Andrea Segrè

451 parole: dono

Segrè ci porta a riflettere su come lo spirito del dono sia sostituire ai valori della società mercantile, i valori dell’altruismo e del rispetto per l’ambiente. Uno spirito, quello del dono, che significa anche riconoscere il debito ecologico, ridistribuire, riciclare, restituire alla Natura ciò che abbiamo preso in prestito.

Nei fallimenti dell’economia di mercato – resi più acuti e dolorosi dalla crisi che sta attraversando il mondo occidentale e il suo modello di riferimento, il capitalismo – emerge un (apparente) paradosso. Il dono, o più precisamente la sua economia, ripara o perlomeno mitiga i danni prodotti dal mercato. Possibile che un ossimoro, una contraddizione in termini – cos’altro è un economia gratuita – abbia questa funzione? Su cosa si fonda allora l’economia del dono?

Il dono è ciò che si dà agli altri volontariamente, senza aspettarsi ricompensa o restituzione. Supera sia il paradigma utilitarista o individualismo metodologico sia quello collettivista, e permette un diverso livello di lettura del valore dei beni: è il promotore di relazioni sociali che portano a un valore di legame. E il legame diventa più importante del bene stesso e si trasforma in strumento di scambio a tutti gli effetti. La “cosa” donata non è risarcibile perché il dono ricambiato non può essere disinteressato, acquista senso perché si trasforma in gesto disinteressato, di affermazione personale legata al piacere di perdere e strumento di piacere (il consumo di risorse si trasforma in potere che rinforza socialmente il donatore). Ma proprio per questo non si deve equivocare fra il dono inteso come atto morale – una beneficenza, un atto non economico – e il dono appunto come necessità economica. Anche perché il concetto di dono è di per sé sfaccettato e a volte ambiguo. Dono può significare la cosa che si dà o si riceve, ma anche un sistema complesso di convenzioni di scambio, di forme di distribuzione delle ricchezze e di elargizione.

In effetti l’economia, oltre all’accumulo di capitale e di oggetti, richiede anche il loro decumulo. Mentre il prestito e la compravendita sono atti mercantili ai quali corrisponde un’equivalenza di misure, il dono è l’atto economico incommensurabile che viola la sua misura, ma è altrettanto necessario alla sanità delle economie. Se tuttavia nelle economie antiche, per la ricomprensione dell’economia nella religione, il dono era un atto religioso, nell’epoca presente deve dimostrarsi efficace come atto puramente economico. Atto al quale non si è costretti dalla morale, come nella beneficenza, ma che corrisponde puramente alla sanità delle economie sostanziali: l’economia è costruita sull’accumulo mercantile e sul decumulo attraverso il dono, necessario per la salute delle economie1[1].

Nonostante la grande varietà di motivazioni possibili, i doni hanno in comune il fatto di non essere scambi spersonalizzati. Il fondamento del dono è che gli oggetti non siano staccati da coloro che li donano e rappresentano essenzialmente un rapporto sociale. Il dono inteso proprio come pratica di dare, prendere e ricambiare, cioè il principio della reciprocità, è stata posto da Claude Lévi-Strauss alla base della ricerca antropologica. Non a caso è stato detto: “Donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Maha¯bha¯rata), e anche: “Con il dono si mescola la propria anima a quella dell’altro” (Marcel Mauss)2[1]. Il dono diventa allora la “prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone3”[1]. È con Marcel Mauss che il dono diventa principio strutturante, collettivo, ritualizzante, motore della circolazione “materiale” dei beni pensato nella triade donare – ricevere – restituire, lontano quindi dal diventare baratto.

