Massimiliano Tortora

Calcio criminale

GIULIANO FOSCHINI, MARCO MESURATI, Lo zingaro e lo scarafaggio. Da gioco più bello a gioco più sporco del mondo: viaggio tra le macerie del calcio italiano, Mondadori, Milano 2012, pp. 196, € 17,00

SIMONE DI MEO, GIANLUCA FERRARIS, Pallone Criminale, Ponte alla Grazie, Milano 2012, pp. 348, € 14,00

ATTUALITÀ: Partendo dal saggio di Foschini e Mesurati e da quello di Di Meo e Ferraris, Massimiliano Tortora ci mostra i recenti scandali che hanno colpito il calcio italiano, portandoci in viaggio tra le macerie del calcio italiano.

Scommettere sull’esito di eventi sportivi è una tipologia di gambling diversa dal gioco d’azzardo (poker, roulette, ecc.): viene a mancare la scarica di adrenalina nell’attimo rivelatore dell’esattezza della propria puntata (ciò che costituirebbe, dicono gli esperti, il vero elemento di piacere, superiore alla vincita stessa). Lo scommettere fa leva invece su un altro processo psicologico: la speranza infondata di una risoluzione non processuale, ma immediata, dei propri problemi materiali, affettivi, sociali. Ora, insegna la psicanalisi, il sogno e il desiderio, soprattutto quando irrealizzabili, sono estremamente salutari e arricchiscono la vita delle persone: diventano però deleteri e distruttivi quando si impongono come perno su cui costruire quella vita stessa che dovrebbero soltanto alimentare. Si entra insomma nel campo della patologia. Per questo motivo le istituzioni sanitarie negli ultimi anni si sono mosse per adeguarsi di idonei strumenti per fronteggiare un problema i cui contorni tendono progressivamente ad allargarsi (la continua contrazione dei salari, com’è noto, facilita il diffondersi del gioco): e di pari passo la finanziaria del2011 ha preso atto dei “fenomeni di ludopatia conseguente a gioco compulsivo”, anche se poi ha delegato agli amministratori locali il compito di attrezzarsi in materia. Una materia, sia ben chiaro, che in Italia, secondo il rapporto del “Centro del gioco eccessivo” di Losanna, ha i livelli più alti d’Europa: nel 2011, solo per avere un’idea, sono stati giocati nei circuiti legali circa 50 miliardi di euro (contro i 20 del 2004); una buona fetta di questi, come prevedibile, nelle scommesse sportive, e in quelle calcistiche, nello specifico.

