Robert Pogue Harrison

La storia americana forgiata dalla Natura?

da ''The New York Review of Books''
MARK FIEGE, The Republic of Nature: An Environmental History of the United States, con una prefazione di William Cronon,University ofWashington Press, 584 pp., $ 34,95
AMBIENTE: Harrison recensisce un saggio che pone un interessante quesito: come ogni altra forma di governo al mondo, le democrazie presuppongono un mondo naturale in cui gli abitanti carpiscono dalla terra il sostentamento necessario per la loro sopravvivenza, e quando si tratta di affidarsi alla terra, alle risorse naturali e al sudore che costituiscono la ricchezza delle nazioni, gli USA non fanno eccezione. Sotto questo aspetto, allora, è possibile che gli Stati Uniti rappresentino non solo «una» bensì «la» repubblica della natura?

Il titolo del libro di Mark Fiege, The Republic of Nature, sembra incomprensibile. Le repubbliche sono forme di governo la cui sovranità risiede nei cittadini, i quali si associano nella sfera pubblica per impegnarsi nell’autogoverno con l’esercizio della libertà di parola e dell’azione politica. Come quasi ogni altra forma di governo sul mondo – vecchia o nuova, autocratica o democratica – le democrazie presuppongono un mondo naturale e dipendono dal lavoro dell’uomo, che carpisce alla terra il sostentamento necessario per la sopravvivenza biologica. Quando si tratta di affidarsi alla terra, alle risorse naturali e al sudore che costituiscono la ricchezza delle nazioni, gli Stati Uniti non fanno eccezione. Sotto quale aspetto, allora, gli Stati Uniti rappresentano non solo “una” bensì “la” repubblica della natura?

Mark Fiege prova a rispondere al quesito indagando in quali modi la natura materiale ha plasmato la repubblica americana e il mondo naturale entro cui essa ha concepito i suoi principi fondatori, creato le sue istituzioni e reso stabili e sicuri i suoi territori. L’approccio ambientale adottato dal nostro autore, che si concentra sugli aspetti fisici, la geografia e l’impegno dell’uomo, potrebbe essere applicata, con esiti altrettanto validi, ad altre società, nazioni o imperi, eppure Fiege vuole sostenere che c’è qualcosa di assai specifico nella storia degli Stati Uniti, che fa dell’America “la” repubblica della natura.

Questo “qualcosa” s’impernia sulla visione di Abramo Lincoln di un’America “organica”. Si ha la sensazione che The Republic of Nature vorrebbe essere in realtà un libro su Lincoln, ma che l’autore abbia scelto di proporre un’ampia storia ambientale degli Stati Uniti, che ha diversi scopi concorrenti, dei quali uno solo è sostenere «il nobiluomo della natura», come lui stesso definisce Lincoln nel titolo del quarto capitolo.

L’intento principale è pedagogico. Concepito innanzitutto come libro di testo, The Republic of Nature intende ricordare agli studenti e ai docenti delle scuole superiori e delle università che gli episodi più importanti della storia americana si sono sviluppati in un complesso di circostanze naturali e attraverso processi naturali. La spinta a portare la natura in primo piano nella didattica della storia è legata allo presa di posizione del libro a favore della storia ambientale, un altro dei suoi interessi.

Come la maggior parte degli esperti nel suo campo, Fiege ritiene che gli storici tradizionali ignorino oppure sminuiscano drasticamente i substrati materiali e ambientali della storia. E propone di rimediare a tale trascuratezza rivisitando alcuni «momenti emblematici» della storia americana attraverso la lente della natura. Momenti che includono il processo alle streghe di Salem, la Rivoluzioneamericana, lo schiavismo del sud, Abramo Lincoln, la Guerra Civile, la prima ferrovia transcontinentale statunitense, la bomba atomica, il caso Brown vs. Board of Education1 e la crisi petrolifera del biennio 1973-1974. Considerando il suo orientamento pedagogico, non stupisce che una così ampia rassegna abbia un certo carattere schematico.

Il prologo stabilisce lo spirito che seguirà nelle altre parti del libro. Esordisce da un’entusiasmante descrizione di un anonimo «tu» che visita il Lincoln Memorial a Washington e viene pervaso dalla sua «soprannaturale» magnificenza. «Per un fugace attimo si diventa consapevoli di uno scopo e di un significato ultimi, di una verità superiore nel marmo», ma riflettendo oltre ci domandiamo: «Chi ha creato questo monumento? Com’è stato possibile?

