Andrea Segrè

451 parole: eco-eco

Eco-eco: ecco, oggi tutto è “eco”, doppiamente eco. Un prefisso che colora di verde ciò che precede. Sinonimo di richiesta naturalità, che non a caso si sta propagando proprio come un’éco. Tanto che, analogamente al fenomeno acustico, si riflette da una “cosa” (ostacolo) all’altra. E fa rumore. Qualche esempio: le automobili sono eco-fuel, per le abitazioni c’è l’eco-housing, gli orologi hanno l’eco-drive, e poi si passa dall’eco-cucina all’eco-turismo, dall’eco-informatica all’eco-maratona … anche il lavasecco può, anzi deve essere “eco”. Siamo all’eco-euristica: basta dunque un prefisso colorato, e gridato, per risolvere le questioni ambientali del mondo? È sufficiente una cosmesi semantica di una sempre più richiesta pretesa di naturalità per arrestare il riscaldamento climatico, l’inquinamento atmosferico, il dissesto idrogeologico? No, evidentemente. Eppure, proprio una nuova grammatica dell’“eco”, anzi un eco-grammatica, potrebbe portarci a una vera rivoluzione. Proviamo a vedere come prendendo le due parole che contengono l’“eco” più in voga e anche più in crisi: eco-logia ed eco-nomia.

Obiettivo? Trovare una nuova parola, o più precisamente una nuova combinazione fra le due “eco”, per uscire dalla crisi. Da un prefisso raddoppiato la strada verso un nuovo paradigma dello sviluppo fondata su una nuova etica-estetica – altra doppia “e” – che ci porti ad un vero cambiamento.

Del resto, ormai è chiaro: è in crisi un modello, in Italia come in Europa e nel mondo che si autodefinisce sviluppato. L’economia non cresce più, crescono soltanto le disuguaglianze e le ingiustizie da una parte e la paura che i mercati finanziari, simbolo dell’economia virtuale, ci puniscano dall’altra colpendo l’economia reale. Chi sarà il prossimo paese ad essere colpito? Grecia, Portogallo, Spagna, Italia chi sarà il prossimo sotto tiro? Un’insicurezza che ci fa subire passivamente un progressivo peggioramento delle nostre vite: paura virtuale e malessere reale. Abbiamo ceduto la nostra sovranità di cittadini, di Stati, dell’Unione. Eppure sappiamo da tempo che la crescita illimitata, che sottende il funzionamento di questo mercato più virtuale che reale, non funziona più. Le risorse naturali – il suolo, l’acqua, l’energia – sono limitate. Dunque anche la produzione e i consumi materiali, fondamento dell’accumulazione continua misurata dal Prodotto Interno Lordo, deve essere finita. Non deve finire o ridursi, deve cambiare e seguire altri ritmi e valori diversi. Nuove produzioni, nuovi consumi, nuovi lavori. È una legge fisica prima che economica, dato che l’accumulazione veloce e lineare porta ai rifiuti e allo spreco. Che aumentano progressivamente, con le loro esternalità ambientali ed economiche sempre più insostenibili. Prima di sbattere contro un nuovo muro, bisogna dunque cambiare strada.

La crisi da crescita ipertrofica è l’occasione – se vogliamo proprio vederne il lato positivo – per cambiare parole, azioni, politiche. Siamo preparati e pronti: la società civile è molto più avanti delle forze politiche ed economiche, così refrattarie fin quasi ostili ad ogni cambiamento. La consapevolezza che abbiamo raggiunto sui limiti ecologici del nostro pianeta è in crescita, questa sì. Dobbiamo mantenere, conservare con cura, tutte le grandi conquiste dell’umanità. Ma eliminare tutto quel ciarpame inutile che sta riempiendo le case, le città, le campagne, il vuoto delle nostre vite.

Fatta questa premessa partiamo allora dal linguaggio, dalla sua forza evocativa e dalla sua ricchezza di sfumature, considerando qui l’eco-nomia, termine ambiguo, almeno nella dizione italiana. Che non distingue bene i fatti economici, economy in inglese, e la teoria economica, economics. Da sola, una scienza triste. Così depressa, da essere quasi morta. Agonia favorita dalla sua spiccata innaturalezza, macchinosità, mania di grandezza, e anche dalla lunga separazione dalle altre scienze. Le contestazioni indignate hanno riscoperto la sua vanità, inutilità, iniquità. Nonostante nel tempo, per non lasciarla sola, sia stata accompagnata da un colore, un aggettivo, un sostantivo, l’economia della nostra epoca – idealizzata nel capitalismo e nel mercato – è sempre più in crisi, diventata sinonimo di sviluppo non sostenibile1.