Un simile fatturato, alimentato dalla gente comune e talmente elevato da non poter essere nemmeno quantificabile – al circuito delle scommesse legali si affianca quello illegale –, non poteva non attrarre le piccole e le grandi organizzazioni criminali: le prime, specializzatesi nel campo, per accumulare denaro, le seconde per ripulirlo. Due ottimi libri, usciti in questi mesi, lo raccontano puntualmente, ricostruendo le vicende degli ultimi campionati di calcio: si tratta de Lo zingaro e lo scarafaggio di Mensurati e Foschini, e di Pallone criminale di Di Meo e Ferraris. Stando alla precisa ricostruzione di queste inchieste, gruppi non necessariamente in connessione tra loro, come i “bolognesi” di Beppe Signori, i pugliesi, “i milanesi” e i noti “zingari”, soprattutto verso la fine del campionato “lavoravano” alcune partite, e specialmente quelle di squadre ormai prive di obiettivi, e meglio se in cattive acque economiche (ovvero con ritardi significativi nei pagamenti degli stipendi). Avvicinavano giocatori ritenuti consenzienti, davano loro una scheda telefonica straniera (dell’Albania o di Singapore) e diverse decine di migliaia di euro, da dividersi, in genere, tra portiere e difensori centrali: in cambio, ovviamente, la sicurezza della sconfitta e soprattutto dell’over (ossia di almeno quattro gol segnati nella partita). Risultati ovviamente su cui scommettere. Pallone criminale ricostruisce questo lato, nemmeno troppo oscuro, del calcio italiano in maniera molto tecnica, spiegando nel dettaglio come le puntate venissero effettuate oltre che sui circuiti nazionali anche su quelli internazionali (asiatici ed europei soprattutto), e riuscendo a riservare un’attenzione particolare anche agli aspetti più strettamente legislativi delle vicende consumatesi. Diversa è la soluzione adottata da Mensurati e Foschini, capaci di dare vita ad un libro inchiesta, i cui contorni di genere si presentano quanto mai ibridi: la forma del saggio infatti è incrinata, se non addirittura smentita, dal registro narrativo a cui i due autori ricorrono. Lo zingaro e lo scarafaggio è costruito sull’immaginario racconto dell’autista di Hristiyan Ilievski, il superlatitante macedone (lo zingaro appunto) che negli ultimi due, tre anni ha corrotto un manipolo di giocatori di serie A e B, riuscendo a diventare un’inquietante figura familiare all’interno di spogliatoi, hotel e ritiri di determinate squadre. E la vicenda di Ilievski, colto nel momento della fuga dalla polizia (mentre tenta di raggiungere la Macedonia), offre al narratore, anche in virtù di un sapiente uso di flashback e analessi, la possibilità di raccontare eventi precisi, adescamenti di giocatori, cifre pagate, e modalità di minaccia (spesso si trattava soltanto di comparire improvvisamente negli alberghi in cui alloggiava la squadra, farsi vedere al bar – tutt’al più con un volto minaccioso – e sparire altrettanto velocemente, comunicando in questo modo ai diretti interessati che l’organizzazione controllava sempre le sue pedine). Tutti questi dati, ripresi fedelmente dalle carte processuali dell’inchiesta condotta dalla procura di Cremona, sono inanellati attorno al racconto – anche questo specificamente narrativo e al contempo veritiero – delle storie di alcuni dei giocatori corrotti: Gervasoni (lo scarafaggio), Paoloni, Zamperini, Masiello. Alcuni di questi, come Paoloni, vittime loro stessi della ludopatia, erano talmente indebitati da trovare nella compravendita di risultati la loro più naturale via di fuga; altri, come Zamperini (bell’aspetto, vita nel gran mondo e note capacità seduttive: sua una relazione anche con Nicole Minetti), più capaci di addomesticare e dominare le situazioni, traendone indubitabili vantaggi. Naturalmente non tutto era truccato, e non tutto funzionava. E non solo per errori, ma anche per basilare natura umana. Nel marzo del 2011, ad esempio, Paoloni, già ricercato da sicari di mezza Italia per soffiate sbagliate e debiti ingestibili (fu lui a mettere il sonnifero ai compagni di squadra della Cremonese nel novembre del 2010: la Paganese perse comunque, ma alcuni calciatori andarono all’ospedale a causa di malori; e da lì partì l’inchiesta1), decide di risarcire tutti vendendosi Benevento-Pisa: portiere già criticato e ormai privo di prospettive di carriera, doveva solo continuare a scendere la china, e permettere ai nerazzurri di segnare tre gol. Qualcosa andò storto: in quell’occasione «tornò a essere il felino che era stato da sempre. Aveva venduto tutto. Ma non era riuscito a vendere il suo istinto». Il Benevento addirittura vinse, e il “Gattone” fu dichiarato il migliore in campo. «Scommettitori di tutto il mondo persero cifre astronomiche»; Paoloni invece era un uomo morto. Lo salvò l’arresto.

Certamente fu un costoso incidente di percorso. Ma, a ben vedere, sono proprio fenomeni come questi che salvano, non tanto il calcio, quanto il criminale giocattolo delle scommesse: rendono lo spettacolo sportivo più veritiero – non tutte le partite sono truccate –, inducono folle a crederci, e spingono persone comuni a puntarci soldi. Soldi che aumentano esponenzialmente e attirano i criminali di cui sopra, così da chiudere il cerchio. È un equilibrio precario, ma non impossibile da ottenere: si tratta di alterare solo ciò che è necessario alterare, e di spaventare e minacciare, senza sfociare mai in reati di sangue (un giocatore ucciso o gambizzato attira eccessivamente l’attenzione degli inquirenti; per quanto la memoria corra anche a Bergamini2). Ed è proprio questa fiducia, continuamente rinnovata, che permette al mondo pallonaro di andare sempre avanti, e di superare i ciclici scandali del calcio scommesse: 1980, 1986, 2006, ecc.

