Andrea Segrè

451 parole: Tempesta

Sono tempi, quelli che stiamo vivendo, tempestosi. Un tempesta senza fine, pare. Uno stato continuo di turbamento, di agitazione, di alterazione, di incertezza. Un tempo scandito, tutti i giorni, dai ritmi altalenanti della Borsa, che con precisione ci aggiorna sugli andamenti economico-finanziari italiani, europei ed internazionali: un effetto domino che scuote le Borse virtuali e i Paesi reali, le persone e le loro vite. Una crisi profonda che non ha ancora toccato il fondo e che ci ha portato ad uno stato di generale insicurezza, collettiva e individuale. Un tempo scandito anche dalla variabilità atmosferica che alterna lunghi periodi di caldo a intense precipitazioni, seguendo i ritmi del cambiamento climatico orami riconosciuto anche dagli scienziati più scettici.

Tempesta è tuttavia un evento estremo che lega, non soltanto nella parola, economia e meteorologia, ma diventa anche una lettura della crisi attuale: proprio nel significato delle parole e dei fatti, apparentemente imprevedibili. Dobbiamo credere a questa imprevedibilità estrema? Dobbiamo abituarci alla crisi e alle sue conseguenze? È tutto così casuale, ineludibile tanto da diventare praticamente normale?

Eventi estremi appunto, in meteorologia e in economia: due scienze nate assieme, non a caso – come ci ricorda Luca Mercalli – fra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento. La prima in grado di prevedere l’imprevedibile. Pensiamo solo a come sono diventate precise le previsioni del tempo, a tal punto che chi si è trovato in Inghilterra sa addirittura a che ora pioverà e quando smetterà. Negli ultimi decenni infatti l’attendibilità delle previsioni meteo ha fatto passi da gigante: dal 1975 ad oggi l’affidabilità sul primo giorno di previsione è passata dal 60% a più del 90% e sono ormai numerosi in tutto il mondo gli esempi di eventi meteorologici estremi (ricordiamo ad esempio l’ultimo uragano Irene negli Usa dell’agosto di quest’anno) la cui corretta previsione ha consentito di salvare vite umane e di gestire l’emergenza nel modo migliore. Ma, mentre la meteorologia si basa su leggi fisiche che da miliardi di anni governano il funzionamento del mondo reale, l’economia cerca di rendere matematicamente rigoroso ciò che non lo è, ovvero comportamenti e frivolezze umane1. Non è un caso dunque che mentre il Meteo ci “prende” sempre di più, cioè le previsioni si avverano e anticipano i capricci del tempo, le previsioni Eco invece sono (troppo) spesso sbagliate o arrivano tardi, quando il danno oramai è fatto.

In realtà ci sono molte, troppe e non casuali analogie. Tanto che il sociologo dell’economia Tonino Perna, nell’introduzione del suo ultimo libro, nota proprio il legame nel linguaggio della Borsa e del Meteo: sono appunto gli eventi estremi che si uniscono nei termini. Allora, fra i tanti possibili esempi, ne cita alcuni significativi. Da una parte l’economia e la politica, riferendosi al crollo degli indici di Borsa in Europa e negli USA, dice: “Ci sono ancora rischi di una improvvisa emergenza per una inaspettata turbolenza sui mercati finanziari” (Jean-Claude Trichet, presidente della Bce); “Stiamo sperimentando ‘turbolenze’ che un anno fa non avrei neppure sognato”(Angela Merkel, premier tedesco, 23 novembre 2010). Dall’altra la meteorologia prevede una “Turbolenza atlantica in arrivo sull’Europa del sud”, 22 novembre 2010, servizio meteo di Sky). Da una parte vengono “Bruciati 145 miliardi di euro” (Sole 24 ore, 7 febbraio 2008); “Aiutateci a spegnere l’incendio, o bruceremo tutti” (il primo ministro Papandreou, 28 aprile del 2010, durante le fasi più delicate della speculazione finanziaria che ha colpito la Grecia). Dall’altra un altro tipo di incendio, indotto da vento e siccità, miete tante vittime, soprattutto in Grecia e in Russia. È dal 2007 che il verbo “bruciare” ha avuto un’eco mondiale, ripreso da notiziari e dai giornali di tutto il mondo occidentale. Bruciano le foreste e i titoli di borsa, allo stesso modo. Gli uragani sono bolle atmosferiche, ma anche bolle finanziarie2

Di fronte a queste analoghe “tempeste perfette” – tanto l’ondata di maltempo che ha colpito l’East Coast nel febbraio 2010, quanto il crollo della Borsa di Wall Street nel settembre del 2010 – abbiamo bisogno di chiarimenti e magari di qualche rassicurazione. E dell’impegno degli scienziati e degli esperti, tutti. Altrimenti ci abitueremo a considerarle dei fatti “naturali”, delle semplici coincidenze cui abituarsi. Sarà la “naturalizzazione dei mercati”, secondo un’azzeccata definizione di Tonino Perna. Invece questi fenomeni non sono naturali, bensì economici, sociali, politici, culturali, influenzati dai comportamenti umani. È questo il punto. Ma vale la pena approfondire un po’ il ragionamento.

