Giovanni Pieraccini

Una profonda duplice crisi

 

Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di Paola Borgna, Editore Laterza, Roma 2012, pp.213 , €12,00
POLITICA: La nostra società è investita da una duplice crisi: la prima di tipo economico – finanziaria, che ha cancellato più di trent’anni di conquiste sociali a favore del trionfo della logica di mercato, la seconda è una crisi scientifico – tecnologia, la rivoluzione digitale ha sì cambiato le nostre vite, ma non è ancora riuscita a dare vita a una nuova società o nuove organizzazioni economiche sociali. Esiste un modo per uscire da questo tunnel?

 Siamo immersi in una profonda duplice crisi e non si vede nessuna luce alla fine del tunnel della recessione, nonostante i ripetuti annunci. La prima delle due crisi è quella economico-finanziaria che ci attanaglia, la seconda è quella scientifico-tecnologica. La rivoluzione informatica ha posto fine ad un’epoca storica, ma non ha finora dato vita alla nuova società e al nuovo Stato del nostro giovane secolo.

Non ripercorreremo qui il cammino della nostra storia del tempo del welfare e della democrazia sociale, né quello della sua crisi, né quella dell’Unione Sovietica e del comunismo e delle sinistre europee, poiché siamo ormai nel tempo dell’ideologia del mercato ed ora, ormai, anche in quella della sua crisi.

Ricorderemo soltanto che ai trent’anni di sviluppo, di conquiste sociali, di progressi della libertà, sono subentrati i trent’anni in cui ancora viviamo, di predominio dei poteri forti e del mercato.

Luciano Gallino ci dà una spiegazione interessante nel suo libro La lotta di classe dopo le lotte di classe nel quale confuta la tesi che la lotta di classe sia ormai finita nei Paesi avanzati con lo sparire delle differenze fra le classi operaia e media, e sottolinea che essa è di piena attualità per un miliardo e mezzo di lavoratori degli altri Paesi e che la lotta di classe può essere condotta dal basso verso l’alto da parte delle classi lavoratrici per conquistare più giustizia e libertà come è avvenuto nel trentennio dello stato del welfare, ma può essere condotta anche dall’alto verso il basso da parte delle classi economicamente più forti per comprimere o annullare queste conquiste, istituendo il loro pieno dominio. È il tempo in cui viviamo.

Questa vittoriosa controffensiva dei poteri forti ha come suo fondamento l’ideologia del mercato, che di fatto, significa una riduzione di tutto all’economia. Al centro della democrazia sociale stava la personalità umana, ela Costituzioneitaliana aveva – ed ha tuttora – come sua centralità la sua piena realizzazione. Nell’economia del mercato ormai c’è, al posto della personalità umana, il consumatore. Il compito dello Stato e della politica è ormai quello di garantire il libero sviluppo del mercato e per questo motivo lo Stato deve essere ridotto al minimo. È il mercato con il suo funzionamento e con la sua dialettica che risolve autonomamente i problemi economici e sociali. È inutile soffermarci su queste teorie più che note, ma è bene ricordare che il mercato dovrebbe dar vita ad una circolo virtuoso: la produzione immette sul mercato prodotti di massa, anche di beni superflui e stimola in ogni modo i consumi, così i consumi aumentano e producono l’aumento dei profitti, il che significa nuovi capitali per nuovi investimenti cosicché il ciclo si ripete a livelli sempre maggiori. Misura di tutto è il PIL con la sua crescita.