Eppure non tutto si ripete uguale: è vero, nel 1980 come oggi, vennero arrestati alcuni giocatori3, mentre altri la fecero franca (come oggi); alcune squadre subirono danni ingenti (Milan, Lazio, Perugia, Avellino, Bologna), ed altre (come la Juventus, che aggiustò un pareggio con il Bologna, secondo le rivelazioni di Petrini4) sfuggirono alla maglia della giustizia. Ma una linea di separazione va marcata: all’epoca, scossi anche dalle Alfetta della Polizia sulla pista dell’Olimpico (il sacrario era stato profanato), i giornali reagirono con sincero sgomento («Che tristezza» pubblicò in prima pagina ‘La gazzetta dello sport’), mentre oggi chiedono solo di isolare i pochi “sfigatelli” e le proverbiali “mele marce”; il sistema in ogni caso è pulito; al contempo gli italiani fischiarono l’Italia che doveva giocare gli Europei in casa (nulla di tutto ciò è accaduto oggi, o nel 2006), e Artemio Franchi si dimise (un gesto obbligato all’epoca, minimamente preso in considerazione dai dirigenti federali odierni). Ma non è solo questo: nel 1979-1980 le cifre per corrompere i giocatori viaggiavano tra i 10 e i 20 milioni, mentre a gestire il calcioscommesse c’erano due membri del cosiddetto sottobosco (Trinca e Cruciani), nemmeno tanto furbi se dopo poco si trovarono sotto di 200 milioni, senza essere in grado di restituirli. Nel 2012 le cifre puntate sono decisamente superiori, gli introiti aumentano di conseguenza, e le capacità economiche di assorbire un colpo sbagliato decisamente maggiori. Insomma c’è stato il salto di qualità.

Non tutto avviene per caso, e, dando ascolto ancora a Carlo Petrini ne Le corna del diavolo, l’impennata di soldi all’interno del calcio ha una data ben precisa: 24 marzo 1986, quando Silvio Berlusconi diventa presidente del Milan. Non si tratta di avviare un’ennesima crociata antiberlusconiana, perché se non ci fosse stato lui, da lì a poco il fenomeno si sarebbe verificato comunque; tuttavia è indubbio che l’Italia, come spesso accade, si portò avanti, anticipando i tempi. La campagna acquisti dell’’86 del Milan fu faraonica (Galli, Massaro, Donadoni, Galderisi), così come gli stipendi dei giocatori raggiunsero cifre elevatissime. Ma soprattutto cambiò il costume e l’approccio, che si adeguò immediatamente, velocizzandolo, al meccanismo messo in moto dalle mutate regole d’ingaggio. Per la prima volta nella storia del calcio italiano infatti, pur con mille dubbi e notevoli polemiche, nel 1986 fu possibile acquistare giocatori durante il campionato in corso (sia pure utilizzandoli solo l’anno dopo): così, appena alle 10 di mattina del primo giorno di mercato, Galliani depositò in Federazione il contratto firmato di Dario Bonetti, giurando che la trattativa era stata avviata solo dopo la mezzanotte. Il messaggio era chiaro: i limiti imposti dalle regole non scritte vigenti fino a quel momento (anche quando ipocrite: la campagna acquisti è sempre durata 12 mesi)  non esistevano più, sovrastati dalla più elementare legge economico-darwiniana. Saranno poi i seguenti diritti televisivi a far crescere il giro economico attorno al pallone, cosicché nel giro di poco tempo fruttivendoli e ristoratori (Cruciani e Trinca appunto) verranno sostituiti da misteriosi emissari di Singapore e dalla consueta camorra. Camorra, guarda caso, che proprio a ridosso dell’’86, nell’’88, impose al Napoli di Maradona di perdere lo scudetto, su cui tutta la città aveva scommesso al totonero (a rivelarlo, ma con diverse contraddizioni, è il pentito Pugliese).

