celebre radicale, intemperato e scandaloso Cattolico Francese, polemista convertito, poeta, romanziere, Dreyfusiano5, mistico e nemico cronicamente povero «del borghese», Léon Bloy (1846-1917). Jacques Maritain descrisse Bloy come «un anacronismo… un Cristiano del secondo secolo smarritosi nella Terza Repubblica6». Non un prediletto della Curia, mi verrebbe da pensare. Sarà interessante vedere cosa farà Gary Wills, in quanto castigatore del sacerdozio, dei recenti eventi accaduti a Roma.

 

1. Nel “Sillabo della proposizione LXXX. Elenco contenente i principali errori del nostro tempo”, incluso dell’enciclica del 1864, vi è il seguente “errore”: «il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà».

2. The Catholic Encyclopaedic Dictionary, a cura di Donald Attwater (Macmillan, terza edizione, 1961).

3. Henri Sonier de Lubac (1896-1991) informò i suoi superiori agli inizi degli anni ’40 del paganesimo del Nazismo e rimase sbalordito dal silenzio dell’episcopato. Fu attivo nella stampa della Resistenza e specialmente nella lotta contro l’antisemitismo. Venne eletto membro dell’Istituto Francese nel 1958.

4. L’autore si riferisce al Don’t ask, don’t tell (“non chiedere, non dire“ in lingua inglese), termine con cui comunemente ci si riferiva alla linea politica degli Stati Uniti d’America tra il 1993 e il 2010, in merito alla questione dell’orientamento sessuale dei membri del servizio militare. Questa politica limitava (in teoria) i tentativi dell’esercito di individuare membri o candidati omosessuali o bisessuali non dichiarati, al contempo escludendo dal servizio militare le persone apertamente gay, lesbiche o bisessuali. Il 20 settembre 2011 la legge Don’t ask don’t tell è stata ufficialmente abrogata per decreto dell’amministrazione Obama. N.d.R.

5. Termine con cui si indicavano i sostenitori dell’innocenza di Dreyfus. N.d.R.

6. Maritain, introduzione a Léon Bloy, Pilgrim of the Absolute (Léon Bloy, Pellegrino dell’assoluto), di Raïssa Maritain (Pantheon, 1949). Jacques Maritain (1882-1973, da una famiglia protestante) e sua moglie Raïssa (che era ebrea), quando erano «due bambini di vent’anni, sofferenti di quel malessere che è l’unico prodotto serio della cultura moderna», vennero convertiti al Cattolicesimo da un solo incontro con Bloy nel 1905. Il Dictionnaire des Intellectuels Français descrive Maritain come «il più grande intellettuale Cattolico di questo [ventesimo] secolo». Ristaibilì il tomismo come elemento della filosofia contemporanea ed ebbe una grande influenza nel pensiero Francese pre-bellico e su artisti e scrittori. “Precoce” sostenitore “Gaullista”, fu il primo francese ad essere nominato ambasciatore al Vaticano dopo la Guerra. Ha insegnato a Princeton dal 1948 al 1960.

WILLIAM PFAFF è un giornalista americano, columnist dell’ ‘International Herald Tribune’ e assiduo collaboratore della ‘New York Review of Books’. Il suo libro più recente è The Irony OF Manifest Destiny: The Tragedy of American Foreign Policy (Walker and Company 2010)

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