Andrea Segrè

451 parole: fiducia

Fiducia, da “fidere”, avere fede. In una persona, fondamentalmente, o anche nel buon successo di chicchessia, fondato su segni o argomenti certi o molto probabili: così il dizionario etimologico. Per come vogliamo trattarla qui, la fiducia non ha tanto a che fare con uno stato emotivo. Piuttosto è la misura delle proprie aspettative nei confronti del comportamento altrui.

Da diversi anni ormai sembra che abbiamo perso fiducia: nei mercati, nella politica, nel mondo. Fino ad arrivare alle relazioni umane, questo è il rischio che stiamo correndo. Una crisi non più solo economica, ma di fiducia nell’altro, nella vita, nel futuro, nella speranza. Siamo in una situazione in cui viene a mancare fiducia nella convivenza e di conseguenza anche nella democrazia, dice Enzo Bianchi nel suo ultimo libro Fede e fiducia: una democrazia che non lascia spazio all’arte della fiducia, fallirà certamente1.

Nell’ultimo mezzo secolo mentre la ricchezza dei paesi occidentali ha continuato a crescere – anzi, si sono diffuse vere e proprie malattie sociali come ansia e depressione – la società è entrata in crisi e sono drasticamente diminuite la fiducia negli altri e la fedeltà ai valori comunitari. Negli ultimi anni nei paesi cosiddetti ricchi è aumentata la schiera dei cosiddetti frustrated achievers: arricchiti scontenti, appunto. Cioè l’effetto positivo del reddito personale sulla felicità individuale è via via decrescente. E allora? Intanto, come sostiene Richard Layard2, forse dovremmo tentare di monitorare lo sviluppo della felicità dei nostri paesi con la stessa attenzione con cui teniamo sotto controllo la crescita del Prodotto interno lordo. Che poi – come indicatore si intende – non rappresenta tutto: o meglio è soltanto un accumulatore di ricchezza materiale. Il reddito pro-capite oltretutto, una media dunque, non riesce a cogliere molte delle dimensioni importanti che contribuiscono alla felicità collettiva. I tentativi fatti finora accendono una nuova luce «per contare ciò che conta». Del resto Einstein diceva che «le cose che contano non si possono contare».

Ma non serve fingere: anche se da qualche settimana i mercati finanziari guardano con fiducia all’Italia, promossa a fine maggio dall’Unione Europea – che ha chiuso la procedura di deficit eccessivo, riconoscendole un importante riconoscimento per il notevole sforzo fatto in questi ultimi anni in materia di conti pubblici3 – e se il «calo degli spread dimostra che la fiducia dei mercati sta tornando e la minaccia esistenziale per l’eurozona è superata», come ci dice il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, l’ansia e la paura suscitate da quanto è accaduto nell’ultimo decennio continuano a influenzare le nostre vite.

Ma non bisogna smettere di sperare. Ce lo ricorda proprio il massimo rappresentate della fede, Papa Francesco, quando il 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente promossa dalle Nazioni Unite, ammonisce sugli effetti di un sistema dominato dai soldi che sacrifica uomini e donne al profitto e al consumo: «Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare giusto valore, che va al di là dei meri parametri economici. Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato alla mensa di chi è povero, di chi ha fame! Invito tutti a riflettere sul problema delle perdite e dello spreco del cibo per individuare vie e modi che, affrontando seriamente tale problematica, siano veicolo di solidarietà e di condivisione con i più bisognosi»4.

In effetti abbiamo bisogno di tornare a credere, di tornare ad avere fiducia, come di nuovo ci suggerisce Enzo Bianchi, evocando un’immagine familiare, ovvero quella della credenza: un mobile presente all’interno delle nostre case che normalmente conteneva i piatti, le vettovaglie, un mobile su cui appoggiare i cibi freddi, un mobile con una sua centralità e autorevolezza sul quale si mangiava. E che dava fiducia. Essa infatti, concetto familiare e intuitivo, ha un valore teorico estremamente importante. Già dagli scritti classici di Hume e Locke si sostiene il suo ruolo fondamentale come unico e vero elemento capace di rendere sostenibile un sistema di rapporti convenzionali, di regole di convivenza. Essa è uno degli elementi cardine che rendono possibile le relazioni tra le persone, fulcro di ogni possibile scambio, anche economico.

Ma come possiamo allora rispondere alle donne e agli uomini di oggi che continuano a porre la domanda di “come vivere?” Come tornare ad avere fiducia cambiando modi di pensare e di agire, soprattutto dopo questa crisi economica che ci ha lasciato (e forse non ancora) pieni di ansie e senza prospettive?