Il problema è indubbiamente culturale, e i due decenni di infiacchimento morale conosciuti dal paese non possono che averlo acuito. Ciò non toglie che alcune misure pratiche possano essere prese: come quella sollecitata dall’eurodeputata Anne Brasseur, che ha proposto ai governi europei di «vietare le scommesse sulle competizioni più vulnerabili ai tentativi di corruzione, come le competizioni giovanili, le gare amatoriali e, per alcuni sport come il calcio, le gare delle divisioni inferiori»: un’idea di buon senso, se si pensa che su Piacenza-Albinoleffe del 20 dicembre 2010 vennero scommessi 6 milioni e mezzo, mentre la media di giocate per partite di bassa classifica di serie B è di 100-150.000 euro. Un provvedimento, peraltro, che non concederebbe un avanzamento al circuito illegale, e potrebbe, forse, distogliere almeno in parte gli appetiti criminali, rendendo un po’ più pulito il sistema-calcio5.

In maniera un po’ surreale, visti i diritti reclamati, il campionato di calcio 2011-2012 si è aperto con uno sciopero dei calciatori (gustosamente raccontato da Valeria Di Napoli in apertura di C’è un grande prato verde. 40 scrittori raccontano il campionato di calcio 2011-2012), che si battevano contro il mobbing e l’aumentata pressione fiscale. Sarebbe stato certamente ingenuo immaginare un nuovo sciopero, magari proprio in apertura di campionato, a favore di una legislazione più stringente sulle scommesse del calcio. Lo è meno ricordare come però anche le società, che hanno fini di lucro, possono arginare la piaga. Si pensi al Novara, che si affida alla Federbet per monitorare le scommesse sulle proprie partite: nel caso di flussi anomali quest’ultima invia una segnalazione immediata alla Procura della Repubblica, mentre la società calcistica, nello stesso momento, avvertela Procura Federale. Un modo tra gli altri per difendersi; e per permettere alla FIGC, in caso di scandali calcistici, di non arrivare perennemente seconda, dietro ai magistrati, così come invece è sistematicamente accaduto dal 1980 ad oggi.

Pallone criminale e Lo zingaro e lo scarafaggio discutono di tutto questo, gettando luce su ciò che è stato, e proponendo – soprattutto nel caso di Di Meo e Ferraris – misure di prevenzione che siano in grado di difendere il pianeta calcio dalla criminalità organizzata. Per questo motivo sono libri che non possono essere confinati alla sola, seppur nobilissima e peraltro in continua crescita, categoria di “letteratura sportiva”6, ma devono essere letti come veri e propri saggi socio-politici, capaci di far luce su zone che altrimenti rimarrebbero oscure al lettore: libri insomma che ricercano gli anticorpi per un fenomeno, quello calcistico, che sempre più spesso assume i contorni di una malattia; una malattia contagiosa oltretutto, come rivelano le statistiche sopra riportate relative alla ludopatia.

 

1. Raccontano Mensurati e Foschini che, immerso nei debiti, Paoloni decise di vendere la partita controla Paganese, ultima in classifica; tuttavia si dovette arrendere al fatto che nessuno dei compagni di squadra della Cremonese era disposto alla combine: «Così, la mattina prima della partita, si fece fare la prescrizione dall’amico dentista, andò in farmacia e comprò una boccetta di barbiturici. La rovesciò nel tè caldo che i calciatori bevono durante l’intervallo e “avvelenò” l’intera squadra. In campo, in verità, la cosa si notò appena:la Cremonesevinse ugualmente, perchéla Paganeseera la squadra più scarsa del campionato, capace di perdere anche con una banda di addormentati»

2. Denis Bergamini era un centrocampista del Cosenza, che il 18 novembre 1989, all’età di 27 anni, venne investito da un Tir sulla strada statale Ionica 106. Dando credito alla testimonianza della fidanzata che era con lui, il caso fu prontamente archiviato come suicidio volontario. Tuttavia nel 2012, dopo 23 anni, a seguito di numerose e reiterate petizioni, l’inchiesta è stata riaperta, giungendo ad una conclusione inquietante: Denis Bergamini fu prima violentemente percosso, poi evirato, e infine lasciato morire dissanguato; solo dopo l’avvenuto decesso sarebbe stato gettato in strada, per essere travolto dall’autocarro in arrivo. I motivi di tale misfatto rimangono ignoti, e sono tuttora al vaglio delle indagini della magistratura. A favore della riapertura del caso si è speso molto l’ex calciatore Carlo Petrini (scomparso il 16 aprile scorso, per un tumore le cui cause, secondo Petrini stesso, sarebbero da ricondurre all’uso del doping imposto dalle società ai propri tesserati durante gli anni Settanta), che più di dieci anni fa (unica voce ad alzarsi al riguardo) dedicò alla morte di Bergamini un importante libro di denuncia: Il calciatore suicidato, Kaos, Milano 2001.

