Andrea Segrè

451 parole: bene

Bene… un bene o ‘il’ bene? Comunemente inteso come buono, come qualcosa che ci rende felici, che si desidera, dice il dizionario etimologico, in quanto è conveniente alla natura umana e che, posseduto, rende tranquilli e felici. Non a caso infatti – si dice – ci “rifugiamo nei beni”, la casa per esempio, che ci avvolgono quotidianamente dandoci sicurezza e protezione, quasi un calore che diventa umano. Un mondo di beni, un mondo, come scrive Husserl, che mi è costantemente “alla mano” ed io stesso sono un suo membro. Un mondo che appare nella sua immediatezza, la “tavola con i suoi libri”, il “bicchiere”, “il vaso”…e che in qualche modo ci rassicurano, potremmo aggiungere1.

Ma per “bene”, secondo la classica definizione economica, si intende un oggetto disponibile in quantità limitata, come sono ad esempio i beni di consumo. Una concezione platonica relativistica, utilitaristica e antropocentrica del bene, che consiste nel ridurre il “bene” a ciò che è utile e vantaggioso. Ma se l’economia è servita, in principio, a colmare l’insufficienza di cibo, di acqua, di vestiti, di merci e di cose utili, adesso si è andati oltre, arrivando veloce­mente al troppo, al di più, all’inutile grazie alla persi­stente applicazione del principio di efficienza alloca­tiva e produttiva. Orientando cioè le proprie scelte in modo da massimizzare le risorse a disposizione del sistema. Ma ciò non ha funzionato del tutto. È un male, invece che bene.

Proviamo a cambiare prospettiva, assumendo come principio il bene sì come cosa materiale, ma anche ciò che l’essere umano può mettere in atto nel suo comportamento concreto. Un aiuto ci viene da Alain Caillé quando scrive: «che i beni e i servizi valgono anche, e talvolta in maniera pre­ponderante, in funzione della loro capacità di creare e riprodurre relazioni sociali [… e] che il legame è più importante del bene»2. In questo senso possiamo provare a pensare a un’economia che utilizzi il bene in senso etico, ovvero come ciò che la coscienza impone come un qualcosa che va fatto. In questo caso la relazione indicata da Caillé diventa il bene principale, la cosa buona e giusta, perché nella relazione, e quindi nella reciprocità, non c’è solo l’idea e l’azione che porta a fare del be­ne agli altri, ma vi è la certezza che questo scambio si fa “con” gli altri. Allora, possiamo, se vogliamo, superare l’economia di mercato, per avviarci verso l’economia solidale e di reciprocità. Ovvero: un insieme di attività guidate prevalentemente da motivazioni non strumentali, fon­date su relazioni fiduciarie e organizzate secondo la logica dell’azione privata finalizzata al bene comune. Ecco un’aggettivazione interessante al bene, comune.

Per arrivarci bisogna prima passare all’economia del dono: un ossimoro che rende feli­ci, e che funziona. Il dono, che supera sia il paradigma utilitarista sia quello collettivista, permette un diverso livello di let­tura del valore dei beni: è il promotore di relazioni sociali che portano a un valore di legame. E il lega­me diventa più importante del bene stesso. Così come l’homo sufficiens, che  arriva a una nuova razionalità ecologica cercando l’abbastanza quando ancora il troppo sarebbe possibile, raggiunge cioè la sufficien­za, principio intuitivo oltre che razionale dal punto di vista personale, organizzativo ed ecologico. Spesso gli stessi uomini che praticano la sufficienza diventa­no anche reciprocans. Sono le donne e gli uomini che attivano i principî e le relazioni di reciprocità. Attra­verso la reciprocità la relazione tra individuo e beni, innescata dall’azione di scambio, viene integrata con quella che si crea tra gli individui reciprocanti, deter­minando quindi l’incremento del capitale relazionale, l’economia plurale. I beni e i servizi reciprocati acqui­siscono così un valore superiore in quanto si somma a quello creato dalla relazione dei soggetti collegati. Lo scambio che si viene a realizzare non è più imper­sonale come avviene per i semplici scambi di merca­to, ma si arricchisce della relazione che si instaura tra le parti, che risulta essere un elemento essenziale dell’utilità del bene scambiato. In presenza quindi di situazioni in cui i soggetti si comportano secondo un accentuato senso di appartenenza e di coinvolgimento solidale e corale, i beni relazionali prodotti assumono anche la caratteristica di beni pubblici locali.