Questo circolo virtuoso non ha funzionato: è crollato nella grande crisi finanziaria. Se la centralità del sistema è il profitto, è logico agire per far crescere al massimo il profitto, ma è apparso evidente che si fanno profitti maggiori e più rapidi con operazioni e speculazioni finanziarie che con l’economia reale della produzione di merci. Qui si ha un chiaro esempio della connessione delle due crisi di cui abbiamo parlato. La rivoluzione informatica ha infatti cancellato gli ostacoli del tempo e dello spazio. Con Internet si può ormai agire in tempi reali al di là di ogni frontiera, di ogni distanza, senza alcun controllo. Si è così avuta una crescita enorme del mercato finanziario, con la produzione di titoli sempre più sofisticati – i derivati – spesso quasi incomprensibili e sempre meno affidabili: i “titoli tossici”. Un giro vorticoso che ha coinvolto attivamente le banche, immerse nell’acquisto e nella vendita e nella creazione di questi titoli, finché l’enorme bolla della speculazione è esplosa. E con essa è esplosa la crisi delle banche negli Stati Uniti e in Europa.

Mentre si apre il capitolo delle politiche necessarie per affrontare la crisi che minaccia di travolgere l’intero sistema, s’impone come prima esigenza il salvataggio delle banche. È una storia triste e paradossale poiché le politiche scelte, anziché superare la crisi, l’approfondiscono in una sempre più grave recessione.

Il primo paradosso è che siamo di fronte, da una parte al chiaro fallimento dell’ideologia del mercato e dall’altra alla potenziale vittoria dell’economia di mercato diretta dalla politica, che si credeva vinto definitivamente, ma nello stesso tempo siamo di fronte alla sorprendente riconferma dell’ideologia del mercato. Infatti questa ideologia continua ad essere il pensiero unico di tutti i poteri decisionali che guidano l’economia mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, all’Organizzazione del Commercio, alla Banca Centrale Europea, all’Unione Europea, ai singoli Stati fra i quali, con molta forza,la Germaniadella Merkel. Il fatto è che alla guida di queste istituzioni ci sono gli uomini del mercato: è la loro cultura, la loro esperienza, si potrebbe perfino dire la loro fede. Di fatto è come affidare la cura del malato non al medico, ma all’ammalato. Chiaro fallimento dell’ideologia del mercato, il che significa il ritorno vittorioso, almeno sul piano delle idee, dell’economia mista che sembrava vinta per sempre, ma nello stesso tempo ci troviamo di fronte alla sorprendente riconferma dell’ideologia del mercato. Il secondo paradosso è che per il salvataggio appare un personaggio inaspettato: lo Stato. Il paradosso è dunque che per salvare l’economia del mercato deve interviene il denaro pubblico dello Stato. Il suo intervento è richiesto da tutti, cosicché anche questa richiesta è diventata un pensiero unico. Il costo del salvataggio è stato enorme. Gli europei (per non parlare degli Stati Uniti) hanno impegnato tre trilioni di euro per salvare le banche e le istituzioni finanziarie. Non si pensa abbastanza al peso che questo enorme salasso delle risorse statali ha avuto ed ha per le finanze pubbliche. Prevale invece l’idea che la situazione economica è insostenibile perché è insostenibile il peso dello Stato sociale.  Nessuno ricorda che la politica di continua espansione delle spese si è sviluppata anche durante tutti gli anni dell’economia di mercato fino all’esplosione della bolla finanziaria. E che è quindi difficile fare dello Stato del welfare il responsabile della crisi.

Era lecito attendere – e lo è tutt’ora – che dopo questa drammatica esperienza si procedesse almeno a regolare l’economia finanziaria con misure atte a garantire il libero sviluppo del mercato, liberandolo dalle involuzioni di corruzione e deformazioni portate dal dominio delle finanze sull’economia.

Le banche salvate non hanno mai partecipato agli sforzi per superare la crisi e si riducono le concessioni di prestiti (del 20 per cento), specie quelli per i giovani (del 30 per cento) e i mutui per le case. Applicano tassi di interesse alti – del 6 e 7 per cento – che un tempo venivano richiesti nei casi di clienti scarsamente affidabili ed in tal modo le banche partecipano a fare crescere le difficoltà economiche dei cittadini e delle imprese.