3. Nel 1980 scoppia in Italia il primo grande scandalo legato al calcioscommesse e all’alterazione dei risultati calcistici.  L’inchiesta parte dalle denunce di Massimo Cruciani e Alvaro Trinca, commerciante all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli il primo, proprietario di un ristorante l’altro. I due, romani, erano entrati in contatto con alcuni giocatori della Lazio (tra cui Manfredonia, Giordano e Wilson), per i quali si preoccupavano di scommettere forti somme di denaro su partite che i giocatori stessi definivano sicure, perché dal risultato già concordato dai protagonisti. In realtà non tutti gli accordi stretti dai calciatori portarono agli esiti sperati, sicché nel giro di pochi mesi Trinca e Cruciani si trovarono indebitati per diverse decine di milioni: debito che loro stessi non erano in grado di saldare, e di cui i calciatori coinvolti non vollero farsi subito carico. Fu questo il motivo per cui il 1° marzo 1980 Cruciani decise di denunciare i giocatori con i quali era in contatto per truffa: denuncia che condusse immediatamente all’indagine, e all’arresto, il 23 marzo 1980, di ben dodici giocatori di seria A e B. La maggior parte di questi arresti avvennero addirittura negli spogliatoi, alla fine della partita, mentre le auto della polizia, posizionate spettacolarmente ai bordi dei campi di gioco, controllavano eventuali vie di fuga dallo stadio. L’inchiesta condusse a condanne più o meno esemplari: Milan e Lazio vennero retrocesse d’ufficio in serie B, e molti giocatori, alcuni dei quali all’apice della carriera come Paolo Rossi, Bruno Giordano e Lionello Manfredonia, venne sospesi per due e tre anni.

4. C’è da dire che dirigenti e calciatori juventini hanno sempre negato di aver preventivamente concordato il pareggio con il Bologna (nelle cui fila Petrini giocava), e chela Juventusfu assolta con formula piena dal processo dell’’80: venne infatti a mancare, proprio all’ultimo momento, la deposizione del superteste Massimo Cruciani, che, pur essendo già partito da Roma e avendo addirittura dormito a Milano, proprio la mattina dell’udienza preferì non presentarsi di fronte ai giudici. Il motivo, secondo una testimonianza di Petrini (sempre in Nel fango del dio pallone), sarebbe da ricercare in una tangente da settanta milioni che il presidente della Juventus Boniperti avrebbe accordato (a fare da intermediario tra i due, sarebbe stato proprio Petrini).

5. Sulla diffusione della corruzione soprattutto nei campionati giovanili under16, inEuropa e in Asia, si sono occupati ancora Giuliano Foschini e Marco Mensurati, in un articolo apparso su ‘la Repubblica’ il 19 ottobre 2012 (Dall’Italia alla Cina ecco la mafia del calcio).

6. Negli ultimi due anni sono diversi i titoli dedicati al calcio, inteso non solo nel suo lato più specificamente sportivo, ma anche in quello culturale e sociale. Nella vasta e recente bibliografia, oltre ai libri di cui abbiamo trattato in questo articolo, si menzionino almeno T. Marelli-C. Sanfilippo, Fedeli a San Siro. Storie di calcio, di derby e non solo, Mondadori, Milano 2011; P. Baccalario, Volevo solo giocare a calcio. Vera storia di Adriano Ferraira Pinto, Mondadori, Milano 2011; F. Caressa, Gli angeli non vanno mai in fuorigioco. La favola del calcio raccontata a mio figlio, Mondadori, Milano 2012; e Il manuale del calcio, Fandango Libri, Milano 2012, di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma che vinse lo scudetto nel 1982-83, morto suicida il 30 maggio 1994.

MASSIMILIANO TORTORA, insegna Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia. È direttore de ‘L’Ellisse’ e redattore di ‘Allegoria’. Ha scritto libri e articoli su Svevo, Montale, Tozzi, Bassani, Ungaretti, Palazzeschi.

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