Andrea Segrè

451 parole: cose

Cose: siamo circondati dalle “cose”, una parola onnipresente nel linguaggio quotidiano e alla quale non diamo nemmeno tanto peso. Eppure talvolta possono essere anche pesanti. Le cose del mondo, le cose materiali, le proprie cose, quelle piccole che ognuno di noi conserva gelosamente in un cassetto, le cose familiari, che non hanno spesso un valore economico, ma solamente affettivo. Proviamo a pensare a quante cose abbiamo nella nostra casa e a quante rimangono per anni nascoste e dimenticate. Qualcuno poi arriva ad una vera e propria ossessione dell’accumulo, detta disposofobia, una patologia che inizia ad essere studiata anche in Italia (compulsive hoarding): l’accumulatore compulsivo di “cose”, figura nuova anche di fortunate serie televisive.

Il dizionario etimologico dà una spiegazione interessante di cosa, ovvero ciò che esiste, così nell’ordine reale come nell’ideale, nel concreto e nell’astratto. Ma cosa sono le cose? Sono tutti quegli oggetti investiti di senso appunto, di valori, di pensieri, di affetto che, mai co­me adesso, contribuiscono a costruire la nostra rete di relazioni e la nostra identità quando li compriamo, usiamo, ammiriamo, fino al momento in cui li pri­viamo di tutto ciò e li gettiamo fra i rifiuti. Come ci racconta Lydia Flem in Come ho svuotato la casa dei miei genitori: «Le cose non sono soltanto cose, recano tracce umane, sono il nostro prolungamento […]. Cia­scuna ha una storia e un significato mescolati a quelli delle persone che li hanno utilizzati e amati. Insieme formano, oggetti e persone, una sorta di unità che si lascia smembrare a fatica»1.

Per capire qualcosa proviamo a far dialogare due libri che parlano di cose appunto, e dunque due autori apparentemente molto distanti. Da una parte il filosofo Remo Bodei con il suo La vita delle cose 2, una brillante riflessione filosofica e letteraria sulle cose e gli oggetti e sul ruolo che essi ricoprono per le persone pubblicata nel 2009. Dall’altra il poeta Raffaello Baldini e il suo monologo teatrale La fondazione3 scritto in dialetto romagnolo nel 2004: uno splendido testo pubblicato soltanto nel 2008, letto dall’autore stesso prima di morire al Teatro del Mare di Riccione e straordinariamente interpretato soltanto nell’ottobre 2012 dall’attore (e amico di Baldini) Ivano Marescotti all’Arena del Sole di Bologna. La storia di un personaggio un po’ matto, probabilmente affetto da disposofobia, che colleziona le cose più assurde del passato e viene preso dall’idea di dare vita a una Fondazione che tenga viva la memoria delle cose più sfuggenti. Sembra che Bodei abbia letto o sentito Baldini, anche se la cosa risulta assai improbabile. Sentiamo.

Scrive Bodei che viviamo in un mondo fatto di tante “cose” che saturano la nostra esistenza quotidiana e che attendono, secondo l’orientamento dei nostri interessi, di essere compresi4. Le nostre cose, quelle che ci circondano nella nostra casa, nella nostra quotidianità, quelle che scandiscono la nostra vita. “Il mio mondo […] tutte queste cose sono una parte di me” dice lo strano protagonista del monologo di Baldini5.

“Nel crescere nominiamo le cose, le fissiamo nella memoria, le facciamo spiccare su uno scenario dai tratti sfumati ed è solo la familiarità acquisita attraverso questi processi a permettere di orientarci e di dar loro un significato. Impariamo così a situarle in una mappa spaziale e temporale, a farne uso o a rinunciarvi, a comprarle o a venderle, a dar loro valore o a trascurarle, ad amarle, odiarle o rendercele indifferenti”6.

“Non c’entra il vivo o il non vivo, io con le cose mi arrabbio anche, quando una roba non risponde, quando una cosa la metti in un posto e lei scivola giù, e tu la rimetti al suo posto, e lei scivola giù ancora […] perché le cose anche loro hanno, come si può dire, sì, hanno una loro personalità…”7.

“Ma il malinteso di tutto dipende dalla mancata distinzione fra cosa e oggetto, parole che il tempo ha confuso sia nel pensiero filosofico e sia nel senso comune. L’italiano cosa è la contrazione del latino causa, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa”8.

“…tutta questa roba, che è la mia vita, qui c’è tutta la mia vita […] tutto quello che io ho raccolto in una vita, i miei sentimenti, il mio mondo […] e tutte queste cose volevo che fossero come dei testimoni9.