In questa prospettiva è assai interessante il percorso indicato nel libro Progettare la sostenibilità: per un laboratorio permanente, che include un’analisi delle parole utilizzate nel dibattito sulla sostenibilità2. In particolare l’analisi della parola eco-nomia formata dai termini greci oikos che indica la casa, il luogo in cui si vive e nomos, cioè la legge. Proviamo allora ad “ascoltare” queste parole greche: in ogni nostra parola ne risuonano altre nelle quali gli uomini hanno pensato e costruito  gli stessi concetti che ora crediamo nostri. Le parole ci rimandano l’eco di qualcosa su cui i nostri stessi pensieri hanno preso forma. Proviamo allora a scoprire questi pensieri che raccontano le parole oikos-nomos (economia)3.

Oikos (casa) e Nomao, Nemo (distribuire, amministrare), questi ultimi considerati nell’ambito del Nomos, ovvero l’usanza, la legge. Vi sono però diversi ambiti in cui si è andata a collocare l’antica parola da cui proviene il Nomos.

Nomos come sottomissione: Nominos indica colui che è rispettoso della legge. Da cui il latino Numen, ovvero la potenza non configurata, extra-razionale, che ispira terrore ed attira. Il Numen è la potenza divina. Ci si sottomette perché si ha timore: il termine greco Nemesis è il castigo, la vendetta divina, è la dea che impartisce il destino agli uomini, la dea della vendetta.

Nomos come lo spazio oltre la casa:il greco Nemos è il bosco. Nomas è il pastore errante, il nomade: che appunto è errante come la scrittura celeste, come  il percorso degli astri nel cielo che indica la legge della vita sulla Terra (nell’Oikos). Il latino Nemus è il bosco sacro in cui si celebrano i riti: lo spazio sacro è spazio separato dall’Oikos, è spazio di intermediazione, appartiene al Nomos, dunque.

Nomos come il distribuire: il greco Nemo, distribuisco, pascolo, possiedo, abito, curo, amministro, governo, stimo, ritengo, indica l’assegnare a ciascuno una parte secondo le regole, secondo il Nomos, appunto. Nemomai è l’attribuire a se stessi. L’attribuirsi, aggiudicarsi, presente nel greco Némomai ha un senso soprattutto pastorale, ovvero un’attribuzione di terreni, ma si riferisce anche ad abitazioni, vi è dunque anche il senso dell’abitare.

Infine, Nomos come Legge, Norma. Nomizo è il seguire un’usanza (in latino Mos è il costume). La radice Nam da cui viene il Nomos, indica il limite concesso all’uomo dalle acque cosmiche, Na. “Nam è la misura di quanto è stato destinato a ciascun uomo dalle acque”.

Ma è il termine Oikos che forse più ci interessa. Vesa, oikos, vicus deriva dal termine indoeuropeo  Vesa, cioè casa. Ancora, la radice è Viś: il “Separarsi da” (vi) e “Legarsi con” (ś); “l’Entrare dentro”; il “Pervadere”; “l’Essere attivi”; il “Vivere in comunità”, ci porta a pensare che la radice sembri suggerire un senso di “abbandonare qualcosa” per legarsi ad un certo habitat, una certa comunità. Però indica anche un “Essere Attivi”: l’abitare la “Casa” che la radice sembra suggerire è un “abitare attivo”, avere attivamente cura del luogo in cui si vive. Nel greco Oikos vi è l’Abitare, la Casa, ma anche la Patria (oikade), sia come struttura materiale (oikodomos è l’architetto) sia come ambiente famigliare (oikogenes).

Il latino Vicus indica l’isolato, il Vicinus è colui che abita lo stesso quartiere o villaggio, mentre il Viculus è la borgata, il vicolo appunto. In Oikos dunque troviamo la casa della famiglia e della comunità. La Casa che è in Oikos, è un habitat costruito e curato artificialmente, che attivamente occorre mantenere distinto dalle avversità della natura.