Nel dono allora si instaura un valore di legame: in fondo non si fa altro che tessere reti di relazioni che portano gli individui che vi aderiscono a conoscersi e a instaurare una catena di “debiti” che li lega fra loro. Individui che non saranno estranei l’uno all’altro, ma daranno vita a un “noi” che potrà agire negli spazi lasciati vuoti nella rete della socialità secondaria. Non a caso il dono, dalle rappresentazioni bibliche a quelle letterarie e fiabesche, è un atto che non si esaurisce in se stesso, ma istituisce una relazione aperta di tipo triadico e asimmetrico, molto diversa dal rapporto duale che si instaura nel baratto: il dono rispetta profondamente la legge della reciprocità, la quale consente di tenere conto non solo delle conseguenze, ma anche delle intenzioni che ne motivano l’azione. Tale bilanciamento si esprime in modo compiuto nel principio del dono come reciprocità, nel senso che “non si dà al fine di ricevere; ma si dà così che l’altro possa dare”[1].4

Anche nella letteratura del Novecento le rappresentazioni del dono moderno riguardano soprattutto i rapporti di parentela, di vicinato, di amicizia. Spesso è sottesa l’esaltazione di un valore non proprio economico, come quello dell’appartenenza, dell’affetto, della cura. Come ad esempio nel romanzo dello scrittore americano O. Henry Il dono dei Magi (1906), nel quale, in un contesto in cui si parla in maniera ossessiva di soldi, viene narrata la storia fra due innamorati che, per potersi fare un regalo di Natale a vicenda, sacrificano ciascuno ciò che darebbe valore al dono dell’altro. Dapprima presentati come due sciocchi, alla fine i due protagonisti vengono riabilitati come due veri Magi del tempo moderno[1]5.

Il principio di reciprocità rinvia al paradigma del dono perché esso è il fondamento della reciprocità e viceversa e quindi introduce un ciclo illimitato di azioni reciproche, le quali sono alla base del legame tra le persone coinvolte e fondative della vita sociale come vita comune. Proprio perché il dono costituisce una trama di rapporti personali e sociali ed è una forma di scambio, esso è fondativo del valore simbolico, in cui la dimensione economica non è separata dalle altre dimensioni (sociale, religiosa), ma è intrinseca a queste e, perciò, diventa simbolica. Questa terza categoria di valore consente di evidenziare “che i beni e i servizi valgono anche, e talvolta in maniera preponderante, in funzione della loro capacità di creare e riprodurre relazioni sociali […] [e] che il legame è più importante del bene”6[1]. Nel dono è il valore di legame ad essere sottolineato, mentre il valore di scambio è minimizzato.

Dunque, come sostiene Stephen Sterling, se veramente vogliamo avere una chance rispetto al nostro futuro e alla sostenibilità, abbiamo bisogno di pensare in maniera “relazionale”[1]7. Lo spirito del dono è sostituire ai valori della società mercantile, della concorrenza crudele, dell’accumulazione senza limiti, dell’ognuno per sé, i valori dell’altruismo, della reciprocità, della convivialità e del rispetto per l’ambiente. L’abbondanza combinata con l’economia del singolo invece che l’economia del noi, del “ciascuno per sé” produce miseria, povertà, carenza di legami, mentre la condivisione nella frugalità e nella sufficienza porta alla soddisfazione  e al ben avere di tutti.

Uno spirito, quello del dono, che significa anche riconoscere il debito ecologico, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare, restituire alla Natura ciò che abbiamo preso in prestito.

Se facciamo nostro questo modo di pensare e agire “in economia” vediamo che il dono è ovunque e si moltiplica. Moltiplichiamo il dono e otteniamo il per-dono: dono per dono, uguale perdonare. Con il dono – come parola – possiamo anche giocare, ma non lo dobbiamo perdere come economia. Soprattutto non dobbiamo perderci nel donismo della società dei consumi, avendo oramai perso la potenza arcaica dello spirito del dono, che implica l’interesse per gli altri. Non a caso il concetto di dono è caratterizzato da un’ambiguità semantica dovuta al fatto che la radice “dō” significa dare o prendere a seconda del contesto d’intenzione dei parlanti[1]8. Nelle antiche lingue anglosassoni il termine gift significava dono ma anche veleno: proprio come la mela di Biancaneve (gift in tedesco conserva principalmente il significato di veleno, in inglese quello di dono e in olandese mantiene entrambi i significati). Quasi a esprimere tutta l’ambiguità di un gesto la cui generosità va maneggiata con cautela, ma esprime anche quanto la pratica e la concezione del donare siano atti profondamente radicati nelle relazioni sociali.