Ecco allora che ognuno di noi ha a disposizione numerosi og­getti (televisori, libri, mobili, auto, computer…) e molti tra questi sono per noi delle cose, mentre la maggior parte presumibilmente rimarranno oggetti dato che non avremo mai abbastanza tempo anche solo per utilizzarli tutti almeno una volta prima di acquistarne di nuovi.

Ma nel momento in cui abbiamo fra le mani le cose, ecco che un nuovo desiderio ci prende, quello di cambiare e sostituire subito. L’uomo senza inconscio è l’uomo senza desideri, scrive Massimo Recalcati nel suo ultimo libro10, condannato a perseguire un godimento improntato essenzialmente al consumo individualista, diventato inarrestabile e insoddisfatto. Una vera e propria fede feticistica nei confronti degli oggetti, continua Recalcati, che ci porterebbero alla felicità e alla redenzione. La nostra società, epoca delle cose banali, ha stravolto il concetto di desiderio portandolo all’eccesso, al “godimento illimitato, sregolato, compulsivo”11. “È il paradosso dell’iperedonismo del nostro tempo, che ci fa sentire finalmente liberi, ma questa libertà non è in grado di generare alcuna soddisfazione. È una libertà vuota, triste, infelice, apaticamente vuota. L’ingorgo di oggetti […] finisce per generare angoscia”12, e senso di colpa, un’angoscia, e quindi una paura, che sentiamo tutti in questo momento di grande crisi economica mondiale, ma dall’angoscia, dal buio profondo, dopo aver toccato il fondo, spesso si risale. Scatta così il desiderio di liberare la nostra vita dal grasso superfluo: un proposito fiacco, che serve ad alleviare la nostra cattiva coscienza solo per qualche istante13. Ma possiamo recuperare anche la voglia di rigenerarci, di donare, di progettare per il futuro.

Come dovrebbe essere per questo Natale che si avvicina. Il Natale, la festa più importante per il Cristianesimo (e non solo), che ha fatto nascere tradizioni diverse (canti e rappresentazioni popolari), ma anche, fra le più diffuse, lo scambio di doni e di oggetti utili o cibo14. Ma siamo proprio sicuri che tutti gli oggetti che doniamo e riceviamo a Natale sono utili?

La roba cresce, sembra così, che io sono solo, va bene, consumo poco, dovrei consumare poco, ma quello che viene fuori, è una crescita continua, ci dice ancora il bislacco protagonista de La Fondazione15.

Del resto l’accumulazione è diventata, negli ultimi decenni, terziaria. Nel senso che ci siamo riempiti di oggetti terzi, cose inutili, non solo a Natale, che non sono neppure buone da mangiare. A credito comperiamo e accu­muliamo, poi rifiutiamo e sprechiamo senza sosta. E senza avere finito di pagare. Anche il cibo, cui diamo poco valore. Un ingorgo bulimico anticipato e scon­tato, in tutti i sensi. Per mangiare, meno spendia­mo in proporzione al nostro reddito, meglio è. An­zi, ci consideriamo più ricchi e sviluppati. Almeno così crediamo.

È anche vero che il Natale è un periodo nel quale la normalità è come sospesa, un periodo non a caso chiamato “magico” e che dei doni, degli oggetti, dei giocattoli ha fatto ormai il suo slogan. Ma esiste anche un Natale delle piccole cose, il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. “Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale…”, ci ricorda Dino Buzzati in un racconto del 1969 intitolato Milano nostra.

Eppure si continua ad accumulare. «Trovare un nuovo impiego per un ogget­to abbandonato è un gesto di purezza cristallina», così afferma il protagonista del romanzo di Michael Zadoorian, non a caso intitolato Second Hand16. I beni che l’economia produce e la pubblicità induce a com­perare hanno perlopiù un’utilità nulla.

Ma possiamo dare, invece, una seconda vita ai beni e alle persone: oggetti e persone muoiono troppo pre­sto. Aumentano i rifiuti, anche quelli umani. Passare dall’economia mortale, che tutto distrugge, all’econo­mia secondaria che allunga la vita. Quella dei beni, non più cose o merci, e quella delle persone, non più numeri ma genere umano. Baratto, mercatini, merca­topoli, secondamano, swap party, isole ecologiche… sono le nuove forme per allungare la vita dei beni, possederne di meno e attivare relazioni fra le persone.

Ma si comincia già dalla materia prima seconda, che allunga la vita degli scarti di lavorazione delle mate­rie prime e dei materiali derivati dal recupero e dal riciclaggio dei rifiuti: vetro, carta, plastiche. Il rifiuto diventa risorsa economica, ma soltanto quando non c’è nient’altro da fare. Ormai del resto non sappiamo più cosa fare, come comportarci di fronte al possesso.