Ma ancora più allarmante è ciò che ha denunciatola Bancadei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea e cioè che le grandi banche mondiali sono tornate a speculare sui mercati alla vecchia maniera e si profila il pericolo di una nuova crisi, come quella della Lehman Brothers.La BRIdenuncia che le banche – almeno una parte di loro – non hanno neppure fatto una completa pulizia nei loro bilanci e talora neppure una capitalizzazione adeguata. Esse speculano sullo spread e contribuiscono alla crisi così pesante per tanti Stati.

In definitivala BRIdeplora l’incapacità dei governi di mettere argini a speculazioni bancarie come quelle (ancora!) dei derivati.La BRIafferma che è necessaria «una pubblica azione che imponga regole e controlli» che ancora non ci sono.

Continuano a prosperare i paradisi fiscali. Molto poco si fa contro di essi. Sono numerosi e in molti paesi, e vi hanno sede migliaia di imprese americane ed europee. Sono in isole come le Antille, Antigua, Bahamas, Cayman. Sono piccoli paesi come Andorra e ormai potremmo dire, per certi aspetti, anche San Marino. In Europa perfinola Gran Bretagnaha le isole Guernsey e Jersey. Poi c’è il Lussemburgo. C’è ancora, anche se è in atto una revisione e riduzione delle sue consuete pratiche,la Svizzera. C’è Monaco. Anziché essere condannate, non a parole, ma con misure adatte, hanno di fatto finito per far parte del circuito del mercato.

Ci sono le agenzie di rating con il loro enorme potere di giudici supremi degli Stati. Sono società private non immuni da interessi e da errori, anche gravi anche nel recente passato e producono con il loro giudizio negative conseguenze non solo in borsa, ma sull’intera economia. Hanno addirittura un peso ufficiale perfino nella Banca Centrale Europea poiché in vari casi essa chiede per gli investimenti il giudizio di rating e se esso è troppo basso gli investimenti sono bloccati. Sembra incredibile che gli Stati accettino di essere sottoposti al giudizio di organismi privati, ma nonostante le polemiche e velleitarie enunciazioni e progetti, nella realtà il loro potere continua ad essere molto grande.

Di grandissimo rilievo nella crisi è il problema del lavoro chela Costituzionepone nell’articolo primo a fondamento della democrazia, e che è la più nobile espressione dell’uomo. L’ideologia del mercato lo ha ridotto a merce.

Anche in questo campo si congiunge l’azione dell’economia del mercato con quella della rivoluzione informatica.

La grande azienda contemporanea non si realizza più nelle fabbriche dell’epoca fordista, con la concentrazione delle maestranze che davano alla classe operaia la sua centralità. La fabbrica dei tempi dell’informatica non assume operai, non produce. è un vertice di manager, di tecnici, di organizzatori con remunerazioni altissime che giungono a superare (come nelle Banche) anche di 400 volte lo stipendio dell’operaio, rendendo sempre più inaccettabile la società del mercato. La produzione delle avviene in imprese sussidiarie, in luoghi diversi, addirittura anche in continenti diversi, fino al definitivo assemblaggio. Questo tipo di imprese non ha bisogno di lavoratori a tempo indeterminato, si lavora su progetti e può mutare il tipo e la caratteristica delle maestranze di volta in volta e i problemi del lavoro sono affrontati nei diversi paesi con diverse leggi.

Prevale perciò il lavoro precario, che garantisce al mercato la “necessaria” flessibilità. Ciò significa un’accresciuta debolezza dei sindacati e dei lavoratori. Ora questa collettività non esiste più: al suo posto esiste un agglomerato di persone in continuo mutamento. è perciò praticamente impensabile unire in una forte organizzazione, come il sindacato, come ai tempi della lotta di classe, poiché i lavoratori, si incontrano e si uniscono spesso soltanto per pochi mesi e poi si dividono. Naturalmente è molto diversa la situazione delle imprese della media e piccola industria, sia per le loro strutture – rimaste più tradizionali, sia per i rapporti di lavoro, ma non sfuggono neppure loro alla precarietà. Tra l’altro la grave crisi in atto rende precaria la loro stessa esistenza e molte chiudono. Hanno bisogno di una politica generale di sostegno che ancora non c’è. In Italia, comunque, il lavoro precario è giunto al 75 per cento dell’intero corpo dei lavoratori. Tuttavia occorre dimostrare che il lavoro a tempo indeterminato danneggia lo sviluppo delle aziende, mentre esistono molti esempi che provano il contrario