Ciò suscita in Fiege una breve storia del progetto, il luogo di provenienza del marmo, chi ha lavorato alla costruzione, quanto è costato, e in quali circostanze. «Mentre esprime i suoi ideali più elevati, [il Lincoln Memorial] oggettiva la sua esistenza terrena.» In altre parole, i suoi materiali provengono dalla natura. La lezione di questa parabola di apertura è che «all’interno di ogni celebre icona, punto di svolta, movimento o momento c’è una storia di persone alle prese con sostanze terrene, organiche, che sono parte integrante del dramma umano».

Nel primo capitolo, Satan in the Land, Fiege evita speculazioni controverse – analoghe a quelle di Poisons of the Past di Mary Kilbourne Mattosian, che collega le allucinazioni generate dai cereali ammuffiti contaminati dai funghi alla diffusione della paranoia – e sostiene che le accuse di satanismo allignavano nella «esistenza precaria ai margini dell’impero» propria del New England, come in varie tensioni causate dalla rapida crescita della popolazione umana e del bestiame. Le «origini naturali delle rivolte sociali si sono estese direttamente ai corpi organici abitati dai coloni». Il loro «inflessibile ordine sociale» non permetteva loro di «ospitare i capricci della… vita».

Tale tesi generica è una spiegazione poco convincente. Come mai, allora, molte altre società di tutto il mondo hanno vissuto simili livelli di tensione sotto ordini sociali altrettanto inflessibili, e pure non sono esplose nell’isteria della caccia alle streghe? Perché molte parti d’Europa con situazioni sociali e ambientali molto differenti hanno drammaticamente vissuto grossomodo nello stesso periodo i processi per stregoneria?

Nel secondo capitolo, sulle radici ideologiche della repubblica americana, Fiege sostiene che una concezione ampia di universo ordinato, nonché un’idea di diritto acquisito per i ricchi di parte di quell’universo, ha animato l’impulso rivoluzionario e la spinta espansionista successiva. Jefferson credeva che la ragione, la facoltà innata dell’uomo, fosse un viatico per sfruttare le forze della natura (inclusa quella umana) e a forgiarla con modalità che avrebbero promosso la dignità, la felicità e l’autodeterminazione dell’uomo. I principi fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza derivano dalle teorie europee del diritto naturale, che poco aveva in comune con il mondo naturale in quanto tale, eppure Fiege cerca di collegarli invitandoci a vedere Monticello2 non solo come microcosmo della concezione jeffersoniana dell’autorità umana sulla natura, ma anche come omologo architettonico della Dichiarazione d’Indipendenza. Questa tesi – che Jefferson, e dopo di lui Lincoln, credevano nella responsabilità della ragione per, e nell’autorità al di sopra della, natura – si trova dietro l’uso di Fiege dell’articolo determinativo nel titolo del suo saggio.

Il capitolo sulle piantagioni di cotone del sud nel periodo precedente alla Guerra civile è a mio avviso il migliore. Qui conosciamo la piantagione di cotone, intorno alla quale si imperniò buona parte dell’istituzione dello schiavismo, e come il suo ciclo vitale annuale si intrecciasse con il ciclo vitale degli schiavi, che la coltivavano. La piantagione era il «punto di conflitto tra padroni e schiavi», nel senso che i primi lottavano per disciplinare i corpi dei secondi nel lavoro agricolo.

Fiege descrive dettagliatamente il gravoso, strenuo lavoro per sgombrare la terra dalle foreste e dalla vegetazione naturale, per preparare il terreno, piantare il cotone (la tempistica era cruciale), e poi l’agile raccolta delle capsule, operazione, questa, che prevede il camminare tra le fila di piante e, in un solo gesto, di afferrare la capsula con entrambe le mani, estrarne le soffici fibre, infilarle nel sacco e passare al baccello successivo, con ritmo accelerato. «Dei grandi cicli che hanno formato la storia iniziale degli Stati Uniti – scrive – pochi furono più potenti dello sviluppo stagionale delle colture di prima necessità, come il cotone».  L’«intrinseca instabilità del ciclo delle colture, le condizioni ambientali che le hanno dato forma, e la natura stessa dei corpi delle persone schiavizzate» ostacolavano sistematicamente la produzione, costringendo padroni e supervisori ad aumentare la pressione sugli schiavi, ricorrendo a ogni mezzo.