L’assegnazione dell’Onoma, del nome, in cui è inscritta la stirpe e la potenza, circoscrive lo spazio della casa di cui occorre aver cura attivamente. L’oikos-nomia è quindi l’assegnazione del nome, e dunque dell’identità alla casa, da quanto sta scritto ed è assegnato a ognuno dalla scrittura celeste, e che le acque cosmiche delimitano. Economia allora sarebbe la sapiente e attiva azione di contenimento e distribuzione delle acque in rapporto alla terra, onde sfruttarne al meglio i benefici, le cui eccedenze devono essere sapientemente distribuite nei tempi e nei luoghi in cui ciò si rende necessario affinché l’intera comunità non sia sommersa e spazzata via dalla potenza distruttrice del Numen cui non si è resa la dovuta obbedienza.

Ecco il punto centrale che diventa un obbligo morale per tutti: l’economia è solo una piccola parte dell’ecologia, il nostro eco-mondo, la nostra grande casa: il mondo è la casa grande, la nostra economia è la casa piccola. Che sta dentro il mondo, anche se quasi tutti sono convinti del contrario4. È dunque una questione di prospettiva e di proporzioni. Non è vero che l’economia non serve più. Ne serve di meno e dovrà essere diversa. Intanto scambiare il sostantivo (economia) con l’aggettivo (ecologia) è una grande rivoluzione, non soltanto grammaticale, ma di metodo e appunto di prospettiva. L’economia entra nell’ecologia. Diventa un suo capitolo, uno dei tanti. È al suo servizio e a quello degli esseri umani. L’eco-logia sorge come l’identificazione del pianeta con l’Oikos dell’uomo, e l’etica si riaffaccia alle soglie degli algoritmi economici. La crisi del pianeta diventa la grande opportunità dell’uomo di riproporre l’Oikos al centro dell’agire ma dentro un contesto ben definito.

Economia ed ecologia dunque sono strettamente legate, indissolubilmente: tanto più adesso, essendo entrambe a debito; stiamo progressivamente erodendo il nostro capitale economico e quello naturale. Economia ed ecologia sono comunque destinate a convivere, per sempre. Invertendo le parti tuttavia, la seconda deve stare nella prima. Per diventare il suo aggettivo, scolorando quel rosso artificiale: le nuove sfumature dell’ecologia economica. È questa la vera sfida, per un futuro più roseo.

Il viaggio etimologico che abbiamo fatto entrando nelle radici antiche dei termini che compongono la parola “economia” ci restituisce il rapporto fra consuetudine, modo di vita, etica ed economia in termini dialettici, dove l’armonia fra l’agire umano e l’ambiente è sostanzialmente in equilibrio o naturalmente tale5. Dobbiamo dunque recuperare il significato originario di Casa, di Oikos come “bene comune”, come luogo di un coabitare in armonia la casa madre, la terra, l’ambiente.

Si rafforza così il convincimento che dobbiamo cambiare prospettiva e proporzioni. Rimettere al centro del mercato non l’economia ma l’ecologia: il grande cerchio della natura, il racconto della vita, il mondo delle relazioni fra gli esseri viventi e il pianeta che ci ospita. La rinnovata tensione verso un equilibrato rapporto uomo-natura, di nuovi rapporti di reciprocità fra gli individui, che abbiamo visto percorrere la cultura occidentale fin dagli esordi, riappare oggi nei termini di diffusa domanda di nuove azioni e nuove politiche agenti sull’equilibrio fra uomo ed ambiente6. L’aver attivamente cura del luogo in cui si vive, riapre la prospettiva a un’economia intrinsecamente etica, espressione di una rinnovata ricerca di equilibrio sostenibile, coerente, con le dinamiche dell’ambiente in cui ci si muove e da cui si trae vita.

1. A. Segrè, Economia a colori, Einaudi, Torino 2012, p. 6.

2. F. Armieri, T. Compiani, R. Fazioli, A. Negrini, A. Pianura, S. Rangoni, P. Vecchia, Progettare la sostenibilità: per un laboratorio permanente, Natural Network, San Lazzaro di Savena, Novembre 2012, pp.144.

3. F. Armieri e altri, op. cit. pp. 20-23.

4. A. Segrè, Economia a colori, Torino, Einaudi 2012.

5. F. Armieri et al., op. cit., p. 24.

6. F. Armieri et al., op. cit. p. 25.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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