è evidente che tutti i problemi del lavoro, dalla precarietà alla disoccupazione devono essere affrontati organicamente. Se non si può tornare al passato occorre tuttavia predisporre una politica di misure che rendano più sostenibile e più tutelata la condizione dei lavoratori. Per il lavoro deve essere posto al centro non il mercato, ma il lavoratore.

Tutti gli sforzi in atto per superare le crisi sono centrati non sulle riforme del mercato che ora dovrebbero essere fatte, ma sull’austerità e il pareggio di bilancio. Il pareggio del bilancio è quasi un’ossessione poiché si sostiene che non può esserci ripresa se prima non si è ridato al mercato una solida base che è appunto il pareggio del bilancio. Fortissima è in Europa la pressione tedesca. Da Kohl alla Merkel i tedeschi hanno sempre cercato di ottenere che i paesi dell’Eurozona seguissero il modello tedesco di una politica economica e monetaria caratterizzata da austerità e da inflazione vicina a tasso zero. Nella politica economica tedesca c’è tuttavia un ruolo per i lavoratori che altrove non c’è. è il frutto dell’economia sociale di mercato, che è l’economia tedesca. Infatti nelle imprese al di sopra dei duemila dipendenti c’è accanto al consiglio di gestione il consiglio di sorveglianza nel quale il 50 per cento dei membri è rappresentato dai lavoratori.La Germaniaperò si guarda bene di chiedere che questa parte del modello tedesco venga applicato dagli altri paesi.

La Germaniaesige che i paesi dell’Eurozona si diano regole severe ed uniformi: un deficit non superiore al due per cento, un debito dello Stato non superiore al 60 per cento del PIL, un’inflazione intorno al due per cento e cioè un ritorno alle regole di Maastrich, non osservate da nessuno, neppure dalla Germania. Essa sostiene di non voler pagare il dissesto causato in vari paesi dalle colpevoli politiche degli Stati europei.

Ma neppurela Germaniaè pura. Le Banche tedesche (e quelle francesi) hanno partecipato in pieno allo sviluppo dell’economia finanziaria. Gli squilibri dello spread hanno dato e danno alla Germania notevoli vantaggi per i suoi tassi bassissimi. I paesi più colpiti dalla crisi devono pagare per i titoli di Stato con interessi molto alti, talora insopportabili. Di fatto l’economia tedesca fa ricadere sui paesi più deboli i costi della crisi e duri sacrifici. La severità, l’austerità, il pareggio del bilancio imposto ai paesi più colpiti dalla crisi, fino a chiedere di inserire nella Costituzione per tutti gli Stati dell’EUR, l’obbligo del pareggio del bilancio. In tal modo li spinge nella deflazione e nella depressione. La forza di pressione alla Germania è notevole. Un autorevole editorialista del ‘Financial Times’ è arrivato a scrivere: «questa non è un’unione monetaria. È più simile ad un impero».

La politica economica italiana naturalmente è conforme alle politiche europee: fatta di tagli alla spesa pubblica, di crescita del peso tributario, di riduzione di servizi, di diminuzione dei consumi e di crisi delle imprese, molte delle quali sono sull’orlo della chiusura. La disoccupazione è alta, altissima per i giovani. Si calcola che ormai solo un terzo delle famiglie italiane possa giungere serenamente alla fine del mese: per le altre famiglie preoccupazione, paura del futuro, disperazione che sfocia perfino in un doloroso aumento dei suicidi. Accanto all’economia ufficiale c’è il mondo dell’economia sommersa che l’Eurispes calcola ammonti a 530 miliardi di euro, cioè il 35 per cento del nostro PIL, e pari a quello di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria insieme. È un enorme baratro di evasione fiscale, di irregolarità, di bassi salari, di scarse o nulle misure di sicurezza del lavoro, che produce inaccettabili squilibri, rende difficile, lenta, la lotta contro l’evasione, ingaggiata con non grandi forze.