I due capitoli successivi – su Abramo Lincoln e Gettysburg – sono centrali per il libro. Qui Fiege sviluppa per esteso il rapporto che Lincoln ebbe di prima mano con la natura come spaccalegna delle ferrovie, la sua conoscenza profonda della geografia, e la sua esperienza fisica della fatica, che lo convinsero come la schiavitù fosse «un evidente oltraggio alla legge di natura», che stabilisce che «ciò che qualsiasi uomo guadagna a suon di braccia e col sudore della fronte, egli dovrà goderlo in pace».

Se c’è un punto del libro in cui Fiege cerca di legittimarne il titolo è nelle pagine che esplorano la visione di Lincoln del collegamento genetico tra la natura americana e la sua repubblica. Lincoln adottò molte idee astratte di Jefferson sulla legge naturale e cercò di incarnarle nella visione in cui i cittadini dell’America, le sue risorse materiali e la sua forma di governo formassero una totalità «organica». Secondo questa concezione organica, «gli americani dedicherebbero le loro fatiche e il loro ingegno per trasformare “il mondo fisico” in ricchezza e proprietà, la base della loro autosufficienza e indipendenza economica». Così, essi avrebbero esaudito le potenzialità intrinseche della terra americana e tutto ciò che essa conteneva, come il potenziale della natura umana per l’autodeterminazione.

Nella mente di Lincoln, l’ideologia d’indipendenza e di autogoverno della repubblica americana richiamavano al «miglioramento» della natura d’America e della vita morale e intellettuale dei cittadini. Egli preferiva la parola «miglioramento» a «progresso» perché implicava la coltivazione umana della terra attraverso l’agricoltura, l’allevamento e il lavoro, come la coltivazione della persona con l’istruzione, la rettitudine e la disciplina. L’America sarebbe diventata la repubblica della natura solo trasformando il vasto «campo» dei suoi territori nazionali in un «giardino» generoso dove i diritti naturali dei suoi cittadini potevano prosperare.

Dopo un racconto topografico della battaglia di Gettysburg, Fiege passa alla ferrovia transcontinentale, e rimarca su come sia stata costruita seguendo precise caratteristiche naturali (ruscelli, fiumi, montagne), un modo di seguire i segni contingenti della provvidenza divina, come se, nonostante la sua riluttanza, il paesaggio naturale fosse stato scolpito per favorire, incoraggiare persino, la costruzione della ferrovia. Il suo resoconto è vivace e ricco di informazioni, eppure anche qui, come in molti altri capitoli, egli offre un certo numero di ovvietà, come il fatto che i vincoli dell’ambiente complicarono la costruzione e che mandare in porto il progetto significò soggiogare i «processi naturali», fra cui «i corpi metabolizzanti, sudanti, scoreggianti e defecanti» dei cavalli impiegati.

Un’altra ovvietà riguarda il capitolo sulla Seconda guerra mondiale e lo sviluppo delle armi nucleari: poiché gli atomi fanno parte della natura, giocare con loro implica coinvolgersi con il mondo naturale. Il libro si conclude con due capitoli piuttosto esili – il primo sul caso Brown vs. Board of Education, e il secondo sulla crisi petrolifera del 1973-1974 – e con un epilogo, Paths that Beckon (il richiamo dei sentieri), che offre un insieme di modelli schematici con i quali gli storici dell’ambiente potrebbero sviluppare altri episodi della storia americana non trattati nei capitoli precedenti.

È spiacevole che, proprio nel momento in cui il lettore arrivato fin qui, senta il bisogno che il libro leghi i diversi fili ed esprima una sintesi tematica o teorica, Fiege scelga di disperdere il racconto, invece di consolidarlo. Egli vuole chiaramente evocare un orizzonte aperto, suggestivo per futuri studi ambientali, eppure uno sforzo più decisivo in chiusura sarebbe stato più opportuno.

The Republic of Nature mantiene in sostanza la sua promessa di «scoprire la natura incastrata nei momenti emblematici della storia americana». Come libro di testo rivolto alle scuole, è per molti aspetti raccomandabile. Fiege è bravo a raccontare ed è ben documentato; il libro poi è ben scritto; e con un linguaggio semplice.