Ma possiamo spingerci ancora oltre, riflettendo sul bonum commune, al quale si collegano appunto i “beni comuni”, definiti – per esempio da Laura Pennacchi3 – come quei beni che non sono proprietà di nessuno: l’aria, l’acqua, il clima, le risorse del mare, finanche la cultura. Qui beni che non sempre hanno ricevuto l’attenzione che dovevano e sui quali solo ora sembra risvegliarsi la coscienza collettiva, denunciandone i limiti e lo spreco. Salvatore Settis nel suo ultimo libro – Azione popolare. Cittadini per il bene comune – lo spiega con forza: «Bene comune vuol dire coltivare una visione lungimirante, vuol dire investire nel futuro, vuol dire preoccuparsi della comunità dei cittadini, vuol dire anteporre l’interesse a lungo termine di tutti all’immediato profitto dei pochi, vuol dire prestare prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. Vuol dire anteporre l’eredità che dobbiamo consegnare alle generazioni future all’istinto primordiale di divorare tutto e subito… Ma le generazioni future hanno, possono avere, dei diritti? Non è una domanda teorica: perché parlare dei loro diritti nel futuro equivale a parlare dei nostri doveri, oggi. Equivale a orientare i nostri comportamenti oggi su quelle che potrebbero essere le conseguenze domani»4.

Alcune soluzioni le abbiamo già, al presente. Ad esempio una via ce la propone l’economia civile, un corpo consolidato, almeno nel dibattito scientifi­co fra economisti: ha il merito di aver fatto uscire la disciplina dal riduzionismo asfittico, rimettendo al centro del sistema la categoria del dono e l’azione gratuita. Ciò che ancora manca però, cosa non da poco, è l’uomo che la interpreta, oggi e domani: l’homo civicus e la sua capacità di promuovere relazioni sociali ed eco­nomiche civiche. Ne abbiamo un disperato bisogno. È l’uomo che si batte attivamente per la tutela e la valorizzazione dei beni comuni, intesi nella loro ac­cezione più ampia, ossia quella dei beni pubblici e della fiducia. Che supera finalmente e concretamen­te la tragedia della madre di tutti i beni comuni:la Terra. Che è capace di andare oltre a ciò che si crede insuperabile: l’utilità individuale e l’autointeresse nel breve periodo, per costruire invece un’azione colletti­va, equa, sostenibile e solidale nel lungo periodo. Che promuove un’economia di relazione dentro il mercato stesso, un luogo nuovo aperto ai principî della suffi­cienza, della reciprocità, della gratuità riconciliando in sostanza le dimensioni della persona che ritrova i valori che nascono dalle relazioni con gli altri fonda­te sul dono e sulla fiducia. E se nell’economia di mercato, il bene totale perseguito va inteso come sommatoria dei livelli di benessere individuali, nell’economia civica il bene comune è invece la moltiplicazione dei singoli livel­li di ben essere. In altre parole i singoli livelli di ben-essere vengono moltiplicati tra loro in modo tale da concorrere in egual misura all’obiettivo finale: il be­ne comune. Al contrario, nel caso della sommatoria, anche se il livello di benessere di un singolo venisse annullato, il risultato finale non cambierebbe.