La nostra situazione è così complessa e contraddittoria da fare notare allo stesso presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara che forse se gli italiani in queste condizioni di sacrifici e di pressione fiscale insostenibile non sono ancora scesi in piazza come a Madrid o ad Atene è forse perché la finanza sommersa fornisce qualche apporto aggiuntivo a tanti bilanci familiari.

Prosegue l’erosione dello stato sociale. Spariscono molti tribunali, si chiudono uffici postali, si riducono negli ospedali i posti letto a 3,7 per mille abitanti e molti piccoli ospedali chiudono: si riducono i servizi pubblici, lo Stato si allontana dalla vita dei cittadini dopo che aveva costruito dopo 150 anni di vita unitaria una capillare diffusione della sua presenza sul territorio.

La politica di rigore inasprisce la recessione. Noi dobbiamo con forza affermare che non è accettabile una politica che produca sofferenze, sacrifici e miseria per i cittadini. Non l’hanno fatto mai le politiche contro la crisi del passato a cominciare da quella del 1929 sfociata nel New Deal di Roosevelt. Si è sempre avuta la coscienza che la prima esigenza era quella di difendere l’uomo, di tutelarlo, di assicurargli il lavoro. La politica deve avere, come dice la nostra Costituzione, la centralità della persona umana e non del mercato.

Il governo Monti è partecipe della politica di rigore. Non vorrei che questa analisi impietosa suonasse come un atto di accusa contro il presidente Monti, poiché il problema non risiede nella politica di una persona, ma nella politica generale voluta da tutti i poteri economici internazionali per il ritorno al mercato. Monti ha riportato serietà nella politica, ha ridato in Europa e nel mondo un rinnovato ruolo del nostro paese che è tornato ad essere attore nella politica internazionale. Ha conquistato un grande prestigio anche se dobbiamo dire che esso deriva dal fatto che Monti è un uomo del mercato ed è perciò in consonanza con tutti coloro che sono alla testa dei grandi poteri decisionali. È uno di loro.

Il problema è che la politica internazionale ed interna fondata sul ripristino del mercato non porterà mai al superamento della crisi, ma ad una recessione più profonda e che perciò va combattuta. Va combattuta ben sapendo che non è soltanto la politica di un uomo o di un governo, che tra l’altro non avrebbe la forza da solo di modificarla, ma è la politica del sistema internazionale.

La consonanza del presidente Monti con il sistema si traduce in una costante pressione internazionale perché egli resti alla testa del governo anche dopo le prossime elezioni. È una pressione da parte di tutti i poteri decisionali dell’economia, da Obama, alla Merkel e perfino dalle agenzie di rating. E da New York, Monti non ha escluso, dopo tanti dinieghi, di poter restare alla testa del governo. Nonostante successive retromarce non è affatto da escludere che ciò avvenga, come non è da escludere, in alternativa, la sua ascesa al Quirinale, anche perché non c’è alternativa di fronte alla sua una chiara politica. Qui il discorso ci porterebbe al tema della grandissima crisi delle sinistre che deve essere affrontata e risolta per ridare vita alla democrazia delineata della nostra Carta Costituzionale. A questo punto bisogna fare delle osservazioni. La prima è che la protesta contro la politica del governo è quasi generale e quotidiana, tra rassegnazione e disperazione, e la sfiducia nella politica è dilagante, ma il prestigio di Monti continua ad essere alto, anche se un po’ diminuito.

I sondaggi ci dicono che la maggioranza degli italiani approva l’idea di un secondo governo Monti dopo le prossime elezioni. L’apparente contraddizione a mio parere si spiega col distacco ormai vastissimo dei cittadini dalla politica e dalla sfiducia verso l’intera classe dirigente. Gli italiani non vedono più nessuna personalità di questa classe politica che dia fiducia e possa guidare il paese verso la ripresa. La personalità di Monti non trova concrete alternative.