Quanto al contributo alla storia ambientale, The Republic of Nature è ben poca cosa. Rimane notevolmente sotto le aspettative generate dai primi elogi di eminenti studiosi in materia, come Richard White, con il suo plauso sulla quarta di copertina, e William Cronon, che nella prefazione lo definisce «certamente tra le opere più importanti di storia ambientale pubblicati dalla nascita di questo campo, più di quarant’anni fa.»

Non credo che The Republic of Nature risponda a tali aspettative perché, tirando le somme, racconta poco di nuovo. Fiege non si stanca di ricordarci che noi siamo entità corporee viventi in mondo fisico (come se avessimo dubbi in proposito) e che, perciò, la storia dovrebbe essere concepita in termini ambientali. Eppure i suoi «momenti emblematici» sono ben conosciuti e il narrarli e rinarrarli riesegue semplicemente le versioni classiche, aggiungendo all’impasto molti accenni alla natura. Quanto ad acume e influenza culturale, poi, è distante dal magistrale volume di Donald Meinig The Shaping of America: A Geographical Perspective on 500 Years of History, per citare un esempio di autentico «titolo spartiacque», come Karl Jacoby, della Brown University, definisce il libro di Fiege nella fascetta pubblicitaria.3

Poiché Lincoln è al centro di The Republic of Nature, vorrei esporvi alcune riflessioni su quanto Fiege esclude dal suo racconto quando parla del «nobile della natura». Il nostro autore definisce la natura «l’onnipresente sostanza della realtà, le mani callose dei lavoratori non meno dei materiali… con i quali essi modificano il mondo». La natura è tutto questo, certo, eppure nel corso della storia americana la sua semantica si è allargata ben oltre questa definizione, specialmente nel caso di Lincoln, preoccupato innanzitutto che la nazione assumesse un ruolo moralmente giustificato nella storia e di radicare la sua repubblica nella terra.

La parola “natura”, dal latino nasci, nascere, condivide la radice della parola “nazione”, come a dire che la natura non è solamente estesa nello spazio, ma è anche un processo di nascita che ha luogo nel tempo o, nel caso delle repubbliche, nella storia. Lincoln ne era profondamente consapevole nel Discorso di Gettysburg, quando definì la fondazione della repubblica un processo di nascita:

 

Or son sedici lustri e due anni che i nostri avi costruirono, su questo continente, una nuova nazione, concepita nella Libertà, e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali.

 

La frase dichiarativa trasforma i «nostri padri» in madri (o forse in levatrici) che hanno partorito un figlio in un luogo indicato da un pronome dimostrativo, «questo continente». Il bambino era una «nazione nuova» – «nuova» in quanto «concepita nella Libertà» – eppure all’epoca in cui Lincoln pronunciò il discorso, la nazione doveva ancora realizzare la sua nascita (questo è il paradosso del suo discorso), nella misura in cui lo schiavismo contraddiceva la sua dichiarazione fondante:

 

Siamo ora impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata possa durare a lungo.

 

Guardiamo a ritroso a quella guerra come a un capitolo importante della storia americana; eppure nella mente di Lincoln essa ha rappresentato un momento cruciale della sua nascita, una «rinascita di libertà», come l’avrebbe definita nella chiusura del discorso.

Quale relazione aveva la repubblica americana con «questo continente» prima della Guerra Civile? Era originaria di quella terra? Non esattamente, poiché gli avi avevano concepito questa repubblica in astratto. I principi generali enunciati nella Dichiarazione d’Indipendenza potevano presumibilmente essere validi per qualsiasi repubblica, a prescindere dalla collocazione geografica. A Gettysburg, Lincoln fece niente di meno che radicare la nazione nel suolo nativo e dunque rese quel suolo nativo per la sua repubblica. Ma come?

La storia e la geografia si trovano insieme nel discorso di Lincoln in una puntuale coincidenza di tempo e di spazio. Il momento è «ora», nel cuore di una guerra civile; il luogo è «qui», sul campo di battaglia. La parola «qui» compare con sorpresa otto volte nelle quattordici frasi del discorso, e ogni volta si riferisce al suolo – «questo suolo» enfatizza Lincoln – dove ai caduti spetta l’ultimo riposo.

Dichiarando che i morti, attraverso la loro «devozione» alla dichiarazione fondante della nazione, avevano consacrato il suolo su cui si trovava, Lincoln collegò il sangue dei martiri della guerra al processo di nascita della repubblica americana, suggerendo che ora, per la prima volta nella sua storia, la nazione poteva confluire e mettere le sue radici qui, dove i caduti hanno presso possesso di «questo suolo», che a sua volta ha preso possesso dei caduti. È attraverso la consegna dei caduti al suolo del continente «che questa nazione, guidata da Dio, avrà una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non avrà a perire dalla terra.» O così sperava Lincoln a quel tempo.