Del resto, fare previsioni non è facile, perché le variabili in gioco nella crisi economio-finanziaria mondiale così come in quella ecologica-metereologica sono molte, troppe. Ma sicuramente una domanda che ci siamo posti tutti è la seguente: si poteva prevedere quanto sta accadendo?

In realtà, uno dei compiti attuali degli esperti di economia consisterebbe non solo nel cercare di capire ciò che sta accadendo, ma anche di cercare di spiegare questa situazione all’opinione pubblica utilizzando un linguaggio semplice (ma non banale) e nello stesso tempo comprensibile. Ciò che riguarda tutti deve, dovrebbe diventare patrimonio informativo e conoscitivo di tutti. Ma a volte non è così. La sensazione di molte persone è che in riferimento alla crisi finanziaria mondiale si stia evitando accuratamente di parlarne in modo comprensibile: una mossa strategica per non far sapere alle persone cosa sta succedendo realmente, o per evitare il panico generale. In fondo conviene sapere se e quando arriverà un temporale, ma forse potrebbe non essere conveniente conoscere se i conti pubblici sono in pari e se stiamo uscendo o no dalla crisi. Così sentiamo che la crisi è finita, la ripresa è iniziata, la crescita continua. Ma non è così.

Allora i lettori attenti hanno colto una bizzarra combinazione fra il linguaggio della meteorologia e quello dell’economia. In fondo ci vogliono far credere che la crisi, così come il tempo, sia qualcosa di imprevedibile e le metafore “temporali” che si rincorrono in questo periodo – tsunami, uragano, tempeste – sono proprio uno straordinario strumento per spiegare la realtà, renderla semplice e allo stesso tempo comprensibile a tutti nel suo significato appunto naturale: è così, succede, è normale, è naturale.

A questo proposito la psicologia sociale parla di “rappresentazioni sociali” dei fenomeni, le quali fanno corrispondere ad un’idea una immagine precisa e viceversa. Esse infatti occupano una posizione particolare fra i concetti, i quali hanno come obiettivo quello di astrarre il significato del mondo per ordinarlo, e le immagini, che riproducono il reale in un modo comprensibile. Ciò che ci è oscuro e poco comprensibile ecco allora che ci viene “tradotto” e ancorato a qualcosa di noto. Una delle funzioni principali infatti delle rappresentazioni sociali è proprio quella di dare corpo alle idee che circolano nella società, concretizzandole nelle esperienze delle persone e permettendo quindi una comunicazione comprensibile: l’insolito diventa familiare e ciò che è sconosciuto è adattato a categorie note.

Il linguaggio ci rivela quindi qualcosa di più di una semplice coincidenza. Il fatto che nell’ultimo decennio il linguaggio dei metereologi sia stato mutuato dagli analisti della finanza è il segno manifesto di un processo che rende “naturale” dunque reale, visibile ciò che non lo è: appunto il mercato, la borsa, i fondi sovrani… . Dove sono, chi sono? Si domandano le persone, i cittadini, i risparmiatori. Tutto virtuale, non si sa dov’è: la borsa potrebbe essere (è) ovunque. I mass media hanno ripreso e amplificato le parole usate dagli operatori di Borsa e le hanno trasformate in metafore di uso comune: come la tempesta è un evento della natura, così anche la crisi finanziaria è diventata ordinaria. L’operazione è tutt’altro che ingenua. Voluta.

Da una parte in questo modo si sottolinea l’imprevedibilità dei fenomeni – anche quelli economici – dall’altra abituandoci a parlare di turbolenze, incendi, tempeste del mondo della finanza abbiamo imparato a pensarli come fenomeni normali e ordinari. Se i mass media ci segnalano l’arrivo di una turbolenza finanziaria, di capitali che vengono bruciati in Borsa, ci sentiamo impotenti – come di fronte a una tempesta – e arriviamo a pensare che rispetto ad una crisi economica così vasta ogni sforzo, anche personale e minimo, sarà inutile. E tutto questo contribuisce ad alimentare un senso di incertezza e paura difficili da risollevare. In tal modo non vi sono cause, ma solo la sfortuna da invocare o maledire.