Continuare a parlare di crescita non basta, perché non avvantaggia tutti automaticamente. Anzi, come sostiene Joseph Stiglitz5, la crescita è una delle cause della povertà e della disuguaglianza. Ma la crescita può darci lo spunto, e le risorse, per affrontare alcuni problemi che ci stanno a cuore, quelli più difficili, come appunto la povertà o gli sprechi. Non è dunque la crescita la soluzione, quanto quale tipo di crescita scelgo di incoraggiare. Costruendo per esempio un mondo dove si può sostituire quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare, e non soltanto perché si tratta di un anagramma: il dono, la gratuità, che porta alla relazione e alla reciprocità. È possibile allora far funzionare i mercati in modo da promuovere maggiore uguaglianza, e/o quindi farli funzionare meglio, creando ad esempio le condizioni per una «maggior uguaglianza di opportunità»6. Possiamo quindi sommare al valore d’uso e di scambio dei beni, che denotano il mercato così come lo concepiscono i più, il valore di relazione e aumentare dunque il capitale relazionale. Che poi si consuma tutto e non si spreca. È uno scambio anche questo, soltanto che ce ne siamo dimenticati. Il capitale del futuro, quello che merita investimenti perché darà veri frutti, deriva proprio dal terzo valore del mercato, quello dimenticato: la relazione. Si tratta di ripristinare un ordine, una sequenza: mettere al primo posto il valore di relazione e ridurre il peso del valore di scambio e del valore d’uso. Così il mercato sarà altro e più umano. Lo scambio di anime, che porta il detentore di un surplus a donare ciò che ha in eccesso a chi, invece, è in deficit, va oltre il bene stesso.

È dunque nello scambio che si trasmette la fiducia, e quindi la cooperazione, scavalcando il proprio interesse. Nell’economia di relazione della società sufficiente allora le quantità della produzione e dei consumi dovranno diminuire laddove abbondanti e aumentare se carenti migliorando invece, per tutti, la qualità. E allora saranno produzioni e consumi nuovi, diversi, sostenibili. E dentro la qualità potremmo ritrovare la sicurezza, il lavoro, il tempo, la relazione, noi stessi e gli altri. Pensando quindi non al nostro bene personale (voglio quello che è bene per me e magari anche subito), ma allargando l’orizzonte all’interesse personale degli altri, al benessere comune che, come sosteneva Adam Smith, è di fatto condizione inevitabile per il proprio vero benessere7. Insomma: prestare attenzione agli altri non fa bene solo a se stessi, ma può far bene anche all’economia.

Non a caso infatti un gruppo di scienziati, psicologi, neurobiologi ed economisti americani, è riuscito a registrare nel cervello umano un segnale che rivela sensazioni piacevoli quando una persona decide di essere generosa con un’altra, soprattutto quando, in condizioni di incertezza, decide di dare fiducia liberamente al prossimo. Analizzando in modo combinato due cervelli con l’iper risonanza magnetica funzionale, è emersa la corrispondenza dei segnali cerebrali fra benefattore e beneficiato. Se noi ci siamo dimostrati generosi, anche l’altro risponderà con generosità.

Insomma, in barba a chi sostiene che gli istinti brutali ed egoistici ci vengono dalla biologia, mentre tutti gli impulsi nobili sono esclusivo frutto del patto sociale, trarre piacere dal benessere altrui e godere del ricambiare generosità è una soddisfazione se non proprio carnale almeno cerebrale. Il che, se non sconfessa totalmente le radici biologiche della natura umana, almeno ci solleva l’animo e la mente facendoci sperare in un futuro migliore per l’umanità8.

Prima di agire allora sui grandi sistemi economici e politici, torniamo ad avere fiducia partendo da noi, dal nostro piccolo mondo, dai nostri stili. Edgar Morin ci ricorda che una società ha bisogno, per emergere, di una politica di civiltà e di una politica dell’umanità che si sostituiscano alla politica dello sviluppo9, e per questo ritengo importante sostenere il bisogno di valori e di trasparenza, quest’ultima intesa come franchezza, integrità, onestà, correttezza, apertura, rispetto delle regole e a tante altre cose che ci permettono di rapportarci correttamente con gli altri e con l’ambiente, tornando ad affermare la stretta connessione (come ci dice l’eco-psicologia) fra sé e natura. In pratica, si tratta di sostenere e alimentare tutti i processi che stanno alla base della valutazione e dell’informazione, garantendo visibilità nei criteri, facendoli conoscere con chiarezza a tutti i soggetti. Attraverso questo percorso, concettualmente conosciuto, ma raramente praticato e alimentato nel tempo, potrà essere possibile riconoscere e valorizzare anche le “risorse interiori” delle persone (eticità, altruismo, creatività, lealtà), oggi così trascurate, eppure così importanti per ricostruire la fiducia generale e per cercare di uscire da questa crisi. Provando a ragionare come l’ottimista di questa barzelletta di Moni Ovadia10: «Andrà sempre peggio!» grida il pessimista. «Non può andare peggio», risponde l’ottimista.

1. Enzo Bianchi, Fede e fiducia, Einaudi, Torino, 2013.

2. Richard Layard, Felicità. La nuova scienza del benessere comune, Rizzoli, Milano 2005.

3 www.ilsole24ore.com (notizia del 30 maggio 2013)

4 Papa Francesco, “Le parole di Pietro”, in ‘Avvenire’, 6 giugno 2013, p. 3.

5. Joseph E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino, 2013.

6[1]. Stiglitz, op. cit., p. 451.

7. Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano 1995.

8. Andrea Segrè, Lo spreco utile. Trasformare lo spreco in risorse con i Last Minute Market Food e Book, Pendragon, Bologna 2005.

9. Edgar Morin, Etica, Raffaello Cortina, Milano 2005.

10. Moni Ovadia, “Quando i comunisti ridevano!”, ‘La Repubblica’, 22 aprile 2007.

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.
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