Andrea Segrè

451 parole: terraa

di ANDREA SEGRE’

Proprio con due A: terraa. Perché, come sostiene Bill McKibben nel suo ultimo libro, Terraa. Come farcela su un pianeta più ostile (Milano, Edizioni Ambiente, 2010), in questo nuovo pianeta che abbiamo creato, più duro e ostile di quello che conoscevamo come terra, dobbiamo continuare a vivere abbandonando alcune delle abitudini che ci hanno portato fin qui, concentrati come siamo (stati) sulla crescita senza limiti. Limiti che invece ci sono per tutto, a partire dalle risorse naturali non riproducibili. “Nulla di troppo” (medén ágan) sosteneva la morale classica basata sulla misura e sulla conseguente condanna della violazione dei limiti. Superato il limite, la casa (òikos) di tutti noi, che è la Terra, ovvero l’ambiente di vita del nostro ecosistema, si degrada. E oggi l’impatto che deriva dal superamento del limite viene ampiamente riconosciuto e i suoi danni si possono valutare e, volendo, anche contenere. Ma si tratta di un riconoscimento virtuale, non seguito da un comportamento reale che si traduca in un cambiamento del modo di pensare la nostra “casa”, il nostro pianeta.

Dobbiamo maturare una nuova capacità, sviluppare una nuova «intelligenza che parla alla nostra capacità di adattarci alla nicchia ecologica in cui viviamo»: è l’intelligenza ecologica di David Goleman1. Se le risorse naturali non riproducibili sono limitate, allora anche i consumi materiali devono esserlo. È il caso del suolo, che è un componente essenziale della terra. Il suolo produce una serie di beni e servizi ecosistemici e socioeconomici: approvvigionamento di cibo, regolazione e controllo della stabilità del territorio; è primario elemento della biodiversità e degli equilibri ecologici; produce valori culturali ed estetici (paesaggio) espressivi di identità delle popolazioni; fornisce beni sociali come fruizione territoriale e aggregazione sociale.

Eppure anche il consumo di suolo, risorsa naturale non riproducibile, segue le stesse regole della nostra società ormai sazia e bulimica, risentendo delle dinamiche omologanti della globalizzazione, un paradigma che pone al centro un’errata relazione di dominio fra il soggetto dominante (consumatore) e l’oggetto dominato (bene, anche se naturale e non riproducibile)2. Del resto consumare, verbo che indica un’attività comune dell’uomo, eredita dal latino due accezioni diverse: portare a compimento (da consummare) e ridurre al nulla, distruggere (da consùmere). È evidente che in rapporto al suolo, ma potremmo riferirci anche all’aria, all’acqua e a qualsiasi altra risorsa naturale e non riproducibile, è la seconda accezione che caratterizza meglio l’azione del consumatore odierno. Questi, dunque, tende a comportarsi come un distruttore di risorse, contrastando in parte il pensiero di Stuart Mill secondo cui l’Homo oeconomicus utilizza al meglio (quindi razionalmente) ciò che possiede (le risorse) per la sua soddisfazione. Tuttavia, distruggere ciò che è indispensabile e non riproducibile non è poi un atteggiamento così razionale. Tanto che questa irrazionalità nei confronti del suolo e dell’ecosistema ha portato a una domanda mondiale di risorse del pianeta che supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso: un trend insostenibile, al punto che, nel 2030, senza un cambio di marcia occorrerà un secondo pianeta Terra per soddisfare i bisogni umani3. Due terre dunque.

Le risorse che domandiamo non sono tutte impiegate per le necessità, ma spesso per bisogni inventati dal marketing o da tendenze sociali votate all’accumulo di beni superflui ed ecologicamente dannosi. In effetti, non ci sarebbe bisogno di costruire senza aver prima recuperato gli edifici già esistenti ma inutilizzati. Non ce ne sarebbe bisogno, eppure si moltiplicano le attività di produzione e consumo, senza tener presente che tutte, anche quelle più semplici, mangiano suolo. Limitandoci alla produzione agricola, l’impronta ecologica – ossia la misura della superficie di suolo o di mare necessaria per rigenerare le risorse consumate – calcola che per produrre 1 kg di pane al giorno per un anno occorrono 10 m2 di terreno, mentre per ottenere 1 kg di carne bovina al giorno per un anno occorrono 140 m2 di terreno.

