Riccardo Di Donato

Lontano dall’Olimpo e dall’Elisio

 

KÁRLOY KERÉNY, ANGELO BRELICH, Tra gli asfodeli dell’Elisio. Carteggio 1935-1959, a cura di Andrea Alessandrì, prefazione di Marcello Massenzio, traduzione di Andrea Nagy, Editori Riuniti University Rress, Roma 2011, pp. 373, €20
LETTERATURA: Riccardo Di Donato recensisce la pubblicazione del carteggio, durata più di vent’anni, tra il grande studioso ungherese della mitologia greca Károly Kerényi e lo storico delle religioni italo – ungherese Angelo Brelich.

Se pur ridotta a estrema minoranza, si aggira ancora nell’università italiana, una generazione che ha goduto del privilegio di un apprendimento ordinato e graduale di quelle che un tempo e altrove si dicevano Belle Lettere. A quell’apprendimento corrispondeva un percorso fondato su di una netta distinzione tra insegnamenti fondamentali e quelli che ne erano complementari. Compito dei fondamentali era quello di fissare nella mente degli apprendisti-letterati nozioni, quanto più possibile, semplici e chiare, di definire pertinenze e impertinenze, di disegnare confini tra mondi conosciuti e conoscibili e l’ignoto delle terre dove abitavano e forse abitano ancora leoni con altre bestie feroci e in ogni caso non addomesticabili e selvagge. Fondamentali per le Belle Lettere erano qui da noi naturalmente l’italiano, il latino e il greco e questo lo studente capiva da sé anche soltanto ripensando a quella che era stata per ciascuno l’esperienza del classico (nel senso del liceo). Ma più fondamentale ancora – nel primo anno di università – era la scoperta della glottologia, la scienza della lingua e delle lingue. Questa veniva, se possibile e in ogni senso, prima di tutto: precedeva per importanza cognitiva perfino il greco ed il latino con tutto il loro armamentario di regole ed eccezioni capaci, in apparenza almeno, di mettere in ordine ogni forma e ogni struttura del pensiero e della espressione.

La sovranità della scienza della lingua si esercitava in due campi distinti, uno storico e uno generale. Vigeva una sorta di convenzione secondo cui il primo campo, quello storico, era pascolo per i classicisti e che i modernisti avevano libero accesso e buon controllo del secondo, quello della linguistica generale, godendone i raffinati piaceri dalla semplicità degli esercizi delle prime dicotomie fino all’estremo della semiologia.

Anche il discorso dei confini, nel senso geografico e concreto, prendeva una nuova e più chiara figura. Alla parete dell’aula di studio, una carta colorata accompagnava il disegno di un albero genealogico che legava tra loro lingue – geograficamente distinte e distanti – dell’Europa e dell’Asia. Una nozione magica al singolare e mitica al plurale, quella di indoeuropeo e di Indoeuropei, valeva a stabilire dei rapporti di contiguità e di corrispondenze che rassicuravano gli esploratori dell’ignoto. L’iranico, l’avestico, per non dire del sanscrito vero parente stretto, parevano vicini al latino e al greco: garantivano un’aria di famiglia che lo studio puntualmente confermava. Tenute ben separate parti poco gradite dell’Oriente più vicino e incombente, ove albergava un ceppo linguistico estraneo a quello principale dell’Eurasia e, giusto contrappasso, comune a popoli irrequieti come Arabi ed Ebrei, in Europa la carta registrava una comunità vasta e solidale e marcava quindi per contrasto quei pochissimi che – in questa – non erano né parenti né affini: minoranze ostili alla comune dei parlanti, incomprensibili e per fortuna marginali e lontane. Da una parte la lingua del paese basco con il suo consonantismo esasperato e dall’altra il cosiddetto gruppo ugro-finnico, quello che congiunge le lingue dei finlandesi, di altri popoli baltici e dei magiari. Di quelle lingue, incomparabili con il resto, era inutile qualunque buon uso al fine di conoscere e capire. Nelle letterature, i soli autori che oltrepassavano, grazie naturalmente a traduzioni, il muro della incomunicabilità apparivano ed erano tra loro diversissimi. Dei finnici, alcuni dotti leggevano il poema epico, il Kalevala nella traduzione del grande Domenico Comparetti, filologo e linguista rinomato, e dei magiari, molti invece leggevano nella traduzione per bambini, I ragazzi della via Paal di Ferenc Molnar e si commuovevano per la triste sorte del piccolo Nemesec.

Pochi erano in Italia, alla metà del secolo passato, consapevoli di un importante innesto ungherese nella cultura alta, proprio nel terreno privilegiato degli studi classici e nella sezione di questi dedicata alle religioni degli antichi. Così è stato malgrado la presa di coscienza del distinto ruolo dell’opera di uno studioso, per buone ragioni considerato dai più integralmente italiano come Angelo Brelich e del suo primo maestro Károly Kerényi, che pubblicava in lingua tedesca ed operava dall’esilio ticinese. Per l’uno e per l’altro, la profondità del rapporto con la terra natale non appariva al lettore italiano in primo rilievo e soprattutto non si arrivava ad apprezzare l’importanza della formazione ungherese del più giovane tra i due.