L’homo civicus è colui che è capace di applicare come valore giuridico, e non soltanto dichiaratorio, i principî della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: ogni individuo ha diritto al cibo, all’acqua e anche a una cittadinanza (articolo 15). La cittadinanza è l’in­venzione dell’Occidente che dobbiamo conservare ge­losamente, dimenticando le altre: lo sviluppo, la cre­scita, il consumo, il debito. La cittadinanza concede agli uomini una posizione elevata: permettendogli di governare se stessi sottraendosi a due opposte deri­ve, il totalitarismo che li rende sudditi, e il mercato che li trasforma in clienti. Lo diceva Pier Paolo Pa­solini tanto tempo fa ormai: «il potere ipermoderno non ha bisogno di sudditi ma di liberi consumatori!»5. A queste due forme di etero-direzione la cittadinanza può contrapporre la via di una comunità costruita a partire dalla libertà, un equilibrio delicato e prezioso fra diritti e doveri, attenzione e passione, emozione e progetti, ambizioni private e pubbliche virtù: l’homo civicus, il cittadino attivo.

È di questa cultura dobbiamo riempire i nostri serbatoi, agendo nell’interesse “dei più lontani” (per condizioni di vita, nello spezio, nel tempo). «Il bene comune come finalità imprescindibile delle comunità umane è la spina dorsale di una cultura della cittadinanza di cui dobbiamo in ogni modo recuperare la traccia e il bandolo»6. Ma come?

Passando dalla cittadinanza attiva alla cittadinanza fattiva. Condividere una nuova responsabilità sociale a livello di città, proprio nel senso di civitas: popola­zione, imprese, istituzioni. Una forma di sussidiarietà circolare, un triangolo pubblico – privato – società civi­le, capace di amplificare e catalizzare la sostenibili­tà comunque venga declinata: ecologica, economica, etica. Lavorare per l’interesse generale, principale fondamento del bene comune, in modo tale che il dissennato consumo di risorse – suolo, acqua, aria, terra, cibo – possa arrestare la propria avanzata per il cieco profitto di pochi. «Non c’è salvezza, se la nostra volontà generale non saprà riaffermare con forza l’assoluta priorità del bene comune»7. In totale trasparenza, perché fare il bene paga. Perché l’eco-trasparenza modifica il modello d’impresa per creare una realtà di mercato dove fare il bene diventa sinonimo di avere successo, dove l’im­pegno diventa etico, che vuol dire esprimere uno stile e un modo distintivo, visibile e riconoscibile, di stare sul mercato, di stare in un determinato territorio, di partecipare alla vita di una comunità di riferimento, di stare, più in generale, nella società. Rendere visi­bile l’impatto ecologico delle nostre scelte va oltre la tattica obsoleta di instillare solo paure ambientali: il mercato deve rendere i comportamenti ecologici economicamente vincenti, così la trasparenza si so­lidifica diventando cristallo puro, solido e prezioso.

Abbiamo bisogno di un nuovo “spirito” collettivo, di una nuova mentalità che trasformi “il” bene comune (al singolare) nel principio di “bene comune” come pubblica utilità, interesse, felicità globale. Nel bene appunto e per tutelare il bene di tutti.

Un manifesto per raggiungere questi obiettivi è già pronto, entrato in vigore il 1° gennaio 1948: è la nostra Costituzione della Repubblica dove l’espressione “bene comune” non c’è, eppure – come ricorda Salvatore Settis8 – suo principio ordinatore è precisamente il bene comune in continuità con la publica utilitas che innerva la storia della Penisola. È tutto già scritto: ambiente, patrimonio culturale salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è già il manifesto appunto: libertà, uguaglianza, diritto al lavoro. Secondo Settis – pensiero condivisibile trascritto dal risvolto di copertina – la comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Deve riguadagnare sovranità cercando nei movimenti civici il meccanismo base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda politica. Dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni fra diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati. Ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro. Serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità. Una forte azione popolare per il bene comune.

1. E. Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Einaudi, Torino, 1965, pp. 58-59.

2. A. Caillé, Il terzo paradigma, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 79-80.

3. L. Pennacchi, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli, Roma, 2012.

4. S. Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, Torino, 2012, p. 29.

5. P. P. Pasolini, “Il vuoto del potere” ovvero “l’articolo delle lucciole”, in ‘Corriere della Sera’, 1° febbraio 1975.

6. S. Settis, p. 57

7. S. Settis, p. 57

8. S. Settis, p. 126 e seg.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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