Allora l’economia secondaria sostituisce l’ausiliare avere con usare. Si afferma un nuovo genere di con­sumatore, che non vuole rinunciare a nulla, se non al possesso: non compera. «Quello che è mio è tuo»: con questo sistema, il consumo collaborativo, le per­sone non acquistano ma scambiano, condividono, prestano: car-sharing, co-working, co-gardening… come avviene nei social network dove gli internauti si scambiano, condividono notizie, foto, video, in­teressi, amici, contatti personali. Anche questa è una transizione culturale dall’economia dell’io all’econo­mia del noi: il consumo vive di collettività, stimola nuovi comportamenti.

Ci ricorda ancora il protagonista de La Fondazione che “…non butto via niente tengo da conto tutto, ma non è una passione, non è che sia tirato, che sia uno spilorcio […] è un istinto, di tenere da conto […] può essere sbagliato, ma è il mio istinto, che secondo me […] è come la metempsicosi […] e io tutta questa roba che tengo da conto […] è per durare un po’ di più, perché questa roba dura”17.

…perché tenere da conto, conservare, è anche un regalo che fai alla società, alla gente, che non capisce niente, la gente, lo so, ma è qualcosa che va fatto, è giusto farlo18.

A fronte allora del tempo del capitalismo, che è un tempo veloce im­prontato sul vettore produzione-consumo-rifiuto e orientato alla crescita economica, dettato dalla pro­duttività delle macchine, dal tasso di sostituzione delle merci, dall’innovazione tecnologica, dalla crea­zione di bisogni – un tempo artefatto e non umano, costruito appositamente da quella “mano invisibile” che è il mercato – possiamo pensare in maniera più umana: …quando vedo la roba che buttano via, che la lasciano lì, così, come niente, io la prendo su, gli do un senso a queste cose, un significato19, recuperare un tempo lento, basato sull’articolazione di otto cambiamenti indipendenti che si rafforzano reciprocamente un circolo vir­tuoso di otto R: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ri­strutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riu­tilizzare, Riciclare.

Si può aggiungere che tutte queste azioni scaturi­scono da una ulteriore R che sta sullo sfondo:la Ri­naturalizzazione della concezione del tempo in una visione circolare, attinente a una lentezza che crea qualità e non quantità. La decrescita si pone come contrappeso alla teoria economica dominante, ma fa­tica a prendere piede. Nonostante la conclamata ago­nia del capitalismo, l’alternativa che abbia un suffisso privativo come caratterizzazione fa paura e richiede una trasformazione culturale, sociale e politica trop­po lenta, anche per chi elogia la lentezza.

Il tempo dell’animo umano è invece sospeso, un eterno presente in continua ten­sione fra passato e futuro, né veloce né lento, scan­dito da moti interiori che richiedono il loro tempo.

E allora riprendiamocela questa lentezza, soprattutto a Natale, “perché nella vita non si vive solo di cose materiali, ci vogliono anche quelle, per carità, ma ci sono anche i sentimenti, insomma quando vedi una cosa bella, anche tu dentro, in un certo senso, diventi più bello […] il lato estetico è che uno distingue, una cosa è bella, una cosa è brutta, una cosa ti piace, un’altra non ti piace”20. Riappropriamoci per davvero di quelle cose  che “comprendono anche persone e ideali, e più in generale, tutto quello che ci interessa e ci sta a cuore”21.

1. Lidia Flem, Come ho svuotato la casa dei miei genitori, Archinto Editore, Milano 2005.
2. Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Roma-Bari 2009.
3. Raffaello Baldini, La Fondazione, Einaudi, Torino 2008.
4. Remo Bodei, p. 50.
5. Raffaello Baldini, p. 51
6. Remo Bodei, p. 8.
7. Raffaello Baldini, pp. 19-21.
8. Remo Bodei, p. 12.
9. Raffaello Baldini, p. 51
10. Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2012, pp. 12-13.
11. Massimo Recalcati, p. 16.
12. Massimo Recalcati, p. 15 e p. 19.
13. M. Douglas e B. Isherwood, Il mondo delle cose, Il Mulino, Bologna, 1984.
14. Dizionario Letterario, Natale, Torino, Utet, 2007, pp. 1602-1603.
15. Raffaello Baldini, p. 15
16. Michael Zadoorian, Second Hand, Marcos y Marcos, Milano 2008.
17. Raffaello Baldini p. 15.
18. Raffaello Baldini, p. 25.
19. Raffaello Baldini, p. 37.
20. Raffaello Baldini, p. 27.
21. Remo Bodei, p. 22.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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