Il paradosso – o la tragica ironia – della repubblica americana è il suo essere nata in modo imperfetto, o solo parzialmente; e sarebbe nata di nuovo, e non una ma molte volte, nel corso della sua storia futura. Un secolo dopo il discorso di Lincoln a Gettysburg, Martin Luther King, in piedi nella Riverside Church di New York, e nel mezzo di un altro conflitto che divideva l’America, rieccheggiò l’«ora» di Lincoln quando dichiarò, riferendosi alla guerra in Vietnam: «siamo di fronte alla pressante urgenza del momento». Poi rincarò: «E ora cominciamo. Ora dedichiamoci di nuovo alla lunga e amara – ma bella – lotta per un mondo nuovo».

La storia della nazione americana rappresenta una lunga e tortuosa lotta per rinascere nella concezione fondatrice di se stessa, e ancora oggi essa è ossessionata dalla sua nascita, combatte per la sua nascita, lotta per realizzare la sua nascita. Lincoln si domandava se «quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata possa durare a lungo», eppure una domanda non meno pertinente è se una simile nazione potrà mai nascere pienamente, o se la sua nascita rimane una prospettiva che si allontana in continuazione. Langston Hughes ha scritto una volta:4

 

L’America non è mai stata America per me,

Eppure faccio questo giuramento –

L’America lo sarà!

 

Gli spasimi della nascita dell’America non sono solo politici ma anche spirituali. Nel saggio Esperienza Ralp Waldo Emerson5 parla di una «eccellente regione della vita»6 dove tutto «è avvertito come iniziale e promette un seguito»7. Avvicinandosi ad essa, egli sente «un nuovo cuore che batte per l’amore di questa nuova bellezza»8. E aggiunge: «sono pronto a morire scomparendo dalla natura per rinascere in questa nuova ed ancora inavvicinabile America che io ho trovato ad occidente»9. Morire di natura qui non significa liberarsi del suo corpo fisico, non più di quanto «rinascere» voglia dire ascendere in un cielo ultraterreno. La nuova America in cui egli vorrebbe rinascere è qui, sulla terra. È intensamente presente nella terra, nelle acque e nei cieli del continente, eppure nonostante tutta la sua vicinanza circostante, rimane «immateriale». O irraggiungibile.

La frase «questa nuova ed ancora inavvicinabile America che io ho trovato ad occidente» evoca gli avi puritani di Emerson, che avevano fatto vela verso ovest sull’Atlantico verso un luogo che avrebbero chiamato «New England» Per new non intendevano una versione più recente dell’old, del vecchio. Intendevano piuttosto un ordine differente dal vecchio, nel senso cristiano di un nuovo «patto di grazia» che trascende e annulla il vecchio «patto delle opere». Molto prima che la repubblica nascesse come entità politica, i primi pellegrini puritani concepirono l’attraversamento dell’Atlantico come un battesimo simbolico che li preparava alla rinascita spirituale sul continente nordamericano.

Trovare questo genere di rinnovamento nel nuovo mondo era forse un’aspettativa impossibile, e spiega in parte quel profondo sentimento di delusione che scorre, come una generale corrente sotterranea, attraverso la società, la politica e la cultura americana. Molti puritani della prima ora si erano rassegnati alla delusione quando, negli anni trenta del XVII secolo, Anne Hutchinson10 e i suoi compagni antinomiani fomentarono tale dissenso nella colonia di Massachusetts Bay. I loro pastori, o così dichiaravano, predicavano ancora il vecchio patto delle opere. Invece, loro – i dissidenti – erano venuti in America per «camminare» nel patto della grazia. «Vogliamo il mondo, e lo vogliamo adesso» reclamavano. Non con queste precise parole, certo, bensì con un gergo cristiano tutto loro.