Questa enorme potenza sociale deve restare ancora viva in una società di mercato come la nostra, dove apparentemente non c’è più posto per la gratuità. Perdere e perdonare: non deve essere una nuova equazione, e neppure una nuova moltiplicazione. Non perdiamo il dono e questa è una enorme scommessa che dobbiamo vincere. Ma nelle parole il rischio c’è, sempre. Dobbiamo dunque “pulirle”: un’operazione oggi sempre più indispensabile.

Del resto, il “dono”, per mezzo del “principio di perdita” si declina nella dimensione della dispersione, nella soppressione della misura. Viene eletto a luogo di senso della vita umana che può affrancarsi dalla mercificazione dei rapporti interpersonali e diventare il “dono” della vita (della propria vita), simmetrico al “dono della morte” (la vita dell’altro) dove il puro “dono” incrocia la figura del “sacrificio”, obbligo intransitivo senza condizioni.

E poi non dimentichiamo che il primo dono storico dell’umanità è stata la manna di biblica memoria, “il pane dei cieli”, il nutrimento donato perché indispensabile alla vita, slegato dallo scambio, uguale per tutti, e dove tutti avevano la stessa possibilità di scelta, né primi, né ultimi, nessuna rivalità, nessuna competizione. Quel pane, progenitore di tutti i pani che da quella ricetta dettata da Dio continua ad essere l’alimento base dei popoli, racchiude in sé il più alto valore simbolico dello spirito di fratellanza, perché “piove dal cielo condito di regole e istruzioni per l’uso” dettando una legge di pace: tutti devono averlo in parti uguali, e non si possono fare scorte, dopo un giorno marcisce. In questo modo non può essere oggetto di scambio e nemmeno di controversie per ingiustizie di distribuzione. Qui sta tutto il senso del cibo come valore di nutrimento. E a questo valore si unisce il principio che dovrebbe oggi guidare, ma avrebbe dovuto farlo da sempre, la nuova e necessaria visione dell’uso del cibo: chi ne ha di più deve darlo a chi ne manca, per riportare una giustizia e un equità reclamate dall’inizio dei tempi, diventando portavoce di quel distributore divino. Suddividere in parti scrupolosamente uguali. Che nessuno si senta l’ultimo della lista, col rischio di ricevere di meno o di scarto, evitando così resse allo sportello. La manna ovvero il cibo indispensabile deve dare e non levare dignità al bisognoso9[1]. Un utile insegnamento. Un esempio di economia giusta.

1. Geminello Alvi, Le seduzioni economiche di Faust, Adelphi, Milano 1989, p.135.

2. Marcel Mauss, The gift, Routledge, London 2009 (IX ed.)

3. Jacques T. Godbout, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 2002 (2a ed.).

4. Stefano Zamagni, L’economia delle relazioni umane: verso il superamento dell’individualismo assiologico, in P.L. Sacco e Stefano Zamagni (a cura di), Complessità relazionale e comportamento economico. Materiali per un nuovo paradigma di razionalità, Il Mulino, Bologna 2002, p. 113.

5. “Dono” in: Dizionario Letterario, UTET, Torino, p. 665.

6. Alain Caillé, Il terzo paradigma, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 79-80.

7. Stephen Sterling, Ecological Intelligence, in Arran Stibbe The handbook of sustainability literacy. Skills for a changing world, Green Book, Foxhole 2009, pp.77- 83.

8. Émile Benveniste, Dono e scambio nel vocabolario indoeuropeo, Einaudi, Torino, 1981.

9. Erri de Luca, Gennaro Matino, Almeno cinque, Feltrinelli, Milano 2008, p.4.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata

e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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