Tuttavia, nonostante il carattere imprevedibile che accomuna la meteorologia e l’economia, e nonostante le borse mondiali crollino, noi continuiamo ad affidarci agli analisti finanziari. Ma si è maghi della finanza solo prima della caduta. Nessun analista finanziario ci dirà con esattezza che cosa accadrà alla Borsa di New York o a quella di Milano tra due settimane, e nemmeno tra due giorni, anche se la profonda crisi finanziaria del 2008, assolutamente inaspettata, ha cambiato tutte le teorie economiche, il modo di affrontare l’analisi dei rischi degli strumenti finanziari, nonché le scelte dei governi e il controllo a livello planetario.

Per spiegare questo, si può usare la metafora del “cigno nero”, usata in questi eventi per evidenziare la difficoltà nella definizione precisa dei rischi in sistemi complessi e l’incapacità degli esperti di prevedere e prevenire la crisi3. Quello che gli analisti dei flussi finanziari possono fare è capire se un determinato Paese rischia di cadere nei tentacoli della speculazione finanziaria. Ma solo quando il processo è in atto.

Il compito degli esperti, che siano economisti o metereologi (ma di qualsiasi disciplina), è allora quello di testimoniare e comunicare in maniera credibile e comprensibile gli eventi, anche quelli difficili e complessi, perché hanno a che fare con la nostra vita ed il nostro futuro. Non si chiede a nessuno di profetizzare sui rischi che corriamo, siano essi finanziari o climatici, ma di essere responsabili del nostro futuro, per noi e per le generazioni future. È dunque importante analizzare, come scrive Tonino Perna, “divergenze e convergenze” tra l’andamento degli indici di Borsa e i mutamenti climatici, arrivando a trovare nessi ed analogie sorprendenti. Ed è altrettanto fondamentale affrontare la questione principe del nostro tempo – la relazione tra ambiente ed economia – andando al di là di luoghi comuni e facili semplificazioni che sono state interiorizzate anche nel mondo ambientalista. Stiamo andando verso una serie di catastrofi annunziate, sappiamo che non possiamo continuare ad inquinare così pesantemente il Pianeta, che non possiamo lasciare nelle mani della grande finanza il destino di intere nazioni, la possibilità di mangiare o di bere, ma continuiamo a farlo.

Insomma dobbiamo trovare un nuovo rapporto fra capitale naturale ed economico, fra ecologia ed economia. È quest’ultima però che dovremo cambiare, cambiando noi stessi: il nostro stile di vita, i nostri consumi, il nostro modo di produrre. Nessun ritorno al passato, dunque, ma solo un progetto di vita e di civiltà che vada oltre la crisi attuale. Due passi fondamentali sarebbero necessari. Intanto l’economia dovrebbe integrare l’ecologia nel suo sapere, e non soltanto l’ambiente. Quella è l’economia ambientale, un’altra cosa. Bisognerebbe arrivare all’economia ecologica, che si pone la questione di quali siano i limiti alla capacità di carico del sistema Terra rispetto alla popolazione umana4 . Si tratta di passare cioè da un’economia lineare, che prevede una crescita illimitata, a un’economia circolare, basata cioè sulla riduzione dell’uso delle risorse naturali ed energetiche, sul riuso e sul riciclo dei materiali, dell’acqua e dell’energia: in modo che le cose, le merci, i beni abbiano almeno una doppia vita. Una vita più lunga e non così artificialmente breve. Viviamo più a lungo, è vero: ma peggio.

Ma non basta, non è sufficiente: ci vuole un secondo passaggio. Anche l’economia ecologica dovrebbe ribaltarsi, invertirsi, cambiare gli addendi e diventare ecologia economica. Sarebbe ancora una nuova prospettiva, perché metterebbe al centro non l’economia ma l’ecologia: il grande cerchio della natura, il racconto della vita, il mondo delle relazioni fra gli esseri viventi e il pianeta che ci ospita. L’economia è solo una piccola parte di questo eco-mondo, la nostra grande casa (come dalla radice greca di “eco”. Casa grande è il mondo, casa piccola è la nostra economia. Che sta dentro il mondo, anche se spesso siamo convinti che sia il contrario.

Così, probabilmente, l’Eco andrebbe d’accordo con il Meteo e non avremo più una tempesta continua.

 

 

1. Luca Mercalli, Prepariamoci, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 135.

2. Tonino Perna, Eventi estremi, Milano, Altreconomia, 2011, pp. 5-6.

3. Georg Zachman, Crolli e propagazioni, Il Sole 24Ore, 4 aprile 2011.

4. Sull’economia ecologica si leggano le ultime prefazioni di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF, ai rapporti del Worldwatch Insitute sullo State of the World, pubblicati in Italia da Edizioni Ambiente.

 

 

 

 

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

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