Primo dei molti meriti del libro che raccoglie la corrispondenza intercorsa, quasi integralmente in lingua magiara, tra i due, a partire dal 1935 fino alla rottura, per entrambi molto dolorosa della fine degli anni Cinquanta, è quello di far chiaro – una volta per tutte, il forte radicamento ungherese di entrambi questi grandi intellettuali europei, attivi nel medesimo ambito disciplinare con forti intersezioni se pure con un orientamento progressivamente e marcatamente divaricato nel tempo. L’incontro realizzato con felice equilibrio delle distinte sensibilità degli eredi culturali e naturali dei due corrispondenti ha permesso il recupero e la messa a disposizione della comunità degli studi di un patrimonio di umanità e di pensiero che la particolarità linguistica, e la singolarità della relazione che sottendeva, rischiava di condannare al silenzio perpetuo. La lettura non è di quelle che arricchiscono solo sul piano della conoscenza ma innanzi tutto è di quelle che toccano nel profondo, sul terreno delle emozioni. Non era facile – nel presentare in pubblico uno scambio tanto personale e tanto intenso – mantenere un equilibrio non privo di partecipazione: dobbiamo quindi molte grazie ai donatori e ai curatori, ungheresi e italiani, ciascuno dei quali ha corrisposto, secondo la propria misura e la propria sensibilità, e quindi in abbondanza, all’esito fortunato dell’impresa comune. In particolare, due delle figlie di K., Cornelia Isler Kerényi e Lucia Barella Kerényi hanno provveduto utili testimonianze su importanti aspetti della vita del padre e della madre  Magda, coetanea e amica dei fratelli Brelich. Andrea Nagy e Andrea Alessandrì hanno aggiunto una annotazione perpetua che, soprattutto per la parte ungherese, colma un serio vuoto di informazione. Il prefatore, Marcello Massenzio, legato alla memoria di Brelich dal profondo affetto del discepolo, ha trovato un filo equilibrato nel ricostruire due percorsi e una relazione interpersonale in cui ciascuno dei protagonisti non nasconde le proprie debolezze.

Il primo livello di fruizione che emerge alla lettura è per certo quello delle due biografie, per distinti versi drammatiche, che la cultura italiana ha conosciuto tra loro intrecciate – nell’opera scientifica del maestro – apparsa nella collana viola dell’editore Einaudi subito dopo la fine della guerra.

Nato a Budapest nel 1913 da padre fiumano e quindi cittadino italiano dopo la dissoluzione dell’Impero degli Asburgo, Angelo Brelich visse sé stesso come il prodotto di una difficilissima integrazione identitaria. Aveva coscienza della propria singolarità ma non ebbe dubbi – né fu costretto a rifiuti o abiure – per quanto riguardava il ruolo sociale da svolgere per entro una cultura nazionale che fosse sua. Quella che scelse per realizzarvi la sua opera di studioso ma soprattutto di insegnante, dopo la conclusione del percorso formativo completamente realizzato in Ungheria in un modo di cui non fu mai soddisfatto e dopo la lunga prova della guerra e della prigionia, fu – se pure per motivi contingenti – totalmente italiana. La Romadella ricostruzione post-bellica, dell’università dominio dei baroni, delle splendide biblioteche (ahimè tutte straniere) da frequentare negli orari diurni di apertura, e quella in cui, venuta la sera, ingaglioffire dentro le osterie – rovesciando il modulo umanistico- fino a tirare tardi, e dove rifugiarsi nelle case d’affitto a Monteverde, fu il luogo nel quale Brelich si mosse – incerto e maldestro ma sorretto da una vera passione e vocazione conoscitiva fino al successo universitario.

Diverso – completamente – il destino dell’altro, più anziano di soli sedici anni, ma precocemente realizzato con una docenza universitaria piena di successo a Budapest, una cattedra a Pecs e un ruolo nella cultura democratica o comunque antinazista ungherese che lo portò a svolgere una funzione di rappresentanza diplomatica in Svizzera nel 1942 presto mutata in esilio. Come meglio vediamo dal carteggio, dopo la fine della guerra e la presa d’atto dell’impossibilità di riprendere in Ungheria, per ostilità non semplicemente ideologiche, il ruolo di guida culturale cui aspirava, anche Kerényi – sodale di Gustav Jung e interlocutore privilegiato dei grandi della letteratura tedesca, Thomas Mann e Herman Hesse sopra tutti – desiderò disperatamente e invano Roma come dimora ideale del suo ingegno proprio in rapporto con la prima radice. L’esilio, o – come scrive con pudore la sua sposa – l’emigrazione trasformò radicalmente quella prospettiva: l’intellettuale universitario ungherese, divenuto pendolare trala Svizzeradi lingua italiana e quella di lingua tedesca, si mutò progressivamente in un pensatore universale, da storico delle religioni divenne mitologo e anzi mito-poeta e Roma, divenuta troppo piccola, restò soltanto come elemento di nutrimento intellettuale comune per i due.