La seconda osservazione è che nelle condizioni fin qui descritte la lotta contro l’ideologia del mercato è dolorosa e difficilissima. Ci sono molte voci autorevoli che si esprimono contro questa politica e questa ideologia, anche premi Nobel dell’economia, ma non hanno potere e perciò hanno scarsa eco. Ci sono forze politiche d’opposizione, anche nella Germania della Merkel. Risorgono governi a maggioranza socialdemocratica, ma non c’è coordinamento, non c’è una sufficiente elaborazione per una politica alternativa. Non c’è proprio il modo, ma forze in movimento che occorre mobilitare e coordinare.

Ritornando alle nostre vicende attuali, occorre dire che ora, nel clima elettorale, anche il governo Monti si muove con più fatica. Gli interessi dei partiti , sempre più sordi alla voce che sale dal paese, prevalgono sugli interessi generali: così accade che essi non riescano a fare la legge elettorale,  la legge anticorruzione, le riforme costituzionali e costringono il governo Monti a compromessi e ritardi.

è in questo clima che si attua, non guidata da nessuno una singolare riforma dell’assetto territoriale dello Stato.

Si prendono decisioni incongruenti. La prima è la decisione di abolire molte province, nell’ambito della politica dei tagli ai costi della politica, ma le riforme come quelle dell’ordinamento del territorio non si possono fare per scopi di economia, ma in base a meditate scelte di riforme. Le province devono essere abolite, come si è più volte promesso per creare una democrazia più efficiente e più rapida nelle decisioni, più vicina ai cittadini, ma se non si aboliscono è logico che continuino ad esistere svolgendo il loro ruolo attuale. Con quale criterio si decide quali province abolire e quali salvare? Il criterio per l’abolizione non può essere quello della loro dimensione territoriale e del numero di abitanti, senza tener conto delle loro storie e del ruolo economico che esercitano, della loro funzione territoriale.

Intanto si è scatenata la lotta per restare autonome o in alternativa divenire capoluogo delle nuove province allargate. Si è ridato vita ad un campanilismo, a vecchie rivalità che credevamo sepolte.

Meno male che queste agitazioni non sembra facciano presa per i cittadini, sempre più lontani dalla politica. Però in questi giorni ho letto di una mania dell’orgoglio pisano, sostanzialmente antilivornese. Ed è un allarme.

E ancora: l’ordinamento delle province allargate quale sarà? Se vengono conservati i posti dei dipendenti attuali, la riduzione delle province non produrrà nessuna economia rilevante, ma se i posti verranno eliminati dove finiranno questi lavoratori?

Questo assetto nuovo delle province nato dalla ricerca di economie nei costi della politica, anche da una meditata riforma, frutto di un infelice compromesso fra l’abolirle e il mantenerle, non è fatto per resistere nel tempo, portando cos sè squilibri e rinnovati dissensi, facendo rifiorire vecchi campanilismi e risentimenti.

C’è la situazione molto critica delle Regioni. Nella fase di elaborazione della Carta Costituzionale sembrava dovesse prevalere con la nascita delle Regioni l’abolizione delle province. Le province si salvarono (allora come oggi per gli interessi trasversali dei partiti), ma le Regioni non nacquero benché l’ottava disposizione transitoria della Costituzione stabilisse che «le elezioni dei Consigli regionali e degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali sono indette entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione». Per la nascita delle Regioni bisognò attendere il 1970.