È impossibile verificare empiricamente quanto dello spirito antinomiano ­– o quanto delle incontenibili energie mentali che in seguito avrebbero permeato ciò che Harold Bloom definisce «La religione americana» in tutte le sue proliferanti confessioni – fu infiammato, nutrito o promosso dalla prospettiva della grazia che la natura fisica dell’America apre nell’anima. L’aspetto esasperante della terra, delle acque, dei cieli e di tutto quanto è incluso nelle «tessiture seriche dei nostri pomeriggi»11, come le definì Wallace Stevens, è che traboccano di suggestioni di paradiso, eppure al contempo la natura dell’America prende parte a quella recalcitrante «sostanza della realtà» che richiede «le mani callose degli operai» per diventare abitabile. All’inizio, i Puritani sembravano avere deciso che l’America poteva incarnare la sua promessa solo attraverso il lavoro, eppure la loro teologia sosteneva che la grazia (come dono di natura) è data gratuitamente.

Thoreau12 per esempio si rifiutò di condividere le delusioni dei suoi compatrioti, la loro «calma disperazione» la definì. Nel 1845 egli giunse sulle sponde del lago Walden e scoprì che essi avevano «un po’ frettolosamente concluso» che non c’era nessun Eden in America. Per due anni visse in un paradiso mortale (“mortale” perché «la morte è madre di bellezza: dunque solo da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni», citando ancora Mattino domenicale di Stevens. Come Emerson, Thoreau percepiva la presenza palpabile di qualcosa di salvifico nella natura americana. Con la nascita di ogni nuovo giorno egli avrebbe cercato di nascere dentro di esso, eppure per quanto presto si alzasse, la nascita era solo parziale. «Quell’uomo che non crede che ogni giorno contenga un’ora precedente, più sacra e aurorale di quella non ancora profanata, prova disperazione per la vita, e persegue una via in discesa verso il buio»13.

Il fatto che non ci si possa pienamente svegliare in essa – afferrarla e possederla – non è un motivo per rinunciare alla «rinascita della libertà» che, sotto forma di promessa, circondala Repubblicaamericana da ogni lato. L’«ambiente» – ciò che delimita, racchiude e circonda ­– è non solo la «sostanza della realtà» ma anche ciò che si è soliti chiamare lo «spirito della terra». Quello spirito inafferrabile ha una storia ambientale tutta sua.

 

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

 

 

1. Brown contro l’ufficio scolastico. Sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti, pubblicata il 17 maggio 1954, che ha dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche [Fonte Wikipedia] N.d.T.

2. La sede della casa di Thomas Jefferson, in Virginia. N.d.T.

3. «Sono grato al mio collega di Stanford, il geografo Martin Lewis, che, oltre ad avermi fatto conoscere il libro di Meinig (pubblicato dalla Yale University Press, 1986-2004), mi ha fatto capire fino a che punto i geografi hanno svolto per decenni, se non per secoli, il lavoro a cui si richiama Fiege».

4. James Mercer Langston Hughes (1902-1967), poeta, attivista sociale, romanziere ed editorialista americano. N.d.T.

5. Ralp Waldo Emerson (1803 -1803), filosofo, scrittore, poeta e saggista americano. N.d.R.

6. Ralph Waldo Emerson, trad. it. Saggi, Boringhieri editore, Torino, 1962, p. 312. N.d.T.

7. Ibid.

8. Ibid., pp. 312-313.

9. Ibid., p. 313.

10. Anne Hutchinson (1591 – 1643), teologa puritana, fondatrice di un gruppo dissidente del Congregazionalismo protestante del Massachusetts [Fonte Wikipedia]. N.d.R.

11. Da Mattino domenicale, trad. it. di Massimo Bacigalupo, in Harmonium, Einaudi, Torino, 1994. N.d.T.

12. Henry David Thoreau (1817 – 1862), è stato un filosofo, scrittore, poeta, diarista, saggista, insegnante, abolizionista, ambientalista, ecologista, agrimensore, resistente fiscale, naturalista e pacifista statunitense. Fu uno dei membri principali della corrente del trascendentalismo ed è principalmente noto per lo scritto autobiografico Walden. Vita nel bosco, una riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura [Fonte Wikipedia]. N.d.R.

13. Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco, (Salvatore Proietti, a cura di) Donzelli editore, Roma, 2005. N.d.T.

 

ROBERT POGUE HARRISON è professore di Letteratura italiana presso l’Università di Stanford. In Italia è noto per: Giardini. Riflessioni sulla condizione umana (Fazi, 2009), Il dominio dei morti (Fazi, 2004), Roma, la pioggia… A che cosa serve la letteratura (Garzanti, 1995) e Foreste. L’ombra della civiltà (Garzanti, 1992).

 

 

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