Dello stesso primo arrivo di Angelo Brelich nella città che è memoria vivente dell’antico il professor Kerényi era stato diretto promotore. Come altrove è occorso di ricordare, grazie ai materiali pubblicati da Mario Gandini, fu proprio Károly Kerényi a munire nel gennaio del 1935 l’Angelo ventiduenne del primo viaggio a Roma prima ancora della laurea di una lettera di presentazione a Raffaele Pettazzoni in cui lo indicava – curiosa profezia di un vero antimodello- come ideale ufficiale di collegamento, Verbindungsoffizier, tra la scienza dell’antichità e la scienza delle religioni d’Italia e di Ungheria. Verso l’Italia lo aveva in qualche modo sospinto anche l’altra sua guida di Budapest – più ortodossa rispetto al cuore pulsante della Scienza dell’Antichità e alle radici tedesche di questa – il grande archeologo Andras Alföldi che accolse e fece pubblicare nella collana che dirigeva la prima tesi di Brelich scritta in un italiano da stranieri.

Lettori del carteggio noi siamo naturalmente, nella parziale fruizione, condizionati dall’esperienza che abbiamo dei due autori, della oggettività della loro opera e della soggettività della loro coscienza di se stessi. Soprattutto nel caso di quello a noi ovviamente più vicino, il nostro collega universitario Angelo Brelich, che alcuni hanno avuto per maestro e per amico e che perfino chi scrive ha una volta ascoltato alla fine del 1970 alla Normale di Pisa, siamo condizionati dalla rivisitazione del percorso intellettuale che lo storico delle religioni volle compiere, giusto al termine estremo della vita. La luce amara che le pagine autobiografiche di Verità e scienza  gettano su Kerényi, sul rapporto del maestro  con il discepolo e sulle ragioni della rottura non è quella che ricaviamo dal carteggio. La biografia del rifondatore della scuola romana di storia delle religioni tratta dell’opera e della scienza, il carteggio illumina meglio la vita con i suoi pensieri, le sue contraddizioni ma soprattutto con i suoi sentimenti. Questo secondo aspetto si riassume bene – piuttosto che nel titolo del libro, consolatorio e ingannevole per quanto l’enunciato sia di uno degli autori – nell’immagine posta in copertina con i due uomini seduti ad un tavolo sotto un pergolato. Una bottiglia da cui sono stati già riempiti tre bicchieri segnala certo la liquida presenza di Dioniso ma siamo ben lontani sia dall’Olimpo che dai campi dell’Eliso. Siamo veramente sulla terra. Poco importa che sia la terra calda di un’isola campana, un luogo periferico in una piccola località di grande importanza storica e culturale. Conta l’atteggiamento di profonda intimità, di un dialogo, che il terzo bicchiere ancora intatto mostra esteso ad una presenza terza, costante ed affettuosa che emerge vera tritagonista, come in ogni buona tragedia, a conclusione dello scambio di lettere e pensieri. Magda Kerényi, sposa di Kàroly, legge ed interpreta per noi l’immagine fissata sotto la pergola ischitana in una lettera, scritta poco dopo la morte del marito e poco prima della morte di Brelich, che- senza far torto alla grandezza dei due autori è uno dei momenti più elevati dell‘insieme. Questo è il culmine del contenuto che ho detto umano, forse davvero troppo umano del volume.

Resta da dire quello che riguarda gli studi, quelli già fatti e quelli che libri come questo aiuteranno a concepire e realizzare. Il libro conferma un assunto che già lo studio di altre biografie intellettuali aveva fatto dimostrare: nella cultura europea, con la sola eccezione parziale della Francia, per ragioni culturali e soprattutto istituzionali, la storia delle religioni non è prodotto di un autonomo processo fondativo ma discende, e necessariamente, dagli studi di Scienza dell’Antichità. Questo libro diviene allora un messaggio di speranza in una stagione cupa, di chiusure e di chiusura. Che queste voci tornino a chiamare allo studio ed agli studi mentre aiutano chi le ascolta a pensare al futuro.

 

 

RICCARDO DI DONATO insegna Lingua e Letteratura Greca nell’Università di Pisa ove dirige il Laboratorio di Antropologia del mondo  antico. Si occupa di epica arcaica, antropologia storica e dello studio della storia delle religioni in Italia. Nel marzo scorso è uscito per sua cura, Arnaldo Momigliano, Decimo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, (Edizioni di Storia e Letteratura 2012). Il suo prossimo volume, Per una storia culturale dell’antico. Contributi di Antropologia storica, è in preparazione per la stampa presso ETS a Pisa. 

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