Poiché molte delle più diffuse azioni compiute dall’uomo (alimentazione, edilizia, spostamenti) consumano suolo, la sua tutela diviene un imperativo categorico. Eppure la politica, l’economia e in generale la società non si mostrano sensibili. Lo prova la costante urbanizzazione che sottrae suolo fertile all’agricoltura per cementificare anche laddove non ve ne sarebbe bisogno. Ad esempio, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo (2009) in Lombardia dal 1999 al 2005 sono stati persi oltre 26 mila ettari di terreno agricolo: come se in sette anni fossero state costruite sui campi di grano ben cinque città pari a Brescia. Dati altrettanto scoraggianti sono stati rilevati in altre regioni: le statistiche dell’“Italicidio” ci dicono che a fronte di una delle più basse crescite demografiche in Europa, l’Italia ha il più alto consumo di territorio. Ogni giorno da un estremo all’altro della Penisola, da Vipiteno a Capo Passero, vengono cementificati 161 ettari di terreno: per fare un esempio si tratta di 251 campi da calcio, 95 volte piazza Duomo a Milano, 54 volte piazza San Pietro a Roma4. Se si perde suolo agricolo le conseguenze riguardano tutti perché si ripercuotono sulla sicurezza alimentare, sul paesaggio, sull’assetto idrogeologico: cioè sull’ambiente in cui viviamo e di cui facciamo parte, anche se spesso lo ignoriamo.

Assistiamo con una certa disinvoltura all’inarrestabile crescita del cemento: a fronte di una costante perdita di suolo fertile si verifica, infatti, un incessante aumento dell’edilizia residenziale, dell’edilizia artigianale, dell’edilizia industriale, per non parlare dei centri commerciali correlati da svincoli, raccordi, rotonde e parcheggi. Un trend triste e sotto un certo profilo anche sterile, se si considera che in Italia non si è riusciti a incrementare il numero degli alloggi “sociali”: sono solo il 4% del totale, contro il 18% della Francia e il 21% del Regno Unito5.

Per di più, nonostante il nostro Paese sia un malato cronico dal punto di vista idrogeologico, la politica adottata a livello regionale e locale non sembra volersi votare a una più saggia cautela, nel tentativo di prevenire dissesti e ridurre le vittime. Un caso emblematico è rappresentato dalla Regione Veneto, che poco dopo i disastri causati dall’alluvione dell’autunno 2010 ha adottato una legge per cui sarà possibile ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 180 m3. Sarà un provvedimento edificatore, ma non è certo edificante.

Nella società dei consumi globali il suolo non è percepito come un bene comune né fondamentale, poiché la sua costante perdita non viene avvertita dai più come un’emergenza planetaria, neanche nazionale e in definitiva neppure come un problema. Se così non fosse, non si registrerebbe un’edilizia così galoppante, che continua a offrire nuovissimi capannoni industriali quando quelli inutilizzati (ma recuperabili) sono migliaia e si sprecano. Per non parlare degli edifici residenziali che sorgono spesso su suolo fertile (dove peraltro ora vengono collocati sempre di più anche i pannelli fotovoltaici).

Il suolo viene invece percepito come una risorsa da impiegare nei processi produttivi, secondo le leggi del libero mercato, per produrre profitto. Tuttavia esso, al pari dell’acqua e dell’aria, non può essere assoggettato alle leggi del liberismo, come se fosse una qualsiasi materia prima da lavorare. Perché è un elemento basilare per la vita e l’equilibrio del pianeta. Non si dimentichi che seppure un centro commerciale o un edificio incidano sul Prodotto Interno Lordo più di un’azienda agricola o di un parco naturale, spesso non producono ricchezza, se la intendiamo come benessere. Oltretutto, il Pil è un pessimo indicatore del livello di benessere.

Occorre una rivoluzione innanzitutto culturale per far percepire il suolo (e il paesaggio) come un bene comune. Un bene cioè di cui la comunità si avvantaggia senza accorgersi del suo valore (economico), almeno finché non si esaurisce. Per ottenere un effettivo cambio di marcia, è necessaria una modifica dell’attuale rapporto di dominio fra soggetto dominante (consumatore) e oggetto dominato (suolo). Bisogna far capire al dominante che perpetrare un atteggiamento insostenibile nuoce innanzitutto a se stesso. Ciò è possibile nella misura in cui si riesca a trasmettere al soggetto-consumatore la percezione del suo legame con l’oggetto-suolo. In fondo l’uno è l’altro e viceversa: fanno parte di un unico ecosistema. Un “gene” dell’intelligenza ecologica aiuterebbe questa consapevolezza.

Insomma dobbiamo trasformare la percezione del suolo da risorsa (economica) a diritto (che per definizione è inalienabile) dell’uomo e del pianeta. Un bene comune, come sostiene Salvatore Settis6, che porta con sé le fondamenta della democrazia, della libertà, della legalità, dell’uguaglianza.

Così ci basterà un’unica terra, senza la seconda a.

ANDREA SEGRÈ è Professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e presidente della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

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