Non nacquero bene, tra spinte contraddittorie tra chi le voleva con ampi poteri e chi le voleva comprimere per mantenere la centralità dello Stato. Le leggi istitutive alle quali io stesso ho collaborato con il ruolo di presidente del gruppo senatoriale socialista, non furono capaci di dar vita ad un ordinamento efficace, che si ponesse ormai, al posto dello Stato accentrato. Si susseguirono riforme che sempre di più allargarono le competenze delle Regioni, ma sempre senza una valida soluzione. Basta pensare che oggi i conflitti Stato-Regioni dinanzi alla Corte Costituzionale sono numerosissimi e negli ultimi dieci anni sono cresciuti del 60 per cento. Intanto però il grandissimo potere legislativo ed amministrativo che le Regioni hanno acquistato ha favorito la loro trasformazione in una potere burocratizzato, costoso, lento e con una classe dirigente regionale colma di privilegi, con alti trattamenti economici o prebende, rimborsi, viaggi. Scoppiano gli scandali e dilagano da regione in regione e, come ai tempi di Tangentopoli, interviene la magistratura.

Dobbiamo avere coscienza che proprio quando più totale appare il predominio dell’economia del mercato più profonda appare la sua crisi che si avvita su se stessa.

La rivoluzione tecnico-scientifica le ha dato nuove possibilità di sviluppo con l’economia globalizzata informatizzata, con le conquiste della biotecnologia (ma anche con i suoi pericoli) della medicina, della robotica ed altro ancora, ma ha reso obsoleto l’intero attuale sistema economico politico. è stato detto che dopo la rivoluzione informatica niente sarà più come prima ed è vero. Milioni di esseri umani entrano in contatto diretto fra di loro in tempo reale, al di là dei continenti, senza bisogni di intermediazioni. La generazione più giovane, nata dalla Rete, non si rivolge alle attuali strutture politiche e culturali, non sente bisogno dei partiti perché il suo mondo è quello di Internet, che usa – è stato scritto – «con la stessa naturalezza con cui i loro genitori si infilavano le scarpe per uscire di casa». Siamo ormai all’epoca che qualcuno definisce come “biomediatica” nella quale ognuno si costruisce la propria vita tramitela Rete, ma nella Rete nascono gruppi liberamente, spesso per nobili scopi, per affrontare problemi sociali e morali (la fame nel mondo, Medici senza Frontiere, uguaglianze dei sessi, ecc…). Spesso vi nascono raggruppamenti politici animati da volontà di protesta e di radicale rinnovamento, come nel caso di quelli che hanno portato alla caduta dei regimi dittatoriali nordafricani. Anche i partiti politici si attrezzano sempre di più a servirsi della Rete con i propri siti per informare sulle proprie posizioni ed ancor più per le elezioni. Però i partiti non si identificano con la generazione della Rete, ne restano estranei. Per la generazione della Rete comincia a rivelarsi «una nuova maniera di vivere nella società», verso − come è stato scritto − «una radicale mutazione nel concepire le relazioni fra gli uomini».

Tuttavia la società dell’informatica se ha un peso crescente, come si è visto nelle rivoluzioni nordafricane, non è in grado di realizzarsi in nuovi istituti e in nuova organizzazione economica e sociale. Resta sotto vari aspetti, virtuale. Ancora una volta l’esempio dei paesi nordafricani: abbattute le dittature non sono nate le società democratiche auspicate. Altri hanno sfruttato la vittoria. C’è dunque un grande compito che ci spetta: di dar vita concreta al nuovo mondo che ci sta di fronte e ciò significa dare alla società informatica il necessario legame con la storia, fornirla delle necessarie radici, poichè non ci può essere nessuna società nuova, sganciata dal passato. Non si costruisce nulla da una tabula rasa. I valori con cui fondare la società del XXI secolo risultano luminosi nella crisi epocale che attraversiamo, nel fallimento dell’economia e dell’ideologia del mercato. Sono i valori perenni di libertà e di giustizia, i valori incarnati nella nostra Costituzione, frutto delle secolari lotte del movimento operaio e socialiste e delle forze democratiche. Dal connubio dei grandi storici valori con il mondo dell’informatica si può costruire la democrazia del XXI secolo. è un compito difficile e lungo. Mettiamoci in cammino.

 

Giovanni Pieraccini Medaglia d’Oro della cultura, Commandeur de la Légion d’Honneur e Commandeur des Arts e des Lettres.

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